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Lunedì 08 Marzo 2010 22:01

La vocazione benedettina secolare (Alfredo La Malfa)

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Come possiamo rendere visibile e concreta la nostra scelta di vita luminosa, vigilante in attesa del giorno non macchiato dalle oscurità della notte? Penso che la forma migliore consista nella santa attività del contemplativo.

La vocazione benedettina secolare
come segni di luce e di speranza

di Alfredo La Malfa *

"E la città non ha bisogno della luce del sole o della Luna: la gloria di Dio la illumina, e l'Agnello ne è la lampada...Le sue porte non si chiuderanno di giorno, poiché non vi sarà più notte...." ( Ap. 21, 23. 25).

L'approssimarsi della stagione fredda ogni anno mi porta a fermarmi per rivedere un po' la mia vita, anche attraverso una visuale diversa, e riesaminare l'identità del dono che ho ricevuto dal Signore. La riesamino con la speranza che l'amore di Dio abbia fatto robuste radici nel mio vissuto. La brevità delle ore di luce, una vita più appartata, il desiderio di sentire il mondo interiore racchiuso in me, mi portano a scandagliare aspetti e ricordi della mia vita a volte dimenticati. Sono momenti lasciati un po' in penombra che, tuttavia, nei primi grigiori invernali riemergono.

Non sempre sono ricordi che portano briosità. Ripenso a tanti volti, rivedo la luce degli occhi di tante persone oggi scomparse alla vista, nella quale splendeva la tenacia e la coerenza della vita di fede. La mia memoria si riempie, pertanto, di un mondo oramai inesistente. Rimane solo dentro di me. Lentamente questo mondo solo ideale sedimenta e si trasforma per divenire realtà nella mia esistenza. Non é facile trasformare il passato, soprattutto quando é legato alle persone care che ci hanno preceduto, nella gioia di vivere il presente nella fede in Cristo. L'uomo resiste al divenire, pensa che l'istante sia eterno, bloccato in un presente permanente. Non è cosi. Tutto va via, si trasforma, scivola diventa ricordo. L'essere umano, per natura, non può accettare questo: è nato per l'eternità ma deve vivere nell'imminenza. E’ sempre attuale il famoso verso di Petrarca: "...quanto piace al mondo è breve sogno" (Canzoniere, I). L'insieme dei nostri desideri, per i quali a volte dedichiamo tutta la nostra vita, è solo vacuità, scompare come neve al sole. Che fare, allora? Chiudersi in uno sconforto desolante, pensare di trovare un senso solo nella ricerca dei piaceri di questo mondo? O vivere la vita legati al passato fino a soffocare la gioia di vivere nell'impalpabile presente? Certamente, il mondo non ci aiuta. Ci fornisce delle direttive conclamate come le uniche possibili. Esse sono, d'altronde, chiare: cercare tutte le forme di piacere, imporre con tutte le modalità possibili il nostro io. Non c'é altro al di fuori della nostra vita reale, dunque bisogna afferrare tutti i piaceri che l'istante presente ci offre.

Diverse volte ho sentito giovani affermare che il loro ideale di vita è godere, divertirsi, avere di tutto ed essere il più ricercato. "Che male c'è?" mi viene risposto quando tento di far vedere altro. Anche in forme alte di pensiero e di espressione - dunque sicuramente non comparabili con le miserie ideali con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno - ascoltiamo affermazioni simili nel contenuto. Diversi poeti, artisti e filosofi hanno parlato nel XX secolo dell'inutilità della nostra vita e della mancanza di senso di essa. "Tutta la vita e il suo travaglio/....ha in cima cocci aguzzi di bottiglia". All'uomo di pensiero non rimane nulla da dire, nessuna indicazione da dare, nessuna sapienza da donare: "Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Questi celeberrimi versi di Montale, peraltro bellissimi, bene descrivono il contesto in cui l'uomo di oggi dove confrontarsi. Egli, come ha affermato Benedetto XVI, è veramente vittima di un relativismo totalizzante. Ritorna, pertanto, la domanda di prima: noi, piccolo gregge di Cristo, verso dove dobbiamo orientare il nostro cammino? La vita di fede, quando è sana, non offre risposte predefinite ed é ben lontana da offrire un semplice conforto. Dona altro. Nasce dalla consapevolezza che dentro di noi si e radicata una luce che salva e una speranza che guarisce; la nostra esistenza è stata non solo voluta ma amata, anzi e abbracciata da un Padre misericordioso, il quale per noi uomini è predicabile solo come Amore.

Quello che ho detto è insensatezza per il mondo, ma non per noi. Tutta la nostra realtà creata viene illuminata e rinnovata dal dono che ci è stato dato. Ma come é possibile vivere nella gioia se siamo segnati da questo eterno trasformarsi della vita? Come si può rimanere nella luce di Cristo, pur essendo immersi in un mondo impregnato non solo nel presente ma anche nel passato dal male della devastazione? Umanamente lo sconforto e l'afflizione dovrebbero essere le uniche risposte.

"Per voi però non sia cosi" (Lc 22, 26) dice il Signore ai suoi discepoli. Noi, infatti, abbiamo accolto la pietra d'inciampo del mondo. Per noi tutto è diverso: abbiamo scoperto di essere amati. Anche noi non abbiamo risposte risolutive a tutto. Partecipiamo come tutti gli uomini all'impossibilità:a di formulare una risposta alla pervasività del male. Ma abbiamo scoperto che ogni aspetto della realtà esiste perché e stato voluto ed è espressione di amore del Padre.

Il brano dell'Apocalisse, sopra riportato, indica il contenuto di questa speranza: Non ci sarà più notte. La Bibbia si congeda dai suoi lettori annunciando che non ci sarà più la forza devastante delle tenebre, ma tutto sarà illuminato dalla gloria di Dio e dall'Agnello, la lampada vivente, sorgente perenne di Amore. Le genti cammineranno alla sua luce, pertanto il fascino devastante e corrosivo del male terminerà di ammaliare e inquinare i nostri cuori, le porte rimarranno sempre aperte perché là non ci sarà più la paura della notte. Nessuna porta e nessuna chiusura. Sara un'esistenza dove il senso di tutto sarà manifesto e dove, aspetto fondamentale, il male svanirà perché sconfitto. Ma questa speranza è solo una realtà futuribile, e solo un'infelice attesa? Non penso. Noi già viviamo una dimensione di luce, siamo formati su una sapienza non umana, anche se è espressa e pensata secondo forme umane. Non scaturisce da noi ma da chi ci ha amati per primo. Chi attende I'amato è già toccato dalla dolcezza della persona attesa. Noi attendiamo una piena rivelazione dell'Uomo-Dio: Gesù di Nazaret. Ma Egli è presente in noi, ha radici nella nostra esistenza e in ogni volto troviamo Lui, cosi come ogni realtà creata porta impresso il suo sigillo. Tutto è in Cristo e tutto ritornerà verso Cristo. Nonostante le sofferenze della notte, noi portiamo dentro di noi un sole che rischiara la creazione. Ci nutriamo di una linfa che ci riempie della gioia di vivere e ci spinge a condividere la nostra vita con tutti.

Ritengo che il cristiano sia per sua specifica essenza l'uomo della luce, perché in lui la notte non ha più potere. La promessa dell'Apocalisse è presente per chi ha scelto di poggiare la propria vita sulla grazia. Nulla deve rimuovere il credente dalla speranza che il male non prevarrà sull'esistenza di tutto ciò che è creato. Tutto ritornerà. a Cristo. Esiste una forma di vita che rende palese questa esistenza orientata alla luce e al giorno non corroso dalla notte. E’ la vita monastica. La speranza racchiusa nel cuore degli uomini, considerata come il sigillo che l'Altissimo ha lasciato alla sua più nobile creatura, viene resa visibile dagli aspetti della condizione monastica. Essa è infatti diffusa con modalità diverse anche in altri sistemi religiosi non legati alla fede cristiana. In ogni uomo c'e un anelito incancellabile che lo spinge alla ricerca e all'attesa dell'Altissimo. La vita di un monaco rende palese la forza dell'amore iscritta nell'identità umana. Energia, peraltro lungimirante, perché riesce a vedere nonostante il perdurare della notte. L'amore del monaco è alimentato dalla consapevolezza, descritta nell'Apocalisse, che dentro l'uomo è radicata la speranza, non annullabile, scritta con lettere di fuoco, che la notte terminerà e che la forza del male è solo temporanea e non è invincibile. Si spera perché, ciò che è sperato, è stato già. trovato. Si cerca e si attende Colui, il Figlio, l'Agnello che promette "Si, vengo presto! ..." (Ap. 22, 20); Egli è già vita vissuta e speranza radicata nel cuore del credente. Si rimane fiduciosi a questa promessa del Signore perchè ci sentiamo abbracciati da un amore che ci ha cercati ed eletti a corrispondere ad esso.

Quisquis ergo ad Patriam coelestem festinas (RB LXXIII)…La conclusione della nostra Regola ci riempie di speranza e ci invita ad un coraggioso e spedito andare verso la patria celeste. Mi piace ritenere che il chiunque tu sia in particolar modo sia esteso a noi oblati. In verità - è stato sempre evidenziato - partecipiamo in pieno ai valori e ai principi della vita monastica. Dobbiamo, pertanto, avere più coraggio ed essere più spediti. Christo omnino nihil praeponant ( RB LXXII)...La Regola di Benedetto ci ricorda che tutto deve essere considerato ben poco rispetto all'amore di Cristo, e che in tal modo nulla potrà guastare la pace che il Signore ci ha donato.

Come possiamo rendere visibile e concreta la nostra scelta di vita luminosa, vigilante in attesa del giorno non macchiato dalle oscurità della notte? Penso che la forma migliore consista nella santa attività del contemplativo. Prendiamo sul serio l'esortazione del Signore "negoziate fin tanto che io torni" (Lc 19, 13). Non mettiamo, pertanto, il nostro talento in fondo al campo per paura, per entrare in tal modo nella gioia (cf. Mt 25, 23) del Signore; coloriamo la nostra esistenza della vitale attività di chi persegue una meta al di là di ogni speranza umana, anche perché a chi non ha sarà tolto anche ciò che ha (Mt 25, 29). Riaccendiamo con serena umiltà, per quanto è possibile alle nostra forze, la riflessione biblica e spirituale. Facciamo della nostra vocazione di oblati una realtà accogliente, vitale, sempre alla ricerca di Dio e del suo volere, desiderosa di contemplazione, che abbia sempre una forma di empatia con coloro che si impegnano in prima persona per riaccendere la coscienze verso il mistero di amore di Dio. Testimoniamo sempre con gioia che la nostra vita è amata ed illuminata dal Signore. Le nostre fraternità sparse in Italia e per il mondo, siano sempre la comunità dove tutti sono accolti con il proprio vissuto, affinché si annunzi come l'amore di Dio è incessantemente conforme alla nostra umanità e solo a partire da essa la creatura umana può ascendere alla santità. Facciamo tutto con lo spirito dei servi inutili, con serietà ma nella santa semplicità dei piccoli del Regno. La nostra vita biologica avanzerà, ma il nostro spirito sarà vivificato sempre dalla costante giovinezza del Vangelo. Se pensiamo, infine, di avere la gioia di chi ha incontrato il Signore della vita tanto da vedere anche nella notte l'alba attesa, doniamoci a vicenda quella speranza già realizzata di entrare nella città in "cuile porte non si chiuderanno di giorno, poiché non vi sarà più notte”.

 

* Oblato del Monastero San Benedetto di Catania

(da Il sacro Speco di S. Benedetto, n. 1, 2009)

 

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Parlami di Dio

Dissi al mandorlo: "Parlami di Dio!". E il mandorlo fiorì.

Dissi al povero: "Parlami di Dio!".

E il povero mi offrì il suo mantello.

Dissi alla casa: "Parlami di Dio!".

E la casa mi aprì la sua porta.

Dissi a un bambino: "Parlami di Dio!".

E il piccino mi sorrise.

Dissi a un soldato: "Parlami di Dio!".

E il soldato lasciò cadere le armi.

Dissi a un infermo: "Parlami di Dio!".

Ed egli accettò con fede le sue infermità.

Dissi a mia madre: "Parlami di Dio!".

E mia madre mi baciò in fronte.

Dissi alla mano: "Parlami di Dio!".

E la mano si mise a servire.

Dissi a un nemico: "Parlami di Dio!".

Ed egli mi tese la mano.

Dissi alla Bibbia: "Parlami di Dio!".

E la Bibbia non cessò di parlare.

Dissi a Maria: "Parlami di Dio!".

E Maria rispose: "Fa' ciò che Lui ti dice".

Dissi a Gesù: "Parlami di Dio!".

E Gesù pregò: "Padre, Padre nostro!"

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input