Sabato,10Dicembre2016
Mercoledì 27 Luglio 2005 00:54

I dodici gradini dell'umiltà. L'undicesimo gradino (sr Francesca osb)

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I dodici gradini dell'umiltà
secondo la regola di San Benedetto
di sr Francesca osb



undicesimo gradino

L'undicesimo grado dell'umiltà è quello nel quale il monaco, quando parla, si esprime pacatamente e senza ridere, con umiltà e gravità, e pronuncia poche parole e assennate, senza alzare la voce…

Evidentemente la parola è un problema: si deve parlare poco - dice san Benedetto - si deve tacere. E si deve anche parlare. Ma come?

La parola è la forza dell'uomo e la sua ricchezza; è ciò che lo costituisce uomo. Perché l'uomo è fatto per la relazione e scopre la sua identità solo nel suo confronto con l'altro. “Non è bene che l'uomo sia solo” (Gen 2,18). Se davvero è creato a immagine e somiglianza di Dio, l'uomo avrà bisogno di “un aiuto simile a lui”, con cui poter dialogare, dovrà mettersi in rapporto con gli altri, proprio come Dio che nella Trinità santissima è relazione pura, comunicazione continua, legame di amore.

E la relazione suppone, esige, la comunicazione, di cui lo strumento principale, anche se non unico, è appunto la parola.Ma perché la parola operi veramente la comunicazione, perché sia creatrice di comunione, dovrà attingere al mistero segreto dell'uomo e di Dio, dovrà nascere dal silenzio in cui risuona l'unica Parola che è il Verbo stesso di Dio, l'immagine del Dio invisibile (Col 1,15).Non potrà trattarsi dunque di un chiacchierio inconcludente, di un pettegolezzo banale o piccante, di una verbosità vana, quando non addirittura triviale o maligna. E non si tratterà neppure di un mutismo ostinato e scontroso, che rifiuta un rapporto costruttivo.

Il silenzio autentico, prezioso, è discesa alle radici della verità, ricerca di ciò che è essenziale, ruminazione della Parola, incontro con Dio che abita nell'intimo del nostro cuore.Allora la parola nasce, bella, ragionevole e sensata, vera, senza fronzoli e senza esagerazioni, senza aggettivi superlativi, umile e luminosa. La parola di un uomo che sa quel che deve dire, che ha qualche cosa di importante da dire, che sa comunicare qualche cosa del suo colloquio interiore con la Verità che è Dio, e che vuole tornare in fretta al suo dialogo d'amore con Chi ricolma il suo cuore di dolcezza e di gioia con la sua presenza (cf. Salmo 15,10).

Sarà umiltà questo retto uso della parola? Se l'umiltà è verità, se l'uomo umile è colui che conosce la sua situazione di creatura di fronte all'immensa grandezza del Creatore, allora anche la sua parola dovrà essere vera, seria, portatrice di un messaggio che viene da Dio e che diviene profezia per tutti i fratelli.Così preziosa è la parola e per questo ci è stata donata: non per farne spreco, non per farne vanto, ma per tentare di esprimere, con il povero balbettio umano, l'inesprimibile, per dire l'ineffabile, facendosi, poveramente, umilmente, eco del Verbo che esce, eterno, dalla bocca del Padre.

Troppo serio questo discorso? Non si potranno avere momenti di distensione in cui si parla semplicemente, cordialmente, fra fratelli e sorelle, senza preoccupazioni di teologia o di storiografia? Anche una comunicazione lieta, serena, giustamente allegra sarà un dono di letizia per il fratello, sarà il modo di alleggerire una sofferenza, di sciogliere una tensione e perciò un messaggio di pace e di speranza. Tutto quello che nasce da un cuore puro è bello e puro, è una eco della Parola di Dio.
Ultima modifica Domenica 18 Dicembre 2005 18:55
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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