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Giovedì 10 Gennaio 2008 00:33

Donazione di sé per la vitalità della Chiesa (Paolo Molinari)

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Il contenuto del decreto

Donazione di sé
per la vitalità della Chiesa

di Paolo Molinari

La regola del Concilio nell’affrontare il tema della vita religiosa è stata la novità nella continuità, con un rinnovamento e conseguente adattamento ai tempi. Anche per le società apostoliche il nucleo centrale resta la risposta alla chiamata che Dio fa a persone disposte a lasciare tutto: una forma di totale appartenenza a Dio per il bene altrui.

Papa Benedetto XVI, nel discorso del 22 dicembre 2005 che aveva per tema "Una giusta ermeneutica per leggere e recepire il Concilio come grande forza di rinnovamento della Chiesa" (1) affermò: «È proprio in questo [...] che consiste la natura della vera riforma. In questo processo di novità nella continuità dovevamo imparare a capire più concretamente di prima che le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti [...] dovevano necessariamente essere esse stesse contingenti [...].In tali decisioni, solo i principi esprimono l’aspetto duraturo».

Tale frase pone nella sua giusta luce e permette di apprezzare l’importanza della saggia azione compiuta nei riguardi del decreto Perfectae caritatis da un considerevole numero di Padri conciliari, i quali ottennero non solo che il titolo del documento fosse radicalmente cambiato (2),ma riuscirono anche a fare sì che poi venissero in esso enunciati i principi fondamentali e duraturi di quella forma di vita che inconcusse pertinet alla vita della Chiesa (LG 44).

Il Concilio, con espressioni biblico-teologiche di grande valore, nel Proemio ha deliberatamente messo in luce e descritto la fecondità dell’azione esercitata dallo Spirito in seno alla Chiesa e dalla quale proviene la presenza in essa dei religiosi. È infatti lo Spirito che, in quanto anima del Corpo di Cristo, con la sua azione vivificatrice fa sì che molti uomini e donne si sentano spinti a offrirsi totalmente al Signore per vivere in unione a Cristo Gesù e seguire lui che, vergine e povero (cf Mt 8,20; Lc 9,57), ha redento e santificato gli uomini con la sua obbedienza spinta fino alla morte di croce (cf Fil 2,8).

Tali persone, animate dalla carità che lo Spirito infonde nei loro cuori (cf Rm 5,5), sempre più vivono per Cristo e per il suo Corpo che è la Chiesa (cf Col 1,24), e quanto più fervorosamente si uniscono a Cristo con una donazione di sé che abbraccia tutta la vita, tanto più viene arricchita la vitalità della Chiesa e il suo apostolato diviene vigorosamente fecondo (cf PC 1).

Fin dalle prime battute un considerevole gruppo di Padri ottenne che nel primo numero del Perfectae caritatis venisse esplicitamente dichiarato che «per disegno divino si sviluppò una meravigliosa varietà di comunità religiose [...] per mezzo della quale si manifesta la multiforme sapienza di Dio»(3).

Principi duraturi

Alla luce di questa breve premessa possiamo allora proficuamente porre in rilievo i punti del documento conciliare che, avvalendoci dei termini usati da Benedetto XVI, sono i principi che esprimono l’aspetto duraturo della vita religiosa.

1 Già nel Proemio, trattando della fecondità dell’azione esercitata dallo Spirito Santo nella Chiesa e della grande varietà di doni che da esso vengono elargiti, si parla esplicitamente «di coloro che, chiamati da Dio alla prassi dei consigli evangelici [...], si donano in modo speciale al Signore». È stato con ciò introdotto il concetto della "chiamata" facendo un diretto riferimento a colui che ne è l’autore: Dio.

Il decreto ha quindi posto in chiara luce la dimensione teologale della vocazione perché è Dio stesso che ne prende e detiene l’iniziativa: è un’azione che Dio compie nel più profondo dell’essere umano, un’azione plasmatrice, con cui egli conferisce un orientamento vitale, e con ciò la capacità interiore di collaborare liberamente e lasciarsi plasmare in modo da essere conformi a Cristo (cf Rm 8,29).

2 Nel trattare esplicitamente di coloro che «sono chiamati da Dio alla pratica dei consigli evangelici e ne fanno fedelmente professione» (PC 1), il documento parlando degli elementi comuni a tutte le forme di vita religiosa ha volutamente esplicitato in che cosa essa consiste e qual è la sua vera natura. Il Concilio ha fatto ricorso a una serie di espressioni neo-testamentarie: «Lasciando ogni cosa per amore di Cristo (cf Mc 10,28), lo seguano (cf Mt 19,21) come l’unica cosa necessaria (cf Lc 10,42) ascoltandone le parole (cf Lc 10,39) e pieni di sollecitudine per le cose sue (cf 1Cor 7,32)» (PC 5). Il Concilio ha così offerto una descrizione esistenziale e ben precisa della vera vita religiosa come risposta, data per amore, all’invito che Cristo offre ad alcuni di "essere con lui" (cf Mc 3,13 e 14).

3 Da questa descrizione, che evidenzia il rapporto personale e affettivo con Cristo e la donazione totale di sé alla sua persona per condividerne la vita, il modo di pensare, di agire e amare, si capisce agevolmente il perché del primato della vita spirituale e dello spirito di orazione nella vita del religioso (cf PC 6).

La preghiera non è la conseguenza dell’accettazione di una "regola", bensì l’espressione di una necessità vitale, frutto dell’amore personale per Cristo: in virtù di questo chi si dona a lui sente interiormente il bisogno di essere costantemente a contatto con lui e di approfondire l’intesa che esiste ed è la guida della condotta e del modo di vivere. Non per nulla era stata inserita l’espressione: «Animati dalla carità che lo Spirito Santo diffonde nei loro cuori (cf Rm 5,5)» (PC 1).

4 La presentazione della vita religiosa in termini di «donazione di sé a Cristo per seguirlo», e ciò in virtù di un vincolo di amore che unisce a lui, conduce ad avere una visione unificante dei tre voti religiosi.

Come già era avvenuto nella stesura del testo della Lumen gentium, nella quale il Concilio si era distanziato dall’ordine in cui si soleva presentare i consigli evangelici, così anche nel Perfectae caritatis è stata sistematicamente messa in primo piano la verginità consacrata. Questo è stato compiuto non solo perché il consiglio evangelico della verginità è quello più chiaramente attestato nel Nuovo Testamento, ma anche perché più degli altri mette in luce il valore primordiale e costitutivo della vita consacrata: una opzione fondamentale per il Signore fatta in risposta a un suo invito e quindi un legame di amore unitivo con la persona di Gesù Cristo.

Questo infatti la differenzia nel modo più chiaro da tutti gli altri stati e forme di vita esistenti nella Chiesa. Non per nulla proprio la verginità consacrata esige e postula una forma di carità particolare, cioè la totale donazione di sé a Dio con l’amore "del cuore indiviso(4).

Visione unificante dei voti

5 Proprio il fatto di aver invertito l’ordine dei consigli evangelici offre in modo profondo e vitale una visione dell’unità intrinseca che vige fra essi in virtù appunto della perfecta caritas. Coloro che tramite la verginità consacrata sono intimamente uniti a Cristo, in virtù della dinamica di questo amore, che è di per sé stesso unitivo, sono portati a condividere i suoi atteggiamenti, aspirazioni e preoccupazioni: essi condividono quindi la sua povertà e obbedienza e sono per ciò stesso associati alla sua opera salvifica.

Infatti Cristo, il Verbo di Dio incarnatosi per redimere l’umanità, per compiere la missione salvifica ha scelto per sé una vita di povertà estrema e di obbedienza assoluta e totale al Padre. Si tratta di una povertà che non riguarda solo i beni materiali ed esteriori, bensì di una disposizione interiore molto più profonda: cioè vivere sapendo di non appartenere a sé stessi perché totalmente "suoi", ossia proprietà di Dio. Ciò vuol dire vivere in completa dipendenza da lui con una disponibilità integrale a compiere tutto ciò che vuole e come vuole (PC 12; 13; 14).

Da tale visione unificante dei voti religiosi risulta evidente che, per mezzo di essi, i religiosi si uniscono a Cristo e quindi, insieme con lui, offrono l’olocausto di sé stessi per la redenzione di molti (PC 14).

Come era stato espresso nel Proemio, è dunque evidente che quanto più fervorosamente essi si uniscono a Cristo con la donazione di sé che abbraccia tutta la vita, tanto più si arricchisce la vitalità della Chiesa e il suo apostolato diviene vigorosamente fecondo: sono stati così posti in chiara luce il valore ecclesiologico e la portata apostolica che la consacrazione religiosa ha di per sé stessa.

Questo è importante perché si applica anche ai membri degli istituti religiosi integralmente dediti alla contemplazione e il Concilio ha deliberatamente voluto evidenziarlo (vedasi PC 7): infatti non è l’attività esteriore che ha un valore salvifico di per sé stessa, bensì la donazione totale di sé a Dio e l’assoluta dipendenza da lui vissuta con Cristo per redimere coloro che non riconoscono che la vita è loro costantemente infusa dal Signore e, ritenendosi autosufficienti, fanno di sé stessi il centro di tutto, sfruttano gli altri sopprimendo i loro diritti.

6 Si noti però che affermando con inequivocabile chiarezza che la finalità della verginità consiste nel fatto che le persone ad essa chiamate si donino a Dio solo "con cuore indiviso" in unione a Cristo Gesù, il Concilio non ha per nulla voluto dare adito all’errata opinione che chi vive nella sacra verginità diventa estraneo o inutile alla città terrestre (cf LG 46). Al contrario, se già nella Lumen gentium il Concilio aveva precisato che la perfetta continenza per il Regno dei cieli è uno «stimolo della carità e speciale sorgente di spirituale fecondità nel mondo» (LG 42), in Perfectae caritatis ha insegnato che «la castità osservata "per il Regno dei cieli" [...] rende libero in maniera speciale il cuore dell’uomo, così da accenderlo sempre più di carità verso Dio e verso tutti gli uomini» (PC 12).

Infatti con la donazione di sé fatta a Dio per vivere in unione a Cristo Gesù, i religiosi, conformandosi a lui, non potranno non vivere dei rapporti con gli esseri umani come egli li ha vissuti. Questi poi non furono solo di compassione e pietà, ma anche di profonda e vera amicizia, perché la nota tipica di questa è proprio di escludere la possessività e volere invece il bene dell’altro.

Perciò, per spiegare l’amore del cuore indiviso, si deve prendere grande cura di specificare che la mediazione offerta dalle creature che viene esclusa dalla verginità si riferisce esclusivamente a quel tipo di mediazione che viene vissuta nell’amore coniugale, che è di natura sua rapporto unitivo fra due esseri umani, i quali si donano e ricevono l’un l’altro, appartenendosi mutuamente nell’amore.

In tale contesto è di fondamentale importanza annotare che l’amore umano non si limita ed esaurisce in quello tipico del matrimonio: basta pensare (per non riferirci che a una sola altra forma di amore) all’affetto caldo di comprensione, vicinanza e sostegno esistente tra fratelli, tra un fratello e una sorella; rifacendoci poi ai vangeli, è doveroso considerare il legame di amicizia esistente fra Cristo, la Vergine, e alcune persone che gli erano particolarmente care.

È proprio l’amore verginale che, unendo in modo particolarmente intimo a Cristo chi vive nella sacra verginità, spinge a condividere fino in fondo la sua ansia di spendersi per gli uomini, di volere loro bene, e perciò di farsi vicino ad essi con autentico calore umano, proprio come ha fatto Gesù.

Chi è che “consacra”?

7 Il processo di risposta dato dalle persone umane all’iniziativa divina, con cui il Signore le invitava a vivere secondo i consigli evangelici, e il progressivo e crescente rapporto affettivo con nostro Signore Gesù Cristo, che fa sentire il desiderio di vivere in unione con lui condividendone la missione, gradualmente conducono chi è stato chiamato da Dio a sperimentare l’interiore e ardente bisogno di fare l’offerta di sé al Signore e di appartenergli totalmente. Questo è stato nettamente espresso nel Proemio: «Qui ad praxim consiliorum evangelicorum a Deo vocantur [...], Domino se peculiariter devovent, Christum sequentes, qui virgo et pauper (cf Mt 8,20; Lc 9,58) per oboedientiam usque ad mortem Crucis (cf Fil 2,8) homines redemit et sanctificavit» (PC 1).

Di questa realtà si parla anche più avanti raccomandando a tutti i membri di ogni istituto di “ricordarsi anzitutto di aver risposto alla divina chiamata con la professione dei consigli evangelici” e con ciò di aver fatto sì che “tutta la loro vita è stata posta al servizio di Dio (PC5). La risposta data dall’essere umano all’azione di Dio è stata quindi chiaramente espressa con i due termini latini “se peculiariter devovent” (PC 1) e “totam vitam suam eius famulatui mancipaverunt” (PC 5).

Linguisticamente parlando se devovere si traduce e significa "offrire sé stesso", "dedicarsi", "fare l’oblazione di sé"; vitam mancipare vuol dire "cedere formalmente in possesso la vita", "far prendere la vita". Questi verbi esprimono dunque l’atteggiamento dell’essere umano che, chiamato da Dio, fa a lui l’oblazione di sé.

Tali termini molto significativi purtroppo sono stati spesso tradotti in modo gravemente errato, sia grammaticalmente che teologicamente, e questo nel modo seguente: se devovent in "si consacrano", vitam mancipaverunt in "hanno consacrato la loro vita", come se fosse la persona a consacrare sé stessa, mentre invece è solo Dio che può consacrare(5).

Secondo il decreto, quando il religioso/la religiosa compie l’offerta totale di sé e mette con ciò la propria esistenza a completa disposizione di Dio, allora viene da lui consacrato/a; questa presa di possesso da parte di Dio crea un nuovo legame sacro fra Dio e il religioso che approfondisce quello del battesimo.

Si tratta di un’alleanza personale ulteriore con cui l’essere umano, in risposta a un invito amorosamente rivoltogli dal Signore, per amore si dona consapevolmente a lui «summe dilecto» per vivere solo per lui («soli Deo vivant», «totam enim vitam suam eius famulatui mancipaverunt», PC 5). Conseguentemente a questa offerta totale di sé fatta dall’essere umano, Dio "lo fa suo" in modo speciale, mette su di lui/lei il suo sigillo, come lo sposo, al donarsi a lui della sposa, mette sul dito di lei l’anello, segno di un’appartenenza speciale al marito.

L’analogia è quanto mai opportuna, infatti con la professione dei tre consigli il religioso dimostra e pubblicamente dichiara di aver preferito e anteposto il Signore Dio a un altro essere umano, come avrebbe potuto fare donandosi all’altro nel matrimonio: questo è il vero e profondo significato del termine "professione", che deriva dal verbo "profiteri", ossia "dichiararsi pubblicamente per qualcuno”.

Come autorevole conferma di quanto or ora detto, facciamo presente che la Commissione dottrinale-teologica del Concilio responsabile della redazione del testo del capitolo VI della costituzione dogmatica sulla Chiesa che tratta dei religiosi, al n. 44 aveva già posto chiaramente in luce la complementarità fra l’attività dell’essere umano e quella di Dio. A proposito della prima si era detto che "obbligandosi" all’osservanza dei consigli evangelici, il religioso «si dà, si cede formalmente in possesso a Dio»; a proposito della seconda - e cioè dell’attività di Dio - è stato detto che è solo a seguito della totale donazione di sé fatta dalla persona che questa «viene consacrata più intimamente al servizio di Dio»: è allora Dio che la prende in suo possesso, la fa più profondamente sua consacrandola al suo servizio.

Proprio a tale proposito la Commissione teologica, allo scopo di eliminare ogni malinteso in materia della consacrazione religiosa, ha rilasciato una dichiarazione ufficiale dicendo che il termine consecratur deve essere inteso «sub forma passiva, subintelligendo a Deo»(6).

La comunità

8 Una volta confermati e riproposti in chiave scritturistica i principi che esprimono l’aspetto duraturo della vita religiosa, è ben agevole comprendere come le persone che sotto l’influsso della grazia di Dio hanno accolto la sua chiamata a tale forma di vita, essendosi date interamente a lui ed essendo state da lui "consacrate" in modo speciale al suo servizio, condividano dal più profondo del loro essere questo spirito di appartenenza a Dio. È proprio questo ciò che fa sì che esse siano in comunione fra loro, si intendano mutuamente, si sostentino a vicenda, collaborino fra loro e costituiscano così una comunità.

Di tale vincolo di amore mutuo fa parte quel tratto particolare della grazia della vocazione data da Dio in virtù del quale le singole persone, chiamate da lui a seguire Cristo per condividerne la missione, hanno sperimentato una particolare attrazione verso questo o quell’aspetto della missione e dell’attività di Cristo Nostro Signore che «passò facendo del bene» (At 10,38).

Questa ulteriore qualifica della vocazione si ricollega al carisma particolare concesso da Dio a quegli uomini e donne (fondatori e fondatrici) che «dietro l’impulso dello Spirito Santo» «condussero, ciascuno a loro modo, una vita consacrata a Dio», «cosicché per disegno divino si sviluppò una meravigliosa varietà di comunità religiose che molto ha contribuito a far sì che la Chiesa non solo sia ben attrezzata per ogni opera buona (cf 2Tim 3,17) e preparata all’opera di servizio per l’edificazione del Corpo di Cristo (cf Ef 4,12)» (PC 1).

Rinnovamento-adattamento

Tenendo presente questi punti con cui abbiamo cercato di porre in chiara luce l’esposizione che il decreto Perfectae caritatis ha voluto offrire a proposito della natura stessa della vita religiosa, si può agevolmente capire perché – come abbiamo detto all’inizio – un considerevole numero di Padri conciliari (in primo luogo fra essi i superiori generali degli ordini religiosi e, insieme a loro, molti dei vescovi religiosi) avevano insistito e anche ottenuto che invece di parlare del solo adattamento della vita religiosa alle mutate circostanze dei tempi, venisse data la dovuta priorità al rinnovamento di essa.

Quando la vita religiosa è intesa come una forma di totale appartenenza a Dio e quindi un vivere in unione a Cristo per il bene altrui, è evidente che – in virtù della sua stessa natura – per vivere con rinnovato vigore ciò che essa è, deve adattarsi alle necessità dei tempi e quindi abbandonare quelle modalità esteriori e quelle opere che non sono più attuali (PC 3 e 20).

A quarant’anni dal Perfectae caritatis ritengo che là dove ci si è attenuti a quei "principi che esprimono l’aspetto duraturo" si è favorito un autentico rinnovamento e che questo ha portato con sé quel doveroso «adattamento alle odierne condizioni fisiche e psichiche dei religiosi» richiesto dal Concilio (PC 3), infatti, come Benedetto XVI si è espresso, «le decisioni riguardanti cose contingenti dovevano necessariamente essere esse stesse contingenti».

(da Vita Pastorale, aprile 2006)

Note

(1)L’Osservatore Romano, “Discorso di Sua Santità Benedetto XVI alla curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi”, 22 dicembre 2005, pp. 4-6.

(2) Quando lo schema del decreto sulla vita religiosa fu messo in discussione il 10,11 e 12 novembre 1964, si assistette a un massiccio e considerevole numero di interventi: in particolare, monsignor Pacifico Perantoni ofm,che parlò a nome di 369 Padri; monsignor James Caroll, a nome di 433 Padri; Monsignor Victor Sartre sj, a nome di 265; padre Anastasio del SS. Rosario ocd, a nome di 181.

(3) Il gruppo dei Padri conciliari aveva fortemente e congiuntamente reagito per contrapporsi all’opinione di alcuni vescovi che cercavano di far dichiarare dal Concilio che nella Chiesa esistono due stati di origine divina, e cioè la gerarchia e il laicato. In modo particolare si deve far menzione di un “esposto”, sottoscritto da ben 679 Padri, che fu condiviso dallo stesso Paolo VI e da lui trasmesso alla Commissione dottrinale-teologica del Concilio. Questo intervento era di tale peso e valore che la Commissione dovette riformulare il testo antecedentemente preparato che esprimeva l’opinione errata nel senso predetto, e sostituirlo con la seguente frase: “Lo stato dunque, che è costituito dalla professione dei consigli evangelici, pur non riguardando la struttura gerarchica della Chiesa, appartiene tuttavia in modo inconcusso (irremovibile) alla sua vita e alla sua santità” (LG 44). Per una dettagliata esposizione della storia di quel periodo del Concilio vedasi: “Il Capitolo VI “De Religiosis” della Costituzione dogmatica sulla Chiesa. Genesi e contenuto dottrinale alla luce dei documenti ufficiali, a cura di Molinari P. e Gumpel P., Quaderni di Vita Consacrata 9. Editrice Ancora 1985, Milano; edizione inglese, Roma 1987.

(4) In merito rinvio al libro sopra indicato alla nota 3, in specire le pp. 152-180.

(5) Su tutta questa materia mi permetto di fare riferimento a due articoli da me pubblicati nella rivista Vita Consacrata: “Divino obsequio intimius consecratur”, maggio 1972, pp. 401-432.

(6) S. Oecum. Conc. Vaticanum II, Schema Const. Dogm. De Ecclesia. Modi a PP. Conciliaribis propositi a Commis. Doctrinali esaminati, V, caput VI De religiosis, Typ. Pol. Vatic., 1964, p. 7, ad 2

Ultima modifica Sabato 01 Marzo 2008 10:56
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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