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Martedì 15 Gennaio 2013 11:27

Più dell'oro (Giovanni Scalera)

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Più dell'oro (Giovanni Scalera)

Idoli e controidoli del nostro tempo. Successo, bellezza, sesso, denaro, potere sono diventate le nuove divinità in grado di sostituire ogni anelito di trascendenza. E accanto ad essi troviamo il controidolo del disimpegno. Abbiamo la forza di rientrare in noi stessi utilizzando il dono della saggezza?

 

«Stanotte un cammello è passato
per la cruna di un ago».
(Ultime parole di don Lorenzo Milani
agonizzante)

Un titolo così può sembrare ambiguo e soggetto a censura per plagio. I fratelli Valdesi non me ne vorranno se ho creduto giusto dare a queste righe, che vorrebbero affrontare il problema delle nuove idolatrie, una intestazione che si rifà ad una loro ben nota Associazione: Da tempo immemorabile, la maggior parte delle popolazioni che si sono autocollocate, più o meno arbitrariamente, nella graduatoria delle grandi civiltà, hanno dato al biondo metallo un valore al di sopra di ogni altra cosa esistente al mondo, tanto che da questo dato di fatto hanno preso il via le leggende, le ricerche e le saghe più intricate che la letteratura abbia prodotto. Chi, per citare solo le più note e popolari, non conosce la storia del Re Mida? O la leggenda della pietra filosofale? L’oro è così diventato lo strumento di paragone per indicare che cosa realmente sia degno di valore e, purtroppo, non solo venale. Il mercato lo prende come elemento di confronto e tutto ciò che racchiude il concetto di cupidigia e speculazione finisce col fare riferimento a lui in ogni contrattazione.

È vero anche che ci sono state popolazioni che hanno spalmato il loro concetto di valore su ben altre componenti della quotidianità, ma sono quelle popolazioni che, proprio per il loro distacco dalla materialità e per la loro arrendevolezza, hanno fatto gola ai vari conquistatori; popolazioni, perciò, ritenute incivili al momento della loro scoperta e per questo quasi sempre decimate o ridotte in schiavitù. Un po’ come dire che se non si dà valore alla ricchezza non si può neppure stare al passo con i tempi.

Nella giungla delle tentazioni

Niente è più proteiforme del diavolo e dei suoi adescamenti. Su questa affermazione si dibattono da tempo i sani educatori; quelli che cercano di mettere in guardia i giovani di fronte al rischio che la sottovalutazione dei pericoli possa portare a fare confidenza con il senso di sconfitta che segue la trasgressione. Il passaggio successivo sarebbe l’appiattimento del rimorso per giungere all’abitudine e all’autogiustificazione. D’altra parte, come negare che la tentazione, da sempre, ha costituito per l’uomo la più grossa spinta ad osare? E’ stata la mano che ha guidato le scoperte e che ha permesso il raggiungimento dei più alti traguardi, come stanno a testimoniare le imprese di pionieri leggendari come Prometeo e Ulisse e, dopo di loro, tutti i grandi inventori e fantasisti della storia.

Il vero problema è sorto quando si è passati dall’uso all’abuso dei risultati raggiunti. Ogni evento, anche quello più innocente e dall’apparenza più fruibile per scopi buoni, nasconde un risvolto inquietante: quello che permette ad ogni persona (non sempre di buona volontà...) di sfruttare i risultati per fini diversi da quelli che aveva lasciato intravedere la primitiva intuizione. I proverbi e gli aforismi, coadiuvati dalla morale delle vecchie favole che cercano di puntualizzare questo fatto, si sprecano, ma in tutti è riconoscibile l’ironia con cui si tenta di sottolineare la furberia umana che fa da propulsore per ogni scappatoia, macchinazione, sotterfugio, scaltrezza. Una furberia che, più o meno palesemente, ognuno ammira. Del resto, non è scritto anche nel Vangelo che i figli delle tenebre sono più furbi dei figli della luce? E non è sempre nel Vangelo la raccomandazione ad essere «candidi come colombe e furbi come serpenti»?
Verrebbe da dire che senza la tentazione il nostro sarebbe un mondo piatto e - con tutto rispetto - un pochino noioso. E allora, a proposito di aforismi, vale la pena ricordare la ben nota vena ironica e umoristica di Oscar Wilde che dichiara: «Scelgo il Paradiso per il clima e l’inferno per la compagnia». Potrebbe esserci del vero.
Oggi, tuttavia, quello che spaventa non può essere più il percorso della tentazione, ma il fatto che si tenda ad azzerare il senso di colpa e si dia"Più dell'oro" autorizzazione indiscriminata verso ogni inadempienza o violazione. Il peccato non esiste più; le rinunce sono una invenzione con le quali si imbonivano le popolazioni indigenti; i fioretti? una trovata dei preti, d’accordo con le mamme, per tacitare la insistenza dei figli. Ricordo un episodio che mi è accaduto tanti anni fa, quando nella periferia delle ventate iconoclastiche del ‘68 mi trovai ad osservare impotente la deriva di un gruppo di amici carissimi con i quali, nell’adolescenza, avevo condiviso formazione cristiana e impegno sociale. Alcuni di loro avevano messo su una comune e lì vivevano in un regime di condivisione che ricordava gli antichi insegnamenti ricevuti, ma in un clima di promiscuità che sconfinava nel disordine materiale ed etico. Siccome soffrivo nel constatare che le nostre posizioni subivano l’effetto forbice, non mi stancavo di andare a trovarli cercando di salvare almeno l’antica amicizia al di là delle scelte che ci avevano allontanato, anche se, sempre più spesso, ero accolto con sarcasmo, beffe non sempre bonarie, fino allo scherno. Una sera, sulla loro porta d’ingresso mi fecero trovare, in forma di ta-tse-bao, una specie di proclama con cui avevano fatto abiura di tutti gli insegnamenti ricevuti e che recitava più o meno così:
«Se ti dicono beati gli ultimi, è perché vogliono essere loro al primo posto. Se ti dicono di essere sincero è perché vogliono sapere in ogni momento quello che pensi. Se ti dicono beati i poveri è perché tu non ti ribelli contro la loro prepotenza...».
Il cartello continuava rivisitando Comandamenti e Beatitudini. Lo trovai poco spiritoso, al contrario di loro che, osservandomi da una terrazza mentre lo leggevo, ridevano sguaiatamente. Quella fu una delle ultime, se non l’ultima sera che andai a trovarli.

Gli idoli del nostro tempo

C’è una considerazione che faccio spesso quando penso alla nascita di Adamo: che siamo tutti fragili perché ognuno di noi porta in sé la memoria dell’argilla con cui il Creatore l’ha plasmato. Più ci si sente sicuri e più è prossimo il momento della possibile caduta. Una psicologia fatta di buon senso ammonisce che si fa esperienza grazie ai piccoli errori della vita quotidiana. Su un altro fronte una ascesi tutta casalinga insegna che si è santi quando non si accetta di far pace con i nostri difetti. Due asserzioni apparentemente in contrasto, ma, a guardare bene, con una valenza di complementarità. All’uomo di oggi non viene chiesto di essere perfetto, ma di fare attenzione ai trabocchetti posti sulla sua strada in modo suadente e invitante e che, con una prudenza tutta umana, deve riconoscere, fronteggiare ed evitare.
Viene allora da pensare al valore della curiosità: un dono con cui il Creatore ha voluto arricchire i già copiosi talenti dell’uomo. Con questa virtù ogni cucciolo d’uomo scopre il mondo che lo circonda e non si accontenta mai di ciò che già conosce. A differenza degli animali non agisce secondo un DNA che rende ogni suo gesto compulsivo, ma è sostenuto da una continua sete di scoperta e comprensione. Poteva esserci un dono più grande per una capacità intellettiva tutta protesa verso scaltrezza, acume e perspicacia? Ma proprio dalla curiosità sorgono i problemi. L’uso improprio con cui qualche volta viviamo le aspettative legate alla scoperta, ci porta verso una idolatria del nuovo o ci confina nella nevrosi della delusione.
Da qui nascono i messaggi con cui si educano i giovani e che sono imperniati sulla relazione tra successo e competizione; due variabili che se miscelate con scarso senso di opportunità possono dare risultati esplosivi. La maggior parte delle nevrosi che agitano con ossessioni sempre più evanescenti e inafferrabili prendono le mosse da qui. I giovani sono invitati ad osare, spronati a vincere, incoraggiati a primeggiare, sostenuti perché occupino i primi posti. Quanto machiavellismo occorra, poi, per mantenere le posizioni raggiunte e non lasciarsi scavalcare, non viene preso in considerazione. Lo scopo della propria vita, allora, diventa quello di non mollare e all’apice di tutti gli interessi c’è la propria incondizionata affermazione. Chi è arrivato in cima vive con la trepidazione di non perdere posizioni; chi è impegnato nella scalata sociale cerca con ogni mezzo di guadagnare punti. Il fatto che la primitiva curiosità ci abbia trasformato in persone schiave dei propri miraggi rappresenta un affronto al progetto del Creatore.
Successo, bellezza, sesso, denaro, potere sono diventate le nuove divinità in grado di sostituire ogni anelito di trascendenza e, a loro, una schiera sempre più copiosa di persone è ormai disposta a sacrificare ogni sforzo e ogni spinta del vivere quotidiano. Se è vero che la simpatia e la consapevolezza della comune sorte, annullano le distanze e le differenze, è anche vero che le stesse amicizie e i gradi di parentela vengono vissuti in funzione delle finalità da raggiungere. Si conoscono e si apprezzano - o si disprezzano - le persone in base alla loro fama, al loro successo, a tal punto da modificare arbitrariamente perfino la catena che crea la distanza di consanguineità tra noi e loro.
Se da una parte i genitori non hanno la capacità o la volontà di offrire un modello nel quale la rinuncia sia qualche volta un valore e non una sconfitta, i giovani, dal canto loro, non accettano più l’idea del sacrificio e vengono allevati in un ambiente in cui è legittimo ritenere che tutto sia dovuto.

Se si accetta di rientrare in se stessi

Forse alla base di molte nostre inquietudini c’è proprio l’aver abbandonato dei ritmi di vita sostenuti da antiche convinzioni che ci offrivano un’esistenza semplice e non così ricca di miraggi. Senza cedere alla tentazione di abbandonarsi alla nostalgia, potremmo convenire che il tempo e non il successo, troppo spesso effimero ed evanescente, resta il grande protagonista di tutte le nostre vicende. Come potremmo definire questo nuovo corso dato dall’uomo alla propria storia? Si tratta di aver abbandonato una certezza per seguire delle nuove idolatrie.
La tentazione a crearsi degli idoli, tuttavia, c’è sempre stata e ancor oggi, in forma strisciante e subdola, si fa largo tra quella folla di perdenti che non riesce a guadagnare le vette dei trionfatori. Per loro, opposto all’edonismo, troviamo il controidolo del disimpegno; un limbo appiattito e amorfo nel quale la mediocrità imperante non riesce a nascondere i limiti dell’uomo anche a dispetto dell’ambiente più luminoso e scintillante. Se infatti la curiosità può ben a ragione collocarsi tra i doni più creativi che l’uomo riceve con il suo ingresso nel mondo, non è giusto trascurare l’aggressività come prerogativa di cui tutti abbiamo bisogno per non cadere nell’apatia e nell’indifferenza. La rinuncia ad una sana e controllata carica aggressiva fa piombare l’uomo nell’indolenza, nel torpore, nell’accidia, sostenuto e giustificato da un ritornello che gli suggerisce più o meno «tanto non ce la farò mai...». E quello che fa Geppetto nel ventre della balena prima che Pinocchio lo convinca a riprendere la via di casa. E’ quello che troppe persone mettono in pratica quando si rendono conto che per risollevarsi devono far leva sulla propria volontà e non su scorciatoie, raccomandazioni o conoscenze di comodo, perché nel momento della loro prova le persone su cui credevano di poter contare hanno perduto quel fascino che derivava loro dall’essere in sintonia con le proprie aspirazioni.
Giunge per tutti il momento di guardarsi dentro e fare un piccolo esame di coscienza. Qualche volta sono le alterne fortune della vita a costringerci a cambiare rotta (accadde così al figlio prodigo); altre volte sono le durissime prove cui si è sottoposti (Mosè nel deserto, Giobbe deriso) a spingerci verso la ribellione prima e l’abbandono poi. E quando la frenetica attività che ci anima e che serve da feticcio contro i morsi del dolore, non è più capace di farci distinguere se la nostra fronte è bagnata dal sudore o dall’angoscia, se abbiamo la forza di rientrare in noi,- come fece il figlio prodigo - possiamo sempre avvertire la mano del Signore che ci è vicina con la tenerezza di Padre. Il passo che ci porta a questo traguardo è reso possibile da un altro dono infinitamente grande non sempre apprezzato, ma a portata di mano di chi sa cercarlo con determinazione: la saggezza. Salomone la preferì ai soldi, alla longevità, al potere e il Signore per mostrargli la sua benevolenza gliene promise una così esemplare e indiscutibile che sarebbe stata destinata a divenire proverbiale nei tempi a venire.
Saggezza è allora avere il coraggio di rientrare in se stessi; è credere nelle proprie possibilità e lottare per riuscire a dare il meglio di sé: basta non restare ipnotizzati dalla propria immagine perché la felicità tanto agognata e faticosamente raggiunta è così fragile che se anche non la minacciano le traversie e le avversità, la può compromettere il nostro narcisismo.
I doni che arricchiscono l’uomo sono tanti, forse infiniti perché ognuno ha la possibilità di scoprire quelli che più gli si adattano; basta che del dono non ne facciamo un idolo, usandolo come fine e non come mezzo per realizzare al meglio il Progetto che c’è su ciascuno di noi: come ci ammonisce l’ultimo insegnamento di don Milani, anche un cammello può compiere il miracolo di passar per la cruna di un ago.

Giovanni Scalera

Psicologo e psicoterapeuta della redazione di Famiglia Domani

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(Con l’autorizzazione della Redazione di Famiglia Domani, cui siamo grati)

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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