Lunedì,05Dicembre2016
Venerdì 26 Maggio 2006 01:09

Se il religioso è "scoraggiato" (Giuseppe Crea)

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Se il religioso è "scoraggiato" (Giuseppe Crea)

Nella vita ci sono tanti motivi per scoraggiarsi, difficili da comunicare agli altri, ma che con il passare del tempo diventano dei veri e propri fardelli che si insediano nella psiche dell’individuo. Una persona così bloccata ha bisogno del sostegno di un contesto relazionale comprensivo. Grande importanza ha in questo la comunità.

Tristezza, sfiducia, solitudine bassa stima di sé, sono le tante parole chiavi che sembrano emergere quando si parla di scoraggiamento e di sconforto, soprattutto per quanti, come i religiosi o le religiose, sono impegnati per vocazione a incoraggiare e confortare gli altri attraverso le diverse attività pastorali in cui sono impegnati.

Eppure il loro entusiasmo nella dedizione agli altri non li esime dal rischio di sentirsi in condizioni di scoraggiamento e di sfiducia personale, a volte anche per motivi banali, ma che con il tempo possono essere motivo di sofferenza nel contesto comunitario. “Non ti preoccupare, ti passerà, non pensarci più”, diceva una suora a una consorella che da alcuni giorni aveva il volto rabbuiato e la faccia triste. Certo, le sarebbe passato. Peccato però che la suora dispensatrice di consigli non sapesse niente di ciò che era successo alla consorella rattristata.

Benché il più delle volte appaia al soggetto come una condizione passeggera, lo scoraggiamento sembra una caratteristica che si insinua nella struttura della personalità dell’individuo e può diventare un vero e proprio stile di comportamento e di pensiero. Quando le mete da raggiungere sono troppo lontane, quando è troppo faticoso procedere, quando gli altri non capiscono, … ci sono tanti motivi validi per scoraggiarsi, difficili da comunicare agli altri, ma che con il passare del tempo diventano dei veri e propri fardelli che si insediano nella psiche dell’individuo e che assorbono le sue forze propositive togliendogli la volontà di continuare e facendogli sperimentare un progressivo vuoto interiore. Se il coraggio è un “atteggiamento positivo con cui si affronta una situazione di pericolo o con cui si tende a uno scopo dal raggiungimento difficoltoso e incerto, (1) lo scoraggiamento è proprio la mancanza di tale slancio nella persona, che si lascia afferrare dalla paura di non farcela proprio perché non riesce a tenere più conto delle condizioni di realizzabilità degli obiettivi che si è proposti, e avverte forte il senso di abbattimento e di scoraggiamento.

CORRELATI PSICOLOGICI DELLO SCORAGGIAMENTO

Molte volte la persona scoraggiata sente di non avere raggiunto l’obiettivo che si era preposto, e avverte il peso di tale fallimento. L’esperienza fallimentare ha a che fare con il senso di colpa che svuota la voglia di andare avanti e consuma le energie. La frustrazione per tale condizione diventa quindi il primo connotato da tenere presente come sintomatico di una condizione di logoramento che perseverando potrebbe trasformarsi in una sorta di “stile di vita” da perdente perché oltre ad accorgersi che le cose non vanno nel verso giusto, la persona tende a generalizzare tale sensazione negativa a tutte le situazioni che affronta, fino ad avvertire un senso di pesantezza pervasiva quando ogni cosa le sembra essere debilitante e frustrante. “Quando gli impegni non completati cominciano ad accumularsi, è normale sentirsi sopraffatto. Se poi non riesco a fare le cose come dico io, mi cascano proprio le braccia”, confidava un confratello che si sentiva scoraggiato per alcune condizioni avverse nelle attività pastorali. Quando ci sono faccende complesse o avvenimenti non previsti che sfuggono al controllo e impediscono di realizzare ciò che il soggetto deve fare veramente, il suo scoraggiamento può diventare altamente frustrante.

Tale sensazione di impotenza operativa è il secondo correlato psicologico che limita la capacità di impatto e si riflette sulla vita affettiva ed emotiva della persona. Ciò provoca una sorta di instabilità umorale che potrebbe poi sfociare in un vero e proprio stato depressivo. Se la persona si abitua a ripiegarsi su se stessa, con il passare del tempo tenderà a limitare la propria sensibilità emotiva e a ridurre la sua capacità di esplorare le situazioni che affronta per trovare strategie di comportamento con cui uscire dalla condizione di blocco e di passività.

Anche i religiosi e le religiose possono trovarsi in una condizione debilitante simile, quando non si rendono conto che il loro coinvolgimento a senso unico, cioè senza i limiti propositivi che il confronto con l’altro può apportare, li allontana da un sano confronto con la realtà e li espone a un ripiegamento progressivo su di sé fino a implodere in una condizione di ritiro emotivo. Possiamo fare rientrare in tale rischio i tanti “estremismi” (individualismo, egoismo, egocentrismo…) che a volte vengono rilevati nel loro lavoro di dedizione agli altri nelle diverse opere di apostolato, ma anche nel loro modo di stare in comunità.

Abbiamo sottolineato come una condizione che spesso può rivelarsi particolarmente dolorosa per chi è scoraggiato è una sorta di disturbo persistente dell’umore che si riflette nei suoi comportamenti, e che contribuisce a creare un’”atmosfera emotiva” pervasiva durevole e persistente in cui l’individuo si sente poco motivato a ricominciare daccapo, a lottare e a darsi da fare.

L’INSTABILITÀ DELL’UMORE E IL SOSTEGNO RELAZIONALE

La consapevolezza di tale stato umorale e disforico (n.d.r. il contrario di euforico) è particolarmente utile quando la persona vive in un contesto relazionale propositivo, qual è appunto una comunità religiosa. Nella comunità possono esserci confratelli o consorelle scoraggiati per questo o per quello, che spesso passano inosservati nella routine dei vissuti comuni, e di cui ci si accorge quando hanno comportamenti che danno fastidio al resto della comunità e per questo attirano l’attenzione del gruppo. In tale ambito l’individuo scoraggiato può trovare sostegno e riconoscimento necessari per continuare a esplorare se stesso e le cose che fa, e quindi per ridefinire le difficoltà che sta vivendo.

Possiamo meglio capire tutto questo se ci riferiamo ad alcuni aspetti particolari delle esperienze (normali) della nostra vita quotidiana della comunità religiosa. È proprio lì che i religiosi constatano come abitualmente le emozioni che accompagnano le azioni di tutti i giorni non sono affatto stabili ma ciascuno le adatta alle diverse situazioni a volte in modo funzionale, a volte meno.

Ora, il punto è che il normale, quotidiano stato dell’umore è non solo fluttuante ma anche, in qualche modo, labile e flessibile, senza che questo necessariamente implichi una condizione di patologia. Le persone possono riflettere una maggiore o minore adattabilità del loro stato umorale a seconda della propria struttura psicologica interna come pure a seconda delle cose in cui si coinvolgono.

Per esempio, ci possono essere fattori fisico-ambientali, come nel caso del superlavoro, dell’attivismo o del sovraccarico dei ruoli da svolgere, con conseguente affaticamento e frustrazione quando non si riesce a fare tutto. Oppure fattori psichici, come un conflitto relazionale, un insuccesso percepito come fallimentare per sé, tutte cose che alimentano comunque il senso di impotenza e di svalutazione e rafforzano l’incapacità di trovare le risorse adatte per fornire risposte adeguate alla situazione.

IL SENSO DI IMPOTENZA NELLO SCORAGGIAMENTO

Inoltre vi sono persone in comunità che si accorgono di essere regolarmente più pessimiste in certi momenti della giornata; altre che sono tendenzialmente sfiduciate, soprattutto in alcuni momenti del loro lavoro, quando per esempio devono affrontare un compito che richiede ulteriori competenze o il confronto con gli altri.

Le più banali e normali piccole variazioni dell’umore non vengono sempre bene accettate. In particolare, sono numerosi gli individui che, detestando di essere giù di corda, sentono ogni volta il bisogno di coinvolgersi in qualcosa che li renda più euforici anche nelle stesse attività apostoliche o pastorali, ma con il rischio di tornare a scoraggiarsi quando l’impatto con l’ambiente non corrisponde alle proprie aspettative e alle attese personali.

Quando la persona si sente scoraggiata e frustrata da condizioni avverse, essa sembra sperimentare un senso di insicurezza che limita la sua capacità ad affrontare o a gestire le difficoltà che incontra. Molti fatti della vita quotidiana possono confermarle l’idea di essere vulnerabile allo scoraggiamento e alla paura del fallimento. Immaginiamo per un momento l’esempio di un confratello che fatica a sentirsi degno di rispetto e di amore. Se con tale convinzione egli si trova a vivere delle tensioni interpersonali, potrebbe interpretare il conflitto come un’ulteriore riconferma della propria convinzione personale di essere “poco capace” ad andare d’accordo con gli altri. Questo episodio viene archiviato nella sua memoria insieme ad altri ricordi di rifiuti subiti e ritrovarsi con un livello di sicurezza ancora più basso.

Vedendo confermata la percezione di sé come persona indegna di stima e amore, inizia a perdere interesse nelle proprie attività e a isolarsi. La perdita d’interesse, la frustrazione e l’isolamento, che sono una reazione conseguente al calo di fiducia in se stessi, comportano un autoimposto distacco dagli altri e dal gusto delle cose da fare in genere. Timoroso di altri rifiuti e incomprensioni, la persona scoraggiata si distanzia, quasi senza rendersene conto, dal resto dell’ambiente comunitario. Succede così che persone scoraggiate si ritirino dal mondo delle relazioni, si rinchiudano in progetti personali e in attese irrealizzabili, si affannino a trovare soluzioni impossibili, restando comunque indifferenti e distanti dalla realtà. (2)

Un risultato inevitabile di questa perdita di interesse e di questo isolamento è il senso di colpa e l’autoaccusa che non fanno che aumentare la difficoltà. Intrappolato in questo circolo, la persona scoraggiata si sente incapace di fare altro, ritenendo che nessuna delle sue azioni possa essere efficace a gestire la situazione.

Tale percezione svalutante di sé porta a fluttuazioni dell’umore, fluttuazioni che non di rado sono al limite della normalità, ma che hanno due caratteristiche che ci fanno riflettere. La prima è che allo scoraggiamento corrispondono segnali fisiologici che possono diventare dei veri e propri campanelli di allarme per accorgersi di un determinato stile emotivo che sta diventando abitualmente disfunzionale.

La seconda è che variano molto da una persona all’altra, e che peraltro tendono a essere costanti in una data persona. Per esempio, la tendenza all’instabilità del tono dell’umore è variabile a seconda dei fattori costituzionali individuali, e in genere caratterizza la struttura della personalità fino alla vecchiaia; analogamente vi è chi è, da sempre, più tendenzialmente malinconico e meditativo, mentre altri sono più inclini all’ottimismo e all’attivismo. Tutto ciò ci permette di ipotizzare che la persona, oltre che a subire gli avvenimenti, può responsabilmente decidere di esplorare un modo di rapportarsi con l’ambiente che faciliti il controllo del proprio umore e il coinvolgimento in comportamenti più funzionali.

DALL’INCOMPRENSIONE ALLA PROPOSITIVITÀ COMUNITARIA

Una persona bloccata da sensi di scoraggiamento ha bisogno del sostegno di un contesto relazionale comprensivo. Ma questo non sempre è facile, perché la frustrazione di chi si sente scoraggiato sembra a volte come un muro impenetrabile.

In primo luogo, è molto difficile ascoltare una persona che si sente bloccata e scoraggiata. Chi ascolta può essere sopraffatto a sua volta da sensi d’impotenza e chiedersi: “Come posso essere d’aiuto se il mio confratello non si lascia aiutare?”. Ecco perché il primo passo importante è quello di un ascolto che trasmetta una presenza reciproca, perché chi è scoraggiato sappia che le proprie delusioni interiori non azzerano i rapporti ma, al contrario, le persone della comunità continuano ad esserci e a interessarsi di lui.

Un’altra reazione a chi è scoraggiato in comunità è quella di prestare un aiuto che non corrisponde ai bisogni reali dell’altro. Che cosa significa aiutare il fratello scoraggiato? Vuol dire “fornire a qualcuno ciò che gli è necessario per conseguire i suoi scopi o soddisfare i suoi desideri”. Una parola chiave, in questa definizione, è che gli scopi e gli obiettivi da realizzare siano veramente “suoi”. Diversamente l’aiuto benintenzionato, ma insensibile al disagio dell’altro, fa sentire ancora più impotenti e incompresi.

Un approccio efficace per aiutarsi reciprocamente nel contesto comunitario può essere espresso nel seguente atteggiamento: “Mi preoccupo di te abbastanza da desiderare che il mio sostegno sia ciò di cui tu hai bisogno, piuttosto che ciò che io voglio”. Una tale disponibilità comprende la disponibilità ad ascoltare, la riflessione, l’umiltà e l’azione, che passa attraverso una “ricca e calda vita fraterna, che “porta il peso” del fratello ferito e bisognoso di aiuto. (3) La disponibilità a una presenza che sia attenta alle situazioni di sfiducia e di difficoltà che alcuni possono vivere nel contesto comunitario diventa un’occasione per portare i pesi gli uni degli altri con amore e rispetto. Anche quando il confratello è scoraggiato e a disagio resta pur sempre integra in lui la sfera della sua libertà che consente modi di agire creativi e responsabili, perché legati alla singolarità e alla trascendente ricerca che ciascuno vive nel profondo di sé, di essere segno e strumento dell’amore di Cristo. Nello specifico della comunità religiosa, anche il confratello scoraggiato è un mistero da comprendere, (4) non tanto perché è “sopportato” con il suo malessere ma perché contribuisce a chiarire il senso della vita comune, dove “ognuno diviene corresponsabile della crescita dell’altro”,(5) affinché tutti possano maturare e raggiungere una reale comunione fraterna.

Giuseppe Crea


1) Galimberti U. (1992), Coraggio, in: Idem, Dizionario di psicologia, UTET, Torino, 229.
2) Crea G. (2005), Gli altri e la formazione di sé, Dehoniane, Bologna
3) La vita fraterna in comunità, 37.
4) Imoda F. (1995), sviluppo umano, psicologia e mistero, Piemme, Casale Monferrato (Al).
5) La vita fraterna in comunità, 43. Galimberti U. (1992), Coraggio, in: Idem, Dizionario di psicologia, UTET, Torino, 229.

 

Ultima modifica Lunedì 08 Aprile 2013 12:48
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input