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Venerdì 04 Dicembre 2009 22:52

Necessità di profezia (Mons. Antonio Riboldi)

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Marginalità e significatività della vita consacrata: modelli culturali alternativi

 

Necessità di profezia

di Mons. Antonio Riboldi (*)


1. Una lettura del presente

Si vede che le cosiddette grandi Chiese appaiono morenti.

In Australia, soprattutto, anche in Europa, meno negli Stati Uniti. Crescono invece le sette che si presentano con la certezza di un minimo di fede e l'uomo cerca certezze. E quindi le grandi Chiese tradizionali, protestanti, soprattutto, si trovano in una crisi profondissima.

Le sette hanno il sopravvento, perché offrono "regole" semplici, poche, e dicono: questo è sufficiente.

La Chiesa cattolica non risente della situazione come le grandi Chiese protestanti storiche, ma condivide il problema del nostro momento storico. E sul distacco di tante persone, afferma: "E' vero: alla gente, soprattutto ai responsabili del mondo, la Chiesa appare una cosa antiquata, le nostre proposte non necessarie. Si comportano come se potessero, volessero vivere senza la nostra parola e sempre pensano dì non aver bisogno di noi. Non cercano la nostra parola. Questo è vero e ci fa soffrire, ma fa anche parte di questa situazione storica, di una certa visione antropologica, secondo la quale l'uomo deve fare le cose come Carlo Marx aveva detto: la Chiesa ha avuto 1800 anni per mostrare che avrebbe cambiato il mondo e non ha fatto niente, adesso lo facciamo noi da soli". (dal dialogo del S. Padre con i sacerdoti in Valle d'Aosta – luglio 2005)

 

2. Veniamo così immediatamente messi di fronte alla realtà in cui le anime consacrate vivono ed operano

 Ci troviamo davanti ad una rete di realtà negative che ci interpellano duramente: anzitutto la mancanza di vocazioni. Tanti Istituti devono fare i conti con un numero insufficiente per affrontare opere che, forse, un tempo erano "il fiore all'occhiello" della Congregazione.

- Questo porta alla chiusura di tante opere.

- Un senso di disagio che porta a spegnere la stessa speranza e ci si interroga sul futuro con grande apprensione.

- Ma quello che più deve farci riflettere è la mancanza dello spirito e della santità, che erano il fondamento del dono dello Spirito, quando volle la Congregazione.

Per stare al passo con il mondo, in tante case e comunità è venuto meno ciò che era la nostra autentica presenza e profezia: ossia non siamo più o non abbiamo più quella beatitudine della povertà, che era ed è, come affermava Giovanni Paolo II nella "Vita consacrata", la sfida alla schiavitù del benessere. Rosmini affermava che la povertà è il muro di sostegno della fede. È quella bellezza della libertà da tutto, come in S. Francesco, che mostrava. il "diverso" dal mondo, proprio nella semplicità della vita. Paolo VI, dopo il terremoto del Belice, raccomandava a noi parroci di costruire chiese "a misura della gente semplice", ossia che le case e le chiese fossero un segno della vera natura della Chiesa di Dio: la povertà.

L'ultimo Sinodo dei Vescovi disse a chiare lettere che la Chiesa in Europa, se voleva continuare a rendere credibile il Vangelo, doveva sposare la povertà.

E il grande Papa, Giovanni Paolo II, disse: "Il futuro della Chiesa è nei poveri".

Troppe volte la nostra presenza non è sfida, ma stare al passo con il mondo.

Lo stesso è dell'obbedienza. Era il dono più grande che Dio ha chiesto perché fossimo strumento della Sua Volontà, espressa dai superiori.

C'è ancora quell'abbandono nelle mani di Dio, con spirito di amicizia e mai servilismo, come era in Gesù e Maria, obbedienti fino in fondo alla Volontà del Padre?

Tutti noi religiosi dovremmo essere, come diceva Madre Teresa di Calcutta, "matite nelle mani di Dio", perché Lui, e solo Lui scriva la Sua Storia di Salvezza.

È così, o ci siamo appropriati di una volontà che avevamo consegnata a Dio nell'obbedienza'?

Ma quello che impensierisce ancora di più e preoccupa è quella mancanza di vita contemplativa, che è per noi consacrati quel "primum necessarium", senza del quale ci svuotiamo nel cuore e diventiamo operatori, ma senza la presenza dello Spirito. Forse ci siamo dimenticati che la prima ragione della nostra vocazione è la perfezione... il resto è conseguenza.

Cosa può dire una comunità che non prega a questo mondo senza Dio? Non sarebbe il caso di tornare alle radici e riappropriarci dello spirito delle fondatrici, che erano "tutto preghiera e Santità, che diventava dono poi nella carità?

Riflettiamo su quanto Giovanni Paolo II scriveva per noi: "Nel nostro mondo in cui sembrano smarrite spesso le tracce di Dio, si rende urgente una forte testimonianza profetica da parte delle persone consacrate. Essa verterà innanzitutto sulla affermazione del primato di Dio e dei beni futuri, quale traspare dalla sequela e dall'imitazione di Cristo casto, povero e obbediente, totalmente votato alla gloria del Padre e all'amore dei fratelli e delle sorelle. La stessa vita fraterna è profezia in atto nel contesto di una società, che talvolta, senza rendersene conto, ha un profondo anelito ad una fraternità senza frontiere. Alle persone consacrate è chiesto di offrire la loro testimonianza con la franchezza del profeta che non teme di rischiare anche la vita. Un'intima forza persuasiva deriva dalla profezia della coerenza e l'annunzio e la vita". (Vita consacrata, n.85)

 

3. La nostra presenza nel mondo con la carità

 Nel Salmo 8 il salmista con stupore si chiede: "Chi è mai l'uomo, Signore, perché ti prenda cura di lui?".

Allo stupore del salmista, riflettendo sullo stato dell'uomo oggi, che sembra ignorare la sua bellezza in Dio, risponde Arrigo Levi: "Che uomo è mai questo?".

E basta guardarci intorno per sentire anche noi "la compassione di Gesù" davanti alle folle senza pastore. Una compassione che siamo chiamati a vivere "con-passione", ossia cercando di farci vicini a tutti, poveri e tristi per mille ragioni, come fece il Samaritano sulla via di Gerico, davanti all'uomo abbandonato dai briganti. sulla strada, "semivivo". Lo Spirito Santo che ha voluto la nostra presenza in tanti modi, come a rispondere alle tante ferite dell'uomo, ha suggerito il modo di farci vicini, modo che è poi la caratteristica di ogni Istituto. Siamo chiamati tutti, ognuno a suo modo, a rimettere in vita chi è destinato a morire, se nessuno si ferma e se ne fa carico.

La vera carità nasce sempre da un autentico amore verso Dio: Dio che si fa vicino a noi, che siamo tante volte semivivi, e ispira a farsi vicino ai fratelli, come Lui.

È da notare che la nostra carità non è mai una filantropia, che è solo umana, ma deve essere davvero l'amore di Dio che si fa vicino, con noi e attraverso noi, al fratello.

È opera dello Spirito Santo.

Troppe opere ed iniziative nostre sono malate di una carità senza Spirito.

Ci deve essere una grande differenza tra la nostra carità, in qualunque settore, e quella del volontariato, espressione dell' animo umano.

 

4. Quali sono le diversità nell'esercizio della Carità?

Rosmini, quando volle dare il  nome alla sua Congregazione, volle si chiamasse Istituto della carità: una carità che comprendesse tutto l'uomo, nella sua, a volte, infinita miseria morale e materiale e nella sua chiamata all'infinito di Dio, nella sua dimensione temporale e in quella culturale.

Come i due bracci della croce. Ma un braccio non può mai staccarsi dall'altro: la croce deve essere tutta intera.

L'uomo ha una dimensione temporale, che è la vita di questo corpo, prezioso dono che tutti dobbiamo curare, ma non per se stesso, ma per renderlo servizio, come è suo compito e così domani renderlo partecipe della resurrezione.

Basta dare uno sguardo al mondo per vedere lo sterminato campo di chi lotta per vivere, senza neppure a volte conoscere la bellezza della vita; i poveri nel mondo.

E chi, invece è "povero", perché del benessere fisico ha fatto un idolo, cui dedicare tutto l'amore.

Ma la dimensione vera dell'uomo, fatto a immagine di Dio, è quella culturale, ossia quella dimensione che coltiva dignità, responsabilità, sapienza, libertà. L'uomo che pensa.

E tutti sappiamo come questa "povertà culturale" è davvero grande nel nostro mondo.

Quando un giorno il grande Papa Giovanni Paolo II mi chiese qual era la povertà più grande in Italia, gli risposi: "L'Italia non ha tanto bisogno di una madre Teresa di Calcutta che raccoglie i 'resti dell'uomo' sui marciapiedi di Calcutta o del mondo, ma ha bisogno di tante Madre Teresa, che sappiano con la cultura ridare all'uomo la dignità che ha perso, facendolo più misero interiormente dei veri di Calcutta". Mi rispose: "È vero, l'uomo di oggi è un lottatore che è finito all'angolo del ring, sconfitto dal consumismo. Occorre riportarlo al centro perché continui a lottare. Questa è la carità culturale".

A sua volta la carità culturale non basta per la vocazione stessa che Dio ha dato ad ogni uomo, quella della santità, ossia del raggiungere un giorno Lui nella gioia del Cielo.

E qui veramente è la ragione stessa della creazione. Non ci sarebbe una ragione di esistere senza questo obiettivo finale: un obiettivo che Dio ha donato con il dono di Gesù, che ci ha aperto le porte del Cielo.

Possiamo essere sani e belli… ma, senza la dignità della cultura... e senza la gioia del Cielo, davvero la vita non avrebbe senso.

E non è neppure pensabile che un Padre come Dio, ci abbia fatto dono della vita senza una partecipazione alla Sua stessa Vita, in Cielo.

 

5. Su questa triplice forma di carità vi sono tutti i carismi dei nostri Istituti

Ma, qualunque sia il nostro carisma, il servizio all'uomo è sempre nella capacità di portarlo a Dio, ossia alla pienezza della vita eterna. come ha fatto Gesù con noi, come fece Gesù Buon Samaritano. Se andiamo alle radici della nostra Congregazione troveremo che tutte le fondatrici o fondatori sapevano esercitare questa carità totale.

Anche Gesù, nella sua vita terrena, incontrò masse che gli chiedevano la carità temporale, ossia la guarigione dalle malattie, il pane, la giustizia terrena. E Lui moltiplicava i miracoli che erano solo "segni" della sua missione. Accompagnava compassione e fede.

Basta ricordare l'episodio della Cananea. "Signore, aiutami". "Grande è la tua fede, o donna".

Ma il vero volto della carità di Gesù era nelle conversioni, come la Samaritana, Maria Maddalena, Zaccheo.

Quando però volle offrire al mondo "l'espressione della vera carità che dà la vita eterna", fece il discorso sublime dell’Eucaristia. Lì si offre memoriale della Sua Passione, come Pane della Vita. "Chi  ne mangia non avrà più fame”. L'Eucarestia!

"Senza domenica non possiamo vivere" affermavano i martiri di Abilene.

Ma davanti a questa offerta di amore divino, che va diritto alla vita eterna, ad un amore senza confini, allora e oggi, il discorso diventa "duro". E molti o non lo comprendono o non lo vogliono capire. E tanti, allora come oggi, se ne vanno e non tornano più da Lui.

Ricordiamo tutti lo sconforto di Gesù, ieri e oggi: "Volete andarvene anche voi?". "Da chi andremo, Signore? Tu solo hai parole di vita eterna".

Vengono alla memoria le tante ore di adorazione quotidiana che Madre Teresa faceva di notte per avere la saggezza e la forza della carità di giorno.

Così come viene in mente l'adorazione perpetua che un tempo, e forse oggi, era la sorgente della carità al Cottolengo.

E su questi modelli che occorre oggi guardare alla vita delle nostre Congregazioni per ritrovare quel senso di speranza che dovrebbe essere il nostro carisma.

Noi consacrati non possiamo metterci in coda ai pessimisti dell'oggi. Noi siamo le sentinelle gioiose della speranza che ha in Dio-Amore la vera ragione della speranza, profumo e forza della carità.

 

(*) Vescovo Emerito di Acerra

 

(da Vita consacrata in Lombardia, n. 69, ott. 2005, pp. 45-51)

Ultima modifica Sabato 05 Dicembre 2009 21:14
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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