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Martedì 02 Dicembre 2008 00:18

Il sottofondo psicologico del cap. VII della Regola di S. Benedetto - terza parte (P. Bernardo)

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Visione e formazione dell'uomo
nel capitolo VII della Regola di S. Benedetto


Il sottofondo psicologico del cap. VII
della Regola di S. Benedetto


Riflessioni di P. Bernardo, monaco trappista


(terza parte)

E’ necessario sapere quale idea ha S. Benedetto dell’uomo, nel suoCap. VII, per capire come imposta la formazione di colui che si presenta alla sua scuola.


La finalità, della formazione è un risultato che si ottiene molto tardi e gradualmente. Il lavoro di formazione è di tutti i giorni. Tuttavia nella programmazione, è fondamentale sapere cosa si vuole raggiungere.



Gli antichi dicevano: "finis est primus in intentione et ultimus in assecutione". Il fine, il frutto della formazione è il risultato, ma è anche quello che determina la metodologia della formazione.


Il progetto di una casa non è, ovviamente, la casa, tuttavia è necessario avereun progetto per iniziare la costruzione.


Il "progetto" che S. Benedetto propone quale finalità per la formazione del suo cap. VII, è chiaro: "allora, saliti questi gradini di umiltà,, subito il monaco raggiungerà quell’amore di Dio che, giunto a pienezza, caccia via il timore". Non solo perché l’abitudine gli facilita il cammino ormai è una "delectatio".


Vi sono due elementi fondamentali nella concezione nel cap. VII, al timore dal quale l’uomo è posseduto e dal quale deve essere liberato, e l’amore perfetto al quale l’uomo deve arrivare. L’uomo dunque, per S., Benedetto, è chiamato all’amore ma è possedutodal timore.


Il timore che l’amore progressivamente "caccia fuori", non il timore di Dio poiché esso è il primo gradino da salire.


Allora quale timore?


Nella lettera agli Ebrei (2,14-15) è descritto un timore che tiene in schiavitù l’uomo per tutta la vita: il timore della morte!


Cos’è questo timore della morte che tiene schiavo l’uomo e dal quale Cristo ci ha liberati?


Non è certamente il solo timore della morte fisica poiché ad essa non si riesce a pensare sempre e S. Benedetto esorta ad averla sempre presente. Quando poi ci pensiamo è sempre in modo astratto e non incide facilmente sulla nostra vita concreta, profonda. D’altra parte è un timore ben radicato in noi. S. Benedetto lascia intendere e la lettera agli Ebrei lo dice chiaramente, che questo timore ci tiene schiavi per tutta la vita. Cioè impedisce all’uomo di essere se stesso. esige uno sforzo ascetico non indifferente per superarlo.


Possiamo dedurre che deve essere un timore che pervade il tessuto stesso della nostra vita, anzi, sta alla radice del nostro essere.


Allora, quale timore tiene schiavo l’uomo?



1° - Paura della nostra unicità



Uno dei concetti fondamentali della bibbia, assieme a quello dell’unicità del popolo è l’unicità à della persona umana.


Nel Vangelo, e ovviamente nella Regola come conseguenza, è sempre la persona inserita come in un corpo nella comunità, le quale, viene interpellata direttamente. La persona, in ultima analisi anche nella comunità, gioca la sua, vita pro o contro Cristo, sceglie di ,accoglierlo giorno per giorno o rifiutarlo. La comunità è un aiuto indispensabile, tuttavia la persona può chiudersi in se stessa anche nellacomunità.


Questo essere che si chiama uomo fu creato ad immagine di Dio (Gen 1,26-27), è stato redento per essere conforme al figlio suo (Rm 8,29), è persona. Dicendo persone equivale a dire unicità. Pur essendo un essere creato, in simbiosi vitale con la creazione, tuttavia porta in sé, nel suo essere più profondo, il desiderio e la percezione cha è unico in questo mondo creato. Dio, , si dice di dice comunemente, non fa l’uomo in serie; ogni uomo è irripetibile" Egli chiama le sue pecore una per una" (Gv. 10,3).


Questa dimensione di unicità la vediamo bene neibambini. Essi sono sempre in competizione tra di loro. Nessun bambino nella stessa famiglia accetta di essere secondo o vedere un altro privilegiato. Tutto ciò mette in evidenza quanto c’è nel profondo del cuore umano: l’uomo conta più di qualsiasi cosa al mondo. Mette in luce come l’uomo sia chiamato all’eroismo, e se volete, alla santità. Nel cuore umano pulsa l’aspirazione ad essere qualcuno con un’importanza cosmica, unica. Si può leggere il salmo 8 inquesta prospettiva.


Tutta la scienza, la tecnica, il secolarismo, l’ateismo soprattutto,, in una parola la nostra società "civilizzata", non altro chi la fiduciosa credenza e la -manifestazione concreta che l’uomo è un "animale" che "conta; vuole essere unico.


In realtà, l’ammissione concreta ad essere unico, un eroe non è facile per nessuno. E’ un’esigenza di tutti e tutti abbiamo paura.. Solo pochi accettano e con fatica, di prendere coscienza. E’ questa la ragione per cui la gente preferisce nascondersi dietro la maschera di quanto la società offre. Si giustifica con "tutti fanno così". Oppure, come oggi è più evidente, in un individualismocomune a tutti. E’ una maschera di produzione individuale che permette di non uscire dalla massae dà l’illusione di essere singolari. In realtà è una difesa contro la paura di essere "unici", e un rifiuto od "essere qualcosa di importante nell’universo. E’ un nascondersi a quella voce che portiamo nel nostro essere."Non temere vermiciattolo (Is 41,14), io ti. ho riscattato, ti ho chiamato per nome (Is 45,1) perché tu sei prezioso agli occhi miei (Is 43,4. Una delle radici del timore che ci tiene schiavi è la paura della nostra "unicità".


2° - Paura della nostra "creaturalità"


Dire "unicità" comporta una certa solitudine del nostro essere personale e una buona dose di responsabilità nelle scelte inevitabili della vita. Tutto ciò comporta il rischio - sempre esistente e attuale - che non tutti approvino le nostre scelte. La non approvazione degli altri ci isola. Ci fa sentire indifesi, soli e gli altri, ostili. Siccome sappiamo quanto dipendiamo dagli altri per la nostra sussistenza, la nostra formazione e affermazione, la nostra unicità ci fa paura. Le limitazioni derivanti dalla nostra stessa struttura biologica sono fonte di malessere. In fondo, noi non accettiamo di essere limitati dal nostro essere animale. Non accettiamo la nostra fragilità.


Più o meno coscientemente, noi finiamo per organizzare tutta la vita in relazione all’approvazione degli altri. Come risultato sicuro, otteniamo la paura di non riuscirci mai.


Tutto questo processo è molto radicato in noi; è la conseguenza della nostra impotenza che abbiamo iniziato ben presto a sperimentare nella vita, da bambini, quando alla nostra "unicità" ha all’iniziato a scontrarsi con la realtà, la quale ha prodotto la consapevolezza, più o meno consapevole di un altro aspetto del nostro essere: quello di un essere radicalmente dipendente, cioè creatura.


Il conflitto tra "unicità" e esperienza concreta di creatura e per di più con una dimensione "animale", soggetta alle limitazioni conseguenti all’essere creatura, è un’altra radice del timore che ci tiene schiavi.


Sarebbe relativamente facile affrontare questo conflitto della nostra esistenza se fosse così chiaro come descritto. Il guaio è che esso è ben più profondo della nostra consapevolezza. Anzi, la nostra consapevolezza è influenzata profondamente da esso.



3° - Paura della nostra impotenza



L’esperienza delle limitazioni di creatura umana produce un altro effetto: l’esperienza di ogni giorno della nostra incapacità a correlare cause ed effetti. In questa impotenza vi è un’altra radice della schiavitù del timore.


Noi siamo sicuri quando possiamo controllare gli effetti conoscendone le cause. Oppure predisponendo le cause che sono a nostra portata, perché si abbiano determinati effetti. Tante cose li possiamo e dobbiamo controllare. Ma ciò non basta alla nostra sicurezza. La correlazione tra causa ed effetto della nostra vita non la possiamo controllare. Cosa è la nostra vita? Nel suo inizio? Nella sua fine? Anche se possiamo dare una risposta che ci viene dalla fede, il controllo su di essa ci sfugge.


Tutto ciò fa sorgere in noi la continua tendenza a chiederci nel nostro " guscio ". Lì possiamo controllare con relativa facilità. Troviamo una certa sicurezza perché limitiamo al massimo quanto sfugge al nostro controllo.


Tuttavia, questi interrogativi che pulsano nel nostro essere più profondo anche se eliminiamo presto dal nostro campo cosciente oppure li razionalizziamo con facilità, rimangono più che mai i attivi nella nostra esperienza profonda, subliminare. Influenzano potentemente la nostra vita concreta di ogni giorno e anche di ogni notte, producendo il timore perché sfuggono al nostro controllo. Non sempre ne siamo coscienti a livello razionale perché vi sovrapponiamo un’infinità di cose per tacitare; ma il nostro corpo li vive. Ecco allora quelle innumerevoli somatizzazioni alle quali non troviamo una spiegazione razionale. Sono il segno del conflitto tra la nostra presunta"onnipotenza" e l’esperienza tenacemente rifiutata dalla nostra impotenza.


Quando le cose che sovrapponiamo a questo conflitto vengono a mancare, per vari motivi, il timore, la paura della nostra impotenza, dei nostri limiti, riemerge con tutta la sua violente realtà. Allora si vedono persone, rimaste sempre attive e individuabili, precipitare in crisi psicotiche. Senza arrivare a questa situazione limite, in situazioni più comuni, di ogni giorno, troviamo la paura della nostra impotenza emergere nello scontento, nella mormorazione, nella critica acida, distruttiva, ecc. sono dei sintomi della paura che emerge perché qualcosa ci scappa di mano, non è più controllabile e siamo impotenti di fronte a situazioni, fatti, persone.


Come conseguenza, la nostra attività frenetica, di auto affermazione non è altro che un mascheramento ed una repressione del timore di non poter tutto controllare. Timore che ci attanaglia nel profondo del nostro essere.


Il timore che nasce dall’impotenza ci fa appoggiare in modo indebito su un sistema già costituito, sul potere o sull’autorità di un altro in modo esclusivo da dove poi hanno origine divisioni, partiti, opposizioni, intolleranze, ecc. Ci si tuffa in un ritmo di vita dove a livello di consapevolezza, non c’è più timore perché tutto è così scontato, dato e dovuto da renderci così facile il vivere "alla giornata". Facciamo di tutto per ignorare e dimenticare quanto il nostro essere umano è in realtà: un essere creaturale, perciò totalmente dipendente. Una creatura che porta nel suo essere totalmente dipendente l’immagine di Dio e la chiamata d’essere simile a Lui e perciò costantemente chiamato a trascendere i propri limiti. Limiti che trascende nella misura che accoglie in sé la sua impotenza.


4° - Confusione tra "unicità" e impotenza


Il timore dal quale dobbiamo essere liberati alle sue radici nell’esperienza a concettuale, vitale, esistenziale se volete, di essere unici, fatti per l’immortalità e nell’esperienza concreta, grossolana direi, della nostra corporeità con tutte le limitazioni da essa imposte.


L’incompatibilità concreta, e di conseguenza l’impossibilità per l’uomo di risolvere il paradosso di questi due elementi costitutivi dell’essere umano, genera la schiavitù dal timore.


Sono due aspetti così radicati e allo stesso tempo così contraddittori che il prenderne conoscenza ci fa paura - come già accennato. Si preferisce lasciare che si confondano in un’oscura coscienza e si esprimano come vogliono. Manteniamo l’aspirazione di fondo ad essere unici - non la possiamo sopprimere - ma tentiamo di realizzarla con i nostri mezzi, le nostre vedute frutto delle nostre rimozioni, i nostri schemi che ben sappiamo essere limitati. Confondiamo l’inesprimibile con il segno concreto.


Dobbiamo essere unici, ma dobbiamo cambiare il modo di esserlo. Soprattutto dobbiamo lottare contro la paura di crescere. Il crescere infatti, è, fondamentalmente, ubbidire alla nostra unicità, la quale è nostra, la possediamo, ma ancora in espressa. Concretamente mentre aspiriamo a crescere non sappiamo ancora ciò che saremo: nella speranza siete salvati, ciò che si vede non è più speranza (Rm 8, 24). Questo comporta il superamento costante di tutte le realizzazioni concrete. Esse sono necessarie per l’evoluzione e la maturazione dell’uomo, tuttavia sono relative all’uomo stesso servono, anzi sono indispensabili, ma una volta utilizzate devono essere superate.


Lo scambio di visuale o meglio la confusione tra relativo e necessario, tra relativo e assoluto, tra i mezzi e la finalità, è sottile, ma è drammatico perché alimenta continuamente in noi la schiavitù del timore. Esso ci fa credere che siamo noi il " padre di noi stessi ". Ci fa confondere la nostra creaturalità in via di crescita, con l’essere noi i creatori di noi stessi. È una esperienza che ci portiamo dentro a livello non solo psicologico, inconscio, ma esistenziale.


La nostra prima esperienza il nostro primo contatto con la realtà, infatti, è un’esperienza di "onnipotenza", di magico controllo del nostro piccolo mondo. In realtà, molto piccolo, molto limitato, limitato alla sola madre, ma completamente e in nostro potere.


Al bambino infatti - e tutti lo siamo stati e lo siamo tutt’ora nel profondo - basta poco per ottenere quanto vuole. Basta uno strillo e ottiene cibo e calore e di cui ha bisogno. Molte volte non ha ancora espresso il suo desiderio, è ancora incipiente e già la madre è pronta a soddisfarlo.


Noi cresciamo con questa congenita attitudine a forgiare il nostro piccolo mondo perché serva alla nostra grandezza. Le crisi del bambino (le crisi nostre), le sue involuzioni, i suoi capricci, si hanno quando inizia lo scontro con la realtà. Essa fa sperimentare l’inconsistenza della totale padronanza e indipendenza, di padrone assoluto del proprio destino. L’esperienza della fragilità del potere assoluto che il bambino sperimenta a contatto con la realtà, non lo convince della sua fragilità, sposta solo il campo di controllo, di potere, di dominio. Si sviluppano così quelle devianze psicologiche che portano a vivere nel fantastico il reale. Per non accettare la sconfitta derivante dall’esperienza di creatura limitata, l’uomo si rifugia nel fantastico e irreale dove può, irrealmente, continuare a ritenersi onnipotente. Questo mondo - anche se solo fantasmatico - è ancora in nostro potere; ci dà ancora la sensazione di dominio. Da questa torre di controllo, misuriamo poi la realtà, le persone, le cose le situazioni, gli avvenimenti, ecc. tuttavia paghiamo un prezzo eccessivo per questo " potere ". Viviamo costantemente nel timore di perderlo in quanto puramente immaginario. L’immaginario, oltre che non soddisfare pienamente, è mutevole, svanisce con l’immagine stessa. Controlliamo il nostro modo immaginario, ma non la sua stabilità. Di qui nasce l’instabilità contro la quale insiste tanto S. Benedetto , oppure come la chiama la Bibbia, la stoltezza: lo stolto muta come la luna (Sir 27,12).


L’illusione del nostro inconscio non è nel fatto che siamo chiamati ad essere immortali e in un certo senso partecipi dell’onnipotenza di Dio, bensì nel credere che siamo noi onnipotenti. Siamo noi i creatori di noi stessi.


L’umiltà di cui parla S. Benedetto è l’accettazione concreta a lasciarsi creare, a lasciarsi " fare ". E questo a tutti i livelli del nostro essere, fisico, psicologico, spirituale. In altre parole, c’è un solo Creatore, un solo Onnipotente. Affermazione chiara a livello razionale e di fede, ma che si scontra costantemente con quell’altra che portiamo dentro, inespressa ma più profondo: tu sei onnipotente!


Per iniziare a apprendere coscienza dell’assurda contraddizione che regge in concreto la nostra vita l’illusione e dell’onnipotente e l’esperienza concreta della nostra totale dipendenza, illusione alla quale ci aggrappiamo disperatamente esperienza che rifiutiamo con altrettanta tenacia e disperazione, S. Benedetto pone in luce la nostra unicità e grandezza (exaltationem illam coelestem), ma in concreto insiste sul come cambiare il modo illusorio di realizzarla (per humilitatem).


L’umiltà ha in sé due elementi di uguale importanza: l’esperienza vissuta quotidianamente dalle nostre limitazioni, dalle nostre contraddizioni e l’esperienza altrettanto concreta che la nostra "unicità" viene realizzata da Cristo, il quale mediante la potenza del suo Spirito pervade tutta la nostra vita: la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza (2 Cor 12,9-10). Nella misura che viviamo come servi inutili (Lc 17,10), compiamo le opere che Lui ha compiuto e ne faremo di più grandi (Gv 14,12). Con più semplicità il Vangelo usa un’altra immagine: la pasta e lievito (Mt 13,33). La pasta è la nostra impotenza e la nostra disponibilità. Il lievito non appartiene alla pasta, tuttavia la trasforma totalmente, la fa crescere sopra a ogni sua possibilità. (Si potrebbe, in chiave di umiltà, sviluppare l’aspetto della " femminilità" dell’uomo che è poi quella "potentia oboedientialis" di cui parlavano gli scolastici nel medio evo).


Conclusione


Il primo passo per smantellare il timore che ci tiene schiavi, è proprio il timore. Questa volta è il timore di Dio. Timore reale, poiché Dio fa crollare tutte le costruzioni illusorie attorno alla nostra unicità e "onnipotenza" e mette a nudo le nostre limitazioni. Timore necessario per iniziare ad acquisire un tantino di sapienza della vita, la quale è essenzialmente liberazione delle nostre illusioni (cf Sl 110,10: Sir 1,16.18). Esse sono solo una protesta e un rifugio per difenderci dalla nostra concreta condizione umana.


Il timore di Dio nasce dall’ascolto della Parola. Essa manifesta l’amore di Dio per noi, tuttavia è realistica e drastica sulla condizione umana. Noi no! Noi seguiamo gli impulsi del nostro falso narcisismo; la vacuità delle nostre aspirazioni. Pensiamo che esse siano chissà quali grandi cose, in realtà si riducono a quanto dice Isaia: abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori quasi dovessimo partorire: era solo vento (Is 26,18; Is 33,11).


Possiamo riassumere brevemente il rimedio proposto da S. Benedetto:


1° inutilità dei nostri desideri


2° necessità di impostare la nostra vita sulla Parola di Dio3° siccome è costante la fuga nell’irrealtà della nostra " onnipotenza " costante vigilanza sui nostri impulsi4° abbandonare l’illusione di nascondere e di nasconderci; Dio vede anche dove noi non vogliamo vedere


5° rinuncia alla illusoria realizzazione di noi stessi


6° sottoporre ad un altro la validità dei nostri pensieri


7° necessità di una disciplina corporale


8° necessità di confrontare con gli altri l’affermazione illusoria di noi stessi.


Quando il timore di Dio avrà smantellato le nostre difese, la nostra falsità, il timore sparirà poiché gli ipocriti, gli empi dice Isaia sono posseduti dal timore (Is 33,14). Nella misura che il timore se ne va affiora la carità.


La carità non ha oggetti preferenziali, ama tutto e tutti: Dio, gli uomini, le cose. Verso tutto vi è rispetto e amore. La realtà non è più vista come mezzo o come nemico della nostra ferma azione; ma partecipe della nostra unicità e grandezza.

(continua)

Ultima modifica Giovedì 03 Settembre 2009 18:10
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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