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Sabato 30 Aprile 2005 21:25

Il rischio inaudito del credere

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Il rischio inaudito del credere

 

Ed ecco che Maria porta a termine ciò che ha iniziato. È stata lei la prima a vedere ciò che mancava alla festa: tutte quelle caraffe vuote sul tavolo delle nozze. Ed è stata lei a rivolgersi a Gesù, all’insaputa di tutti, perché lei, la madre, sapeva che il figlio sarebbe stato in grado di porre rimedio a quella mancanza.

Ma in prima battuta Gesù ha resistito, come i figli resistono alle madri. Per tenere la giusta distanza. Per non confondere il proprio desiderio con quello di Maria. Per poter essere lui stesso a scegliere ciò a cui è stato chiamato dal Padre.

E poi quella parola che schiocca come una frusta sulla sollecitudine materna: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora».

Un modo per farci rientrare nei ranghi, noi che siamo sempre così pronti ad indicare a Dio la strada da seguire.

Ed è appunto qui, in questo ridisporsi dello spazio che le è proprio, che può avere inizio la fede. Rinunciando a sapere ciò che è bene, anche quando abbiamo già in qualche misura interiorizzato la stessa idea di bene. Per rimettersi all’Altro, subito ed incondizionatamente. Quell’Altro che meglio di noi conosce ciò di cui abbiamo bisogno.

Alla risposta del figlio, Maria avrebbe potuto risentirsi. Sentirsi ferita e tenergli il broncio. Ma in lei c’è qualcosa di infinitamente superiore al gioco emotivo della carne. C’è quell’ondata di fiducia che la domina fin dal momento dell’Annunciazione. C’è quell’accondiscendenza d tutto l’essere a Dio, quella dolcezza derivante dall’aver detto sì ricevendone poi ogni giorno il frutto. È questa la ragione per cui può comprendere la replica, senza scomporsi.

E dunque il tempo dei conciliaboli finisce, perché la storia deve andare avanti. Maria conclude ora il ruolo della donna vigilante eclissandosi: «Fate quello che vi dirà». Non sa ancora del «dire» del Figlio, ma chiede solo che gli si presti fede, e soprattutto che si «faccia» di conseguenza. Che si faccia tutto il possibile affinché la Parola di vita si sviluppi – come si sviluppa un fuoco – all’internodi quella festa che sta andando a rotoli.

«Fate quello che vi dirà» è quanto aveva già detto il Faraone al suo popolo riferendosi a Giuseppe, che aveva fatto riporre del frumento nei granai in previsione della carestia che s’annunciava in Egitto (Gn 41,55).

È, inoltre. La parola di Mosè che annuncia un altro profeta come lui e nel quale l’apostolo Pietro riconosce il Cristo: «Voi lo ascolterete in tutto quello che vi dirà» (At 3,22).

È così che Maria qui si riappropria del gesto antico della fede, quando l’essere umano rinuncia ad abitare solo con se stesso per aprirsi ad un qualcuno che lo trascende per ri-posarsi in un Altro-da-sé. Non per pigrizia, né in un atteggiamento rinunciatario, ma perché è là che si trova la verità della sua umanità. Non esistiamo se non per essere strettamente connessi al Dono della vita. A quel Dono di cui non ci sarà mai dato di sapere quale sarà l’esito odierno, né come riuscirà ad incarnarsi nel grumo delle nostre storie.

«Fate quello che vi dirà». È davvero necessario, a questo punto, che intendiamo l’imperativo di credere la Parola più forte delle evidenze che si fanno prepotentemente strada in noi, più forte anche delle resistenze che rendono opaco il nostro cammino.

Ancora una volta Maria ci indica la strada. Grazie a lei, comprendiamo che i segni posti da Dio nelle nostre esistenze non possono essere il risultato di un qualsivoglia accanimento spirituale – una sorta di mobbing, di molestia esercitata sul divino! – ma che al contrario si manifestano in quegli spazi in cui accettiamo di lasciare la presa e di lasciarci lavorare dalla Grazia.

Ma c’è ancor più che il credere. C’è l’invito a passare all’azione, nel cuore stesso delle nostre oscurità. «Fate quello che vi dirà». Quel giorno, a Cana, sulla parola di Gesù i servi della casa hanno rischiato quel gesto, tanto inaudito quanto incongruente, di riempire le giare destinate al rito della purificazione. Equivaleva a trasgredire ad un ordine stabilito, a mettersi automaticamente fuori alle pie abitudini. Occorreva osare, occorreva credere.

Ora, quel gesto loro l’hanno fatto. E non metà. Hanno riempito le giare “fino all’orlo”, precisa il testo.

Andare fino in fondo nei nostri gesti, «abitare» pienamente il richiamo che ci viene rivolto ad essere vivi.Ascoltare la Parola che parla in noi, rischiare quei comportamenti che possono anche stupire. Entrare nella domanda sena conoscere la risposta, rimettersi a Colui attraverso cui proviene il nuovo, come Gesù ha fatto col Padre… ecco dunque il lavoro della fede che deve sempre essere rimessa in questione nelle nostre esistenze. Non è forse l’unico lavoro davvero essenziale? Quello in cui tutto acquista un senso?

 

Francine Carrillo

Pastora evangelica – Plan-des-Ouates (Svizzera)

Da “Famiglia domani” 3/2000

Ultima modifica Giovedì 25 Agosto 2005 01:46

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