Martedì,06Dicembre2016
Mercoledì 16 Marzo 2005 18:01

Vocazione e personalità (Thomas Merton)

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Vocazione e personalità
di Thomas Merton


 



Molti giovani vengono in monastero non soltanto per salvare le loro anime nell’al di là, ma, prima ancora, per salvare in questa vita la loro dignità e integrità di essere umani, per scoprire la loro vera «identità», per poter arrivare a conoscere se stessi e darsi a Dio con pienezza e maturità.

Ora questo è in perfetto accordo con gli insegnamenti dei Padri, specialmente dei primi Cistercensi. San Bernardo dice chiaramente che la vita monastica restaura prima di tutto la natura dell’uomo quale essere capace di conoscere il vero, di far esperienza della verità in noi stessi e nei nostri normali rapporti umani. San Bernardo pone decisamente l’accento sull’aspetto naturale di questa reintegrazione, che deve venire prima dell’elevazione soprannaturale dell’uomo: (naturalmente egli non usa questa terminologia tomistica). Solo dopo aver sperimentato la verità in noi stessi e negli altri, siamo pronti per l’esperienza (mistica) della Verità in sé, cioè in Dio.

Alcuni giovani vengono in monastero per cercare in se stessi la verità, per cercare un’esperienza di sé come veri e autentici esseri umani. Vengono a cercare l’identità, a farne quell’ esperienza che nel mondo viene loro largamente negata o frustrata.

Tuttavia non dobbiamo fraintendere la natura della loro ricerca e supporre che vengano in monastero per cercare una «risposta» o una nuova spiegazione della vita. Essi stessi possono non essere chiaramente consapevoli del loro movente, possono dar l’impressione che attendano effettivamente delle «risposte»: un vero e proprio complesso nuovo di spiegazioni, una visione sistematica della vita in cui ogni cosa «quadri» e «abbia un significato». Così se noi pensiamo che l’uomo moderno sia sradicato e disorientato e cerchiamo quindi di dare alla sua vita direzione e significato mediante una visione logica e scolastica dell’universo e dell’economia della salvezza, possiamo si, coi nostri tentativi sistematici destare la sua curiosità, ma per evitargli un’ulteriore e più radicale delusione dobbiamo ricordare che le «risposte» che l’uomo moderno cerca e di cui ha bisogno non sono quelle della chiara e concisa formula verbale o del sistema costruito logicamente: c’è nel suo vero essere una profonda sfiducia nella logica e nel sistema. Quello di cui l’uomo ha bisogno, quello che spera sta in un regno paradossale dove la stretta logica non può arrivare: il regno della personalità e dell’unicità. Si perde il significato vero della identità personale, quando si suppone che si conformi a un caso precedente al tipo generale. Non dalla logica, ma soltanto dalla vita può essere data risposta a chi si interroga sulla propria identità e sul mondo dove parole, formule, risposte ufficiali e sistemi che sembrano logici hanno la pretesa di decidere ogni cosa per noi in anticipo. Se l’uomo moderno che è alla ricerca del suo vero io in un’atmosfera esistenziale nella quale sta compiendo un’esplorazione non determinata in anticipo entra nella vita monastica e si accorge che a tutte le decisioni che dovrà prendere sono state prese in sua vece, che tutti i suoi movimenti, secondo quanto ci si attende da lui, dovrebbero adattarsi a una rigida necessità logica – bianco o nero, assolutamente giusto o assolutamente sbagliato – egli potrà tentare di accettare con serietà queste risposte e per alcuni anni potrà dare l’impressione di riuscirvi, ma alla fine si sentirà frustrato nel monastero, come lo fu nel mondo: non troverà se stesso perché non sarà capace di cercare se stesso. Gli sarà semplicemente stato detto chi e che cosa ci si aspetta ch’egli sia.

Non dobbiamo essere troppo sbrigativi e pensare che l’uomo moderno, dal momento che è in uno stato di incertezza, voglia raggiungere una sicurezza assoluta a ogni costo. In un’epoca in cui la scienza ha sentito il bisogno di introdurre un «principio di indeterminazione» per correggere gli errori e le false prospettive generate dalla certezza logica della fisica classica, è evidente la necessità di una spiritualità maggiormente esistenziale per la quale incertezze ed esitazioni siano prese in considerazione in una certa misura e secondo la quale non si risolva ogni cosa immediatamente e per sempre con soluzioni perfette e affermazioni categoriche che vedono tutto in bianco e nero.

Una spiritualità monastica che consideri l’individuo come un centro di forza volitiva da esercitarsi pro o contro un mondo esterno e circostante, può, tutt’al più, perpetuare l’illusione di un tipo di identità che nessun uomo di mente sana consentirebbe ad avere: il tipo del mitico «soggetto» staccato, che esiste indipendentemente da qualsiasi realtà «oggettiva», capace di tutto comprendere con la pura ragione e tutto dominare con la propria volontà. Un tipo così non potrebbe esistere altro che come una caricatura di Dio. Ed è vero purtroppo che molti uomini hanno cercato di risolvere il problema della loro personalità con questa fraudolenta imitazione dell’immagine che si son fatti del loro Creatore. Il problema è molto più sottile. Viene risolto solo con un ben più profondo e misterioso atto di abbandono che comincia con l’accettazione di un posto e di un destino che non può mai essere interamente compreso, poiché appartiene, non semplicemente a un sistema ordinato e naturale di leggi, ma a un ordine soprannaturale di grazia e amore, a un ordine di libertà in cui nulla può essere prevedibile scientificamente e tutto dev’essere accolto come un’avventura da affrontare con fiducia audace e senza limiti.

Decidere ogni cosa in anticipo e dire esattamente quale forma precisa dovrà prendere la sfida della grazia, è svuotare la grazia del suo significato e ridurre il Vangelo d’amore a un sistema di sicurezza legale. Dobbiamo badare di non ridurre la vita monastica a un banale meccanismo livellatore, fatto di regole e decisioni ufficiali in cui vi siano soltanto sacrifici di lustra e culto formale, e in cui non c’è nulla di imprevedibile se non il dettaglio della frustrazione banale e assolutamente necessaria di ogni giorno.

Inoltre la vita monastica attrae proprio perché essa è una vita di solitudine. Ma se diventa troppo organizzata per la sua totalità o per la minuzia, impedirà al monaco di entrare nell’autentica solitudine del cuore, nella quale solo potrà trovare se stesso nel trovare Dio.

Come dice il Padre McLaughlin, «quanto più chiaramente un giovane comprende qual è il suo compito nella società e la sua identità personale, tanto più è probabile che egli si renda meglio conto di come egli differisca dagli altri. Gradualmente diventa conscio del suo isolamento dagli altri, non perché essi lo respingano, ma perché la pienezza dell’identità personale non può essere raggiunta senza un certo grado di solitudine. Qui sta il paradosso: quanto più una persona ha ricchezza interiore, più diventa solitaria. E quanto più una persona, nel suo isolamento formativo, affina la sua capacità di apprezzare stati d’animo e sentimenti in quella stessa misura diventa capace di stringere rapporti significativi con gli altri».

Un tipico modo di eludere il problema dell’identità è quello del ricorso al conformismo: l’andare con il gregge, il rifiuto della solitudine, la fuga dall’isolamento. Nel monastero potrebbe creare una illusoria atmosfera di euforia collettiva, corrompere la nostra vita cenobitica con un autentico «stare insieme» che non è «comunità».

Per amare il nostro fratello dobbiamo prima rispettarlo nella sua autentica realtà personale, e non possiamo farlo se non abbiamo noi stessi raggiunto il rispetto per la nostra persona, una personalità matura.

Ultima modifica Martedì 15 Gennaio 2013 09:23
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input