Martedì,06Dicembre2016
Lunedì 13 Settembre 2004 23:48

I dodici gradini dell'umiltà. Il secondo gradino

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di sr Francesca osb

Il secondo gradino

Il primo gradino ci radicava nel timor di Dio e nella memoria della sua presenza. Da questo atteggiamento pieno di riverenza adorante, che non vuole e non può sottrarsi al mistero dello sguardo divino, nasce la consapevolezza di colui che sa di dover obbedire a Dio, Creatore e Signore, ma sa anche di avere un modello di tale atteggiamento: il Signore Gesù.

Ci sono delle obbedienza necessarie a ogni uomo, che non è possibile eludere in alcun modo e che punteggiano tutta la vita di ciascuno, proprio perché sono caratteristiche della condizione di ogni creatura. Non si può non obbedire alla propria storia, all'eredità culturale e genetica ricevuta dai genitori, agli usi del paese in cui viviamo.

Bisogna anche obbedire alle proprie capacità e ai propri limiti, alla salute e alla malattia, al clima, ai doveri di stato nel lavoro e nei rapporti sociali, alle leggi civili e.. al codice della strada.

Tutti questi condizionamenti sono davanti a noi e alla nostra libertà: possiamo viverli come costrizioni non accettate, subite con rabbia o con ribellione, come fattori di complessi di frustrazione; possiamo cercare di eluderli, di nasconderceli, di mascherarci da superiori a tutto, con risultati disastrosi per il nostro equilibrio psichico.

Oppure possiamo considerare tutte queste obbedienze come utili e anche necessarie, quasi cartelli indicatori che ci indicano la via, che ci segnalano i pericoli, che ci impediscono di andare errando senza scopo e senza meta. Essi ci liberano dalla volontà propria, che è egoismo, chiusura su se stessi, isolamento. Ed è umiltà accettare tali limiti, tali condizionamenti, che ci dicono che non siamo onnipotenti, non siamo padroni del mondo e della storia, non siamo neppure capaci di disporre di noi stessi.

Ma dovremmo cominciare a vedere in queste apparenti costrizioni un disegno positivo e concreto del Signore, l'espressione della sua volontà, il suo sogno di bellezza e di ordine per il creato. E fare la volontà del nostro Dio dovrà diventare la nostra forza e la nostra gioia: Nella tua volontà è la mia gioia; mai dimenticherò la tua parola (Ps 118, 16).

San Benedetto ci suggerisce di unirci all'obbedienza di Gesù che è venuto dal cielo non per fare la sua volontà, ma quella di Colui che lo ha mandato (Gv 6,38). Il Fiat di Gesù nell'ora drammatica del Getsemani crea un mondo nuovo, come il Fiat del Creatore in principio aveva dato origine a tutto il creato. Associarsi al suo ci rende collaboratori di ordine, di giustizia, di pace; ci mette al largo in un atteggiamento di verità e di libertà. Se davvero accettiamo la volontà di Dio, comunque si manifesti, come una decisione di amore e di provvidenza, se la riconosciamo come il bene per noi e per il mondo, fare la volontà di Dio sarà davvero l'espressione della nostra grandezza e di una libertà gioiosa che ci fa diventare, nel senso più vero, padroni del modo e della storia: regnare con Cristo, partecipare alla sua signoria: il massimo della dignità e della libertà che possiamo sognare.

 

 

Ultima modifica Domenica 18 Settembre 2011 19:57
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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