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Domenica 25 Febbraio 2007 17:48

La formazione in tempi di rinnovamento (Amedeo Cencini)

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La formazione in tempi di rinnovamento (Amedeo Cencini)

La formazione non avviene fuori del mondo, ma è formazione a stare nel mondo, in questo mondo, con le sue ferite e contraddizioni, coi suoi interrogativi e aspirazioni, con la sua novità sempre inedita e imprevedibile.

Mi sembra un fatto non del tutto scontato una riflessione che ponga in relazione la formazione, iniziale e continua, del religioso con il rinnovamento della vita consacrata. E che non sia scontato è emerso in modo abbastanza chiaro anche al recente Congresso sulla vita consacrata (VC), ove a partire daII’Instrumentum Iaboris fino a giungere alle singole relazioni e conferenze, praticamente il tema della formazione è stato assente, salvo poi recuperarlo in una delle tematiche dei 15 gruppi dì lavoro. Con la sorpresa di constatare l’altissima preferenza, accordata dai congressisti, a questo gruppo, cui hanno partecipato addirittura 107 persone!

D’altronde questa connessione tra formazione e rinnovamento è indispensabile, se si vuoI concepire in modo globale e radicale qualsiasi discorso sul rinnovamento, e quest’ultimo non sia pensato e gestito come semplice adattamento esteriore o pura funzionalità, ma indichi una reale novità nella vita della persona e dunque implichi anche un autentico modo nuovo di concepire la sua formazione da parte dell’istituzione. «Il rinnovamento degli istituti religiosi dipende principalmente dalla formazione dei loro membri», dice infatti il Potissimum institutioni, che se fosse scritto ora senz’altro specificherebbe: «formazione iniziale e permanente». E forse proprio l’aver dimenticato o non sufficientemente considerata questa verità, che pur sembrerebbe così evidente, ha reso incerto o incompiuto il rinnovamento tanto atteso e invocato.

La formazione «in un mondo che cambia»(1)

La formazione non avviene fuori del mondo, ma è formazione a stare nel mondo, in questo mondo, con le sue ferite e contraddizioni, coi suoi interrogativi e aspirazioni, con la sua novità sempre inedita e imprevedibile (è «un mondo che cambia», non che è già cambiato o che ha finito il suo processo di cambiamento, e proprio questo complica maledettamente il problema).

La lezione del Concilio a saper leggere i segni dei tempi resta fondamentale in ogni tempo, anche in questo. E si esprime, mi sembra, attraverso una particolare sensibilità da plasmare nel giovane candidato, con le seguenti attenzioni, che elenchiamo brevemente.

1. Il «sempre» e il «novum»come dimora di Dio

Anzitutto va formato un atteggiamento rispettoso nei confronti della realtà, vista e accolta come locus theologicus, come sacramento dell’Eterno. Anche quando tale realtà è di difficile lettura, a causa della sua frenesia e della velocità dei cambiamenti. Ilgiovane deve comprendere che molto spesso sono proprio questi cambiamenti repentini e radicali a provocare la sua fede, a favorirne lo sviluppo quotidiano e impedirgli di ripetersi semplicemente senza più nutrirsi della Parola e degli eventi del giorno. Deve rendersi attento alla tentazione di chiudersi alla novità di Dio, di assuefarsi a una certa immagine del divino, di usare la religione per evitare di cambiare mente e cuore (= convertirsi), e capire che il Dio di ieri è l’idolo di oggi.

Così pure come deve capire che sarebbe «altrettanto facile, ma puerile, accogliere acriticamente ogni folata di nubi passeggere e saltare come canguri impazziti da un punto all’altro, ma sempre sorridenti, sempre alla moda, senza neppure rendersi conto di cosa è in gioco in quella novità(2).

Le due grandi opposte ipocrisie (esorcizzare ed assumere acriticamente il ‘nuovo’) richiedono molto per essere sconfitte»(3).

118,89), con il «novum» della storia d’ogni giorno in cui quella Parola misteriosamente s’incarna. Nella Novo Millennio Ineunte tutto questo è detto con una formula pregnante e semplice: si tratta di «ripartire da Cristo»(4)ogni volta come fosse la prima, perché in lui, Verbo del Padre e della vita, questi due aspetti si fondono armonicamente e in maniera sempre nuova. «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» 13,8), e pure è anche nuovo e inedito ogni giorno! E la sua croce, punto d’incontro e integrazione, è ciò che garantisce questa perenne novità: memoria e profezia dell’amore più grande e significato radicale e redentivo d’ogni dolore umano, in qualsiasi notte della storia.

2. Essere minoranza...

Il giovane religioso va preparato a entrare entro un contesto sociale e ideologico che non gli è favorevole, di cui non può disporre come un leader d’una «maggioranza»; avrà la sensazione che il suo messaggio non venga recepito né accolto, e neppure che sia considerato interessante e degno d’ascolto, perché questa società ormai ampiamente secolarizzata e post-cristiana percorre altri sentieri. Insomma dev’esser lucidamente formato a esser minoranza, e sentirsi minoranza, quasi marginale, è scomodo, ma apre anche percorsi importanti e del tutto in linea con l’autentica identità del consacrato: implica una vera crescita interiore e la libertà di concentrarsi sull’essenziale, ovvero una purificazione che conduce a spogliarsi d’un contesto di certezze e garanzie, di appoggi e di mezzi che non siano quelli dettati dal Vangelo, per il quale si porta l’Annunzio camminando in povertà, senza borsa, senza due tuniche e mettendo in conto molti nemici e molti apparenti insuccessi (5).

In fondo è quanto ha promesso Gesù, che non ha mai amato parlare di grandi conquiste con grandi masse, né di grandi mezzi e grandi trionfi. La VC non può pensarsi al di fuori di questa logica di debolezza-minoranza, e se oggi la congiuntura storica le dà o le chiede di viverla sulla sua pelle, non può non accogliere questa provocazione come kairòs e grazia, per rilanciare poi al mondo Io stesso messaggio di salvezza e liberazione. La VC deve recuperare questa sapienza non può continuare a piangere sulle sue crisi e i suoi guai (dal calo vocazionale alle difficoltà apostoliche) semplicemente colpevolizzandosi o colpevolizzando, ma deve dimostrare di saper vivere anche questa faticosa situazione storica, d’indigenza e carestia, di minor rilevanza sociale e forse anche ecclesiale, di esilio e deserto... come qualcosa di provvidenziale.

Basta con le lagne, sembra dirci anche la NMI, è tempo di visione e profezia!(6) Intendiamoci, tutti desideriamo al più presto uscire dalla crisi (e ancor prima capire le nostre responsabilità alla sua origine), ma dobbiamo anche imparare e insegnare a viverla fino in fondo, a viver dunque la missione nella debolezza, a lasciarcene purificare, per scoprire che nel piccolo ci è dato di testimoniare meglio il tutto, ovvero la potenza del Regno in modi inediti e impensabili, che una VC «dimagrita» e alleggerita di tanti orpelli e senza potere è più «cristiana» e credibile.

Dice p. Chessel, martire d’una chiesa crocifissa come quella d’Algeria, «la debolezza non è in se stessa una virtù, ma l’espressione d’una realtà fondamentale del nostro essere, che dev’esser ripresa senza tregua, informata, plasmata dalla fede, dalla speranza e dall’amore per lasciarsi uniformare alla debolezza del Cristo, all’umanità del Cristo... La debolezza scelta diventa una delle lingue più belle per dire la «discreta caritas» di Dio per gli uomini, a volte carità piena di discernimento ma anche carità discreta di colui che ha voluto condividere la debolezza della nostra condizione umana. Apprendere la nostra impotenza e prendere coscienza della povertà radicale del nostro essere davanti a Dio non può essere che un invito a un appello urgente a creare con gli altri delle relazioni di non-potenza. Avendo appreso a riconoscere la mia debolezza, posso non solo accettare quella degli altri, ma anche vederci un appello a portarla, a farla mia imitando Cristo»(7).

La VC del futuro dovrà imparare a declinare con naturalezza la sapienza della debolezza, e il giovane dovrà imparare a coglierne e viverne le varie espressioni: mitezza e umiltà, tenerezza e purezza di cuore, «spiritualità del vaso d’argilla» o «teologia del nulla», assenza di potere e rifiuto di privilegi, accoglienza della debolezza altrui e preferenza per chi è fragile, attenzione vocazionale alla qualità più che alla quantità, povertà più reale, spirito di collaborazione e condivisione, abbandono d’ogni autosufficienza e libertà di non prendersi troppo sul serio, ricerca del dialogo con tutti senza dominare e incutere paura a nessuno... Sono alcune virtù del «nuovo evangelizzatore», da vivere, ovviamente, nello spirito della più autentica beatitudine.

3. … Minoranza intelligente e speranzosa

E se di sicuro, dunque, questo non è il tempo di ricercare spazi privilegiati, non è neppure il caso di lasciarsi irretire nel clima di un amaro disfattismo. Se perciò il giovane va preparato a esser minoranza, deve pure essere attrezzato a vivere questa collocazione o questo ruolo con intraprendenza e creatività, con fiducia e ottimismo, senza commettere l’errore di chiudersi dentro lo spazio “ecologico” dei suoi simili, del suo gruppo, di chi non gli chiede abbastanza di rendere ragione della sua speranza, o di chi non lo provoca sufficientemente a confrontarsi con altri modelli antropologici, o di chi gli consente semplicemente di ripetersi senza più alcuna fantasia e parresia. Non è forse oggi «l’ora di una nuova fantasia della carità»?(8)

Dovrà dunque esser sempre più preparato, il nostro giovane, a vivere la sua consacrazione non per la sua personale perfezione, ma per tradurre in lingua e dialetto locali, in linguaggio secolare, la sua fede e il suo carisma perché tutti lo possano capire; dovrà capire sempre più che i suoi voti, ad es., hanno molto da dire a questa società e all’homo economicus che sembra avere smarrito il senso del trascendente, e allora va provocato a cercare e trovare il modo di trasmettere la sapienza che gli è stata donata perché sia di tutti, perché non c’è nulla di più secolare della spiritualità, nulla di più pratico e di utile per la vita e la felicità e per dare un senso a tutto della spiritualità.

Per questo sarà altrettanto importante che i nostri giovani sviluppino un sincero affetto per questo nostro mondo, non cedano alla tentazione della disperazione, ma siano uomini di speranza e di ottimismo intelligente, perché laddove non c’è speranza anche la fede non c’è più e l’amore è morto; anzi, laddove tramonta la speranza irrompe tumultuosamente la violenza, come la storia odierna ci sta raccontando. Questa è Nuova Evangelizzazione.

Inoltre stiamo attenti a non trasmettere ai nostri giovani un sottile senso di pessimismo determinato dalla situazione obiettivamente problematica che stiamo vivendo, perché in tal modo aggraveremo la situazione stessa e non aiuteremmo certo i nostri giovani, già gravati da quel fenomeno esistenziale tipico dei giorni nostri, «l’epoca delle passioni tristi».(9)

4. Uomini spirituali, cioè di relazione

Un’altra grande attenzione della formazione oggi, dev’esser quella di proporre una corretta idea della spiritualità e dell’essere uomini e donne spirituali. Il giovane deve comprendere che spirituale non vuol dire immateriale, ma luogo ove lo Spirito è presente, quello Spirito che è la relazione per eccellenza, e che educa il credente a essere uomo di relazione, ad accogliere incondizionatamente l’altro, l’Altro che è Dio, anzitutto, e l’altro che è il diverso, chi gli si oppone, chi gli è nemico magari. L’uomo spirituale è il giovane che, a partire da questa accoglienza incondizionata, impara a lasciarsi formare dall’altro, vive la relazione come mediazione dell’incontro con Dio, si sente responsabile dell’altro e al tempo stesso riconosce il bisogno che ha di lui, accoglie la diversità come un dono che l’arricchisce, sa entrare in dialogo e godere della verità e della bellezza che trova nell’altro e in ogni frammento di vita, ha il coraggio di chieder perdono e pure di correggere e rimproverare, soprattutto quando si tratta di difendere gl’indifesi contro i soprusi e le violenze di qualsiasi genere.

La logica della Nuova Evangelizzazione ci ricorda che non si evangelizza ciò che non si ama o laddove non si ama.

5. Uomini pasquali, cioè liberi

Se il fine della consacrazione - da un punto di vista teologico-biblico - è la configurazione ai sentimenti del Figlio, tale configurazione-condivisione significa e suppone - da un punto di vista psicologico-pedagogico - una vera e propria formazione alla libertà. Poiché, se si deve formare il «cuore», perché il giovane abbia i medesimi sentimenti del Figlio, allora non può esistere altra via al di fuori di quella della libertà(10), di una libertà che si trascende nell’amore.

Il cuore, infatti, non può esser costretto, ma può e dev’esser educato a scoprire anzitutto la grandezza della chiamata e la bellezza della proposta, e reso poi capace e libero, per l’appunto, di dare risposta come il Figlio ha risposto al Padre, donando la sua vita per gli uomini, con quei «sentimenti» di compassione, generosità, abnegazione, oblatività, perdono... che il Figlio stesso ha manifestato nella sua vita terrena, specie sulla croce. Il cuore dell’uomo può e dev’esser educato ed evangelizzato, purificato e liberato, con tutta la sofferenza, la lotta e il dramma che questo comporta, al punto da provare sempre più naturalmente quei sentimenti, grazie a una sapiente disciplina.

Per questo il modello radicale d’ogni processo formativo è il triduo pasquale, non potrebbe esser diversamente. Perché nulla come il cammino della passione, morte e resurrezione rende liberi cuore e mente, liberi dai propri condizionamenti interni, anche inconsci, per esserne sempre meno dipendenti (libertà «da»); e liberi per innamorarsi di ciò che è vero-bello-buono, per desiderare e attuare i desideri dell’Eterno (libertà «per»)(11).

La croce è e dev’esser al centro di ogni progetto formativo, oggi come sempre e più di sempre, poiché «… così è piaciuto al Padre..., riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce» (Col 1,20) tutta la realtà, ovvero fare di Cristo il cuore del mondo, e perché al tempo stesso nulla come la croce dà al giovane al tempo stesso le due certezze strategiche che costituiscono il fondamento della libertà affettiva (la certezza d’essere già stato amato, e la certezza di poter e dover amare), e dunque nulla come la croce può liberare in lui la capacità d’amare e di lasciarsi amare(12).

6. Il martirio inevitabile

La croce al centro della vita e della VC, inoltre, significa pure un’altra cosa: che la croce è il passaggio obbligato dell’amore e l’esito inevitabile d’una vita che voglia davvero esser consacrata. Da quando l’Agnello s’è immolato ogni esistenza votata a Dio ne deve seguire l’esempio. E non per un destino fatale e sinistro, ma perché chiunque veramente ama finisce per esser crocifisso, non può finire diversamente! L’amore ha un’intrinseca struttura pasquale, vive secondo la logica della pasqua di morte e resurrezione, e se la prospettiva finale è quella dell’amore risorto, che vince sul male, sarà sempre un amore con le stigmate(13)..

Mi sembra un punto importantissimo per disegnare il futuro della VC in questi tempi di NE (= Nuova Evangelizzazione), un futuro di testimonianza radicale, di martirio. Se la VC è nata dopo l’epoca storica dei martiri, quasi ricevendone l’eredità, sarà fedele a se stessa solo se avrà il coraggio del martirio. D’altronde il futuro sembra proprio andare in questa direzione, come dice Clément: «bisogna rileggere le beatitudini e soprattutto l’ultima che parla di persecuzione: credo che il prossimo sarà un secolo di guerre dello spirito come diceva Nietzsche, e serviranno perciò uomini di un’ascesi rinnovata»(14). E non è senza senso, allora, il fatto che in questi ultimi tempi siano aumentati i religiosi martiri, che hanno confessato col sangue l’appartenenza a Dio. «La Chiesa -. afferma ancora Clément - gode di buona salute soltanto se può disporre di martiri o di monaci».

La VC è in se stessa memoria e profezia del martirio.

7.Nel tempo «dell’estrema povertà»

Infine, è stato detto che l’attentato terroristico dell’11 settembre ha fatto vedere il lato oscuro del nostro tempo, definito da M. Heidegger «il tempo dell’estrema povertà». A Manhattan, infatti, quel terribile mattino e anche dopo (fino ad oggi), si sono scontrate non solo due culture e tanto meno due religioni, ma «due mondi scavati dalla “estrema povertà” di segno opposto: quella degli esclusi “vuoti di beni”, e quella degli inclusi “vuoti di valori”»(15). Categorizzazioni così rigide sono sempre ingiuste e sempliciste, ma questa ci offre il vantaggio di cogliere quello che oggi è forse un punto dolente o strategico, e che di rimando chiede a noi religiosi e alla formazione del giovane consacrato un’attenzione particolare: la povertà.

Dobbiamo ammettere una colpevole ambiguità al riguardo, con notevoli conseguenze «deformanti»; ma se oggi, come già detto, vogliamo tornare a leggere i segni dei tempi e formare a questa capacità di lettura, non possiamo continuare nell’ambiguità d’una povertà solo... di professione, troppo spesso contraddetta da abitudini e stili di vita contrari e sottilmente indotti nelle nuove generazioni (16). In un mondo dominato dallo strapotere economico il rischio maggiore è esattamente quello dello smarrimento della dignità umana: l’homo economicus sta diventando sempre più solo consumatore di beni, persino della propria e altrui umanità, ovvero distruttore.

«Urge sapere - afferma p. Turoldo - che la povertà è la legge del mondo; la prima legge, quella che deve ispirare ogni economia e ogni rapporto tra uomo e uomo, tra umanità e mondo. Se vogliamo sopravvivere e salvarci da queste marce forzate verso la morte, cui pare ci siamo fatalmente diretti» (17) urge allora formare una nuova generazione di religiosi che riscopra la dignità della povertà, la libertà che essa garantisce a chi la sceglie, assieme al diritto e alla forza della denuncia non solo d’ogni forma di sfruttamento, ma anche di quella «povertà dei ricchi» (povertà di valori, di Dio...) che è la più vergognosa e maledetta forma di povertà. Urge costruire progetti e ambienti di formazione che esprimano la coerenza di questa scelta, stili di vita che dicano la bellezza della sobrietà nella ricerca dell’essenziale, favorire abitudini che manifestino la possibilità della condivisione: «Cristianamente povertà - commenta Vannucci - significa “comunione”: io non ho un mio tempo, il mio tempo è offerto a tutti; io non ho una mia biblioteca, la mia biblioteca è offerta a chiunque vuol leggere; non ho una mia casa, la mia casa è offerta a tutti»(18).

C’è chi la chiama «povertà ontologica»(19), come scelta di chi si scopre ricco di Dio e del suo amore e sceglie per questo d’esser povero di beni e di cose, ontologicamente votato a essere «riempito dall’Essenza dell’Altro»(20). Per noi e per la nostra tradizione cristiana e religiosa è semplicemente la «povertà di spirito» resa beata da Gesù.

Beati noi se sapremo trasmettere ai nostri giovani in formazione questa beatitudine. Sarebbe davvero un preparare tempi di Nuova Evangelizzazione!

8. Sette virtù per oggi

«La sequela di Gesù che cerchiamo di realizzare come vita consacrata nel nostro tempo, suscita in noi atteggiamenti che simbolicamente vogliamo chiamare “sette virtù per oggi”. Le scegliamo fra i ricchi apporti dei gruppi, col timore di non averle incluse tutte. Esse ci renderanno capaci, come ha suggerito il Papa, di saziare la sete, fasciare le ferite, essere balsamo per le piaghe, soddisfare i desideri di amore, di libertà e di pace delle nostre sorelle e dei nostri fratelli (cf. Giovanni Paolo Il, Messaggio al Congresso, n. 3). Con esse assumiamo il volto nuovo di una vita consacrata “sacramento e parabola del Regno di Dio”.

- Profondità: discernimento evangelico, autenticità (verità)
- Ospitalità e gratuità
- Non violenza e mitezza
- Libertà di spirito
- Audacia e capacità creativa
- Tolleranza e dialogo
- Semplicità: dar valore alle risorse povere e piccole»(21).

9. La questione del Modello(22)

È fondamentale interrogarsi sul modello formativo che viene concretamente applicato. Ce ne sono diversi (dal modello della perfezione al modello della integrazione), ma è raro che un formatore ne sia consapevole, con conseguenze certamente non positive. Nei corsi ai formatori dell’Ordine cerchiamo sempre di approfondire quello che mi sembra il modello più adatto per la formazione odierna, ovvero il modello dell’ integrazione.

10.Docibilitas e formazione permanente

In genere abbiamo sistemi formativi ancora ispirati a un certo tipo di consacrato/a da formare, fondamentalmente docile. Oggi si tratta di formare invece alla ovvero alla capacità attiva e intraprendente d’imparare dalla vita, per tutta la vita; che è la condizione basilare per porre la formazione iniziate in contatto con la formazione permanente, ovvero per far sì che la formazione duri tutta la vita e la vita non divenga frustrazione permanente(23).

P. Amedeo Cencini fdcc

(psicologo e psicoterapeuta, docente dell’Università Pontificia Salesiana).

Note

(1) I documento della CEI che programma gli indirizzi pastorali del primo decennio del 2000 reca proprio questo titolo: “Comunicare la fede in un mondo che cambia” (Roma 2001).
(2) Così pensa al riguardo un vescovo: “Penso che i miei giovani preti siano stati formati da questi fattori: al 90% dalla cultura che li circonda, che non possono non respirare: al 6% dalla vita in seminario, perché non è pensabile che diversi anni di vita non lascino il segno: quindi, in varia percentuale, dal padre spirituale, dalla famiglia, dalla scuola ecc” (cit. in T. Locatelli, I giovani religiosi presbiteri in crisi, in Vita consacrata 39 (2003), 277.

(3) F. SCALIA, “Dio non ‘sopporta’ il nuovo, lo vuole”, in Presbyteri, 1 (2002), 6-7.

(4) Cf Novo Millennio Ineunte, 29-4 1.

(5) Cf A. PIETRASANTA, “In ascolto del nuovo”, in Presbyteri, 1(2002), 26.

(6) Cf. NMI, 50.

(7) Così scriveva C. Chessel. giovane Padre Bianco poco prima d’esser assassinato coi suoi fratelli dal terrorismo Islamico algerino; cit. da H. Teissier, La missione nella debolezza, in «La Rivista del clero italiano», 6(2000), 441.442.

(8) NMI 50.

(9) Secondo gli psicoanalisti M. Benasayag e G. Schrnit, che hanno coniato l’espressione, oggi c’è “un senso pervasivo di impotenza e incertezza che ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia, alla quale bisogna rispondere “armando” i nostri figli. I problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura moderna fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. Tutto deve servire a qualcosa e queste utilitarismo si riverbera sui giovani e li plasma” (cit. da A. Ladisa, Nel giorno del Signore…i tuoi giorni, sussidio per la 42a giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 17 aprile 2005.

(10) Cf. A. CENCINI, I sentimenti del Figlio, Bologna 2003, pp.33-38.

(11) Cf. A. CENCINI, Bologna 1994, parte prima, cap. 3°, par. 5. In tale testo il problema della formazione è visto in relazione con la libertà e maturità affettiva richieste dalla consacrazione nella verginità.

(12) Idem, L ‘albero del/a vita. Verso un modello di formazione iniziale e permanente, Bologna 2005, pp. 10 1-124.

(13) Interessante, in tal senso, che nel grande mosaico della cappella papale Redemptoris Mater. p. Rupnik abbia raffigurato tutti i risorti con le stigmate.

(14) O. CLÉMENT, cit. in “Avvenire”, 3/XII/1999.

(15) G. MISSAGIA, “Il tempo dell’estrema povertà”, in Monte Senario, 6 (2002), 64.

(16) Cf. La richiesta del fotografo Toscani.

(17) D. M. TUROLDO, Profezia dello povertà, Sotto il Monte 1995, pp. 26-27.

(18) G. VANNUCCI, La mia vita senza fine, CENS 1991, p. 2l7.

(19) Cf. MISSOIA. “Il tempo”, 64-73.

(20) T. IANNUZZI, “Soggettività filiale e libertà liberata”, in Feeria, 20(2001), 26. Così continua il brano citato: “la creaturalità povera dell’uomo è, tuttavia, la vera ricchezza e direi anche la reale chance dell’uomo, quella condizione che gli consente di riappropriarsi dell’origine domandando umilmente, cercando poveramente ciò che la sua vita, da sola, non può fornirgli. La povertà ontologica e creaturale dell’uomo è la sfera di azione della libertà liberata...”.

(21) Testo finale del Congresso.

(22) Non approfondisco questo punto, rimando solo al mio testo già citato. L’albero della vita,19-124.

(23) Cf: Il respiro della vita. La grazia della formazione permanente, Cinisello B. 2003, pp. 34-37.

 

Ultima modifica Lunedì 24 Febbraio 2014 23:06
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input