Domenica,11Dicembre2016
Venerdì 24 Marzo 2006 21:58

XX secolo e Cristo risorto (dom Bernardo Olivera)

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Con l’occhio del contemplativo
XX secolo e Cristo risorto
di dom Bernardo Olivera
abate generale OCSO


La storia del secolo da pochi anni terminato, può essere letta in diverse maniere: con il semplice sguardo dello storico, dell’analista o, se si vuole, del giornalista, oppure con quello del contemplativo. Il risultato di questa lettura sarà molto diverso, a seconda del punto di vista in cui ci si pone. L’abate generale dei cistercensi di stretta osservanza, dom Bernardo Olivera, si è posto nell’ottica del contemplativo e ha scritto, a partire da questo angolo di visuale, una lunga lettera all’Ordine per invitare tutti i membri della sua famiglia religiosa a fare altrettanto.

La luce entro cui egli considera il susseguirsi degli avvenimenti e il profilarsi di realtà nuove è quella di Cristo risorto, come di colui che, nonostante tutte le contraddizioni umane, dà un senso pieno e definitivo alla storia e l’apre verso nuovi orizzonti di attesa e di speranza.

La lettera è divisa in due parti: nella prima l’abate descrive a grandi linee gli avvenimenti che hanno caratterizzato questo secolo, cercando di riassumerli in alcune parole chiave; la seconda invece ne fa una rilettura che può essere raccolta in questa formula: Cristo risorto dà significato al passato, di cui egli è la pienezza; trasforma il presente in momento favorevole, dà senso al futuro, aprendolo alla speranza che vince la morte.

Abbiamo lasciato il “Millenovecento” e iniziato il “Duemila”. Dal 2001 possiamo dire di trovarci nel XXI secolo. In ogni caso, questo ha poca importanza, il nostro modo di misurare il tempo non è l’unico; esistono altri calendari in altre culture, diverse dalla nostra.

L’essere umano è un essere nel tempo, la sua vita è ritmata dalla successione: prima, ora, dopo. L’homo viator può crescere solo peregrinando nel tempo, lasciandosi plasmare dagli avvenimenti, essendo attore degli stessi e contribuendo allo sviluppo della storia. Ma questo non è tutto. Come cristiani, affermiamo che il tempo è giunto a una certa pienezza e compimento (cf. Gal 4,4) per il fatto stesso che Dio è entrato nella storia umana, e così il modo con cui l’eternità è entrata nel tempo.

In questo, l’anno 2000 ha avuto per noi un significato molto particolare. Al di là dell’esattezza dei calcoli cronologici, noi abbiamo celebrato i 2000 anni di nascita di Cristo. Questo è motivo di gioia e di giubileo speciale. Per santificare e celebrare meglio questo tempo, la Chiesa ci ha convocato al grande Giubileo dell’Anno 2000.

Il grande Giubileo è stato in relazione con le tre dimensioni del tempo e con la speranza nell’eternità. Ma questo implica anche tornare a guardare il fondamento permanente e basilare della nostra vita e della storia e aprirci nuovamente ad esso. Ciò significa dunque prendere un orientamento per il futuro e, allo stesso tempo, aprire la prigione del tempo e trovare l’accesso a ciò che permane per sempre: il Cristo morto e risorto per la nostra glorificazione.

Voglio cominciare questa lettera con due testi della Costituzione della Chiesa e il mondo contemporaneo, Gaudium et Spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore (…) La Chiesa si sente quindi realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” (GS 1; cf. 4).

“La Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza perché l’uomo possa rispondere alla suprema sua vocazione, né è dato in terra un altro nome agli uomini in cui possano salvarsi. Crede ugualmente di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana. Inoltre la chiesa afferma che in tutti i mutamenti ci sono molte cose che non cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso, ieri, oggi e nei secoli” (GA 10).

Queste parole ci hanno invitato attraversare la soglia del millennio, insieme a tutta l’umanità per seguire Cristo risorto, Signore di tutti i tempi. Come Ordine cistercense della stretta osservanza, noi siamo coscienti di essere fratelli del XX secolo. Siano nati insieme, per questo le sue gioie e le sue tristezze, i suoi progressi e i suoi regressi e le sue vicissitudini sono stati anche i nostri. Nelle due lettere circolari precedenti abbiamo già contemplato insieme il contesto mondiale ed ecclesiale, ed anche il momento culturale attuale. Tutto ciò ci è servito da quadro per comprendere la nostra identità cistercense, intrinsecamente segnata dalla dimensione mistica della vita cristiana.

Vi invito ora a fare memoria per stare fermi al presente e proiettarci nel futuro. Contempliamo il XX secolo per scoprire la presenza di Cristo risorto dietro a tanti avvenimenti e persone. Rinnoviamo la nostra fede nel Signore della storia ieri, oggi e sempre, ed agiamo di conseguenza.

Il nostro XX secolo

Il “novecento” è stato un secolo in cui non sono mancate le contraddizioni. E’ stato, nello stesso tempo, un secolo di grandi stermini e di grande sviluppo economico, un secolo delle democrazie di massa e di dittature totalitarie, della mondializzazione e dei nazionalismi aggressivi,della tecnologia a servizio della vita e della morte, della pace atomica e di innumerevoli guerre.

Nel corso di questo secolo sono state coniate e sono risuonate alcune parole-chiave. Ciascuna di esse presenta in modo semplice una realtà complessa. Non tutti oggi le conosceranno. Ma vale la pena ricordarle: nazione, psicanalisi, liberalismo, protezionismo, socialismo0, comunismo, democrazia, totalitarismo, populismo, progresso, modernizzazione, radicalismo, sviluppo, secolarizzazione, nucleare, genocidio, pace, tecnologia, cibernetica, bioetica, globalizzazione … e l’elenco potrebbe continuare.

Fin dall’inizio degli anni ’60 si annunciava: “L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo” (GS 4). Tale affermazione è ancora valida per gli anni che sono seguiti. Si può quindi affermare che fino ad ora la storia non ha mai conosciuto una accelerazione simile, e che i cambiamenti non sono stati così rapidi e profondi né con tanta varietà di protagonisti.

Alcune date sembrano aver segnato dei passaggi irreversibili: la guerra del 1914-1918, la rivoluzione bolscevica del 1917, la crisi economica e commerciale degli anni 3°, la grande guerra del 1939-1945, l’uscita dal colonialismo in Asia (1946-1948) e in Africa (1957-1967), il Concilio Vaticano II (1962-1965), la conquista della luna nel 1969, il crollo del comunismo e la caduta del muro di Berlino, la fine della “guerra fredda” nel 1989, il grande “boom” del commercio mondiale agli inizi degli anni ’90, il nuovo ordine mondiale dopo la “guerra del golfo” del 1991.

In relazione con quando detto, occorre ricordare anche il superamento di alcune frontiere e di certi sviluppi o progressi che, solo alcuni anni fa sembravano impossibili o impensabili: l’aver debellato alcune malattie millenarie, i viaggi interplanetari, la ricerca atomica, la manipolazione genetica, la comunicazione quasi istantanea su scala mondiale, la crescita demografica e l’aumento dell’età media, l’alfabetizzazione rapida della popolazione, le nuove megalopoli o città giganti….. Nonostante tutto questo, constatiamo un’altra realtà caratteristica del nostro XX secolo: le disuguaglianze di ieri esistono ancora oggi, tutte le trasformazioni non hanno potuto cambiare le gerarchie che esistevano all’inizio del secolo. Le nazioni più ricche restano l’America del nord e l’Europa occidentale, benché il Giappone e qualche paese dell’Asia orientale e del mondo arabo abbiano raggiunto un livello di prosperità mai conosciuto in passato. Le disuguaglianze che già esistevano ora sono quasi abissali: il quinto della popolazione ricca del mondo, controlla l’80% delle risorse, mentre il quinto più povero dispone appena dell’1%, e gli altrui tre quinti vivono con il 19%. Dal punto di vista del “genere”, le disuguaglianze segnano un contrasto ancora più grande. Le donne compiono il 63% del lavoro del mondo, ma non possiedono che l’1% delle terre coltivabili e ricevono solo il 10% del beneficio mondiale. Il 75% dei poveri del mondo è costituito da donne, come pure il 70% degli analfabeti…

La maggior parte degli analisti e degli storici concordano nel dire che il XX secolo è stato segnato, da una parte, dalla violenza e dalla guerra, mentre, dall’altra, nessuno nega i progressi considerevoli: a livello scientifico (sviluppo dell’informatica, delle comunicazioni, della medicina), a livello civile (diffusione della democrazia, nuovo ruolo sociale della donna, delle organizzazioni internazionali), e a livello ecologico (protezione dell’ambiente) che segnano come delle pietre miliari gli ultimi cento anni della nostra esistenza. Vi sono alcune parole del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II che sintetizzano in maniera intuitiva il nostro secolo: “Il nostro mondo è drammatico e allo stesso tempo affascinante” (Redemptoris missio 38).

Numerose sono le caratteristiche che conferiscono un volto particolare e una precisa identità al nostro secolo. Forse fin troppe. Considerandole insieme, possiamo forse giungere a qualcosa di concreto. Se guardiamo al passato, prima di fermarci sul presente, constatiamo che il XX secolo è:

- Il secolo della libertà: non solo per la fine dell’imperialismo colonialista in Asia e in Africa, ma anche perché i sistemi democratici che hanno vinto i vari totalitarismi si sono affermati in più della metà della popolazione mondiale;

- Il secolo del capitalismo; la libertà politica di solito va di pari passo con la libertà; dopo aver trionfato sul sistema comunista, il capitalismo è diventato la struttura economica della maggior parte delle società del mondo;

- Il secolo dell’elettronica: se la stampa ha ridotto dall’1/1000 il costo della comunicazione, la radio a transistor l’ha ridotta dell’1/1.000.000. il risultato è stato il passaggio dall’era industriale all’era informatica e tecnologica;

 - Il secolo del mercato globale e di massa: tutto è fabbricato in grande quantità e per un numero maggiore possibile di consumatori;

- Il secolo dei genocidi: a cominciare dal dramma del genocidio degli Armeni, fatto passare sotto l’eufemismo di “necessaria evacuazione militare per motivi di guerra” (1915), attraverso l’”olocausto” degli ebrei, per giungere alle versioni più recenti di “pulizia etnica”, “crimini contro l’umanità” e “deportazione forzata”. Cambiano le parole, ma non la brutalità della realtà;

- Il secolo dei cosiddetti nuovi popoli barbari (del terzo mondo), che invadono pacificamente, con l’emigrazione i paesi del primo mondo tecnico-industriale, modificando così la composizione delle società e dando origine a reazioni razziste di carattere minoritario;

- Il secolo dell’imprevedibile: semplicemente perché sono accadute molte cose insperate che confermano il detto popolare: l’imprevisto orienta di nuovo la storia.

E possiamo aggiungere ancora questa altra caratteristica che definisce l’identità del nostro XX secolo: si tratta di un’epoca che si apre verso una nuova era rivoluzionaria:

- rivoluzione digitale: andiamo dal “riconoscimento della voce” alla “intelligenza artificiale”;

- rivoluzione biotecnologia che ci condurrà a fare dei miracoli o a creare dei nuovi mostri;

- rivoluzione contro il sistema democratico, sia sotto forma di trialismo (minoranze che diventano forti), sia di fondamentalismo (semplificazione manipolatrice della società) e di totalitarismo (rifiuto delle libertà individuali)…;

- rivoluzione contro il sistema capitalista patrocinata dall’ecologia (per difendere la “salute” del pianeta, minacciata dal “progresso”),a causa delle diverse forme di socialismo (poche persone vivono a spese di molte altre, e molti restano esclusi dal sistema che è in vigore dappertutto nel mondo) e del femminismo integrale (con la sua visione più globale dell’umano e il suo progetto di profonda trasformazione del sistema relazionale).

E’ possibile dare del XX secolo una interpretazione unitaria? Si può trovare una sola caratteristica che da sola possa rappresentare lo specifico del nostro secolo?... Varie solo le interpretazioni unitarie del XX secolo. Dal punto di vista nord-occidentale si è parlato di:

- Secolo “corto”: il significato unitario di questo secolo sta negli eventi accaduti tra la prima guerra mondiale e la fine dell’impero sovietico;

- Secolo della “grande illusione”: una illusione che consiste nel dire che la storia dell’umanità possiede una intrinseca necessità razionale che conduce al comunismo bolscevico;

- Secolo della “fine della storia”: con la fine del conflitto ideologico e la vittoria del capitalismo sul comunismo, la storia ha raggiunto il punto culminante e quindi il suo termine;

- Secolo della”paura”: paura della guerra, della fame, della rapina, del terrorismo, delle dittature;

- Secolo di “passioni civili”: dal voto concesso alle donne ai diritti dell’uomo, passando per l’indipendenza dei paesi coloniali;

- Secolo “nullo” perché alla fine si ritrovano gli stessi fantasmi dell’inizio: nazionalismo, razzismo, violenza, mancanza di rispetto per la persona umana;

- Secolo delle “guerre ideologiche”: tra il 1914 e il 1945 ha luogo il conflitto europeo e mondiale con due guerre sanguinose; tra i 1945 e il 1991 si sviluppano molti altri conflitti nazionali (Corea, Vietnam,Afghanistan ecc.);

- Secolo del “mondo bipolare” centrato su due grandi superpotenze, gli Stati Uniti e la Russia con le loro zone di influenza e i rispettivi paesi-satelliti.

Una tale diversificazione di risposte indica chiaramente che non è facile valutare in un’unica sintesi cento anni di storia umana. E che cosa accadrebbe se ci collocassimo in Orienta o al Sud del mondo?.

Condividere primato e responsabilità

Verso la metà del nostro secolo, e più precisamente nel 1945, le democrazie liberali e capitaliste dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti, insieme all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, hanno infranto la minaccia totalitaria e imperialista di Germania, Italia e Giappone. Dopo il conflitto, ha avuto inizio la guerra fredda, ma non meno reale, tra la Russia e gli Stati Uniti. Contemporaneamente, le potenze sconfitte sono state aiutate nella ricostruzione della democrazia e del benessere economico. Le nuove nazione asiatiche e africane, liberate dal giogo coloniale, non hanno creato nuove alternative sociali, politiche o economiche. Quasi tutte si sono allineate o al sistema comunista o a quello capitalista. La caduta del comunismo russo ha dimostrato la maggior efficacia dell’economia liberale capitalista e la maggior capacità di adattamento dei sistemi democratici.

Di conseguenza, dal punto di vista geopolitica e socio-economico, tutto sembra indicare che l’Occidente euro-americano è uscito vincitore da questo secolo così contrassegnato da conflitti. Per essere più precisi, constatiamo che oggi sono gli Stati Uniti d’America a esercitare il maggior influsso mondiale a livello economico, politico, sociale e culturale. La globalizzazione del capitalismo industriale e tecnologico deriva dalla loro indiscutibile supremazia. Nel “villaggio globale” che è il nostro mondo contemporaneo, la cultura nordamericana domina il linguaggio e le comunicazioni, così che, in un modo o nell’altro, tutte dipendono da questa.

Senza dubbio l’Occidente euro-americano non è stato il solo protagonista del secolo che sta per concludersi altri agenti hanno influito e forse influiranno più ancora. Il capitalismo globale di oggi è impensabile senza l’autodeterminazione dei paesi latino-americani, asiatici e africani. Ciò ha comportato una maggiore democrazia negli scambi internazionali. Analogamente, l’integrazione nel gioco democratico di soggetti in precedenza esclusi – ad esempio le donne, gli operai, i popoli di colore, le minoranze religiose - è stato possibile grazie alle loro rivendicazioni e alle loro lotte. Inoltre, realtà e fenomeni come la rinascita della Cina, la ricchezza tradizionale e tecnologica del Giappone, le riserve di valori umani e spirituali dell’India, la profonda sensibilità dell’africano indigeno, il capitalismo del sud-est asiatico e la crescita del mondo islamico… ci ricordano che il futuro del mondo non si trova soltanto nell’Occidente americano-europeo.

Siamo sempre più coscienti che il mondo “policentrico” del XXI secolo – anche se una sola superpotenza fa da “gendarme internazionale” – esige uno sforzo unitario in favore della pace e della concordia universale, tramite il dialogo, il riconoscimento della dignità dio tutti gli interlocutori e un rafforzamento delle istituzioni internazionali. E soprattutto, dobbiamo dire anche che la concordia universale può essere realizzata solo grazie a uno sforzo di riconciliazione e di perdono vicendevole. Ascoltiamo qualcuno che è stato compagno di strada di più di una generazione del secolo appena trascorso: qualcuno che si sente investito di una paternità universale, che abbraccia tutti gli uomini e le donne di questo tempo, senza distinzione alcuna:

Possiamo domandarci se questo secolo sia stato anche un “secolo di fraternità”. Non si può certamente dare una risposta priva di sfumature (…). Per questo a me sembra che il secolo che inizia dovrà essere un secolo di solidarietà. Oggi, lo sappiamo meglio di ieri, non saremo mai felici e in pace, se continuiamo a non fare affidamento sugli altri, e peggio ancora se saremo gli uni contro gli altri (…). Mai più gli uni contro gli altri! Mai più gli uni contro gli altri! Tutti insieme, solidali, sotto lo sguardo di Dio! Tutti siamo responsabili di tutti”. (Giovanni Paolo II, Discorso al Corpo Diplomatico,10.1.2000).

La Chiesa e i trappisti

Non è questo il momento di mostrare come i grandi eventi politici, sociali, economici e culturali del secolo hanno segnato e continuino a segnare la nostra storia monastica e cistercense. Non cercherò quindi di fare una cronaca della vita della Chiesa e dell’Ordine, in questo secolo. Tutto ciò andrebbe al di là di una semplice lettera, come questa. Sembra tuttavia opportuno ricordare che la nostra interpretazione della storia non può essere semplicemente secolare o sacrale. In quanto abitanti di frontiera, posti tra l’al di qua e l’al di là, dobbiamo leggere la storia come un luogo di grazia e di incontro salvifico tra Dio e gli uomini, e un luogo di conflitto tra la città di Dio e quella di Satana.

Possiamo dire perciò che la storia dell’umanità non è ciò che si vede e ciò che si legge tutti i giorni nei periodici e nei servizi di attualità. Né gli uni né gli altri tengono conto della mano della Provvidenza che guida il corso finale di ciò che accade. Noi non possiamo negare che “la compenetrazione tra città terrena e città celeste non può essere percepita se non con la fede; resta, anzi, il mistero della storia umana” (GS 40). Ciò che davvero orienta e dirige il cammino storico dell’umanità, è la ricerca radicale del regno di Dio e della sua giustizia, nella sequela del Risorto, nella fiducia che il resto sarà dato in soprappiù.

Con ancor maggior ragione si può dire che la storia della Chiesa è al tempo stesso una storia umana e una storia teologale: esiste nelle coordinate del tempo e dello spazio e vive del mistero rivelato e accettato nella fede. La storia dell’Ordine fa parte della storia della Chiesa, possiamo quindi dire che quanto è valido per essa in certo qual modo è valido anche per il nostro Ordine. La storia dell’Ordine è una storia umanamente contestualizzata, e al tempo stesso una storia divinamente assunta nel piano di salvezza di Dio-Amore. la nostra storia ha due grandi attori che insieme cooperano ed agiscono: lo Spirito Santo e ciascuno di noi. E’ facile riconoscere le tracce che abbiamo lasciato nel tempo e in diversi luoghi, ma è difficile scoprire le orme di Dio, perché sfuggano al “quando” e al “dove”. Nella storia della Chiesa, e ciò vale anche per l’Ordine, ogni Giubileo o anniversario è preparato dalla Provvidenza divina. Invito ciascuno di voi – secondo la sua grazia, e nel momento che gli sembrerà opportuno – a guardare con gli occhi della fede, alla storia della Chiesa e dell’Ordine, soprattutto durante gli ultimi cento anni, per rendere grazie e convertirsi, per assumere e lodare.

Rendere grazie e lodare, soprattutto per i segni di speranza che risplendono nel cielo ecclesiale alla fine del secondo millennio: l’accettazione dei carismi e la promozione ecclesiale del laicato; il riconoscimento del ruolo della donna nella Chiesa; la fioritura dei movimenti ecclesiali; la dedizione alla causa dell’unità dei cristiani; l’apertura al dialogo inter-religioso; il dialogo con la cultura moderna o contemporanea; cattolicità o universalità rispettosa delle diverse culture; appoggio incondizionato alla pace, alla giustizia, alla dignità e alla vita umana; l’emergere del “profilo mariano” della Chiesa.

Rendere grazie e lodare, perché non mancano sprazzi di risurrezione nell’oggi dell’Ordine, quale frutto di un passato vissuto nella fedeltà alla grazia: numerosi martiri hanno sigillato con il sangue l’offerta della loro vita; un insieme di documenti legislativi ispiranti, per il loro spirito e chiari nella loro normativa; fedeltà fino all’eroismo in situazioni estreme; inculturazione del patrimonio in nuovi contesti culturali; fondazioni nelle giovani Chiese; desiderio di radicalismo evangelico e monastico come contributo alla nuova evangelizzazione; crescente collaborazione tra monaci e monache nel servizio dell’autorità; apertura affettiva ed effettiva verso la Famiglia cistercense; partecipazione al carisma cistercense di gruppi laici....

Uno sguardo contemplativo sulla nostra storia ci ricorderà anche questa parola del nostro patriarca Benedetto: “se uno scorge in sé qualcosa di buono, lo riferisca a Dio, non a se stesso. Il male invece sia convinto d’averlo commesso lui e ne ritenga se stesso responsabile” (RB4, 42-43).

Gesù risorto

Apriamo ora gli occhi alla luce divina, a questa luce della vita che illumina i nostri passi e ci permette di correre in avanti, perché non ci sorprendano le tenebre della morte (RB, Prol 9-10. 13).

Gesù Cristo, pienezza del tempo, è il Signore dei secoli, e forse più ancora del nostro XX secolo. Egli dà alla storia il senso definitivo e la trasforma in storia di salvezza. Vale a dire successione di eventi divini e di risposte umane perché si compia il disegno di Dio. Quando Dio si incarna e risuscita dai morti, il divino irrompe, come mai prima di allora, nella storia umana. In tal modo Dio, fatto uomo e risorto dai morti per il potere dell’alto:

- dà senso al passato, di cui egli stesso è la pienezza;
- trasforma il presente in momento favorevole;- dà senso al futuro, aprendolo alla speranza che vince la morte.

Evento metastorico

I testimoni presentano la risurrezione come un evento limite: quanto la precede è incarnato nella storia, ma essa, e quanto segue, supera le frontiere di ciò che è storico. Il Risorto si trova in uno stato di vita che trascende le coordinate del tempo e dello spazio, e in tal senso è “metastorico”.

D’altra parte, i testimoni del Risorto e le testimonianze della resurrezione possono essere datate e localizzate. E si può dire la stessa cosa dell’impatto e delle conseguenze di questo evento lungo tutto il corso della storia umana. L’esistenza e la presenza secolare della Chiesa ne costituiscono la prova. Di qui il grande paradosso della fede cristiana: essa è fondata su un evento metastorico, con delle conseguenze storiche rivoluzionarie.

Dopo il Calvario tutto sarebbe finito se Gesù, risuscitato dal Padre, non avesse cominciato a lasciarsi vedere, mostrarsi, rivelarsi, apparire (Lc 24,34; At 7,2-30; 13,39; 1Cor 15,5-8). Si tratta di qualcosa che si impone dall’esterno, a differenza dell’esperienza oggettivamente verificabile della croce e della morte. Ciò significa che l’iniziativa appartiene a lui, Gesù; le discepole e i discepoli l’accolgono, la ricevono.

E’ qui che Gesù Cristo si lascia vedere o si mostra nella sua nuova condizione di gloria (At 22,11). Si tratta di una apocalisse (rivelazione) di Gesù Cristo (Gal 1,12.16). la gloria rivelata è un’anticipazione dell’evento escatologico, di ciò che è ultimo e definitivo.

L’esperienza dell’incontro con il Risorto è unica nel suo genere, e non offre alcun punto di contatto o di confronto con altre esperienze spirituali. Essa dà origine a una “conoscenza” che non è semplicemente oggettiva, esterna a colui che la sperimenta. Chi incontra il Risorto rimane totalmente coinvolto e posseduto dal Signore. Questa conoscenza non è indipendente dalla fede, ma non è una conseguenza della fede; è il Risorto che costituisce il fondamento della nostra fede: “Se il Cristo non è risorto, vana è la nostra fede” (1Cor 15,17).

La nostra fede nel Risorto poggia sulla testimonianza apostolica, non abbiamo dubbi in proposito. Ma non è tutto. La nostra testimonianza di Gesù risorto, per essere vera, non deve poggiare semplicemente su qualcosa che si è sentito dire: deve appoggiarsi anche sulla nostra “esperienza” personale del Risorto, per mezzo dello Spirito Santo, nel contesto della comunità ecclesiale dei credenti.

“Noi conosciamo Dio sia per fede sia per sentito dire: ma è attraverso l’amore contemplativo che si rivela a noi come per una manifestazione della sua presenza. Colui che si fece conoscere con la parola e l’ascolto, ora si scopre come se fosse realmente presente. Colui del quale si era solo sentito parlare e che non ci aveva manifestato la sua presenza, ci risultava prima uno sconosciuto” (Gregorio Magno, Commentario sul primo Libro dei Re, Sch 391).

E’ in questo modo che la Chiesa, in ogni momento della sua storia, “fa esperienza del Cristo in sé e si sente fiorire della pienezza di vita”. In tal modo essa può testimoniare con fiducia e audacia il messaggio della salvezza (Paolo VI, Ecclesiam suam 6).

L’esperienza è possibile solo quando la fede accetta Cristo “assiso alla destra del Padre, non più nella sua condizione di servo, ma nel suo corpo celestiale, identico al precedente, benché in forma diversa. Questa fede purifica il cuore e permette di fare esperienza del Risorto: con la mano della fede, con il dito del desiderio, con l’abbraccio dell’amore, con l’occhio dello spirito” (San Bernardo, SC 28,10).

La comunità, in quanto comunione fraterna di amore nello Spirito, è “uno spazio teologale dove si può fare esperienza della presenza mistica del Signore risorto” (VC 42; cf Mt 18,20). L’Abate di Chiaravalle ha qualcosa da dire in proposito. “Ti sbagli, Tommaso, ti sbagli quando pensi di poter vedere il Signore allontanandoti dal collegio apostolico. Alla verità non piacciono i cantucci e i nascondigli. Essa si trova al centro, cioè, ama l’osservanza, la vita comune e la volontà della maggioranza” (San Bernardo, Asc 6,13).

Queste esperienze non tolgono assolutamente nulla alla vita di fede; al contrario, la rendono possibile, con tutto ciò che essa comporta di spogliamento e di dimenticanza di sé, inerenti alla vita di fede e di amore. Chi ha toccato il Risorto con la mano della fede potrà affermare: “Mi basta che Gesù viva! Se egli vive, anch’io vivo, perché da lui dipende la mia anima. Più ancora, egli è la mia vita, egli solo mi basta. Cosa potrebbe quindi mancarmi, se Gesù vive? Mi manchino pure tutte le cose – non mi importa nulla, purché Gesù viva. Quindi, se a lui piace che io manchi a me stesso, a me basta che egli viva, anche se è solo per lui” (Guerrico, Sermone33,5).

Bisogna dire infine che la nostra esperienza è simile, ma non identica a quella dei primi testimoni: la nostra presuppone la loro. La loro poggia sugli anni vissuti con il Maestro. In ogni caso, se ci fosse soltanto la testimonianza dell’esperienza degli apostoli, il Risorto sarebbe un personaggio del passato, che non agisce nel presente e difficilmente potrebbe essere la causa della nostra speranza futura.

Ricordo che nella conferenza dei Capitoli generali del 1990 ho detto qualche parola sui miei “punti deboli e punti forti”. Tra questi ultimi, ho ricordato: “Poter testimoniare la presenza costante e attiva del Risorto e della Madre sua in seno alla Chiesa”. Posso affermare, oggi, dopo dieci anni, la stessa cosa? Grazie alla testimonianza evangelica dei 9 nostri sette fratelli dell’Atlas, rispondo con una convinzione e un’audacia più grandi di prima. Sì. Questa affermazione è un atto di fede, che pone ancora una volta la mia libertà e la mia coscienza sotto l’influsso della grazia divina. Tale affermazione sarà creduta e accettata se io la incarno in una vita docile e feconda nello Spirito Santo.

Avvenimento inesprimibile

Non è stato facile, per i nostri primi fratelli nella fede, trovare le parole appropriate per descrivere l’esperienza nuova che avevano vissuta. Fin dal primo annuncio, i testimoni utilizzano un vocabolario diversificato che si può riassumere in tre espressioni: risurrezione, esaltazione, vivificazione. I testi seguenti spiegano quello che ho appena detto:

- “Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm 10,9);

- “Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2,9);

- “Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito” (1Pt 3,18).

Come si può constatare, i primi testimoni hanno comunicato l’evento attraverso formule che divennero presto pubbliche e vincolanti. Tali formule derivano da contesti diversi: predicazione, catechesi, liturgia e missione. Ecco altri due testi, molto antichi, che l’apostolo Paolo ha ripreso più tardi nelle sue lettere:

- “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (1Cor 15,3-5);

- “Nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore” (Rm 1,3-5).

Abbiamo infine i discorsi kerymatici di Pietro e di Paolo, compresi negli Atti degli Apostoli (At 2; 3; 4; 10 e 13). Al di là della narrazione di Luca, tali discorsi presentano un nucleo arcaico (cf. la presenza di semitimi) che fa parte dell’annuncio proclamato alla comunità primitiva. Troviamo in esse tre elementi tipici: l’opposizione tra il rifiuto da parte dei capi giudei e l’azione efficace di Dio che risuscita Gesù; la conversione dei discepoli, grazie alle apparizioni, in testimoni del vigore escatologico con cui Dio ha compiuto la salvezza; conferma dell’agire divino attraverso la testimonianza della Scrittura.

Tutti questi testi, al di là della varietà delle formule, ci trasmettono un unico messaggio di vitale importanza, perché su di esso poggia la nostra fede cristiana:

- Gesù è apparso dopo la sua morte ad alcuni discepoli;
- è’ stato annunciato come risorto dai morti;
- il Risorto è la stessa persona di colui che è stato crocifisso, ma non è piùil medesimo;
- il suo corpo fisico è ora un corpo spirituale e glorificato.

Non solo la nostra fede poggia su queste verità. Senza il Cristo glorificato, la nostra vita monastica, in quanto vita di fede, non avrebbe identità cristiana e sarebbe del tutto priva di significato. La nostra vita monastica è “una risurrezione progressiva nel Cristo Risorto!” (cf Guerrico, Sermone 35,5).

Un avvenimento pieno di senso

Tutti i testi del Nuovo Testamento sono una “rilettura” del fatto della risurrezione e della realtà del Risorto. Ciò significa che la risurrezione e il Risorto sintetizzano in sé tutta òa realtà. Questo nucleo fondamentale dell’evento e del messaggio cristiano è di una inesauribile ricchezza. Cerchiamo di penetrare in questo mistero e di coglierne il senso. La risurrezione di Gesù Cristo, considerata globalmente, può essere compresa come l’irruzione nella nostra storia umana della dimensione escatologica (ciò che è ultimo, insormontabile, definitivo). Vale a dire, è lo Spirito che fa irruzione nella carne mortale e la vita assorbe completamente la morte. Si tratta della rivoluzione definitiva nell’evoluzione cosmica, umana e storica.

Dal punto di vista del Padre e dello Spirito Santo, possiamo dire, benché sembri un’affermazione audace, che la Paternità divina, verginalmente feconda, raggiunge il vertice, in modo umanamente imprevedibile, nella risurrezione del Figlio unico. E’ l’opera suprema della creazione e della spiritualizzazione. La prima creazione venne dal nulla, la seconda dalla morte. La risurrezione rivela l’autodonazione amorosa del Padre e dello Spirito in risposta a una vita donata alla spogliazione totale sulla croce. Così si è compiuta la profezia del salmista: “non lascerà che il suo santo veda la corruzione e non abbandonerà la sua anima negli inferi, gli ho fatto conoscere le vie della vita e lo ha colmato di gioia, alla sua presenza”.

Per Gesù, la risurrezione è innanzi tutto la sua piena riabilitazione dopo una ignominiosa condanna. Il “Sì” luminoso di Dio contro il “No” tenebroso degli esseri umani. E’ infatti una testimonianza incontestabile che Gesù è il profeta ultimo e definitivo di Dio. Soffrendo l’abbandono e rimettendosi nelle mani del Padre, Gesù ha corso un rischio che non poteva non concludersi felicemente e per questo egli è beato e le sue beatitudini sono vere. Il peccato e la morte, assunti dal Cristo nella propria carne, sono in tal modo detronizzanti e vinti. Gesù ha sperimentato la sua risurrezione come:

- trasformazione in un corpo spirituale e spirito che dona la vita (1Cor 15,44-45);

- ri-creazione in un uomo nuovo, nuovo padre dell’umanità e primogenito dei risorti (Rm 5,7; 1Cor 15,20 ss);

- incarnazione piena, la pienezza della divinità risiede ora in lui corporalmente (Col 2,9);

- donazione dello Spirito che fa di lui il datore dello Spirito (Gv 20,22);

- novità e “rinascita” nella sua filiazione divina (Rm 1,3-4);

- ricevere il Nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,9).

A partire dalla sua risurrezione, Gesù può identificarsi completamente con i perseguitati e i piccoli: egli gode della possibilità di una presenza sacramentale sotto le specie del pane e del vino per essere mangiato e bevuto dai credenti. In una parola, il Risorto è “la pienezza di Colui che si realizza interamente in tutte le cose” (Ef 1,23).

Gli Apostoli hanno sperimentato la risurrezione come trasformazione di Gesù di Nazaret in Gesù Cristo Signore e, da semplici discepoli, sono divenuti testimoni del Risorto. Hanno compreso in tal modo che Dio era già presente nel Crocifisso, il cui volto si mostra nella risurrezione.

Il Vangelo non ci parla di apparizioni del Risorto a sua Madre. Forse, perché la sua gioia raggiungesse il massimo credendo senza aver veduto (Gv 20,29); e per poter essere più ancora gradita a Dio (Eb 11,6). In ogni caso, in quanto madre, la risurrezione del figlio l’ha coinvolta fin nel più profondo dell’anima. Maria cominciò così, fin da quello stesso momento, l’esperienza della sua gloriosa assunzione, al seguito del primogenito tra i morti.

Se il Signore risorto sostiene e vivifica la nostra fede, la sua risurrezione spiega completamente la nostra vita in lui. Difatti, la risurrezione sta all’origine della Chiesa e della nostra
fede. Quando siamo stati battezzati nella sua Pasqua e abbiamo ricevuto
il suo Spirito, siamo stati trasformati nel corpo del Cristo glorioso.
La risurrezione è il motivo della nostra speranza e il pegno della
nostra futura risurrezione; ci assicura che il nostro lavoro e i nostri
sforzi per il Regno non sono infruttuosi. Ci permette di proclamare con
fede il Padre Nostro, di chiedere che il suo nome sia santificato e che venga il suo Regno, cioè, la risurrezione alla fine dei tempi. E perché non pensare che le donne hanno avuto il privilegio e il dono di essere le prime testimoni della risurrezione? Comunque, sia loro che noi sappiamo bene che credere nel Kyrios significa allo stesso tempo seguire il Crocifisso, ma con la forza e la grazia del Risorto. Grazie a Lui, viviamo senza paura di morire e moriamo senza perdere la vita.

Fratelli e sorelle, all’inizio di questa lettera vi ho invitati a contemplare il XX secolo; a scoprire nel suo cuore il Risorto. Il tempo è abitato da colui che è il Signore della storia. La nostra speranza dunque non muore; ogni momento di questa vita è un seme dio eternità. Tutto ciò che succederà fino alla fine del mondo, sarà una espansione e una esplicitazione di ciò che è accaduto il giorno della risurrezione. In quel giorno, il corpo del Crocifisso fu trasformato dalla forza dello Spirito e divenne a sua volta fonte dello Spirito per tutta l’umanità.

La domenica è il giorno in cui il Risorto dai morti si rende presente. Per lo stesso motivo, la domenica è il giorno che rivela il significato del tempo: germogliato dalla risurrezione, attraversa il tempo umano, i mesi, gli anni e i secoli, come una freccia che orienta tutto verso la seconda venuta di Cristo. La domenica è la prefigurazione del giorno finale, il giorno della parusia, già anticipata nell’evento della Risurrezione. Amen, marana tha, vieni Signore Gesù! Sì, vengo presto!

(da Testimoni)

Ultima modifica Martedì 29 Agosto 2006 22:59
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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