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Lunedì 28 Novembre 2011 21:36

Natale, rivelazione del Figlio

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Natale, rivelazione del Figlio

Spiritualità benedettina e cistercense.

Buon Natale in colui che pur a mani vuote ci ha portato tutto, che ci istruisce in silenzio, che ci rinnova totalmente senza nulla cambiare nelle nostre condizioni di vita poiché egli vi si incarna.
Non so quale festa di Natale desideriate, non so se sarete soddisfatti o delusi. Dio ci delude sempre esaudendoci, perché ci dà più di quel che volevamo ricevere. Forse speravamo che, con un miracolo, cambiasse le circostanze della nostra vita. Fa ben di più: è venuto a condividerle.
Gesù è venuto più povero del più povero di noi: egli non ci porta la ricchezza. Gesù ha vissuto una vita più monotona, più oscura, più limitata di quella di cui ci lamentiamo: non ci ha davvero aperta la strada all'avventura o all'evasione! Gesù è venuto ignorato, sconosciuto, perseguitato: non sarà certo in grazia sua che saremo ricercati, amati, compresi, ammirati. Ma ci ha dato tutto ciò che lui stesso era; era il Figlio di Dio ed è venuto a rivelarci il Padre. E' venuto a chiederci di essere suoi fratelli, di entrare con lui in una condizione filiale, di imparare da lui come un figlio può amare suo padre, avere fiducia in lui e rimaner tranquilli nelle sue mani. Ci ha rivelato così ciò che più ci mancava e che avremmo dovuto chiedere prima di tutto. Eravamo orfani, soffrivano tutti, senza saperlo, di un'assenza, di un esilio senza rimedio, di una tristezza senza causa sotto un carico troppo pesante per noi. Avevamo spezzato il vincolo che unisce il figlio a suo padre, la creatura al suo creatore. Eravamo rimasti mortalmente solitari, estranei a noi stessi e agli altri, al mondo, a tutti coloro a cui la paternità di Dio ci associa in una fraternità di gioia.
Per questo il Figlio di Dio è venuto a vivere fra noi: affinché ognuno possa riconoscersi in lui e da lui imparare ciò che veramente siamo, poveri e ricchi come il Figlio. Il Figlio è disceso debole, nudo, vulnerabile. Ma nella sua mangiatoia brilla di gioia, splende di fiducia nella sua stalla, è immensamente ricco sulla sua paglia: egli ha un Padre. Com'è felice nel suo spogliamento di abbandonarsi, di sorridere di fiducia al Padre, di affidarsi totalmente alla volontà del Padre!
Un figlio, con audacia inaudita, ha voluto essere pienamente figlio, affinché il Padre possa mostrarsi pienamente padre. Ah, lui non ha contato sui doni, ma non ha avuto bisogno che del donatore per essere soddisfatto per sempre. È venuto a dirci che basta essere figlio; che basta avere un padre, e non c'è bisogno di nient’altro.
Questa è la festa di Natale. Vedete che è qualcosa di più di una puerile tenerezza il fatto che l'Onnipotente sia divenuto il più piccolo, che il Tutt'Altro sia divenuto il tutto simile, che il Tutto Lontano sia divenuto il più vicino. Natale è l'amore di Dio visibile, la rivelazione del segreto più intimo e più bello di Dio: come il Figlio ama il Padre, come il Padre ama il Figlio, come il Padre ci ama e qual è la nostra condizione filiale.
Conventry Patmore, il poeta inglese, dice che ciò che impresse un corso religioso alle sue riflessioni, fu questo pensiero venutogli per caso: "Che cosa meravigliosa sarebbe se esistesse un Dio col quale potessi entrare in relazione di amore e di obbedienza!”. E, nella sua immaginazione di poeta, cominciarono a realizzarsi con rapidità prodigiosa i sentimenti che evocava: si sentì sollevato alla dignità della condizione filiale, a quel giusto equilibrio di tenerezza e di rispetto (amare ciò che si rispetta, rispettare ciò che si ama), di fierezza e di modestia (essere figlio, non essere che figlio), si sentì libero alla sua presenza, felice di dipendere dal padre, di affidarsi alla sua volontà, di riposare sulla sua tenerezza, di poter raggiungerlo, toccarlo, onorarlo, rallegrarsi di tutto ciò che faceva per lui. Tali sentimenti gli erano cosi facili, cosi spontanei, così naturali che non poteva fare a meno di pensare che penetrando in quel mondo nuovo ritrovava la sua verità. Non era mai stato felice in altro modo. si è messo a cercare il Padre, perché aveva scoperto non esservi in lui altra verità che quella di essere figlio.
Ricordo un'esperienza di guerra. Nel pericolo davanti alla morte, si faceva questa scoperta: che la vita non ci apparteneva, che non era nostra, che potevamo morire, che ci era soltanto prestata, che scorreva incessantemente in noi come un dono fragile e gratuito. Ricordo l’immenso sollievo che lo seguì schianto di questa scoperta. Un peso enorme si era sollevato dalle nostre spalle.
Avevamo pensato che la nostra vita dipendesse da noi, avevamo fatto tanta fatica per mantenerla tanto sofferto per custodirla. Tutta la nostra gioia di vivere era stata rovinata da una responsabilità usurpata. Finalmente si respirava liberamente nel sapere che non eravamo noi incaricati della nostra vita, che non ne eravamo responsabili. Essa ci era data, continuata a misura, era una grazia, una tenerezza, una creazione prolungata. I nostri compagni intorno a noi li guardavamo con meraviglia, non ci saziavamo della gioia di accoglierli ancora, di essere felici del dono della loro presenza. Non li avevamo mai amati così!
Saper che la vita è un dono, che è fatta per essere offerta, restituita, che riposa continuamente in mani infinitamente più sapienti e potenti delle nostre, che sollievo, che gioia! È una gioia filiale, la gioia che Gesù è venuto ad annunciare e a portare al mondo. Se Gesù è stato sempre felice, entusiasta, generoso, fervente nella preghiera e instancabile nel lavoro, intrepido di fronte alle minacce e all'odio è perché conosceva e amava il Padre. "Io non sono solo, non sono mai solo. Voi mi lasciate solo, dice agli apostoli in un momento di grande tristezza, alla vigilia della passione, ma io non sarò solo perché il Padre è con me". In questa comunione col Padre egli attingeva la fede e il coraggio quotidiano. Questa presenza lo nutriva: “Io ho da mangiare un altro cibo che voi non conoscete, dice agli apostoli. Il mio cibo è fare la volontà del Padre”. I più bei passaggi di san Giovanni ci lasciano intuire questa contemplazione continua, questa rispettosa ammirazione, questa intima ininterrotta conversazione. “In verità, in verità vi dico, il Figlio non può far niente da sé, ma solo ciò che vede fare al Padre, e tutto ciò che fa il Padre lo fa anche il Figlio. Perché il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto ciò che fa. Io non posso far niente da me. Secondo quanto intendo giudico. lo dico che ho veduto nel Padre mio: in verità colui che mi vede, vede colui che mi ha mandato". Di tanto in tanto questo reciproco affetto sembra non potersi più contenere: "Padre, ti benedico; Padre, ti rendo grazie; Padre giusto, il mondo non ti ha riconosciuto. Si io so che tu mi esaudisci sempre". E il Padre stesso non può resistere, e dall'alto dei cieli la sua tenerezza si manifesta: "Questi è il mio Figlio diletto, nel quale ho messo tutte le mie compiacenze".
Con quest'amore per il Padre si spiegano anche la passione e la morte di Gesù. Si sarebbe tentati di dire che da tutta l'eternità il Figlio abbia cercato il modo per dimostrare al Padre tutta la sua tenerezza, la sua ammirazione, tutta la sua riconoscenza, e che abbia approfittato dei giorni della sua carne per rendergli la più grande testimonianza di amore: "Non c'è più grande amore che dar la vita per coloro che si amano. Ma affinché il mondo sappia che amo il Padre e obbedisco ai comandi che il Padre mi ha dato, leviamoci, partiamo di qua", dice ai suoi apostoli avviandosi alla passione. Anche noi conosceremo la sua gioia il giorno in cui sentiremo il Padre, chino su di noi con amore, dirci: "Ecco il mio figlio, ecco la mia figlia diletta, in cui ho messo tutta la mia compiacenza". Anche noi conosceremo una gioia imperitura quando sapremo che il Padre ci segue con gli occhi, noi infelici, apparentemente abbandonati, poveri e soli, con lo stesso sguardo d'amore, di infinita pietà, di fierezza, di ammirazione e di gratitudine con cui guardava il Figlio sulla paglia di Betlemme o sulla croce del calvario.
"Signore, diceva Filippo, mostraci il Padre, fa risplendere su di noi, nella nostra miseria, lo sguardo del Padre, la certezza del Padre, e ci basta".
Signore, in questa festa di Natale, fa nascere in noi l'amore del Figlio, facci levare verso Dio uno sguardo filiale, concedici di rassomigliarti, fa che diventiamo veramente figlio e figlia. cosi vedremo il Padre e questo ci basta.
Natale, Dio ci propone un volto nel quale riconoscerci e accettarci:
Dio vi benedica perché vi siete radunati intorno a lui in questa notte di Natale. vi benedica per essere venuti, come quei poveri e umili che un giorno hanno assistito alla sua nascita e circondato la sua culla.
Benedica tutti coloro che vi hanno insegnato a far ciò, i vostri genitori, i vostri amici, i vostri sacerdoti. La loro fede ha reso viva la vostra, la loro fede rivive oggi in voi a loro onore e a loro gloria.
Dio vi benedica per aver inteso e ascoltato quella chiamata. Perché, malgrado le apparenze, non da voi siete venuti. Ogni volta che un uomo si avvicina a Dio, cerca Dio, è Dio che lo ha cercato, che lo ha amato per primo. Gli uomini di buona volontà ai quali gli angeli augurano la pace nella gloria di questo giorno, sono  gli uomini verso i quali si manifesta la buona volontà e la benevolenza di Dio. La buona volontà non nasce nell'uomo che come risposta alla grazia che lo sollecita.
Dio continui e completi in voi, in questa notte, l'azione che ha cominciata conducendovi qui. Ogni preghiera è già un segno che Dio vi lavora; ogni inizio di preghiera è già un segno che state per essere esauditi. Ogni verità che copriamo, la portavamo già in noi in qualche modo, altrimenti non l'avremmo riconosciuta. Dev'essere in voi perché la riconosciate al di là fuori di voi: le due si cercano, si uniscono. Se è vero che non si trova se non ciò che si cerca, è anche vero che non si cerca se non ciò che in qualche modo si è già trovato, presentito. Voi non cercate Dio se non perché già da tempo egli vi ha trovato, chiamato, scosso. Non si prega se non perché abbiamo già cominciato a essere esauditi.
Che cosa riceveremo questa notte? Qual è la grazia di Dio che vi tenta, che vi lavora, che vi stimola perché l'accettiate? Quale dono di Dio incombe su di noi stasera? Stiamo per assistere alla nascita del Cristo. Non all'anniversario della sua nascita. Non si tratta di un ricordo, di una commemorazione, di una pia nostalgia per il fortunato tempo in cui è nato. Noi crediamo che il Cristo non cessa mai di nascere, che non ha mai finito di nascere, che non è ancora veramente nato in molti luoghi, in tante famiglie e anche in parecchi di noi, e che nascerà questa notte, debole, indifeso, esposto al rifiuto e all'ignoranza come nella sua prima venuta.
Se il giorno del vostro compleanno diceste: è oggi che sono nato, direste una cosa piuttosto equivoca. Ma le feste divine non sono come le feste umane. La Chiesa ce lo afferma come verità: oggi – hodie - il salvatore del mondo nascerà. Puer natus est nobis, Filius datus est nobis: ci è nato un bambino, ci è stato dato un bambino. Fra poco, alla messa, sarà realmente presente fra noi. Chi ci crede? Chi di noi lo riconoscerà? Chi di noi lo accoglierà?
Una nascita porta sempre un grande sconvolgimento. E’ da tanto che non nasce più nessuno nella vostra famiglia? Da quanto tempo non siete più riuniti intorno a una culla? Una nascita: un avvenimento che trasforma una famiglia, che cambia tutta la nostra vita. Che cosa sarebbe di voi se arrivasse un bambino? Ma qui non si tratta solo di un bambino che nasce in una famiglia normale. Si tratta dì un piccino che vi tende le braccia perché lo adottiate. Il Padre ve lo consegna, vi supplica di incaricarvene. La Vergine lo ha messo al mondo, solo per darlo al mondo. Ella è divenuta vostra madre dandovi il suo bambino. Adottare un bambino, una cosa tremenda! Raoul Follereau, in una delle sue recenti conferenze rivelava che ci sono attualmente 25 milioni di bambini che hanno bisogno di tutto, 25 milioni di bambini deportati, profughi, esiliati, infelici. E si chiedeva se non ci fossero, fra centinaia di milioni di cristiani, abbastanza famiglie per prendersene cura. chi fra voi pensa di adottare un bambino?  Ma è impossibile, non saremmo più padroni di noi!  Dovremmo cambiare il nostro modo di vivere!
Ma c'è di più: questo bambino è Dio, e quindi prenderà possesso di tutta la vostra vita più segreta, più intima, dalla vostra coscienza, della vostra anima! Che cosa spaventosa!
L’avvicinarsi di Dio fa paura! Non solo perché esige un raddrizzamento di tutta la nostra condotta. Una volta che avremo ammesso questo bambino, non potremo più vivere in sua presenza nella menzogna, nell'egoismo, nell'orgoglio, nella durezza di cuore. Soprattutto non ci lascerà soli. Quell’”io” tormentato e ignorato, che fuggivamo in tutti i modi, quell'io odiato e accarezzato al quale offriamo tutti i piaceri, tutte le distrazioni, tutti i veleni perché ci lasci in pace, la presenza di Dio lo desterà. Dio intavola con lui un dialogo inevitabile. La presenza di Dio in noi suscita la nostra presenza a noi stessi. ci chiama al suo incontro, ci fa esistere davanti a lui; e poiché ci ama non tollera che ci neghiamo, che ci detestiamo.
È stato detto che la più pura carità che si possa esercitare a nostro riguardo, è quella di proporci un volto nel quale ci sia possibile riconoscerci e accettarci. Dio solo ci ama abbastanza perché nello sguardo che posa su di noi possiamo riconoscerci e accettarci , scoprendo con meraviglia come egli ci vede. Siamo talmente poveri di amore, che solamente col suo amore, grazie all'amore con cui egli ci ama, noi possiamo amarci. Quest'amore, discreto e fiducioso come quello di un bambino, è il solo al quale possiamo cedere: "Per quanto cattivi siate, sapete essere buoni coi vostri figli".
Quest'amore si infiltra in noi, ci penetra. È quell'amore che ci unisce a nostra moglie, a nostro marito; quell'amore che ci ha dato nostri figli,che ci ha scelto nostro padre e nostra madre, Per esso noi li amiamo e li ameremo ancora, perché non ci vuol meno in noi di tutta la forza dell'amore di Dio affinché, riusciamo ad amare, come ne hanno bisogno, i nostri più prossimi: nostra moglie, nostro marito, i nostri bambini, i nostri genitori.
Dio solo può custodire vivo quest'amore e farlo riaccendere dopo ogni prova e tappa della vita, poiché amare è sperare in lui per sempre, ricominciare di nuovo a credere, a dare, ad aspettare.
Ecco la nascita che celebriamo in questa notte di Natale, ecco il dono di Dio che ci è promesso, che sta per noi in agguato: l'amore di Dio nasce in noi. L'amore di Dio, vivo come una persona, debole come un bambino, forte come una vita nuova, sta per venire e sta per offrirsi a ciascuno di noi. Noi tutti che ci prepariamo a comunicarci, preghiamo affinché non ci accada di opporre un rifiuto a questo amore. Natale, se Cristo arrivasse la festa salterebbe Dico spesso, fra me, che a Natale basterebbe che arrivasse nostro Signore perché la nostra festa andasse a monte. Se Gesù invitasse da noi (anche solo, senza la sua famiglia) sotto l'apparenza di un povero senza casa, di uno di quei vecchi di cui nessuno vuoI più saperne, oppure sotto la forma di un delinquente in vacanza per tre giorni da qualche galera ... ohimé! la festa sarebbe finita, il nostro Natale rovinato. Ogni volta che nostro Signore ha preso possesso di una vita, l'ha totalmente sconvolta. Pensate un po': a Zaccheo, dopo il passaggio del Signore, non rimaneva un soldo (accade a volte anche a qualche padre di famiglia, ma ben raramente per motivi religiosi). Ma Zaccheo traboccava di gioia e di libertà e, mentre distribuiva il suo oro, sentiva una contentezza che non aveva mai provata quando lo accumulava.
Pensate a Maria. Non si è mai sentita più povera, più indifesa, più spoglia, più abbandonata di quando è nato il Signore. Ha scelto il momento peggiore, il posto più brutto. Maria era una profuga, senza casa, soprattutto rifiutata. Ma è proprio allora che ha conosciuto la gioia e, ve lo assicuro, non c'è stata al mondo gioia più grande!
Com’è terribile arrivare a Natale felici, ma felici per altre cose! Siamo troppo ricchi di beni della terra per rallegrarci dei beni del cielo. Nelle nostre case zeppe di ogni comodità non manca nulla, anche se manca il Signore. Siamo come bambini troppo assorbiti dai loro doni, dalle uova di Pasqua, dai giocattoli, di Natale, per festeggiare Dio e accoglierlo nella confusione e nella gioia che provengono dalla coscienza della nostra miseria. Bisogna essere molto poveri o molto infelici per essere colmati da Dio. Ora, noi siamo pieni di tutto, fuorché di Dio. Beati i poveri,il regno di Dio è loro. Beati quelli che non sanno trovare la felicità se non da un Altro. Beati quelli che non sanno essere soddisfatti che da Dio.

 

Ultima modifica Lunedì 28 Novembre 2011 21:49
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input