Domenica, 17 Dicembre 2017
Domenica 05 Novembre 2017 11:31

La vita cistercense nella Chiesa del 21° secolo (Guillaume Jedrzejczak, OCSO) In evidenza

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Se questo secolo è stato aperto dal martirio dei monaci di Tibhirine, questo deve avere un significato per noi che cerchiamo di comprendere come debba evolvere la vita monastica cistercense trappista nel XXI secolo.

Non è certamente un caso che mi sia stato chiesto di parlare del posto della vita monastica nella Chiesa del XXI secolo, quando lunedì scorso, il 27 marzo, abbiamo celebrato il quindicesimo anniversario del rapimento dei nostri fratelli, i monaci di Tibhirine. Non è mia intenzione farvi questa sera una conferenza sui monaci dell'Atlas.

Numerosi libri e articoli, e ora anche un ottimo film, ne, parlano molto meglio di quanto potrei fare io. A questo proposito vorrei semplicemente rilevare che questo film in francese è intitolato "Uomini e dei", diversamente dal titolo dato in Italia "Uomini di Dio". Senza dubbio il riferimento è al versetto 6 del salmo 81: "Ho detto voi siete dei, siete tutti figli dell'Altissimo", versetto ripreso da Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni (10,34-3,5), nella sua controversia con i Farisei.

Anche se molti dei membri del nostro Ordine hanno incontrato, in occasioni diverse, uno o l'altro dei fratelli di questa comunità, non ho tuttavia alcuna competenza per parlare di ciò che loro hanno vissuto o hanno scritto. Mi pare però che, se questo secolo è stato aperto dal loro martirio, questo deve avere un significato per noi che cerchiamo di comprendere come debba evolvere la vita monastica cistercense trappista nel XXI secolo. C'è in effetti qualcosa di profetico nella storia di questa comunità, del tutto singolare, e nell'avventura di questi monaci.

Per questo vorrei tentare di tracciare con voi le grandi linee delle sfide che oggi ci si presentano, riprendendo alcuni tratti caratteristici della vita di questa comunità. Non pretendo di dire tutto, ma vorrei proporvi di portare avanti questa riflessione in tre tappe. La prima riguarderà la sfida evangelica che si presenta oggi a ciascuna delle nostre comunità. Il secondo punto s'interesserà di un aspetto della spiritualità cristiana, la spiritualità di comunione. Infine la terza tappa di questa esposizione si concentrerà sulla vocazione monastica oggi, nella sua doppia dimensione contemplativa e missionaria.

1. La sfida del Vangelo

Basta leggere articoli recenti sulle statistiche della Chiesa o anche più semplicemente guardare cosa avviene nelle nostre parrocchie o nei nostri monasteri, per constatare che abbiamo, almeno nei nostri Paesi di antica cristianità, un problema di reclutamento, un problema di diminuzione del numero dei cristiani, ma soprattutto del numero di sacerdoti, di religiosi e religiose e anche di monaci e monache. Giornalisti e sociologi di ogni tipo cercano di spiegare, di paragonare, di prevedere. Forti di una “batteria” di cifre, grafici e previsioni tentano di predire quale sarà l'avvenire della Chiesa, l'avvenire delle nostre comunità. Quelli che sono vicini alla Chiesa cercano di riconoscere il più leggero fremito di una risalita, di un recupero, di un rinnovamento che non viene, anche se esistono gruppi e movimenti pieni di vitalità.

Anche se abbiamo un temperamento ottimista, non possiamo rimanere indifferenti a questo fenomeno che ci tocca tutti, molto da vicino. Come guardare, senza una certa tristezza, la chiusura di tante parrocchie, di monasteri, di conventi e di case religiose? Siamo obbligati a constatare che l'invecchiamento e la diminuzione delle nostre comunità sono fenomeni molto profondi, che modificheranno in modo duraturo il paesaggio ecclesiale nei prossimi anni.

I nostri monasteri non sono al riparo da questa realtà. Quelli che entrano nella vita monastica vengono da questo mondo. Le mura alte, gli edifici ampi, le economie solide, la notorietà, non possono mascherare per molto tempo il fatto che rischiamo forse, anche noi, di scomparire. Dire questo corrisponde alla più elementare onestà. Ma dicendo questo non ho ancora detto niente. Parto da una constatazione che somiglia stranamente a ciò che vivevano i nostri fratelli dell'Atlas.

Monastero in Algeria dove la Chiesa è minoritaria e oggi appena tollerata, in una terra che ha invece dato grandi santi, come Agostino, Cipriano, e teologi come Tertulliano, anche la comunità di Tibhirine avrebbe potuto scoraggiarsi e rinunciare. Le vocazioni erano praticamente impossibili e anche impensabili nel Paese, e il reclutamento diveniva sempre più aleatorio, poiché si doveva contare sulle altre comunità dell'Ordine, anch'esse in difficoltà. A diverse riprese Tibhirine ha rischiato di chiudere. Questa decisione era stata presa, d'altra parte, al momento di un Capitolo Generale del nostro Ordine, ma non era mai stata applicata. Il numero dei fratelli è rimasto sempre piccolo, la comunità fragile, l'avvenire incerto. Con Tibhirine siamo lontani dall'immagine tradizionale dei grandi monasteri che impressionano per il numero dei loro monaci, per la bellezza dell'Ufficio divino, per lo splendore della liturgia, per il dinamismo delle iniziative economiche e per l'irraggiamento dell'ospitalità e della spiritualità.

Nella sua piccolezza, nella sua povertà, nella sua precarietà, questa comunità ci offre così l'immagine profetica di un altro modo di essere monaco o monaca, in una Chiesa minoritaria, appena tollerata, in una Chiesa povera e nuda, come il Signore Gesù sulla Croce. Con Tibhirine ci troviamo apparentemente agli antipodi dell'immagine che portiamo abitualmente in noi di quei grandi monasteri cistercensi del XII secolo, forti di centinaia di monaci, che si distendono per immense proprietà territoriali, simboli di una riuscita non soltanto spirituale ma anche materiale.

Eppure, se rileggiamo la storia della Chiesa, o meglio ancora se ci immergiamo nella Scrittura, scopriremo che questo non è nuovo, ed anche che questo è stato, per molti secoli, il regime normale di tutti i credenti che ci hanno preceduto. Perché ciò che ha fatto la Chiesa, ciò che ha permesso la sua diffusione su tutti i continenti non è né il numero, né la ricchezza, né la potenza o l'organizzazione, ma la fede, la convinzione, la testimonianza. Quando Dio vuole salvare il suo popolo lo conduce sempre nel deserto, per parlare al suo cuore.

Se rileggiamo la storia della vita monastica, ciò che fa l'originalità di ogni rinnovamento, è precisamente questa sproporzione tra la povertà dei mezzi utilizzati, e la loro stupefacente fecondità. La fondazione di Citeaux, alla fine dell' XI secolo in Francia, è partita da un pugno di uomini, affascinati dalla vita secondo il Vangelo, che hanno avuto il coraggio di lasciare tutto per vivere nella sua semplicità originaria, o almeno nella semplicità come loro la comprendevano, la Regola di San Benedetto. L’Abate de Rancé (1) ha cominciato solo a riformare il piccolo monastero della Trappe, dove vivevano solo alcuni monaci. Ugualmente dopo la Rivoluzione Francese, è da un pugno di monaci che hanno lasciato la Trappe in mezzo all'infuriare della rivoluzione che è nato l'Ordine dei Cistercensi della stretta Osservanza al quale la comunità di Tibhirine appartiene. La povertà, la precarietà, il pericolo ci obbligano a non appoggiarci su istituzioni umane, su noi stessi, ma a fare il salto della fede.

E c'è da chiederci se ne abbiamo bisogno? I nostri monasteri sono sempre minacciati dal rischio di una riuscita troppo umana. Così, dopo il grande slancio del XII secolo, si è visto molto presto affievolirsi il fervore delle nostre comunità, vittime del loro stesso successo. La straordinaria espansione della Trappa nel XIX e nel XX secolo, e ciò che ne è seguito, riflette senza dubbio lo stesso fenomeno. Questo non vuo dire che dovremmo rassegnarci ad essere i successori di un periodo glorioso, significa invece che abbiamo l'appassionante missione di ritornare alle fonti della nostra vocazione, senza rimpianto del passato, ma senza paura dell'avvenire, con convinzione. Il rinnovamento monastico sarà un rinnovamento evangelico. E credo che sia sempre stato così per la Chiesa.

2. La spiritualità di comunione

Nelle nostre comunità ben strutturate, dove bastava inserirsi in un insieme coerente e solido, i monaci e le monache avevano preso l'abitudine di riposarsi sull'istituzione. Si trova lo stesso fenomeno nelle parrocchie dove ci si aspetta tutto dal parroco. Senza dubbio questo corrisponde anche a una mentalità molto diffusa nella società, dove tutto è dovuto, sostenuto, assunto, dal gruppo. Una sicurezza in tutti i campi, dalla nascita alla morte.

A lungo nel nostro Ordine abbiamo vissuto come eremiti che vivono insieme. La dimensione di solitudine con i suoi corollari, il silenzio e la separazione dal mondo molto rigorosa, così come un' ascesi molto sottolineata e la concentrazione delle responsabilità nelle mani di alcuni fratelli, permetteva agli altri monaci di vivere senza preoccupazioni, e tracciava il quadro preciso e forte dell'esperienza spirituale trappista. Questo quadro monastico meravigliosamente equilibrato, interamente a servizio dell'esperienza di Dio, che ha dato grandi uomini spirituali e grandi uomini di preghiera, è stato, da cinquant'anni a questa parte, profondamente modificato.

La soppressione dello statuto che divideva la comunità in diverse categorie di monaci ha profondamente modificato l'equilibrio tra lavoro e Ufficio divino. Per rispondere alle modificazioni culturali della società nel suo insieme tutti i fratelli, nella misura delle loro possibilità, hanno avuto accesso agli studi e a una formazione più approfondita. L'accento sulla solitudine ha lasciato il posto a una valorizzazione della comunità, con introduzione dei dialoghi e di numerosi consigli. L'insistenza sulla preghiera e sulla vita interiore ha sostituito il forte accento messo un tempo sull'ascesi. Si è costituito un nuovo equilibrio, o meglio, si è ancora in ricerca di questo. Si è passati dunque dall'essere una comunità di eremiti che vivono insieme a una comunità di cenobiti che vivono nel deserto.

La comunità di Tibhirine ci offre anche qui un modello interessante. Senza le strutture molto forti che esistevano un tempo, vivendo in un gruppo di piccole dimensioni, questi fratelli hanno dovuto affrontare una delle più grandi sfide del nostro tempo: vivere la comunione. In effetti ciascuno dei fratelli aveva una personalità molto forte, un'individualità molto marcata, e questo non rendeva la vita comunitaria molto facile. Ma allo stesso tempo hanno fatto la scelta di vivere e di rimanere insieme, fino alla morte, rifiutando di chiudersi nella loro propria singolarità e portando le debolezze e le povertà gli uni degli altri.

Questo significa che l'avventura monastica suppone una sintesi originale tra le aspirazioni contraddittorie della mentalità contemporanea. Da una parte il bisogno di solidarietà, di comunione, e dall' altra il bisogno che ciascuno ha di esprimere la propria personalità. Ora, per giungere a questa sintesi è assolutamente necessario vivere nel reale, rifiutare la "bolla virtuale" che spesso non è se non un modo di sfuggire alla relazione. La vita monastica si iscrive dunque in una prospettiva di resistenza spirituale, di contro-cultura, che preferisce i conflitti e le difficoltà della vera relazione a un' apparente coesistenza pacifica. Questa fedeltà fino alla morte è in se stessa una testimonianza, che supera le qualità personali di ciascuno. Ciò che colpisce nel martirio dei fratelli di Tibhirine non è in primo luogo la personalità di questo o di quel fratello, ma il fatto che abbiano preso la decisione di affrontare il pericolo insieme. Gli scritti dell'uno o dell'altro prendono il loro significato solo all'intero di questo gesto comune. Si tratta di una testimonianza di Chiesa, che non si appoggia in primo luogo sul valore di questo o di quel fratello, ma sulla comunione di persone legate da una medesima fede, al di là di tutto ciò che avrebbe dovuto e potuto separarli.

Mi sembra che questo secondo elemento, quello della testimonianza di comunione, è quello che segnerà di più l'esperienza monastica di questo nuovo secolo. Dei primi discepoli di Gesù non si diceva: "Guardate come sono numerosi, o potenti, o intelligenti" ma "Guardate come si amano!" Al terrorismo della violenza, della potenza, della forza, i monaci dell' Atlas hanno opposto la sola arma che possa salvarci: la comunione nell'amore.

Ora noi raggiungiamo qui una delle intuizioni del beato papa Giovanni Paolo II, quando sviluppava, alle soglie dell'anno 2000, nella Novo Millennio Ineunte quella che chiamava la "spiritualità di comunione". Ci spiegava che la vita comunitaria, quando è vissuta in profondità, diviene un'icona del mistero della Trinità, il mistero di amore che unisce il Padre e il Figlio nello Spirito Santo.

E' nella vita quotidiana di questa comunità monastica, nel suo modo di vivere le relazioni di lavoro, di aiutare ciascuno dei suoi membri ad assumere le proprie responsabilità, nel modo di accettare i legami di dipendenza, di vivere l'aiuto sia reciproco sia con i vicini, in una fedeltà senza limiti, che si è reso visibile qualcosa del mistero di Dio. Questa dimensione interpersonale ha assunto oggi un posto più grande, per venire ad arricchire la dimensione interiore e spirituale della nostra vita.

3. Contemplativo e missionario

Il terzo aspetto che colpisce il lettore delle opere che trattano della vita dei fratelli di Tibhirine, è il loro legame con la Chiesa in Algeria e con il mondo che li circondava, un mondo completamente differente dal nostro, un mondo musulmano. Non si può capire l'evoluzione spirituale della comunità e di ciascuno dei fratelli, senza aprirsi a questa dimensione universale della vocazione monastica cristiana. Il monastero di Nostra Signora dell' Atlas non si spiega e non può essere capito al di fuori del suo contesto. Un monastero non è una bolla all'interno della quale vivono alcuni asceti tagliati fuori dal mondo, ciascuno dei quali vive la sua avventura spirituale personale. Ed è questo senza dubbio il motivo per cui il martirio dei fratelli di Tibhirine ha toccato non soltanto i cattolici, ma molto al di là, tutti gli uomini di buona volontà, su tutti i continenti, in tutte le culture.

Così, anche se suppone la separazione dal mondo, la clausura, il silenzio e la solitudine, la vita monastica è profondamente legata alle realtà umane, segnata da luoghi e da circostanze concrete. I primi monaci che si ritirarono nel deserto d'Egitto nel IV secolo, non erano meno attenti alla vita della Chiesa e ai bisogni dei loro contemporanei.

Questo significa, per le nostre comunità, che è impossibile riflettere sul proprio avvenire senza pensarlo nell'insieme della Chiesa, senza situare il nostro carisma nel coro delle vocazioni che compongono la diversità della Chiesa oggi. Ora, questa solidarietà particolare dei fratelli di Tibhirine con la Chiesa in Algeria e con l'universo culturale in cui vivevano, il mondo musulmano, è per noi un richiamo a essere attenti al nostro proprio inserimento nel mondo contemporaneo.

Dopo il Concilio Vaticano II uno dei cambiamenti più importanti che si sono potuti vedere nei nostri monasteri cistercensi trappisti è l'afflusso di persone, cristiani e non, che bussano alla nostra porta. La partecipazione alla liturgia, non soltanto alla Messa, ma anche agli altri uffici lungo la giornata, la richiesta di accoglienza degli ospiti e la domanda sempre più forte di accompagnamento spirituale ci hanno lasciati un po' perplessi. Bisognava rinunciare alla nostra solitudine, alla nostra ricerca di Dio nel deserto per accogliere questa domanda? Come conciliare questa chiamata con la nostra vocazione ad una vita esclusivamente contemplativa? Ecco appunto la nostra sfida.

D'altra parte mentre prima del Concilio Vaticano II si insisteva soprattutto sulla specificità di ogni vocazione, su ciò che la differenzia dalle altre forme di vita cristiana, sembra che oggi si sia più sensibili alla loro complementarietà, a ciò che ci unisce gli uni gli altri. Ci sono numerosi laici attirati dai monasteri, che ci si sentono bene, che ci vengono volentieri, che hanno anche a volte voglia di associarsi più strettamente a questa o a quella comunità, per vivere della sua spiritualità. E' questo un altro segno dei tempi che viviamo.

Nel nuovo volto della Chiesa che si delinea sotto i nostri occhi, i monasteri hanno un posto che non hanno più avuto, senza dubbio, a partire dal Medioevo.

La preghiera contemplativa non è più l'appannaggio di alcuni specialisti, è divenuta il nutrimento di molti cristiani. Ugualmente la liturgia comincia a ritrovare il suo ruolo essenziale nella vita di molti uomini e donne che desiderano vivere la loro fede. Non siamo più nell'epoca in cui si chiedeva ai monaci di pregare per il mondo; piuttosto oggi ci viene chiesto di insegnare le vie della preghiera.

Ugualmente nel dialogo ecumenico, come nel dialogo con le altre religioni o con le altre culture, la spiritualità monastica diviene una porta d'ingresso per un dialogo profondo e fruttuoso. In effetti le persone diffidano molto delle istituzioni ecclesiali, ma hanno spesso una grande indulgenza per i monaci. Che lo vogliamo o no, direttamente o indirettamente siamo così posti al cuore della Chiesa, noi che ci sentiamo piuttosto ai margini. Le nuove comunità, cattoliche e non, cercano nell'esperienza monastica il punto d'appoggio della loro crescita. Queste comunità prenderanno il posto delle antiche comunità monastiche? O ci aiuteranno a riscoprire l'essenziale della nostra vocazione? Ecco un certo numero di domande che oggi ci vengono poste.

Dio non abbandonerà mai la sua Chiesa. Se manchiamo di sacerdoti, se i monasteri hanno poche vocazioni, è forse un invito a ripensare in altro modo la nostra vita cristiana. I primi monaci sono partiti da soli nel deserto, senza temere per l'avvenire. Non avevano il problema di perpetuare un'istituzione, ma di rispondere a una chiamata. Hanno inventato, per il loro tempo, un modo di vivere che ha toccato il cuore degli uomini e che ancora oggi ci tocca. Come lasciarci sorprendere, a nostra volta, dal lavoro che lo Spirito Santo compie nel mondo in questo nostro tempo? Come osare ri-fondare le nostre comunità perché siano, in questo nuovo secolo, dei luoghi in cui Dio parla al cuore degli uomini?

Guillaume Jedrzejczak

Conferenza a un gruppo di Universitari

Siena 9 aprile 2011

Guillaume Jedrzejczak è nato nel 1957, nel Nord della Francia, in una famiglia di origine polacca. Nel 1982 entra nell'Abbazia del Mont des Cats dove è stato eletto abate nel 1997. Assume il governo della comunità dopo il lungo abbaziato di Dom André Louf: e lo lascerà nel 2009. Attualmente sta terminando il dottorato in patristica ed è il secondo cappellano di Valserena. Il suo ministero lo conduce anche in molti Paesi dove anima sessioni di studio e ritiri, in monasteri di monache e di monaci dell'Ordine.

Nota

1) Armand-Jean Le Bouthillier de Rancé, per nascita tra i grandi del XVII francese, convertitosi si fa monaco cistercense e fonda l'Ordine dei trappisti (Parigi 1626-La Trappe 1700).

(tratto da Vita Nostra anno I, n. 1,  2011, pg.16)
 

Ultima modifica Domenica 05 Novembre 2017 11:48
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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