Giovedì, 24 Aprile 2014
Venerdì 03 Giugno 2011 09:28

Un Giubileo per liberare la celebrazione (Marcelo Barros)

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Uno degli elementi religiosi che il Giubileo deve valutare e rinnovare è il modo in cui le chiese celebrano la lode di Dio. Nella Bibbia il Giubileo appare principalmente come una grande celebrazione...

"Quando pregate, non siate simili agli ipocriti
che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe
e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini.
In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa".

(Mt 6,5)

Una volta, ho chiesto a diverse persone: "Volendo fare un'esperienza di spiritualità e di preghiera, la cercheresti in una celebrazione liturgica?". Quasi tutti hanno risposto di no. Alcuni, semplicemente, hanno detto che preferivano pregare "nel segreto del cuore". Come chi è innamorato preferisce conversare con la persona amata nell'intimità della relazione a due. Altri hanno confessato che a loro piacerebbe essere aiutati dal culto, ma la forma in cui i culti sono coordinati e sviluppati non ha questa preoccupazione per la preghiera personale dei credenti. Un cattolico mi ha raccontato: "Ho fatto osservare a un amico teologo che la messa non mi aiuta ad entrare in un clima di preghiera. Egli mi ha risposto che, in effetti, la messa non è pensata per pregare. È un'azione liturgica e non una preghiera. Ha un carattere di celebrazione, cioè di convivenza, e non di contemplazione intima nello stile di una preghiera individuale".

Ho riportato questi brani di conversazione per parlare di una nuova spiritualità liturgica. È spiritualità perché è un metodo di preghiera e di relazione con il divino che ci fa sperimentare il suo a-more e il piacere della sua intimità. È liturgica perché si basa sull'esperienza celebrativa della fede, sulla tradizione liturgica cristiana e nella cultura comunitaria del nostro popolo. Perché parlare dì questo nell'approfondire le prospettive di un Giubileo per l'anno 2000? Perché è un tema centrale nel rinnovamento delle Chiese e il Giubileo è sempre stato proclamato nel corso di celebrazioni.

Dai tempi biblici il Giubileo è la celebrazione del giudizio di Dio sul mondo e le sue strutture, per questo deve mettere anche in discussione le stesse Chiese e le loro abitudini. Quattro domeniche prima del Natale 1996, la Chiesa cattolica e alcune Chiese storiche hanno cominciato a celebrare un nuovo anno liturgico con la Prima Domenica dell'Avvento. Visto che il papa ha proposto tre anni di preparazione per il Giubileo dell'anno 2000, in molte diocesi del Brasile i vescovi hanno aperto la preparazione del Giubileo con una grande celebrazione.

La prima domanda che qualcuno potrebbe fare è se queste celebrazioni, oltre a parlare del Giubileo, hanno anche fatto loro nello spirito e stile celebrativi il messaggio fondamentale del Giubileo biblico.

Uno degli elementi religiosi che il Giubileo deve valutare e rinnovare è il modo in cui le chiese celebrano la lode di Dio. Nella Bibbia il Giubileo appare principalmente come una grande celebrazione, nella quale si suona la tromba, si riunisce un'assemblea, si proclama la parola di Dio e si risponde ad essa con un atto penitenziale e un rinnovamento della vita. Il Concilio Vaticano II consigliò ai religiosi di riformare anche le usanze più venerabili. La proclamazione di questo Giubileo ci può aiutare a "liberare" la nostra forma di pregare e di celebrare da certi condizionamenti del passato e può aiutarci a percepire, da un lato, ciò che la tradizione liturgica delle Chiese storiche ha da offrire a chi cerca un'esperienza mistica e, dall'altro, anche ciò che questi gruppi e movimenti spirituali liberi possono insegnare o in cosa possono contribuire al nostro modo di celebrare e pregare comunitariamente.

a - La sfida di una spiritualità liturgica

Dal 4 al 9 di giugno 1996, a Rio de Janeiro, ha avuto luogo il II Incontro Nazionale di spiritualità Biblica, promosso dal CEBI (Centro di Studi Biblici, che segue le comunità cristiane popolari e i movimenti di base in Brasile, aiutandoli a leggere la Bibbia a partire dalla vita e dalla realtà dei più poveri). La finalità dell'incontro era condividere tra i partecipanti, circa trenta persone provenienti da varie Chiese cristiane, esperienze nel campo della spiritualità e approfondire la proposta di un cammino verso una mistica vissuta dentro la nostra realtà brasiliana a partire dalla lettura biblica. Per cinque giorni abbiamo dialogato sulle sfide e le difficoltà che ognuno dei presenti incontra per vivere più profondamente un metodo di relazione con Dio.

Risultò chiaro che la prima e maggiore sfida per vivere una profonda relazione con Dio continua ad essere la sofferenza e la miseria sempre più crudele di una gran parte delle persone intorno a noi. Il gruppo ricordò l'espressione consacrata dalla mistica: Viviamo un "pellegrinaggio nella notte oscura della fede". Attualizzammo quest'immagine riferendoci a una "spiritualità del tunnel o del sotterraneo scuro, sporco e inquinato dell'ingiustizia sociale, della mancanza di amore e dell'esclusione che uccide ogni giorno il popolo".

Di fatto, come pregare in mezzo ad un quartiere popolare di Rio de Janeiro nel quale, in quello stesso giorno in cui eravamo riuniti, cinque persone di una stessa famiglia furono trovate uccise con raffinata crudeltà? Come celebrare la fede in una società che permette che in un solo accampamento di contadini nel Paranà, e in due soli mesi, siano morti sei bambini per denutrizione, mentre dall'altra parte della strada milioni di sacchi di grano venivano stipati nei magazzini del governo in attesa dei camion che li avrebbero trasportati al porto, dove sarebbero stati esportati per pochi soldi per alimentare i maiali delle fattorie europee? Come vivere l'esperienza dell'intimità con Dio in mezzo alla degradazione della vita e alla violenza delle città della terra?

E in una realtà così, è difficile vivere un cammino spirituale, soprattutto quando si tratta di celebrare il culto. Questo è tanto vero che, tra le sfide indicate dal gruppo, l'unico punto che non riuscimmo ad approfondire fu proprio come dovrebbe essere una spiritualità liturgica vissuta in questo contesto. Per me, fu come se si ascoltasse nuovamente, da quel gruppo, il lamento del salmista in Babilonia: "Come intonare i cantici al Signore in una terra di oppressione?" (Cfr. Sal 137,4).

Basare la vita di preghiera in una pratica liturgica è, per il credente, una grande ricchezza e garantisce una stabilità. Ma, dall'altro lato, comporta il tremendo rischio di una certa insensibilità sociale o umana. Anche una comunità monastica inserita in mezzo al popolo corre questo pericolo. La gente sente, soffre e piange per la situazione terribile della vita del popolo, ma in pratica, poiché il ritmo della liturgia è, in qualche modo garantito, corre il rischio che, in fondo, tutte queste cose non arrivino ad interferire nella preghiera. Non sto affermando che una comunità che celebra sia insensibile o alienata. Dovrebbe essere il contrario. Ma se la liturgia diventa una realtà a sé stante, riduce l'adesione al reale. Qualunque cosa accada nel mondo circostante, le campane suonano lo stesso, gli uffici si fanno con i testi previsti per ciascun giorno o tempo liturgico, si cantano gli inni, si brucia l'incenso e, così, "tutto è garantito".

Quanto più si celebra il memoriale del Signore e della sua Parola, tanto più fondamentale e urgente è lasciarsi penetrare dalla misericordia delle viscere del nostro Dio (per usare un'immagine biblica dei Salmi e dei Vangeli) e basare la vita della preghiera e della liturgia sull'amore compassionevole e sulla grazia di Dio, non sulla legge, anche se è la legge più religiosa e santa.

b - La critica dei profeti e di Gesù al culto

Per tutta la Bibbia, risuona la voce dei profeti e di Gesù: "Dio vuole misericordia e non sacrifici rituali" (Os 6,3ss; Mt 9,9-13). Per Dio, un culto basato sull'ingiustizia è un'offesa. Sarebbe come comprarlo con regali o con la corruzione, dopo aver fatto ciò che a Lui non piace (cfr. Sir 34,18ss). Gesù chiede ai suoi discepoli e discepole "un culto in spirito e verità" (Gv 4,21ss). Nella schiavitù di Babilonia, gli israeliti schiavi rifiutavano di cantare per l'oppressore, ma non dimenticavano di cantare la lode di Dio che, addirittura, scoprirono come "arma contro il nemico". Oggi, nel Terzo Mondo, è stato attraverso il culto che comunità oppresse e perseguitate, come le culture negre e indigene, hanno resistito a cinque secoli di dominazione. Quindi il culto può essere fondamentale, anche per resistere in mezzo a tanto dolore, se liberato dalla schiavitù della legge, del formalismo, e della mancanza di amore, fatti principio della purezza culturale. Sfortunatamente, la liturgia è ancora un campo che la gerarchia ecclesiastica pensa di dover controllare per salvaguardare meglio la fede e la verità della dottrina. Questo ha provocato grandi danni e controtestimonianze. Sia perché manifesta un'ecclesiologia incompatibile con una Chiesa ecumenica che celebri il Giubileo, e anche perché rinchiude Dio in una legge e in una usanza cultuale. Chi non ricorda la spiacevole situazione che la distanza tra il rito e la vita concreta provocò nel 1983 quando Giovanni Paolo II celebrò una messa nella piazza di Managua? La sera precedente, in quella piazza, molte mamme povere della periferia della città ricevevano i cadaveri dei loro figli morti in combattimento per difendere la libertà del popolo. Sopraffatte dal dolore della perdita dei figli, quelle donne portarono alla messa le fotografie dei loro morti. Come avrebbero fatto se, quella domenica, fossero andate a messa nella loro parrocchia. Nel momento in cui la preghiera eucaristica fa memoria dei defunti, chiesero, ad alta voce, al Papa che pregasse per i loro figli. Ma Giovanni Paolo II non poteva uscire dal testo del messale, e inserire nel rito previsto una preghiera speciale per i giovani nicaraguensi uccisi. Impose di far silenzio per non interrompere il rito. Le madri che mostravano le foto dei loro figli assassinati gridarono più forte: "Prega per i nostri figli!". Lui non cambiò il rito.

La stampa internazionale ci aiutò a interpretare quella scena solo come una terribile mancanza di rispetto dei nicaraguensi per la sua santa autorità e per affermare al mondo che il Papa non appoggiava il Nicaragua Sandinista.

Ricordo questo incidente perché stiamo attenti ad evitare questo disaccordo tra il grido del popolo e la nostra preghiera. Ciascuno/a di noi è costantemente interpellato/a ad ascoltare e obbedire a questo grido del popolo. Anche senza la drammatica realtà di quelle madri del Nicaragua che hanno perso i loro figli e, pertanto, senza essere visibilmente scomodati dal grido dei più poveri, probabilmente nelle nostre celebrazioni quotidiane ci sono persone che, nel loro cuore o con la realtà della loro vita, ci gridano: "Pregate per la nostra vita. Legate questo rito alla realtà che stiamo vivendo". Altri invece gridano: "Aiutateci ad entrare nell'intimità del Padre". Per il cristiano, il giusto desiderio di "vedere" Dio si realizza attraverso la mediazione di Gesù Cristo; è Lui che si manifesta nell'altro: "Quello che avrete fatto ad ognuno di questi piccoli in mio nome, l'avete fatto a me".

La presenza di Dio si può trovare nell'intimo di ogni persona, ma si riconosce ed è confermata solo nel volto dell'altro, ossia attraverso la convivenza e comunione con il fratello e la sorella. Il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas testimonia: "La dimensione divina si apre solo attraverso il volto umano". (1)

I vangeli mostrano Gesù che cerca l'intimità del Padre, sia nella preghiera individuale, che nelle celebrazioni di ogni sabato nella sinagoga e nelle feste alle quali partecipava come pellegrino nel tempio.

Per lui, come per il popolo di Israele, la liturgia non è solo una specie di quadro di riferimento, o un aiuto pedagogico perché ognuno, stimolato dal culto, sviluppi il suo cammino interiore. È più di questo.

La mistica giudaico cristiana è fondamentalmente comunitaria. Nell'esperienza biblica, ogni volto umano è assunto come parte della comunità. Nessuno viene escluso. Non esistono extra-comunitari. Se all'inizio della rivelazione di Dio a Israele si credeva che il prossimo fosse solo l'altro giudeo, a poco a poco il popolo di Dio dovette imparare che occorreva rispettare lo straniero come suo prossimo e amarlo come se stesso (cfr. Lv 19,34). In un recente articolo di una rivista cattolica, Henri Sobel, rabbino capo delle sinagoghe di San Paolo, ripete: "La fede genuina nasce dall'appartenenza. (...) Tutte le preghiere che dichiarano la santità di Dio (la mistica) possono essere recitate solo in pubblico, da un gruppo di persone riunite". (2)

In Brasile le religioni popolari hanno questa stessa mistica comunitaria. Nelle religioni negre, le persone ricevono lo Spirito non quando sono sole, ma quando la comunità danza, suona i bonghi e invoca gli orixà. Anche le comunità indigene vivono un cammino spirituale che, anzitutto, è comunitario, personale. Anche nel cristianesimo popolare, fatto di benedizioni, novene e promesse, scopriamo questa pietà collettiva.

La gente sa come ciò comporti il rischio che questa esperienza mistica si perda nella pura esteriorità, nella banalità delle chiacchiere. Ma è necessario accogliere questa povertà e viverla come se Dio volesse scherzare e giocare a nascondino con i suoi figli: la persona vuole perdersi in Dio, si prepara interiormente, si apre a Dio e, quando Lui arriva, lo rimanda ad un'altra persona, carente come qualunque altro.

c - Elementi di spiritualità liturgica che il Giubileo ci ricorda.

1 - Una mistica comunitaria

In questo mondo dominato dalla ideologia neoliberale, l'individualismo sociale ed economico appare anche nella tendenza di Lina mistica neoliberale ed individualista.

La celebrazione cristiana ha come metodo e tradizione quello di riunire nella comunità un'esperienza spirituale che va oltre la sensibilità individuale. Parte della Parola di Dio rivelata nelle Scritture si esprime attraverso la realtà della nostra vita e del mondo nel quale siamo chiamati ad attualizzare il memoriale della pasqua del Signore.

La comunità riunita per il culto non può dimenticare che Gesù ha detto: "In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,19- 20). Questa dimensione comunitaria si manifesta nella disposizione dello spazio stesso nel quale si celebra. Sempre più le celebrazioni cristiane popolari hanno accolto la proposta dei gruppi indigeni e negri di celebrare la lode a Dio, in circoli o in ambienti più integrati con la natura, esprimendo la relazione ugualitaria tra tutti e la comunione con l'universo.

Fa parte anche di questa mistica realmente comunitaria il fatto che il ministro non usi mai il culto come spazio di dominio e di supremazia sulle persone. È una profanazione permettere che lo spazio stesso della comunione si trasformi in strumento di clericalismo e di esclusione dei piccoli di Dio. Il culto è lo spazio dove, più che altrove, il cristianesimo è chiamato a esercitare "il discepolato dell'uguaglianza", uomini e donne, ministri e laici, con funzioni diverse ma complementari e uguali.

Nel IV secolo, a Costantinopoli, Giovanni Crisostomo, uno dei maestri più famosi della Chiesa, insegnava:

C'è un caso nel quale non c'è distinzione tra chi è sacerdote e chi è laico: è quando si tratta di prendere parte ai santi misteri. Tutti siamo ritenuti degni degli stessi privilegi (...). Uno stesso corpo è offerto a tutti. C'è un unico calice dal quale tutti bevono.

Nelle preghiere, qualsiasi persona che entra nelle nostre chiese può vedere un popolo prendere parte, una grande parte, all'intercessione. Tutti pronunciano una stessa preghiera piena di compassione. (...) Quando è necessario ricevere e dare il bacio di pace, tutti ci abbracciamo.

Perché stupirsi se il popolo mescola la sua voce a quella del sacerdote? Vi dico questo perché ogni fedele sia attento, sapendo che tutti noi formiamo un solo corpo. Ci differenziamo solo come un membro del corpo può differenziarsi dall'altro. Progrediamo uniti, perché questo ci offre maggiori possibilità di crescita nella carità. Nessun fumo di orgoglio, nessun complesso di inferiorità in relazione all'altro.

Chi occupa il primo spazio accetta più stanchezza e più responsabilità e non o-nori. È necessario essere nella Chiesa come in un'unica casa. Essere tutti come in un solo Corpo. (3)

2 - Ogni celebrazione è un'esperienza di amore e giustizia

L'altro giorno ho partecipato ad un incontro di un gruppo di meditazione orientale, nel quale le persone si salutavano cantando: "Il Dici che è in me saluta il Dio che è in te". Mi sono ricordato che noi cristiani abbiamo una tradizione liturgica che ci insegna che la celebrazione che facciamo è il gesto di Cristo che si manifesta nella Santissima Trinità. La maggior parte delle volte, partecipiamo a questa "liturgia divina" senza renderci conto che stiamo vivendo un gioco con Dio, nel quale le nostre labbra, le nostre mani e il nostro corpo sono sacramenti di Dio. Una tradizione insisteva sul fatto che il celebrante faccia le veci di Cristo. Ma il corpo di Cristo è tutta la Chiesa. Tutta l'assemblea, quindi, è divina e partecipa di questo atto mistico. Quello che i santi padri e madri della Chiesa chiamavano il "mistero" o "mistagogia".

Oggi, la fede nel rinnovamento della celebrazione pasquale e l'accentuazione che la liturgia sia un atto trinitario mi aiutano a vivere il culto come un processo di divinizzazione che accoglie l'umano e anche il peccato, ma cammina verso la redenzione. Questo processo di divinizzazione della persona è ottimista, ma non allineato o cieco di fronte alla realtà sociale e umana.

Dobbiamo essere aperti/e e accoglienti di fronte alle manifestazioni religiose che appaiono nelle diverse culture. Possiamo e dobbiamo cercare una Parola di Dio che ci è data attraverso le tante forme odierne dei percorsi mistici.

Nel Giubileo ogni celebrazione cristiana deve essere ecumenica, non nel senso che ogni volta sarà interdenominazionale, ma che abbia uno spirito ecumenico, che sia aperta e accogliente verso tutte le persone che cercano Dio e vogliono vivere in comunione con il Divino.

Ma questa apertura ecumenica non esclude un profondo senso critico, in relazione a quello che l'Apocalisse denuncia come la seconda fiera o bestia. Nell'epoca delle comunità alle quali il libro si riferisce, la bestia era la "religione imperiale". Oggi assume i colori e i segni di un altro impero. Ma esiste, e malgrado sembri una religione molto spirituale e mistica (fa addirittura miracoli), adora la bestia e serve la bestia perché esercita il suo dominio sul mondo (cfr. Ap 13).

L'esperienza del divino è sempre un'esperienza amorosa e, quindi, non può mai chiudersi all'altro. Al contrario, alimenta in tutti la fame e la sete di giustizia e di amore. Un criterio secondo il quale la Bibbia giudica ogni pretesa religiosa è se ha per base la giustizia (Sal 1) ed è attenta a ciò che è umano. La celebrazione del Giubileo unisce la lode di Dio alla realizzazione della giustizia sulla terra e nei rapporti umani.

3 - Il Giubileo ci aiuta a inculturare la celebrazione

Oggi, nelle Chiese storiche, si parla molto di inculturazione. È un peccato che molte volte si intenda ancora l'inculturazione come se fosse un fatto solo di liturgia e addirittura limitato ad accogliere danze, gesti e simboli esotici di una qualche "cultura" dei paesi ai quali i francesi, significativamente, si riferiscono dicendo "la bas" (laggiù) e altri chiamano addirittura "culture primitive". Nel mondo intero, colui che entra profondamente nell'ottica di vivere in un Vangelo slegato dal monopolio di un cristianesimo monoculturale e colonialista e si mette in umile atteggiamento di dialogo con altre culture, scopre che l'inculturazione della fede cristiana, non solo della liturgia, è una sfida per ogni comunità, in Brasile, in Africa, a Milano o a Roma, sopratutto in una società pluriculturale com'è quella in cui viviamo.

Questo cammino può essere percorso solo con un profondo spirito di conversione interiore e di amore, in un vero processo mistico, come l'ascesa al Monte Carmelo, nell'oscurità della fede e nella decisione di cercare ed accogliere la Parola di Dio, presente in tutte le culture. Essa può venire a noi in un modo diverso da quello al quale eravamo abituati e chiede che la riconosciamo e le obbediamo.

In India, con un popolo che, in un certo modo, divinizza il suo mondo interiore, le celebrazioni cristiane hanno imparato a inserire l'offerta dei fiori, dei profumi inebrianti, il diverso simbolismo dei colori e il saluto di ciascuna persona al suo atman, o Dio che è dentro di lei.

In Africa, l'inserimento nella celebrazione della venerazione degli antenati e le molte processioni e danze che si fanno in ogni Messa, danno alla celebrazione un contenuto più comunitario ed affettuoso. In America Latina, oltre ad aver accolto elementi negri o indigeni, l'esperienza delle comunità ci ha insegnato a legare profondamente l'Eucarestia e la lode di Dio alla vita e alla realtà concreta di ogni giorno. La loro esperienza ha accolto i simboli come la terra, gli strumenti da lavoro del popolo, il legname bruciato di una casa povera distrutta dagli oppressori o la camicia insanguinata di un fratello o di una sorella martiri.

Cambia anche il modo stesso di celebrare. Queste variazioni hanno senso solo nel luogo dove tale gesto esprime la cultura locale. Se si volesse fare una liturgia africana in Polonia, o in Inghilterra, diventerebbe folclore. In Brasile, la stessa offerta di profumi o di fiori che si fa in India assume un tono diverso. Questa varietà non infrange l'unità. Ma è importante verificare se alcuni di questi elementi di inculturazione possono contribuire ad una nuova spiritualità liturgica universale.

Viviamo in una società dove, all'angolo della strada, si può comprare l'ultimo disco dell'ultimo gruppo indiano, o un libro di un indioamericano, o di un cantante delle isole Camaroés. Perché non esprimere, nella celebrazione ecclesiale, non l'internazionalità del mercato unico globale, ma il legame di solidarietà delle piccole limoni, nel mondo intero, contro il sistema che opprime tutti, ma ancor di più la gioia di una fede che ci rivela come fratelli e sorelle di uno stesso Padre e Madre? Questo arricchirebbe la matrice spirituale delle nostre celebrazioni con la sensibilità spirituale di altre culture e religioni. Mi pare antispirituale che nella celebrazione cosiddetta cattolica, eccettuate le concessioni fatte ad alcuni popoli e culture, l'unica forma di rito valida per tutto il mondo sia quella romana.

Per vivere questo, il primo atteggiamento spirituale è l'umiltà di non considerare la nostra "cultura" come superiore o unica. Durante una conversazione, una madre del santo di Bahia mi disse: "La Chiesa accoglie la gente, ma accetta il diverso solo fino a un certo punto, perché valuta la gente con una misura che è lei stessa e il suo dogma". Certamente questa lamentela potrebbe essere applicata ai criteri con i quali la Chiesa accetta l'inculturazione della liturgia.

4 - Il Giubileo ci insegna a celebrare con tutta l'umanità e tutto l'universo

La celebrazione, liberata dal Giubileo, ci apre nuovamente alla spiritualità cosmica e della natura, legata alla salute e al corpo, senza cadere nell'individualismo, che fa chiudere in se stessi o adorarsi e cercare solo la propria soddisfazione.

Secondo la Bibbia, la relazione con Dio implica collocarsi nel cammino della solidarietà, che oggi si traduce nel lavoro per la pace, la giustizia e la difesa del creato. Su queste basi, essa accoglie una relazione di profonda comunione con le più diverse forme ed e-spressioni di ricerca del divino.

Nelle moschee, le persone sottomesse (mussulmane) adorano Allah con uno dei suoi 99 nomi. (4) Anche nella liturgia delle comunità cristiane popolari le persone hanno imparato a riconoscere lo stesso Dio della Vita nei diversi nomi con i quali ogni cultura e religione è stata chiamata a conoscerlo. Anche nella designazione e-vangelica di " Abba-babbo", come Gesù ci ha insegnato a chiamarlo, le comunità hanno scoperto tutta una dimensione femminile e materna di tenerezza e compassione (secondo il termine ebraico, amore uterino). Questo lega le culture indigene che riconoscono la terra (Pacha-mama) come manifestazione di Dio ai gruppi e correnti femministe che esigono una liberazione dal linguaggio religioso patriarcale. Mentre i gruppi religiosi più eruditi o della classe media ricercano esperienze di relazione con se stessi, per riuscire a darsi pace e armonia interiore, i gruppi e comunità di carattere più popolare hanno una loro spiritualità più basata sulla preghiera, specificamente sulla preghiera di intercessione. Quando vediamo fiorire nuovi gruppi che promettono guarigioni, nei quali le persone vanno a chiedere a Dio soluzioni per le necessità concrete di ogni giorno, è bene vedere come le nostre celebrazioni abbiano accolto o respinto questo ministero dell'intercessione.

«Il Signore Gesù ti ha dato un insegnamento divino sulla bontà del Padre che sa dare cose buone perché tu invochi Colui che è buono. Egli ti ha invitato a pregare attentamente e spesso, non perché la preghiera si prolunghi nella stanchezza ma perché si rinnovi nella assiduità (...).

Egli ci insegna a pregare in ogni luogo, perché il Salvatore ha detto: 'Entra nella tua camera e prega'. Capisci che non sì tratta della stanza formata da pareti entro le quali ti isoleresti. Si tratta della stanza che è dentro di te, dove stanno i tuoi pensieri, dove abitano i tuoi sentimenti. Questa stanza della preghiera ti segue ovunque; essa si trova nel segreto e ha Dio come unico testimone. Impara che è necessario pregare prima di tutto per il popolo, cioè per tutto il corpo, per tutti i membri della madre. Questo è il segno della carità reciproca nella Chiesa. Perché se preghi per te, le tue richieste valgono solo per te. Se ciascuno prega solo per se stesso, colui che prega è meno gradito a Dio di chi intercede per gli altri. Ma se ognuno prega per tutti, allora tutti pregano per ciascuno. Concludendo: se chiedi solo per te, sarai solo, l'unico a chiedere per te. Se chiedi per tutti, tutti chiederanno per te. E, di fatto, tu sei in tutti. Così è un grande beneficio che le preghiere di ognuno ottengano per ciascuno i suffragi di tutto il popolo. In questo non c'è nessuna pretesa, ma un'umiltà maggiore e un frutto più abbondante» (S. Ambrogio da Milano, pastore del IV secolo). (5)

«Oggi il cuore umano anela a visioni cosmiche millenarie e nuove. Se non potranno nascere, esprimersi e celebrare attraverso il culto, dove potrà accadere questo? Il culto è l'arte tradizionale somma.

La prova dell'adorazione autentica sarà il risveglio della riverenza e dello stupore tra popoli di una cultura (...)

Il culto sarà il luogo della riunione dove le molte storie verranno narrate e raccontate attraverso la danza, la poesia, la musica, il colore, il canto, il riso, il teatro e le forme artistiche ancora da creare. (...)

Il Cristo cosmico ci convoca al rinnovamento del culto: 'Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi'. Un primo errore vostro è la mancanza di preghiera e di bellezza nella vostra vita. Guardate il cielo stellato e il mare profondo (...), la sorpresa e la gioia della vostra esistenza. Riunitevi, voi e le vostre comunità, in una comunità cosmica più grande per rallegrarvi e rendere grazie. Per curare e rinunciare. Per entrare nei misteri più profondi e oscuri, per condividere le buone notizie, per dividere il pane dell'universo e bere il sangue del cosmo stesso, manifestazione del divino (...). Mai più vi assalga la noia, create e ricreate voi stessi e i vostri mondi con le buone notizie che condividerete e con quello che celebrate (...). Inserite nel culto il corpo e il gioco della vita, il dolore e la vostra oscurità. Riunitevi e non disperdetevi. Diventate un popolo e adorate insieme» (Matthew Fox, teologo e mistico americano). (6)

Marcelo Barros

Note

1) E. Levinas, Totalité et infini, La Haye, Boston 1980, p. 50.

2) Henri Sobel, O culto público e a busca de  Deus, Revista de Liturgia, 135, p. 6.

3) Giovanni Crisostomo, Omelia su Cor., in P. G. 61, vol. 527, cit. ap. Testi spirituali, n. 34, Abbazia de Tournay, France 1976, p. 118.

4) Djenane Kareh Teger, Le soufisme c’est du gateau, L’Actualité Réligieuse dans le Monde 128, 15 dic. 1994, p. 21.

5) Sant’Ambrogio da Milano, Commentario sopra Caino e Abele, in Liturgia delle ore IV.

6) Matthew Fox, A vinda do Cristo Cósmico, Record Nova Era, Rio 1995, p. 316 e 320.

Ultima modifica Giovedì 30 Giugno 2011 18:11
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input