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Sabato 26 Giugno 2004 10:02

Essere fedeli a se stessi (Marie Romanens)

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Essere fedeli a se stessi (Marie Romanens)

La posizione di colui che si pone nel giusto mezzo, che tiene conto dell’aspetto complesso delle cose e rifiuta il gioco manicheo, della divisione netta tra bene e male, spesso è molto scomoda.

Camminare verso se stessi

Il giornale algerino El Watan nel suo editoriale del 6 dicembre 2000, parlava, in toni elogiativi, di un ex membro del governo. "Nell’Algeria degli anni 70, ancora umana e tollerante, vi era stato un ministro delle finanze, algerino (è bene precisarlo) che senza peli sulla lingua, aveva redarguito i suoi colleghi del governo, asserendo pubblicamente questa verità: "Stiamo mangiando il nostro petrolio"! Nessuno, al momento, aveva gridato allo scandalo, sollecitando a sguainare le spade purificatrici per tagliare la gola a questo affamatore di devoti mussulmani. È utile precisare che questo ministro del governo Boumedienne, era cristiano e andava a messa la domenica".

Per caso, ho incontrato recentemente quest’uomo, e sono stata immediatamente colpita dal racconto che mi ha fatto del suo cammino. Gli ho posto allora una domanda che mi premeva: algerino di sangue e di cuore, cristiano per fede, come aveva potuto conciliare, dal momento in cui occupava un posto di alta responsabilità, queste due appartenenze, apparentemente incompatibili? Con la sua voce dolce e tranquilla, mi ha risposto che per lui il problema semplicemente non esisteva! Sentiva di appartenere nello stesso modo a questi due mondi. È facilmente immaginabile però, fino a qual punto questa duplice appartenenza, in un contesto difficile, avesse potuto metterlo in difficoltà più di una volta. La forza della sua tranquilla affermazione, spazzava via ogni ostacolo: queste erano le sue radici, e la fedeltà a questa sua duplice identità, ne era una naturale conseguenza.

Questa integrità, questa lealtà di fronte a se stessi, che richiede una forza di carattere poco comune, mi riempie di ammirazione. Porsi all’ascolto della propria verità profonda, in un modo così giusto, dona il senso di una grande libertà, anche se la si paga spesso con la solitudine. La capacità di non rinnegare nulla di ciò che si è, necessita di una particolare solidità dell’Io. Non solamente si tratta di essere in grado di mantenere unite nel proprio essere interiore, differenti sfaccettature della propria natura, ma anche di saper affrontare le manifestazioni esterne di questa singolarità. Il concetto manicheo della netta contrapposizione tra bene e male che divide i differenti universi e li rende inconciliabili, è realtà di tutti i giorni. Il mondo che ci circonda, spesso sconvolto da questo atteggiamento mentale, reagisce con lo scontento e persino, con la minaccia, in particolari momenti e contesti.

Tuttavia, ogni uomo ed ogni donna, sono il risultato di una sottile amalgama tra apporti a volte assai differenti tra loro. Il filosofo Michel Serres paragona l’individuo ad un arlecchino il cui abito è costituito da un numero infinito di pezzi di stoffa tutti differenti, cuciti insieme, man mano, lungo lo scorrere della sua vita. Sul piano psicologico, si utilizza spesso il termine "subpersonalità" per indicare tutti i vari aspetti che si nascondono all’interno della psiche di ogni individuo. Il difficile è riuscire a farli convivere in maniera armonica, anche se spesso vanno in direzioni opposte e provocano, in conseguenza, un sentimento penoso di conflitto interiore. Il problema nasce quando uno di questi aspetti ha la meglio, sistematicamente, sugli altri, e parti importanti del proprio Io, restano soffocati. Questa mutilazione psichica, grava tanto più pesantemente quanto meno è avvertita. Essa è fonte di malessere e può provocare, durante il corso dell’esistenza, complicazioni di cui non ci si sa spiegare le ragioni.

Essere fedele alla pluralità della propria identità crea inoltre un certo numero di difficoltà nei confronti delle persone che ci vivono accanto. Alcuni cristiani di origine cattolica, mi parlavano, recentemente, della difficile posizione in cui si trovano. Se affermano le loro convinzioni religiose davanti a persone che si dicono atee, sono immediatamente classificati come persone bigotte, retrograde, di spirito limitato. D’altro canto, se manifestano le loro idee abbastanza "progressiste", in alcuni ambienti tradizionali della Chiesa-istituzione, hanno l’impressione di essere presi per eretici! Da un lato, come dall’altro, si sentono incompresi e emarginati. La posizione di colui che si pone nel giusto mezzo, che tiene conto dell’aspetto complesso delle cose e rifiuta il gioco manicheo, della divisione netta tra bene e male, spesso è molto scomoda. Essa comporta il fatto che ci si deve sentire liberati dal bisogno di essere riconosciuti dagli altri, ma nello stesso tempo, permettendo l’armonica coesistenza delle differenti sfaccettature presenti nell’essere umano, essa sola è veramente capace di generare qualcosa di nuovo.

Marie Romanens

(Tradotto e adattato da M. Grazia Hamerl da Actualité des Religions n°44)
 

Ultima modifica Lunedì 24 Febbraio 2014 17:34

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