Venerdì, 13 Dicembre 2019
Martedì 26 Novembre 2019 10:48

La terapia del raccontare (Luciano Sandrin)

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«I più, a quanto ci è dato vedere, sbagliano, perché si esercitano nell'arte del dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare, e pensano che per pronunciare un discorso ci sia bisogno di studio, ma che dall'ascolto, invece possa trarre profitto anche chi vi si accosta in modo improvvisato» (Plutarco).

Costruiamo giorno dopo giorno la nostra identità personale - la convinzione di essere unici e irripetibili pur nel variare delle situazioni e nello scorrere del tempo - attraverso la quale diamo significato e coerenza alle nostre esperienze, specialmente nei momenti più fragili della vita: un processo in costante divenire, un racconto continuamente riveduto e corretto per garantirci equilibrio, valore, salute e benessere.

Il sentimento di identità, che viene continuamente rimodellato attraverso il mutare delle situazioni, del proprio corpo e di ciò che ci aspettiamo da noi stessi, è strettamente connesso all'accettabilità da parte degli altri, e in particolare dalle persone che amiamo e che ci amano. Lo sguardo degli altri, e il loro riconoscimento affettivo, contribuiscono sia alla percezione di ciò che siamo, riconciliandoci con il nostro passato, sia alla possibilità di continuare a crescere e proiettarci nel futuro. Sono "gli altri per noi importanti" a confermare la percezione della nostra identità, che è sempre un'identità sociale, costruita e giocata nelle relazioni quotidiane.

«Mi ascolti?»

Il sentimento di identità è il filo rosso che dà senso e coerenza alla narrazione di sé, al racconto della propria vita. Può essere vissuto con tranquillità o subire improvvise interruzioni narrative (un trauma, una perdita improvvisa, una malattia, un insuccesso, un'offesa grave, un tradimento). Specialmente nei momenti di forte dolore la persona è chiamata ad integrare in unità i vari aspetti della sua vita, riconoscendo una propria "identità", una propria "interezza" e "continuità", anche in mezzo alle crisi (alle rotture e frantumazioni del momento), dando unitarietà a un presente problematico. E questo avviene recuperando continuamente la propria storia passata e narrandola a qualcuno che ascolti e che accetti di farsi compagno di viaggio. Questa "rivisitazione" del passato diventa anche sorgente di
speranza per il futuro: capacità di cogliere nelle crisi della vita nuove opportunità di sviluppo. È una vera e propria "revisione" (una nuova visione) della propria vita. E tutto ciò ha un valore terapeutico.

La ricostruzione della propria storia di vita può essere una modalità di aiuto sia per il valore terapeutico attribuito alla narrazione di sé, e all'espressione dei ricordi, sia per il valore che può assumere per le persone l'essere ascoltate, riconosciute e accolte da altri come degne di interesse. Nell'anziano più fragile questo è particolarmente sentito. Nel mio libro sulla psicologia dell'invecchiamento, Un'età da vivere, racconto una breve storia personale, nella quale non ho dato prova della mia capacità di ascoltare.

«Mi ascolti?». Era questa la domanda che mi rivolgeva mia madre quando mi raccontava per la millesima volta la stessa storia, seduti in pieno agosto sulla terrazza di casa, e mi vedeva assente. Sentiva che non la stavo ascoltando, vedeva che il mio occhio, finestra della mia mente, vagava per altri lidi, seguendo il filo di altri interessi e di progetti per il mio domani. Non ero bravo ad ascoltare. Forse non lo sono ancora. Eppure lei continuava a raccontarmi la storia della sua vita o spezzoni di questa storia: la sua famiglia, la povertà, il lavoro, le amiche, il matrimonio, la nuova famiglia, la guerra, l'incendio nel solaio sopra la sua camera e tanti altri fatti gioiosi o tristi. Su alcuni sorvolava, su altri il suo racconto si faceva preciso e pieno di particolari.

Importanza dell'ascolto

Anche se a me le storie sembravano sempre quelle, in realtà qualcosa, impercettibilmente, cambiava. Venivano continuamente rimodellate, apparivano alcuni particolari e ne sparivano altri, magicamente, dal cappello dei ricordi. Me ne accorgevo se le riascoltavo dopo un po' di tempo, magari l'agosto dell'anno dopo, sempre sulla terrazza di casa. Avevo come l'impressione che rimanessero, setacciati dal tempo, i fatti affettivamente più importanti.

Lei trovava più gusto a raccontare le sue storie a mio nipote. Lui era più bravo di me. Sapeva ascoltare anche fino a tardi mentre io, ad una certa ora, salutavo e me ne andavo a dormire. Lui sapeva anche porre domande come per anticipare il racconto o forse, un po' furbescamente, per vedere se lei cambiava o dimenticava qualcosa. Ma continuava ad ascoltare. Perché era quello che alla fine contava per lei: viaggiare nei ricordi con qualcuno che ne diventava partecipe, compagno e testimone.

Nel racconto lei costruiva e ricostruiva, cercandone sintonie e conferme, la sua identità di soggetto narrante, protagonista della sua storia che diventava importante, come per molti anziani, se qualcuno ascoltava. Ma non è sempre facile "saper ascoltare" perché l'orologio della nostra attenzione è, spesso, sincronizzato altrove.

Luciano Sandrin

(da Missione e Salute, n. 5, 2014, p. 66)

 

Ultima modifica Martedì 26 Novembre 2019 10:56
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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