Sabato, 25 Novembre 2017
Venerdì 16 Settembre 2011 16:41

La preghiera nella giornata monastica (p. Maria Cesare Falletti o. cist.)

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In un monastero l'organizzazione del tempo, degli spazi, il ritmo di vita e il modo di vivere sono pensati nel loro rapporto con la preghiera.

Infatti, il monaco cerca di creare intorno a sé un ambiente che favorisca la sua unione con Dio e lo stimoli continuamente all'attenzione alla sua Presenza.
Quando ci si avvicina al monastero si rimane presto colpiti dalla clausura. Al giorno d'oggi, e particolarmente nel mondo «benedettino», essa è sempre meno concepita come un luogo da cui non si può uscire, una specie di prigione volontaria, che ricorda l'espressione romantica delle «sepolte vive». Nei monasteri femminili, come in quelli maschili, è piuttosto uno spazio che custodisce la solitudine, la vita nascosta e silenziosa e conduce al «centro», al cuore, all'incontro con il vero Abitante, il Padrone di casa, e nello stesso tempo con la verità di se stessi e la verità dell'incontro con i fratelli/sorelle.
Al centro della clausura, infatti, non c'è la chiesa, ma il chiostro. Ora, il chiostro è un luogo chiuso verso l'esterno e aperto verso l'alto, come per invitare a cercare uno spazio, una libertà, un respiro profondo non nella dispersione delle cose, ma nell'Unico che in sé contiene tutto e tutti, è un invito a cercare in alto, ad essere in comunione con il Padre Nostro che è nei cieli.
Un secondo elemento che caratterizza un monastero è l'organizzazione della giornata: in un ritmo regolare che permette all'uomo di non preferire nulla all'attenzione che si deve avere verso Dio, la vita del monaco si svolge in una unità di luogo: preghiera, lavoro, sonno, cibo, studio e svago si vivono in uno spazio relativamente ristretto e concentrico. L’unità del luogo favorisce l'unità interiore della persona. S. Benedetto lo sottolinea: «Il monastero poi deve essere costruito, se è possibile, in modo che ci sia tutto il necessario, cioè l'acqua, il mulino, l'orto, e dentro il monastero si esercitino i diversi mestieri, perché i monaci non siano costretti ad andar girando fuori, il che non giova assolutamente alle loro anime» (RB 66,6-7).
Ricordo di aver dato una volta la chiave della clausura ad un aspirante, nel caso avesse voluto fare una passeggiata fuori del monastero; Alla fine del periodo di prova mi ha confessato di averla usata solo il primo giorno, perché sentiva che, uscendo, avrebbe perso qualche cosa: l'unità, la pace, la semplicità, la serenità.
In questo spazio unificante si svolge un' attività in un ritmo di vita che è anch'esso unificante non attraverso un'unità di movimento, ma con un ritorno costante in Chiesa, alla preghiera e all'ascolto. Se lo spazio concentra, il ritmo di vita dà una tensione verso l'unico necessario.
Un terzo elemento essenziale per creare un ambiente favorevole alla preghiera è lo stile di vita. Innanzitutto il silenzio delle parole, dei gesti e delle informazioni.
Non è mutismo, non è immobilità, non è assenza al mondo: non è una impresa eroica, ma un clima di interiorità e di preghiera che crea il silenzio tutt'intorno, che si manifesta nell'essenzialità delle parole, nel tono della voce e nell'umiltà gioiosa delle espressioni, nella scelta di un tempo opportuno che non invada arbitrariamente la vita di colui al quale ci si rivolge. Il silenzio è sobrietà nelle parole e nei gesti, e si accompagna con la sobrietà in tutto il resto della vita.
Gli oggetti e le cose non devono attirare la nostra attenzione; il cibo semplice e l’habitat spoglio, ci liberano da tante inquietudini chiassose, almeno internamente; il letto duro, l'alzata mattutina, tutto ci prepara alla preghiera. Persino nella lettura, che è una delle principali occupazione del monaco, occorre una misura, una rinuncia alla voracità, all'abbondanza, al gusto di possedere, di essere più degli altri, di sapere tutto. La curiosità inopportuna è una mancanza di sobrietà
Naturalmente, la sobrietà essenziale è povertà, castità e obbedienza, i tre consigli e voti che ci liberano da noi stessi e ci lasciano totalmente aperti all'Altro e agli altri.
Questa è la cornice della vita monastica e in essa nulla ha senso se non è scelto liberamente in vista della preghiera, e non per altri motivi umani, ecologici, di contestazione, di viltà, di pigrizia o altro.
In questo stile di vita ci sono momenti più forti di preghiera e altri in cui, pur essendo viva nel cuore, essa è più in sottofondo e accompagna altre attività.
Il momento più forte nella vita benedettina è la preghiera liturgica, a intervalli regolari, che apre, interrompe o conclude le altre attività
La preghiera liturgica ci insegna l'oggettività della preghiera: essa non dipende dal nostro sentire, ma la fede l'anima, la fedeltà le dà vita, la perseveranza le fa raggiungere la meta.
In un monastero la preghiera comunitaria liturgica è generalmente in gran parte cantata, perché il canto veicola la preghiera interiore e dice l'ineffabile. È anche celebrazione che impegna tutto l'uomo: azione, movimento, coinvolgimento dei cinque sensi. E se, nel silenzio, durante tutta la giornata il cuore continua a cantare un versetto, una strofa, una Parola ricevuta nella liturgia, allora il lavoro, lo studio, il riposo, i pasti, ogni gesto della giornata, diventano continuazione della celebrazione della liturgia, servizio del Signore.
Il monaco sa che la qualità della sua presenza alla liturgia dà qualità alla sua vita nel resto della giornata. La sua vita può essere anche molto attiva, persino piena di preoccupazioni e inquie-
tudini, ma il ritorno continuo alla liturgia comunitaria, l'immergersi nella presenza del Signore e da lì ripartire, trasfigurano tutto, danno un cuore nuovo, libero, una mentalità divina.
Così è piena di colore la nostra giornata apparentemente monotona, ma in verità piena di vivacità: il quotidiano diventa eccezionale e l'eccezione è assorbita nella pace del quotidiano.
La liturgia non continua solamente nell'azione del resto della giornata, è anche ruminata, gustata, continuata nella preghiera silenziosa e personale, nella Lectio divina, in tutte le forme di dialogo intimo col Signore e nella gratuità del semplice stare alla sua Presenza, Solo col Solo e unito a tutti, lode della sua Gloria e disponibilità totale, offerta di uno spazio in cui, come in Maria, il Signore possa venire, dimorare e salvare l'umanità intera. Atteggiamento di ascolto, di attesa, di veglia, d'infinita piccolezza, di povertà senza diritti, nella fiducia nella sua bontà.
Ciò che Adamo ed Eva non hanno saputo aspettare, i monaci lo attendono e lo invocano nell' apparente nulla della loro vita, ben sapendo che in loro tutta l'umanità, «la creazione stessa, attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infitti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8,19-23).
Questo gemito incessante il monaco lo vive in una sinfonia di liturgia, lectio divina, orazione e adorazione, ma anche in brevissime soste in cui ritorna all'adorazione della Presenza, in gesti di carità o di abbandono, nella continua coscienza del proprio peccato e della misericordia divina, e «nel procedere nella vita monastica nella fede e con cuore dilatato, correndo per la via dei comandamenti di Dio con una inesprimibile dolcezza di amore» (RB Prologo 49).

 

Ultima modifica Martedì 11 Febbraio 2014 09:08
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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