Sabato,10Dicembre2016
Martedì 01 Settembre 2015 09:53

Rifiuto e accoglienza dell’altro (Sergio Spini)

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Rifiuto e accoglienza dell’altro (Sergio Spini)

Spesso per indicare gli altri usiamo l'espressione "i nostri simili". Ciò significa che in parte essi sono sostanzialmente uguali a noi, in quanto sono persone, ma al tempo stesso sono diversi, cioè "altri": per sesso, età, temperamento, cultura, modi di essere.

II nostri atteggiamenti verso gli altri sono, o possono diventare, positivi o negativi, causa di conflitto o motivo di reciproca comprensione.
Al massimo della negatività ci sono il conflitto e lo sfruttamento: la guerra militare o economica fra Stati, l'odio distruttivo fra gruppi e persone (a volte anche tra coniugi e tra fratelli), la persecuzione sistematica, la schiavitù, la mercificazione della donna.
Una forma un po' meno grave è il rifiuto dell'altro (lo straniero, lo sconosciuto, a volte anche il vicino di casa), atteggiamento che si potrebbe esprimere con espressioni del tipo: mi è antipatico, non lo posso vedere. Ancora meno negative sono la sopportazione (è un peso insostenibile) e la disistima (è uno zotico).
La graduazione della negatività di questi atteggiamenti è chiara, ma si tratta comunque del rifiuto degli altri, in quanto ritenuti pericolosi o semplicemente diversi da noi.
Il rapporto fra Abele e Caino, che da sorda gelosia si trasforma in fratricidio, si può assumere a simbolo degli innumerevoli conflitti domestici, sociali, interculturali e interreligiosi che hanno sempre connotato la storia dell'umanità. Gesù Cristo si è incarnato per redimere l'uomo dal peccato, che spesso assume proprio l'aspetto della negatività del rapporto fra le persone, le classi sociali, i popoli. Egli ha insegnato con l'esempio e la parola che tutti gli uomini sono pari in dignità, chiamati a convivere secondo gli ideali della giustizia («non fare agli altri ciò che non vuoi
sia fatto a te stesso») e dell'amore oblativo (dona all'altro te stesso, mediante la comprensione, l'aiuto disinteressato, il perdono).

Atteggiamenti verso l'altro

In breve, la civiltà cristiana ha come segno peculiare due forme di accoglienza, distinte ma strettamente connesse: di Dio e della sua Legge nel nostro cuore, di tutti gli uomini "fratelli" nella nostra vita quotidiana.
Il fratricidio sopra ricordato dimostra che anche nell'intimità domestica la piena accoglienza dell'altro è stata sempre, e lo è anche oggi, tutt'altro che facile. Marito e moglie sono diversi per sesso, per esperienze personali, per gusti e idee. I genitori, i figli e i nonni appartengono a generazioni diverse, sono cresciuti e crescono secondo modelli socio-culturali dissimili. I membri di ogni famiglia sono paragonabili a note e strumenti musicali diversi, fra i quali però è possibile l'armonia, creata prima dal musicista e realizzata poi dal direttore d'orchestra.
L'amore autentico e la graduale condivisione dei valori rendono possibile l'armonia anche nella famiglia. Essa si verifica quando ciascuno svolge correttamente il proprio ruolo di marito o di moglie, di genitore o di figlio, di nonno o di nipote; quando le inevitabili debolezze dei singoli trovano negli altri comprensione e aiuto, anziché indifferenza o censure; quando il perdono sincero e duraturo evita il rancore o le piccole vendette; quando attraverso un'educazione affettiva e sociale l'egocentrismo infantile non diventa egoismo adulto, ma si trasforma in pratica della giustizia e in altruismo.
Allora la famiglia diviene il luogo ideale dell'accoglienza, la culla della "civiltà dell'amore", un modello per le altre comunità: le scuole, i luoghi di lavoro, le aggregazioni sociali, le parrocchie. Come è logico, negli ambienti extrafamiliari l'accoglienza dell'altro è più difficile, perché sono più profonde le differenze di dotazioni native, di esperienze personali, di temperamento, di cultura, di intelligenza.
In un periodo storico quale è l'attuale, i trasferimenti da una regione all'altra, i flussi migratori, le tensioni fra le religioni e i sistemi economici o politici, rendono le differenze or ora elencate ancora più numerose e profonde, inducono ad atteggiamenti di rifiuto più o meno gravi.
Realisticamente, la soluzione dei problemi dell'accoglienza è assai complessa, tale da richiedere tempi lunghi, i quali tuttavia non giustificano affatto il comodo disimpegno personale e il facile rinvio a tempi più propizi.

Le tappe di una lunga storia

Si pensi, per esempio, alle diverse tappe della storia degli Stati Uniti: tratta dei negri, schiavitù, guerra di secessione, discriminazioni razziali, sostanziale parità politica e sociale. È una storia lunga, drammatica, non ancora completamente conclusa, che tuttavia giustifica la speranza di significativi progressi in ogni altra nazione del mondo.
Il problema chiama in causa anzitutto ciascuno di noi, per un esame di coscienza e la conseguente correzione degli eventuali atteggiamenti errati. Come ci poniamo in relazione con gli altri, nella nostra famiglia, coi vicini di casa, nei luoghi di lavoro, nei molteplici gruppi in cui è articolata la società?
A questo proposito, un vecchio proverbio indiano, logicamente da interpretare in modo corretto, recita: «Se ognuno pulisse bene la strada davanti alla propria casa, tutta la strada rimarrebbe pulita». L'esortazione a migliorare i rapporti interpersonali è da rivolgere a noi stessi, prima che agli altri! Il tema dell'accoglienza riguarda in modo privilegiato la famiglia. Le inevitabili differenze fra i suoi membri spesso sono causa di sopportazione, insofferenza o addirittura di conflitto; ma se vengono comprese, accettate e valorizzate, possono essere occasione di reciproco arricchimento, di umanizzazione più piena.
Frequente è la tentazione di imporre la propria personalità agli altri, col pretesto del "loro bene", ma in realtà
per mancanza di umiltà e di saggezza. Certamente difficile, ma feconda, è invece l'accoglienza dei propri familiari in quanto diversi, sia perché essi hanno il diritto di conservare l'identità personale, sia perché possono offrire qualcosa di specifico, in uno scambievole dono di risorse umane.

Il "fiore" dell'amicizia

La reciproca accoglienza caratterizza ogni famiglia che sia davvero "una comunità di vita e di amore", secondo la definizione data dal Concilio Vaticano II. Deve però trattarsi di amore "oblativo", non "captativo". Il primo cerca e accoglie l'altro per capirlo, aiutarlo, nella disponibilità al servizio e, se occorre, al sacrificio; il secondo si rivolge all'altro per chiedere sempre di più, egoisticamente, senza la capacità del dono reciproco. Nelle aggregazioni extrafamiliari l'accoglienza dell'altro è più complessa che in ambito domestico. Tuttavia sono possibili e doverosi il rispetto scambievole, l'esercizio della giustizia, l'impegno ad evitare qualunque forma di discriminazione o, peggio, di violenza morale o fisica.
Negli ambienti extrafamiliari spesso germina e si sviluppa il "fiore" dell'amicizia. Questa è impossibile nell'infanzia, perché implica una capacità di giudizio e di scelta, di comprensione e di generosità. Infatti tra amici ci si confida, ci si consiglia, ci si aiuta, ci si conforta. Nell'amicizia autentica "ci si mette fra parentesi", per dare spazio alle confidenze dell'altro, mentre si acuisce l'intuito per comprendere i suoi sentimenti, le sue idee, i suoi bisogni, le sue richieste.
A ben riflettere, l'amicizia è uno dei frutti più belli dell'educazione all'accoglienza ricevuta in famiglia, ma al tempo stesso prepara ad accogliere autenticamente il coniuge, i figli, i suoceri. La nuova famiglia così costituita non deve raffreddare o spegnere le precedenti amicizie, bensì rafforzarle e moltiplicarle, in una fecondissima "osmosi" tra le due forme di accoglienza.

Sergio Spini

(tratto da Missione Salute, n. 5, 2014, pp. 16-17)

 

Ultima modifica Martedì 01 Settembre 2015 10:04
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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