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Venerdì 08 Gennaio 2010 22:14

Gerhard Tersteegen (1697-1796)

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All’interno della chiesa riformata, ma ai margini di essa, Tersteegen fu formato spiritualmente in un periodo sorprendentemente inquieto, vivace, in cui la pietà del singolo valeva più del legame con la chiesa e in cui - certamente anche a causa della guerra dei trent’anni - ciò che era genuinamente cristiano risaltava più che gli aspetti specificamente confessionali.

Gerhard Tersteegen (1697-1796)

 

La chiesa evangelica e la sua teologia hanno avuto per lungo tempo un rapporto teso, per non dire di rottura, con la mistica. All’inizio di questo secolo il luminare della storiografia ecclesiastica Adolf von Harnack ha affermato categoricamente: «La mistica non è altro che la fede cattolica in se stessa, nella misura in cui non è semplice obbedienza ecclesiastica, vale a dire fides implicita» Per questo Harnack riteneva sbagliato descrivere la mistica come fenomeno a sé, con le sue differenze e modalità. Sul piano storico, la giudicava come cattolicesimo medievale e ne traeva la conseguenza che la Riforma e la mistica sono due mondi separati, che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Senza dubbio questo modo di vedere le cose si basa su un pregiudizio teologico; ma data l’autorità di Harnack esso ha esercitato il suo influsso anche su quanti lo hanno contraddetto. Così, il rapporto della Riforma con la mistica è stato considerato, per lunghi tratti di storia, controverso e insoddisfacente.

Nonostante la posizione teologica antitetica nei confronti della teologia liberale, anche la teologia dialettica ha seguito la concezione di Harnack, anzi, l’ha accentuata ulteriormente. La nota pubblicazione di Emil Brunner, Die Mystik und das Wort (La mistica e la Parola) (1924), esprime in maniera pregnante il contrasto fra la teologia riformata della parola di Dio e una mistica che si radica nella teologia naturale. L’equiparazione tra mistico e cattolico è rimasta indiscussa fino al 1945, tanto più che la mistica nazional-socialista della natura e la teologia critiano-tedesca, vicina ad essa - con l’accentuazione dell’elemento tedesco - avevano accostato, l’uno all’altra, Lutero e la mistica tedesca (interpretata in senso nazionalsocialistico), rendendo ancora più sospetta la mistica agli occhi della teologia evangelica.

Soltanto a partire dal 1965 circa si è imposto un nuovo atteggiamento, più aperto, nei confronti della mistica, causato dall’intensificarsi dell’indagine interconfessionale sul tardo medioevo, da un lato, e da un dialogo ecumenico più intenso Ira le confessioni dall’altro. Attualmente si è d’accordo nel dire che l’indagine scientifica in passato ha inteso il concetto di mistica in termini troppo ristretti, troppo rigidi, troppo confessionali, che non permettono di cogliere adeguatamente la molteplicità di questo fenomeno. Tuttavia, neanche il protestantesimo più recente ha rinunciato alla propria riserva nei confronti della mistica, e questo perché essa non appare definibile chiaramente, e perciò ci si occupa più volentieri di mistici singoli, come Meister Eckhart, Taulero o Giovanni della Croce, piuttosto che del fenomeno globale della mistica. Lo svedese Hagglund ha ben sintetizzato l’attuale situazione dell’indagine scientifica. «Il rifiuto di una classificazione dei mistici ha un significato del tutto diverso in Oberman e, precedentemente, in Harnack. Questi non voleva fare alcuna classificazione, poiché considerava la mistica, senza differenze, come pietà cattolica e come priva di interesse sul piano teologico. Oberman invece rifiuta la classificazione, poiché per lui la mistica è un fenomeno troppo complesso, per poter essere descritto sulla base di una caratterizzazione rigida di tipi». Da questo punto di vista, uno dei fenomeni più sorprendenti del protestantesimo è Gerhard  Tersteegen. al quale dedichiamo ora la nostra attenzione.

I. LA VITA

Gerhard Tersteegen, a volte scritto anche Ter Ste(e)gen, è nato il 25.11.1697 ai confini tra la Germania e l’Olanda,a Moers. Il padre Henrich, familiare con il pietismo riformato del basso Reno, era un agiato commerciante. Morì presto, nel 1703. Della madre di Tersteegen non sappiamo pressoché nulla, e così si dica dei suoi sette fratelli.Il contatto con la famiglia fu, evidentemente, minimo. Per motivi economici Tersteegen, già a 15 anni, dovette lasciare la scuola di latino, nella quale aveva acquisito una buona formazione generale e una buona conoscenza linguistica. Dal cognato Matthias Brink, a Mülheim/Ruhr. iniziò a frequentare una scuola commerciale. Dal 1717 al 1719 gestì un proprio negozio, a quanto pare senza molto successo. Imparò quindi a fare il tessitore e - a motivo della salute cagionevole - si dedicò alla tessitura della seta, un mestiere che esercitò per tutta la vita.

Mülheim, una piccola città della Ruhr, era allora un ambiente dove si svolgeva un’intensa vita spirituale. Theodor Under Eyck con le sue prediche aveva ridato vita alla comunità e aveva istituito incontri settimanali domestici sulla Bibbia. Persone mosse dalla corrente del pietismo, allora di attualità, si recavano a Mülheim e vi trovavano orecchie aperte: così il labadista (setta mistica dell’ex gesuita J. Labadie, morto nel 1674) Yvon e il separatista Hochmann di Hochenau, visto con diffidenza da molti. Il suo discepolo Wiihelm Hoffmann operò a Mülheim, attirando al suo seguito anche il giovane Tersteegen. Come candidato all’ufficio di pastore Hoffmann venne in contrasto con la chiesa e quindi non fu mai ordinato. Attraverso il «mistico» olandese Poiret (1646-1719), egli ebbe contatti intensi con il quietismo francese (che insegnava una totale assenza di attività dell’uomo durante le «esperienze-vertice» di Dio) e con gli scritti di J. de Bernières-Louvigny e di madame de Guyon, la cui conoscenza egli comunicò anche a Tersteegen, desideroso di letture.

All’interno della chiesa riformata, ma ai margini di essa, Tersteegen fu formato spiritualmente in un periodo sorprendentemente inquieto, vivace, in cui la pietà del singolo valeva più del legame con la chiesa e in cui - certamente anche a causa della guerra dei trent’anni - ciò che era genuinamente cristiano risaltava più che gli aspetti specificamente confessionali. Chi si metteva a seguire questa corrente cadeva immediatamente nel sospetto, si poneva ai margini. Ciò che accadde agli alumbrados Spagna, ai quietisti e giansenisti (gruppo rigorista all’interno della chiesa cattolica) in Francia, ai puritani in Inghilterra, e anche ai chassidim ebrei in Galizia e in Polonia, fu vissuto pure dai pietisti in Germania , anche se così poco omogenei fra loro. Gerhard Tersteegen ne è un esempio tipico. Egli si colloca in una posizione eccezionale e sorprendente non tanto per i suoi contemporanei, quanto piuttosto per noi.

A partire dal 1719 inizia in lui un processo di trasformazione che dura per molti anni e in cui si alternano gioie e oscurità. Molto più tardi, nel 1744, parlerà egli stesso di una «prima» e di una «seconda» conversione. Non è possibile dire se era consapevole di utilizzare, in tal modo, descrizioni già caratteristiche di Taulero e di Susone, e più tardi di Caterina da Siena e di Lallement, oppure se si rifaceva a tradizioni mistiche solo inconsapevolmente. Questo cammino spirituale terminò il giovedì santo del 1724, con la «consacrazione» a Cristo stilata con il proprio sangue.

Questo documento conservato nella lingua del tempo, è un testo singolare all’interno del pietismo tedesco, che per altro ha trovato in seguito seguaci singoli, i quali si rifacevano a Tersteegen, precedenti si trovano nella mistica quietistica, specialmente in madame De Guyon, che nel 1672 si consacrò per iscritto al Bambino Gesù, e da allora chiamò Gesù suo sposo di sangue, rinnovando ogni anno i voti religiosi. Tuttavia non è possibile definire propriamente mistiche le formulazioni di Tersteegen, poiché il riferimento all’evento salvifico e al diritto di proprietà  di Dio sull’uomo domina troppo chiaramente. In ogni caso questo giovedì santo ha un’importanza centrale per il cammino ulteriore di Tersteegen, il quale farà riferimenti continui a questa sua consacrazione.

Questo giorno segna anche un taglio netto nella sua vita. Egli usci dall’isolamento in cui era vissuto fino ad allora, temperò il suo ascetismo e iniziò a istruire nella fede i figli di suo fratello. A questo scopo utilizzò la sua prima pubblicazione: Abbozzo imparziale delle verità cristiane fondamentali, in cui espone, in forma di domanda e di risposta, una dogmatica per laici piuttosto singolare che si tiene alquanto lontana dalla dottrina e dalla tradizione della sua chiesa. Nel 1725 prese in casa il suo più fedele discepolo Heinrich Sommer, e condusse con lui un’intensa vita spirituale. regolata dalla preghiera e dal lavoro. Dal 1727, dietro richiesta di Wilhelm Hoffmann, operò come predicatore e pastore d’anime in molti incontri del movimento di risveglio nella regione montuosa, occupandosi contemporaneamente con abilità della traduzione dal francese di molti scritti spirituali.

In questo periodo vale a dire nel 1727, cade la fondazione di una fraternità di «pellegrini convertiti», nella casa di Otterbeck, presso Wuppertal. in cui Tersteegen raccolse otto fratelli, facendo loro da padre spirituale pur senza trasferirsi a vivere con loro Questa fraternità è un fenomeno quanto mai singolare in ambiente protestante. Soltanto nel sec. XX questo punto di vista riemergerà con la nascita di comunità religiose evangeliche. Del resto fenomeni paralleli a quello di Otterbeck si trovano anche nel quietismo. Per questa comunità di fratelli Tersteegen ha preparato Norme di comportamento ampie e istruttive. Preghiera ininterrotta anche durante il lavoro, tranquillità, semplicità e purezza, rinnegamento di sé alla presenza di Dio, amicizia sincera nel rapporto reciproco, uno stile di vita modesto e il lavoro manuale per mantenersi, sono i contenuti di queste direttive. A tal proposito Tersteegen non pensò in alcun modo ad un vero e proprio ordine religioso, e tutte le direttive sono impartite nello spirito della più grande libertà interiore. In ogni caso l’esortazione:

Vivete rivolti verso il fondo del cuore, presso Dio, come i bambini innocenti, che non hanno ragione ma molto cuore e amore

potrebbe far pensare all’assunzione di elementi della pietà mistica Ma qui la prudenza è d’obbligo, poiché l’immagine del «fondo del cuore» da luogo tempo era entrata a far parte dei motivi tipici della pietà corale evangelica e l’accento di questa espressione porta chiaramente sull’amore fraterno, Ciò nonostante il tentativo di vita comune nella casa di Otterbeck a lungo andare non riuscì. C’erano molti attriti e litigi, il che diede non poche delusioni a Tersteegen. Dopo la morte dell’ultimo degli otto fratelli non ci furono successori.

Per Tersteegen l’attività svolta nei gruppi s’accompagnava sempre più ad un’attività pastorale personale. In molti luoghi si formarono cerchie di amici, che seguivano Tersteegen come direttore spirituale. Perciò nel 1728 egli rinunciò al mestiere di tessitore, per vivere da allora in poi degli introiti dei suoi scritti e dei doni degli amici. Era libero così di dedicarsi a un’ampia attività pastorale. Molte persone lo visitavano anche a Mülheim. così che negli ultimi anni doveva condurre con loro lunghi dialoghi. Il giro della sua corrispondenza era enorme e oltrepassava i confini della Germania. Spesso inoltre Tersteegen è in viaggio, verso località vicine e lontane, di frequente in Olanda, ma anche in Danimarca e in Svezia. Nel 1740 il governo di Düsseldorf, a causa dei numerosi incontri, spesso tumultuosi, che avvenivano ovunque nella regione, emanò una disposizione generale che inaspriva la proibizione di raduno di conventicole già esistenti e proibiva in sostanza ogni riunione. Questa proibizione fu tolta soltanto nel 1750, proprio in tempo perché Tersteegen riprendesse il lavoro in concomitanza con il grande risveglio in atto in Olanda e nella bassa Renania attorno al 1750. Il dicembre di quell’anno lo vede di nuovo al lavorò di predicazione attraverso il paese, instancabile, senza risparmio delle sue forze. La guerra dei sette anni causò non pochi inconvenienti a Tersteegen. Durante essa soldati francesi prussiani e annoverani continuavano ad attraversare la regione, passando da Mülheim e alloggiando anche nella sua casa.

II.  LE OPERE

Tersteegen ha condotto la vita tipica di un “tranquillo della terra”, come venivano definiti tutti i partecipanti al movimento di risveglio del tempo, anche se ha influenzato, lui ancora vivente, molte persone. Dopo la sua morte è continuata ad esistere una notevole comunità di discepoli. I suoi scritti sono stati continuamente riletti e ristampati, e le sue canzoni sacre hanno trovato accoglienza persino in libri di canti sacri stranieri e hanno fatto di lui uno dei grandi compositori di canti sacri, al di là delle barriere confessionali. Da tempo è considerato, anche dagli studiosi di letteratura, uno dei grandi creatori di lingua del periodo barocco e rococò. Ha sempre mantenuto un atteggiamento riservato, sobrio, e si è tenuto lontano decisamente da ogni forma di esaltazione dei pii del tempo. Nei confronti delle autorità, ad esempio nell’osservanza della proibizione di conventicole. è stato un figlio obbediente del suo tempo. Nulla fa pensare al fatto che fosse un mistico. eppure quest’idea si è conservata persistente, anche contro obiezioni a volte tenaci. Si tratta ora di prendere in esame tale questione. Considereremo anzitutto la sua opera letteraria e quindi la sua teologia.

S’è già detto che Tersteegen. accanto ai suoi compiti pastorali, era instancabilmente attivo anche letterariamente e in questo ambito non ha mai risparmiato le sue forze. Come molti altri scrittori del periodo barocco, iniziò con florilegi e traduzioni dall’ambito del quietismo mistico. Come, cento anni prima. Johann Arndt, nel suo Vero cristianesimo («Wahres Christentum») e nel suo Giardinetto del paradiso («Pararadiesgärtlein»). aveva comunicato al luteranesimo la pietà mistica del medioevo, così fece Tersteegen per il pietismo riformato. Nel 1729 pubblicò il suo primo volume di poesie. il Giardinetto spirituale («Geistliche Blumengärtlein»). con 440 rime scolastiche. 60 testi ritmati dal profeta lsaia e 5 brevi «elevazioni dello spirito». Nel 1732 pubblicò il suo secondo libro di poesie: La lotteria dei pii («Der Frommen Lotterie»), con 235 rime.

Tra il 1733 e il 1754 apparve la sua opera principale, le Biografie scelte di anime sante («Auserlesenen Lebensbeschreibunggen Heiliger Seelen»), un libro sorprendente già al suo tempo, poiché presenta 25 biografie di cristiani tutti romano-cattolici. Nel comporre il libro Tersteegen ha utilizzato con intensità le sue fonti, e anche, nella misura del possibile, la bibliografia specializzata. Il suo obiettivo non era quello di incoraggiare alla conversione. Era protestante e voleva restare tale. Piuttosto, intendeva introdurre alla vita cristiana partendo dall’esempio dei santi, e - da buon pietista - intendeva tenersi lontano dalle sterili controversie dottrinali del tempo.

Per lui c’erano soltanto due religioni: Babele e Gerusalemme, e nella pietà mistica dei personaggi presentati vedeva - al di là di ogni barriera confessionale - la vita cristiana autentica: l’anelito verso una solitudine totale per cogliere la presenza di Dio, la necessità dell’umiltà e della sofferenza che purifica l’uomo dall’impurità, il desiderio della preghiera interiore che imparò da Teresa d’Avila, l’amore appassionato per Dio e la disponibilità a seguire completamente la sua volontà, e non da ultimo l’attenzione alla natura e all’uomo, aspetti questi di Francesco d’Assisi che Io affascinavano. L’intenzione di Tersteegen era di dare alle persone di cui era responsabile, al di là delle «biografie», non solo un’introduzione alla storia complessiva della chiesa cristiana, ma anche un’introduzione al cammino della santificazione, della vita interiore, del pellegrinaggio attraverso il deserto. Come molti cristiani di oggi, egli si rese conto che le chiese dei riformatori comunicavano ai loro fedeli pochi aiuti spirituali. Per questo occorreva attingere ad altre fonti.

Ai suoi documenti quanto mai disparati devono attenersi tutti coloro che vogliono conoscere il pensiero di Tersteegen, le fonti della sua vita e gli obiettivi della sua attività. Ma Tersteegen non rende le cose facili al suo lettore. Infatti, non si interessò mai alla sua persona. Così, non ha mai permesso che lo ritraessero. per cui non possediamo alcun ritratto autentico di lui. Ha trascorso i suoi giorni nel distacco e nell’umiltà.

III. LA MISTICA

Solo ad un primo sguardo Tersteegen si presenta, come esponente del primo pietismo. interessato all’ortoprassi a differenza dell’ortodossia (azione «giusta», invece di dottrina «giusta»). Certamente, l’interesse a dare una forma concreta alla fede lo unisce ai grandi pietisti come Arndt e Spener, Arnold e Bengel, i quali talvolta vengono anche da lui menzionati, con particolare rilievo dato a Gottfried Arnold. Ma ci sono molti aspetti che distinguono Tersteegen da costoro, i quali tutti rivestirono una carica ufficiale nella chiesa - lo stesso Zinzendorf non si è fatto ordinare per caso! - e che si ponevano prevalentemente nel solco della tradizione della chiesa luterana. Tersteegen non solo ha accostato il quietismo francese al protestantesimo tedesco, facendo da mediatore tra l’uno e l’altro. Egli è profondamente ancorato in questa tradizione di fede, alla quale s’è limitato a dare un’impronta protestante. Non parla soltanto di esperienza. ma di un Cristo «esperimentato» e tenta di percorrere assieme ad altri questo cammino. Se Tersteegen fosse vissuto secoli prima, forse sarebbe stato familiare con la devotio moderna (un movimento di riforma del tardo medioevo, partito dall’Olanda); ma anche l’atteggiamento di spirito di un Giovanni Taulero o dell’autore anonimo della Nube della non-conoscenza gli sarebbe stato affine.

L’indagine scientifica s’è occupata a lungo della questione se Tersteegen sia stato o no un mistico, e nel periodo recente questo predicato gli viene attribuito in termini sempre meno polemici e con grande rispetto,  V. van Adel, un riformato olandese che non può certo essere sospettato di esagerazione entusiastica, esalta Tersteegen soprattutto a motivo della sua lirica: «Questa profondità religiosa è un’autentica mistica evangelica». Ma la controversia sul dove collocare Tersteegen è, in complesso, sterile, poiché dipende dalla definizione che sì dà di volta in volta della mistica. Tersteegen invece non s’adatta a nessuno schema di mistica, e d’altro canto non è stato un semplice mediatore della tradizione come Johann Arndt. Egli ha percorso una sua strada propria.

Il 19 marzo 1769, quattordici giorni prima della sua morte, Tersteegen stilò un testamento che - pur formulato esplicitamente per il mondo esterno - tuttavia lascia trapelare quale fosse il suo atteggiamento fondamentale

- Si raccomanda a Dio, il Padre, a Cristo, il Redentore, e allo Spirito santo, mediante la cui «illuminazione ha avuto inizio in lui l’opera di santificazione e di trasfigurazione di Gesù».

- Confessa la propria fede nel Dio uno e trino secondo la sacra Scrittura e il credo apostolico, e vuole «amarlo in maniera perfetta, lodarlo e adorarlo».

- Chiede perdono agli uomini, poiché la testimonianza parlata e la condotta concreta non sempre sono coincise nella sua vita, e prega i parenti e tutti gli altri di fare sincera penitenza e «di camminare nella pietà sincera davanti al volto di Dio».

In tal modo Tersteegen esprime la propria posizione nei confronti della fede della chiesa e del servizio del Vangelo, che per altro continua a circoscrivere ai partecipanti al movimento di risveglio. La sua vita, come la sua pietà, hanno carattere di incontro e non di immersione. In tal senso, questo suo modo dì esprimersi poco prima di morire è importante. Nel testamento si trova del resto anche un termine che durante la sua vita divenne tema dominante del suo operato: la «pietà». Anche al Cammino della verità dà come sottotitolo: «che è secondo la pietà». Questo termine centrale della sua esistenza merita ora un’analisi particolare.

Con il termine «pietà» Tersteegen riprende la traduzione di Lutero di eusebeia (ad es. in 1Tim 3,16). e menziona esplicitamente anche il termine greco. In lui però esso ha, diversamente che in Lutero, varie dimensioni. In un primo senso la «pietà» è «la devozione, o il vero servizio di Dio o religione». In un secondo senso egli distingue tra l’apparenza esteriore, la forma della «pietà» e la «vera» pietà. Qui precisa anzitutto, per esclusione, di che cosa si tratti:

- Non è devozione esteriore, «tranquilla vita borghese». Chi ha da mostrare solo questo è un «empio e ipocrita».

- Non è neanche una devozione praticata formalmente, che si esprime nella frequenza al culto e ai sacramenti, nella meditazione della Scrittura, nella preghiera e nelle elemosine. Chi vive così è solo apparentemente devoto, «fondamentalmente però non è pio».

- Non consiste neanche in doni straordinari, come rivelazioni, visioni, predizioni e nell’estasi, poiché questi carismi, a differenza della vera pietà, non riguardano tutti i cristiani. Per lui è decisivo non lo straordinario, ma ciò che fondamentalmente è accessibile a tutti i cristiani; non i «mezzi per percorrere il cammino», ma il cammino stesso.

Posto davanti al compito di descrivere positivamente l’essenza della pietà. Tersteegen si esprime in maniera peculiare.

È difficile, anzi è impossibile, esporre un concetto conveniente di pietà a colui che non possiede personalmente tale pietà.

In modo del tutto analogo risponde alla domanda su che cosa sia la mistica o la teologia mistica:

Nessuno può dirlo, a meno che non sia un mistico lui stesso, e nessuno lo può capire adeguatamente, a meno che non sia sulla strada per diventarlo egli stesso.

Ambedue le espressioni vanno viste insieme, poiché Tersteegen stesso nota esplicitamente:

La teologia mistica è appunto ciò che noi….. definiamo la vita interiore o la pietà del cuore.

Tersteegen parla dunque da esperto a esperti o a persone che intendono mettersi in cammino verso tale esperienza, e perché si comprenda bene che cos’è la vera pietà distingue tra «la conoscenza speculativa della ragione che medita» e «la conoscenza essenziale, di contemplazione, della ragione pura e sofferente».  L’una conosce solo «specularmente», l’altra «col cuore». Si tratta perciò della «pietà del cuore»; e per questo il cuore dev’essere «catturato da Dio e reso disponibile»; per questo Gesù deve «abitare nel cuore», e il cuore dev’essere «attratto»; e deve nascere «l’uomo nascosto del cuore» che deve camminare «nella semplicità di cuore» e «fare propri nella devozione del cuore.., i pochi esercizi adeguati».

Come il termine «breccia» (o «passaggio») è di natura passiva, così Tersteegen descrive il cammino verso la «vita nascosta con Cristo in Dio» con un’abbondanza di espressioni in forma verbale media (il medio è la forma verbale tra l’attivo e il passivo) e passiva. Tersteegen parla di uscita da sé da tutto ciò che è «creaturale», e di «ingresso», nell’essenza di Dio, di «contatto», o di «rimanere o camminare alla presenza di Dio».

Il nostro cuore dev’essere un giardino chiuso e una fonte sigillata per tutte le creature, e dev’essere aperto soltanto all’amato delle nostre anime. Presso gli stipiti della sua porta dobbiamo custodirlo giorno e notte, come sacerdoti spirituali..., ascoltando dentro di noi il Signore della gloria, contemplandolo e parlandogli.

Ma molti cristiani non arrivano a questa meta. Restano fermi all’inizio, senza procedere in avanti. Grazie a una grande esperienza di cura d’anime, Tersteegen conosce il motivo di questo fenomeno. E’ la «distrazione», soprattutto, che continuamente «rende inquieti, distratti e incostanti» i fedeli; è l’amore per le creature e il continuo girovagare della mente, invece di concentrarsi sul centro, sull’unica cosa necessaria.

Chi cammina attraverso il deserto, lungo strade sconosciute, non deve continuamente guardarsi ai lati e cercare tutti i sentieri secondari, se non vuole smarrirsi.

Il cristiano deve dunque «andare avanti». Tersteegen menziona diverse tappe da percorrere, tappe che per altro vengono comunicate soltanto attraverso l’illuminazione.

Tuttavia a lui non interessano tanto determinati gradi della perfezione. da acquisire uno dopo l’altro, ma semplicemente che si continui a costruire sul fondamento, sulla riconciliazione verificatasi grazie a Cristo. Non che il fondamento non sia sufficiente - Tersteegen non nega mai che l’operato di Cristo sia per sé sufficiente -, ma un fondamento senza una casa costruitavi sopra è un controsenso. In questo contesto egli parla del triplice cammino mistico della purificazione dell’illuminazione e dell’unione. A questo proposito fa riferimento sempre - e a ragion veduta - alla sacra Scrittura, per cui questo cammino dei credenti, che conduce di luce in luce, è descritto con termini biblici e non tanto con riferimento alla tradizione dei padri. Egli ne dà la seguente descrizione:

1.

  • il rimanere in Gesù
  • l’essere uniti a Dio, per diventare un solo spirito con lui
  • il camminare alla presenza di Dio
  • l’adorazione nello Spirito e nella verità
  • la purificazione da ogni macchia della carne e dello spirito.

2.

  • l’effusione dell’amore di Dio nel cuore
  • l’unzione ad opera di Dio
  • la contemplazione della gloria di Dio a viso scoperto
  • la rivelazione o inabitazione di Dio nell’anima.

3.

  • la vita di Dio, poiché non è più l’io che vive, ma è Cristo che vive in lui
  • il camminare in cielo
  • la pace di Dio, che è al di sopra di ogni ragione
  • l’essere perfetti nell’unità.

Ecco alle espressioni culminanti, che Tersteegen sviluppa spesso in termini innici, e che tuttavia sono riconducibili a una sola affermazione, vale a dire all’esperienza «che Dio è».

Quanto mi sento felice al pensiero che Tu sei e che non puoi non essere. Quanto sono felice al sapere che «Dio è»! e che io posso confermare quest’affermazione, che «Dio è»! ... Sono contento, mio Dio, perché sei; mi piace il fatto che tu sei. Quanto è bello e buono il fatto che tu sei e che tu sei colui che sei.

In simili contesti Tersteegen cambia continuamente la forma linguistica e passa dalla spiegazione alla preghiera, all’adorazione.

Questa esperienza conduce alla conoscenza non solo che Dio è, ma che egli è sufficiente a se stesso, «sufficiente a tutti, solo, perfetto, interiore, in un puro diletto». In un altro passo si esprime nei seguenti termini:

Così la nostra vita, vissuta nel distacco, nel rinnegamento del mondo e del denaro, dev’essere una voce chiara, che grida a tutti gli uomini: Dio soltanto è sufficiente.

Tale vita di distacco fa si che «Dio diventi il tesoro unico ed esclusivo dell’anima». Non a caso Tersteegen rimanda al fatto che questo non è un messaggio nuovo. Esso rappresenta piuttosto la confessione fondamentale della chiesa, a partire dal decalogo e dal piccolo credo d’Israele, attraverso Meister Eckhart. la spiegazione del Catechismo di Lutero e Teresa d’Avila. Esso costituisce l’esperienza fondamentale dei credenti e l’argomento fondamentale della loro predicazione. «Noi siamo soltanto perché tu sei». Perciò i cristiani s’incoraggiano a vicenda:

Rimaniamo uniti al Signore e che lui sia sempre più dentro di noi. Egli infatti è molto buono, anche tra tutte le prove di coloro che lo aspettano. Egli è eterno per il nostro spirito.

Tersteegen torna a parlare di continuo di questo fatto, che basta Dio soltanto, con una variazione quasi illimitata di espressioni.

Per questo l’obiettivo più elevato del credente è quello di cercare Dio, il fondamento della sua vita e la sua essenza, di starsene tranquilli davanti a lui. di «celebrare il sabato e riposare» alla sua presenza e restare «al sole luminoso della presenza di Dio». Solo così Dio opera veramente in noi, assume la guida dell’uomo e si prende cura di lui, e non solo gli comunica la comunione con lui, ma lo rende anche partecipe di tutta la sua essenza. Tutto questo per Tersteegen significa, in un’espressione che usa nella preghiera: diventare uguali a Dio:

Rendici figli semplici e tranquilli davanti a te e dacci tu stesso quella forma e figura che tu ami vedere in noi, finché noi, da una luminosità all’altra. saremo trasformati dal tuo Spirito nell’immagine originaria che ci rende uguali a te.

Per quanto sulle prime, queste espressioni possano suonare ambigue,Tersteegen non pensa affatto a un’esperienza di immersione o di fusione dell’uomo con Dio. In effetti, invece di «unione» parla anche di «comunione».

Segui il desiderio del tuo cuore di diventare simile a Dio, così che possa trovano indefettibilmente e facilmente, e riconoscerlo. Come chi vuole vedere e godere il sole, deve esporsi alla sua luce, allo stesso modo tu devi diventare simile a Dio, se vuoi avere, in modo essenziale, una comunione con lui.

L’unione non è che la forma più intensa della «comunione d’amore, alla quale Dio ci invita», la più profonda esperienza della vicinanza, della presenza di Dio, che si trasforma in visione diretta di lui e riempie l’anima della più grande felicità .

Incontro intenso con Dio e disponibilità nei suoi confronti perciò:

Essere tutto per Dio è il vero mistero della vita interiore (mistica), una vita cristiana di cui la gente si fa immagini così strane e terribili. E cosi noi viviamo perché Cristo stesso diventa la nostra vita.

Il cristiano dunque non è già arrivato in cielo, in alcun modo. Egli si trova, durante tutta la sua vita, a percorrere la strada verso Gerusalemme. Croce e miseria, solitudine e incomprensione sono tratti caratteristici della sua esistenza. Ma poiché la contemplazione della verità sazia il credente nel più profondo, egli vive in una «felicità indicibile», può attraversare le tempeste e i deserti di questo mondo e indurre altri e intraprendere con lui questo cammino difficile e allo stesso tempo gioioso.

Chi è unito in tal modo, può adorare la Divinità, abbracciarla, contemplarla, come fanno i cherubini. Chi arriva a questo traguardo può essere beato e felice in Dio.

Qui l’essenza della pietà trova la sua espressione vera e profonda.

IV. INFLUSSO

Non può sorprendere che una tale predicazione, del tutto insolita in ambiente protestante, abbia fatto impressione su molti. I suoi discepoli lo hanno venerato per lungo tempo dopo la sua morte non solo come loro maestro, ma quasi come un santo,e hanno conservato la sua pietà. Egli ha esercitato la sua influenza fino ai nostri giorni specialmente attraverso le sue canzoni religiose. Il suo inno Prego la potenza dell’amore (Ich bete an die macht Liebe) è diventato un bene comune della tradizione cristiana. Altri canti, come Giubilate, cieli (Jauchzet, the Himmel) sono stati accolti nel libro di canti e di preghiere cattolico (Gotteslob), edito in comune dai vescovi di lingua tedesca. Ovviamente, le sue composizioni poetiche sono ben vive in ambito protestante.

La fraternità «Pilgerhutte», nella casa «Otterbeck», non durò a lungo, ma la sua esperienza è stata indicativa per ordinamenti di vita religiosa in ambito evangelico ai nostri giorni.

Quanto gli scritti di Tersteegen siano letti e apprezzati anche dall’uomo moderno, risulta dalle continue dedizioni dei suoi libri, fino ad oggi.

In senso molto profondo e ampio Tersteegen - in un periodo confessionale - è stato un cristiano ecumenico. Non s’è mai lasciato imprigionare dalla propria tradizione, ma ha gettato ponti con i cristiani sia luterani sia cattolici, che pensavano e vivevano come lui.

Se lo si possa definire mistico continuerà ad essere una questione legata al significato che si dà al termine «mistica». In ogni caso Tersteegen ha inteso la «mistica» in un senso genuinamente cristiano, come esperienza di incontro profondo e di contatto intimo con Dio. E certamente questo tratto della personalità di Tersteegen può costituire uno spunto per la riflessione ecumenica dei nostri giorni.

 

Ultima modifica Sabato 09 Gennaio 2010 09:29
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input