Sabato,03Dicembre2016
Domenica 07 Agosto 2011 11:31

I rischi dell'ambiguità (Crea Giuseppe)

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I rischi dell'ambiguità (Crea Giuseppe)

Le persone corrono un grave rischio quando perdono di vista il senso delle loro scelte evangeliche e assumono uno stile di vita che è in contraddizione con il carattere profetico della vocazione di consacrazione.

Specificazioni:  Disturbi dell'identità vocazionale

Una delle domande con cui ci si confronta maggiormente nella vita consacrata è quella dell'identità. Il peso di tale interrogativo si avverte soprattutto quando c'è un certo disorientamento sul significato delle proprie scelte di vita, quando la persona non sa come procedere, si sente persa tra le tante aspettative disilluse e i bisogni disattesi, e non sa verso dove orientare la propria esistenza. «Le crisi che oggi emergono nella vita consacrata non sono più quelle di una volta, quando le persone abbandonavano la loro vocazione perché si orientavano verso altre scelte. Oggi spesso abbiamo a che fare con crisi di apatia, crisi di senso che esplodono nel bel mezzo dell'esperienza vocazionale della persona, crisi di stanchezza motivazionale», diceva un superiore provinciale durante un convegno. «Sono crisi in cui la persona non sa più perché continuare nelle proprie scelte di vita».
Si tratta di vissuti che traggono la loro origine dalla consapevolezza dei propri limiti e dal fatto che man mano che si procede nella crescita, è difficile mantenere con perseveranza il senso delle proprie scelte.
Se da una parte ci sono tante cose realizzate, tanti aspetti di sé che sembrano appagare il bisogno di realizzazione della propria vocazione con le tante attività e i tanti programmi da portare avanti, dall'altra c'è anche il rischio di ritrovarsi in situazioni in cui l'entusiasmo sembra smorzarsi: l'irreversibilità di alcuni eventi, l'imprevedibilità di situazioni pastorali, l'incertezza del futuro nella propria congregazione, alcune separazioni difficili. Allora irrompono alcune domande di senso, riferite alla stabilità della propria identità: "Chi sono io?", "Che senso ha tutto quello che faccio?", "Che senso ha la convivenza con queste persone?". Sono interrogativi che richiedono una risposta personale, per integrare la propria esistenza in un progetto di vita globale.

Sviluppo e disturbi di identità

Non sempre è chiaro il rapporto tra il cambiamento che certi eventi arrecano, e la continuità che la persona riconosce allo sviluppo e alla formazione della propria identità. Eppure non ci può essere sviluppo senza un progresso verso una meta.
La storia dello sviluppo e della crescita di ognuno può essere presentata non tanto come una sequenza di eventi piacevoli e non piacevoli, ma come una storia permanente, raccontata attraverso l'esperienza concreta della persona, con i suoi alti e i suoi bassi, con la frequenza di certi episodi e a volte anche con la ripetitività di situazioni già sperimentate precedentemente; ma, soprattutto, con una continuità di fondo che proietta l'individuo verso la meta della propria scelta vocazionale.
Nella formazione della propria identità, quindi, non basta assicurare un certo livello standardizzato di stabilità interiore per mantenere un equilibrio funzionale all'organismo o alla struttura di personalità. Occorre invece considerare il processo di strutturazione di sé e della propria identità come un compito aperto che include le diverse tappe di sviluppo - ivi comprese le diverse crisi di sviluppo - e che aiuta la persona a procedere verso la chiamata alla santità.
Infatti, è un cammino di conversione e di discernimento che si rinnova continuamente, e che comporta un permanente cambiamento di sé e una disponibilità continua a cogliere i segnali che indicano la direzione da intraprendere.
Tale prospettiva vale anche per le crisi di identità che le persone attraversano, e che fanno parte di questa continua formazione, nella misura in cui sono intese non tanto come eventi ma come parte integrante della propria esistenza.
Pertanto, se c'è un blocco nello sviluppo della propria identità, la persona non è semplicemente "destinata" a restare chiusa nel suo malessere e nelle sue paure, ma può sempre aprirsi alle tante opportunità di crescita che l'aiutano a rinnovarsi e a procedere verso la realizzazione di un progetto vocazionale di vita piena, dove trovano posto le sue diverse esperienze valoriali.

L'insidia delle false motivazioni

Spesso nel loro lavoro i religiosi/e vivono in situazioni di frontiera che richiedono un continuo adattamento e una capacità interiore di rinnovamento, per affrontare le diverse condizioni in cui sono chiamati a rendere visibile la radicalità del Vangelo con determinazione ma anche con sufficiente flessibilità adattiva. Oggi nei corridoi dei conventi si sente di più il peso e l'urgenza della propria identità motivazionale e carismatica. Pertanto, c'è una maggiore sensibilità alle crisi di identità, di credibilità o di coerenza, soprattutto quando le persone perdono di vista il senso delle loro scelte evangeliche e assumono uno stile di vita che è in contraddizione con il carattere profetico della vocazione di consacrazione.
Le conseguenze di tale disorientamento carismatico si riflettono molto negativamente sull'identità del soggetto e sul suo modo di vivere la vocazione, perché rischiano di creare un divario tra le parole professate e la vita vissuta, tra le prospettive ideali e la realtà.
Tutto questo sta ad indicare che, se ci si allontana dalla specificità e dalla chiarezza del messaggio profetico che caratterizza lo stile di vita scelto, si lascia spazio a uno stile apatico e superficiale dove trovano terreno fertile le diverse "stranezze" dell'individuo, i diversi progetti personalistici, le diverse aspettative autoreferenziali, funzionali alla propria realizzazione piuttosto che al bene comune. Fino ad arrivare alle manifestazioni più esplicite che indicano un chiaro disturbo di identità del soggetto, dove la sofferenza e la patologia si mescolano con la perdita di senso nelle cose da fare quotidianamente, fino a entrare in un labirinto confusivo da cui è difficile districarsene.

Immaturità psico-affettiva

È possibile che quanti hanno accolto l'invito del Signore a consacrarsi a un amore perfetto, si trovino a vivere condizioni di disorientamento della propria identità psicologica, al punto da perdere di vista il valore della loro consacrazione?
La nostra esperienza clinica ci permette di rispondere affermativamente a tale interrogativo. Alcune indagini sottolineano la fragilità affettiva ed emozionale del clero o dei religiosi/e, che si tramuta in dispersione di identità e in frammentazione dei loro vissuti psichici, soprattutto quando sviluppano delle relazioni di tipo confusivo o di dipendenza, sia nella pastorale che tra di loro.
Per esempio, chi non ha ricevuto abbastanza amore nella sua storia passata, porta in sé un disperato bisogno di compensare tale mancanza accaparrandosi qualcuno che lo ami. Talvolta è una necessità che si esprime apertamente, altre volte in maniera più sottile.
Quando queste problematiche sono associate ad altri disturbi dell'umore, in modo particolare ad alti livelli di depressione e di stress emozionale, essi rischiano di farsi sopraffare dal disagio psichico o a reagire con comportamenti devianti. Oppure ci possono essere dei blocchi evolutivi, quando le persone arrivano a una certa età e non sanno più quello che vogliono, da se stesse e dagli altri.
Com'è successo a una suora che, dopo aver lavorato per tanti anni nella pastorale del disagio sociale, ora ha la sensazione di non fare più abbastanza, di non essere abbastanza brava e, soprattutto, di non coinvolgere abbastanza le sue consorelle nel lavoro che fa. «Mi sembra di aver consumato tutto l'entusiasmo che avevo una volta», disse in uno dei colloqui.
Benché sia ancora una persona capace di generare nuove idee, di formulare nuove proposte, se non riesce a integrare tutto questo con le nuove istanze evolutive che emergono dalla sua età, perché teme di non mantenere integra la propria identità, difficilmente saprà equilibrare i propri interessi in "progetti" da realizzare in sintonia con il significato vocazionale della sua esistenza. In altri termini, se non impara a "rinunciare" ai propri personalismi inadeguati e regressivi, accettando di aprirsi ad altri contributi interpersonali "affettivamente significativi" per il comune processo di crescita, rischia di inaridirsi in uno sterile egoismo.
Nella vita consacrata ci può essere questo rischio se le persone non riscoprono la motivazione che fonda il loro progetto di vita: la missione per Gesù Cristo, il carisma del proprio istituto, le scelte di fede effettuate. Esse rischiano di ripiegarsi su se stesse, rinchiudendosi nell'amarezza del rimpianto delle vecchie certezze del passato, oppure prendendosela con gli altri che in fondo, non sono bravi abbastanza per essere come loro vorrebbero. Ci sono per esempio soggetti che soffocano la loro creatività, rinchiudendosi in un isolamento sterile e in una mediocrità superficiale: sono quelli che lavorano bene in tante attività ma soltanto se sono da soli, o gli eterni arrabbiati nei loro ruoli comunitari, o gli iperprotettivi nelle amicizie, oppure quelli che già a 50 anni si sentono dei "pensionati".
In tutti questi casi essi possono inaridire il loro sviluppo bloccandosi in una condizione di aridità emotiva che col tempo rischia di svuotare la loro identità. Ecco allora comparire i segni di un malessere non solo legato a questo o a quel tratto disfunzionale del carattere o a un aspetto patologico di sé, ma al senso stesso della loro vita e del loro progetto esistenziale che, a lungo termine, può diventare altamente disfunzionale, se la persona non ritrova il centro di se stessa e della propria vocazione.

Nel labirinto di una identità disturbata

Le ragioni dei disturbi di identità sono diverse e si radicano nel profondo della persona, per questo occorre imparare a leggere alcuni segnali sintomatologici di questo malessere. Non si giunge alla perdita della propria identità in modo improvviso e inaspettato, ma attraverso un logoramento anticipato da una serie di segnali. La cura deve cominciare proprio da qui, da una considerazione pratica delle condizioni normali, ma non banali, nelle quali la propria vocazione cresce e a volte sì consuma.
Possiamo iniziare da alcuni aspetti più esterni, come quando a volte si recrimina una mancanza di tratti umani nelle relazioni, sintomo di una fatica non solo di tipo caratteriale ma anche di senso e di identità nel proprio servizio o nella propria missione ministeriale. Pensiamo a certe forme patologiche di isolamento sociale in cui versano i religiosi o le religiose di certi ambienti: ambienti inaccessibili per le regole vigenti, silenzi incomprensibili, chiusura alle relazioni con l'esterno, alterazioni e mutamenti nel carattere, autoreferenzialità e suscettibilità in eccesso.
A volte le crisi di identità possono assumere anche il volto di un eccesso di coinvolgimento nel lavoro pastorale, quando la persona si dà a un attivismo sfrenato che serve ad arginare un senso di frustrazione interiore, e che a volte si tramuta in umore depresso: ci sono momenti dove la generosità sfiora il delirio di onnipotenza, e momenti in cui la pigrizia confina con la perdita del gusto di vivere e di lavorare. Quando manca il giusto equilibrio tra i propri pregi e i propri difetti, si rischia di mescolare insieme i due sintomi, operando dei rapidi passaggi da un estremo all'altro.
Infine, ci può essere una fatica a reggere le normali frustrazioni e un modo ambiguo di riferirsi alla propria immagine, che può passare da un eccesso di attenzione e di cura di sé e del proprio corpo, come fosse uno maschera dietro la quale nascondersi, al suo opposto, fatto di trascuratezza e negligenza: possono essere segni di una certa disarmonia che la persona avverte dentro e che manifesta all'esterno in questo modo.
Questi segnali possono estendersi anche ad altri aspetti di sé. Per esempio, nel modo di curare la propria abitazione, intesa come spazio dove la persona impara anche a star sola con se stessa. Se la propria dimora è sporca, disordinata o malcurata, sarà difficile che si senta a casa propria. Il modo di curare la propria alimentazione, non solo per sostenere il corpo, ma soprattutto come occasione per condividerlo con qualcun'altro, in un clima familiare. Se il religioso o la religiosa ha l'abitudine di mangiare in modo frugale, di fretta e male, difficilmente avrà tempo per prendersene cura, per prepararlo e per condividerlo con gli altri. Infine, il modo di vestirsi, inteso non solo come bisogno esteriore di coprirsi, ma come attenzione a come ci si presenta, rifuggendo l'eleganza e la ricercatezza, ma anche la sciatteria e la negligenza.
Tanti sintomi che apparentemente sembrano ininfluenti, si riflettono poi nel modo di vivere l'autonomia e la dipendenza nei rapporti con gli altri, sia all'interno della comunità che nelle relazioni all'esterno. Oppure, possono associarsi a manifestazioni psicosomatiche, come l'insonnia, la tachicardia, gli attacchi di panico, le paure o le fobie nelle relazioni con il pubblico, ansia da prestazione, ecc. Fino a diventare vere e proprie nevrosi che servono a sedare le proprie insicurezze, come l'igiene compulsiva, la cura esagerata della salute, i sensi di colpa per dei comportamenti trasgressivi, l'incapacità a fidarsi e ad affidarsi agli altri.

L'identità come processo in evoluzione

«Da quando ha cominciato a fare così non lo capiamo più», diceva un superiore provinciale a proposito del comportamento inadeguato di un suo confratello, rivolgendosi a un consulente della salute mentale. «Ha dei comportamenti che non riusciamo proprio a capire: a volte è al settimo cielo di gioia e di coinvolgimento, altre volte sembra sprofondare nell'umore più nero. A volte mi chiedo se ha deciso cosa vuole veramente fare nella vita».
Quante volte ci si imbatte in situazioni di questo genere. Eppure, nel corso dell'esistenza la persona ha sempre la possibilità di riprendere il percorso di rafforzamento della propria identità, effettuando delle scelte orientate verso la realizzazione totale di se stessa.
Il concetto di identità non è definibile in termini meccanici e molto precisi. Riguarda la coerenza che caratterizza un individuo nonostante i cambiamenti che avvengono col passare del tempo. Implica anche una certa omeostasi del sé o della personalità, che assorbe l'impatto delle influenze sulla personalità e tende a resistere al cambiamento radicale e a persistere con costanza su alcuni aspetti.
«Il processo di formazione dell'identità emerge come una configurazione in evoluzione, una configurazione che è gradualmente stabilita da successive sintesi e risintensi dell'Io attraverso la fanciullezza; è una configurazione che integra gradualmente doti costituzionali, bisogni libidici idiosincratici, capacità favorite, identificazioni significative, difese efficaci, sublimazioni riuscite, e ruoli coerenti».
Così come ogni individuo è unico e irripetibile, così ogni storia vocazionale è unica. Questa unicità aiuta a riflettere sulla preziosità della propria esistenza, di ogni gesto compiuto, di ogni comportamento pastorale e comunitario, di ogni sentimento verso gli altri confratelli o consorelle. Quindi, in ogni persona c'è un potenziale che costituisce la sua unicità che, nello sviluppo, ha la possibilità di esprimere pienamente.
Quando però la persona tocca con mano la piccolezza della propria fragilità che si manifesta nei momenti di crisi e di confusione, ne trae spavento e si sente disorientata. Ma sappiamo che «questo spavento è salutare!» , nella misura in cui riesce a risvegliare quella giovinezza dello spirito che permane nel tempo, e che l'aiuta ad integrare le difficoltà della propria vita con il suo cammino di crescita e di conversione.

Crea Giuseppe

(da Testimoni, n. 3, anno 2011, p. 12)

 

Ultima modifica Venerdì 30 Marzo 2012 12:41
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input