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Martedì 26 Luglio 2005 19:16

Un rapporto che fa crescere

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Un rapporto che fa crescere

· Gesù instaura con i suoi discepoli un rapporto particolare · Essere «discepoli» è infatti un’elezione: è Lui, il Maestro, che ci sceglie · Seguire Gesù significa un’adesione permanente e strettissime alla sua persona · I discepoli di Gesù si distinguono da questo: l’amore come unico criterio delle loro scelte di vita.

È l'osservazione che Giovanni fa dopo che Gesù ha dato «inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea» dove aveva cambiato l'acqua in vino manifestando la sua gloria. Il primo dei segni - è questo il termine più vicino all'originale greco piuttosto che miracoli - vuole esprimere il carattere rivelatorio rispetto al Cristo dei prodigi che questi compie. Mediante ciò che Gesù opera è rivelato ciò che Gesù è. In questo caso si è svelato come lo sposo del popolo di Dio che ha saputo assicurare il vino migliore per tutto il tempo del banchetto nuziale (cf v. 10).

L'evangelista che, a distanza di anni, riflette su ciò che è accaduto per offrirlo ai suoi lettori, dice che in quella circostanza e in quel modo Gesù «manifestò la sua gloria». Non è ovviamente una gloria mondana, ma lo svelarsi della sua operazione di salvezza e dello splendore della sua divinità, uno svelamento che è percepibile solo con gli occhi della fede.

Ma la fede che, nel suo primo movimento, è anzitutto l'apertura del cuore verso Dio, non sboccia dalla forza dimostrativa del segno o dall'insegnamento senza una previa attrazione del Padre. È l'iniziativa di Dio che dona Gesù agli uomini (cf Gv 6,37). Parlando a Cafarnao, Gesù aveva detto: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato... Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me» (6,44-45): l'adesione al Cristo è conseguente a un'azione del Padre (cf 10,29) e senza il sostegno di Dio si conclude in un triste abbandono (cf 17,12).

«...e i suoi discepoli»

Coloro che Gesù ha scelto sono gli stessi che il Padre gli ha dato: l'iniziativa del Cristo e quella di Dio sono due facce della stessa medaglia. Anche l'esperienza del discepolato acquista fin dall’inizio dei tratti nuovi rispetto alle consuetudini del tempo. Nel racconto del quarto Vangelo è avviata dalla mediazione del Battista e incoraggiata da Gesù stesso, mentre nei sinottici l'iniziativa di Gesù è evidentissima (cf Mc 1,16-20; 2,13ss e paralleli). Generalmente era richiesto ai rabbini di essere ammessi alla loro scuola e per questa ragione essi aspettavano di essere interpellati; l’esperienza dei discepoli è esattamente il contrario.

Ogni rabbì può dire: «ecco i miei discepoli», ma sono quelli che si è trovato intorno; se Gesù dice: «ecco i miei discepoli», sono coloro che lui stesso ha scelto. La differenza salta agli occhi subito perchè il rapporto appare originato dalla gratuità e dalla libertà del maestro. È un'elezione vera e propria.

Maestri e discepoli

Per cogliere la singolarità e la grazia di essere annoverati fra i discepoli del Signore - esperienza spiccatamente religiosa - è bene fare una digressione dicendo alcune cose sul discepolato in generale. Il primo anello nella trasmissione della fede e della pratica religiosa era costituito dalla famiglia (cf Es 12,26s; 13, 8.14; Dt 6,20s), mentre il secondo anello, che non esclude il primo, era costituito dal rapporto «maestro-discepolo». Dicendo rabbì, titolo che appare più frequentemente solo verso la fine del I sec. d. C., non si intendeva indicare un mestiere in senso stretto perché tutti i «maestri» esercitavano normalmente una professione di carattere manuale e commerciale.

Alla scuola dì un rabbì, che era un'esperienza di perfezionamento sia della dottrina che della pratica religiosa, si era ammessi avendo conoscenze di base. Almeno per quanto riguarda i maschi, dall'età di cinque anni si era già stati avviati alla lettura delle Scritture; a tredici anni - ingresso nella maggiore età - era necessario conoscere e praticare i precetti della Torà (i 613 comandamenti) e avere dimestichezza con le più antiche discussioni delle scuole rabbiniche su di essi contenute nella Mishnà (insegnamento), allora ancora orale; infine, prima del matrimonio consigliato a 18 anni, tre anni di studio del Talmud, cioè moltissimi altri insegnamenti sviluppati dalle scuole rabbiniche attorno ai paragrafi della Mishnà. Il discepolo (talmid) frequentava un maestro per diventare a sua volta rabbì. La durata dell'apprendistato non era fissata perché dipendeva anche da come il discepolo maturava mentre acquisiva le conoscenze necessarie. Il discepolato terminava con l'ordinazione a maestro fatta dal proprio rabbì imponendo le mani.

Se vogliamo comprendere ancora meglio il valore del discepolato cristiano, occorre aggiungere qualche altra annotazione sul discepolato all'epoca di Gesù.

Venerazione e insegnamento

Andare a scuola, ascoltare una lezione, non era un atto ordinario che può fare qualsiasi persona in qualsiasi situazione psicologica, perché è il ripetersi, quotidiano, della rivelazione sul monte Sinai. Tutto è già stato dato nella Legge e solo il lavoro incessante delle scuole rabbiniche può offrire, partendo dalla parola rivelata, le indicazioni sulle sue applicazioni alla vita quotidiana per renderla santa, come Dio è santo. Quindi, come ai piedi del monte Sinai, si stava con timore, con tremore, e sudando per la paura. Per questo motivo, ma non solo per questo, si deve al proprio maestro la stessa venerazione che si ha verso i genitori anche se, nella scala dei valori, i rabbini tendono a far prevalere le loro prerogative e i loro diritti su quelli dei genitori. La ragione è che, se il padre ha dato la vita al figlio in questo mondo, il maestro, che gli trasmette la saggezza, lo conduce invece alla vita nel mondo futuro. Quello col maestro è dunque un rapporto sacro, privilegiato. Come non si entra in sinagoga in stato di impurità, così non si entra alla presenza del maestro se si è impuri per leggerezza.

Trasmissione e creatività

La vera religiosità si conquista con la conoscenza e la coscienza di ciò che si deve fare. Per questo lo studio con un maestro diventa indispensabile. Il ricorso ad un maestro, oltre che per la convenienza didattica, si spiega per la particolare metodica di trasmissione della cultura ebraica che non conosce l'uso di testi scritti, per la riluttanza dei maestri a lasciare testimonianze della loro attività. Si ricorre al maestro perché trasmette una tradizione anzitutto orale, distinta dalla Bibbia considerata insegnamento scritto. E ciò clic si apprende a voce non lo si trova in alcun libro. Il rabbi non è però solo colui che tramanda e conserva un patrimonio spirituale, ma anche colui che continua a crearlo. Perciò seguire un maestro significa poter avere un criterio di sicurezza, un punto dì riferimento necessario nella vita religiosa. Allora non ci si può fermare dal primo maestro che si incontra: un adulto - dal tredicesimo anno in su - era tenuto ad andare dai maestri più celebri nel luogo dove trasmettevano la loro dottrina.

Imitazione e servizio

Ma il rabbì non solo possiede conoscenze e capacità intellettuali; la sua rettitudine e l'amore per la parola di Dio lo rendono anche un esempio morale, un maestro di vita. Ogni suo atto, anche minimo, poiché suscitato, illuminato, pervaso dalla conoscenza della Torà, mostra qual è il modo più autentico di comportarsi, il discepolo deve portargli perciò rispetto: deve alzarsi quando lo vede arrivare, non deve chiamarlo col nome proprio, deve stare seduto al suo cospetto e non farsi trovare sdraiato, non deve sospettare di lui, non deve esprimere dissenso udendo i suoi insegnamenti né entrare in lite con lui. Non si può apprendere la perfezione del comportamento del maestro se non lo si segue nella vita privata, se non si conoscono tutte le sue necessità quotidiane, come può farlo solo un servitore, un valido collaboratore. In una sua celebre opera, M. Bulier ricorda che «Rabbi Leb, figlio di Sara, lo zaddik... raccontava: Se io andai dal magghid non fu per ascoltare insegnamenti da lui, ma solo per vedere come egli slaccia le scarpe di feltro e come se le allaccia».

«...credettero in lui»

Queste poche cose sono sufficienti per gettare una luce nuova sull'esperienza dei discepoli di Gesù e su come Gesù stesso concepisce il suo ruolo in mezzo a loro. La sequela si presenta nei vangeli legata ad eventi di portata immensa, impensabile, insuperabile e che vanno molto al dì là del pensiero di un comune rabbì anche del più illuminato. Rimanendo al quarto vangelo, sono evidenti alcuni richiami sul discepolato. Anche Giovanni usa, come nei sinottici, il verbo «seguire», che è un termine tecnico per indicare il proprio associarsi al maestro (1,37-38.40; ecc.), ma è usato anche da Gesù per chiamare a sé (cf 1,43; 8,12; ecc.).

Ma seguire Gesù comporta un'adesione non temporanea, bensì permanente e strettissima, alla sua persona. «“Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Questa egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbe, ricevuto i credenti in lui» (7,38-39); «in verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il sito sangue, non avrete in lui la vita… chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui, come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosi anche colui che mangia di me vivrà per me» (6,53.56-57). Queste poche, sono già affermazioni inaudite: Gesù fonte dello Spirito; carne e sangue che assunti immettono nella comunione con lui, danno la vita eterna e preparano la risurrezione. Agli orecchi di un comune rabbì sono parole intollerabili, insensate, blasfeme, parole di una persona che ha perso il lume della ragione. Ancora qualche altra affermazione, tratta dal quarto Vangelo, lontana dalla consuetudine delle scuole rabbiniche: «Chi accoglie i miei comandamenti (il mio insegnamento) e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anche io lo amerò e mi manifesterò a lui» (14,21); «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8,12); «Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?» (14,9s): «Dio non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (3,17); «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Patire se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto» (14,6-7).

Non è il caso di moltiplicare le citazioni; è un rabbì totalmente «altro»: riconosce l'amore alla sua persona nell'attaccamento al suo insegnamento che non ripropone quello di altri maestri; seguire lui equivale a essere sottratti dalle tenebre dell'ignoranza e del peccato; chi contempla Gesù contempla l'agire stesso di Dio, l'opera di misericordia di Dio; chi aderisce a lui si trova nella via che porta alla conoscenza del Padre e alla vita eterna.

Il perchè della missione

Dopo il segno di Cana i discepoli «credettero in lui». L'espressione «credere in lui» compare 36 volte nel quarto vangelo e significa l'adesione al Cristo conforme alle cose che Gesù ha svelato di sé. I discepoli di Gesù si distinguono quando assumono la manifestazione piena dell'amore del Cristo come unico criterio ispiratore delle proprie scelte di vita: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (13,34-35). Queste parole di Gesù, clic esprimono il dono di sé senza misura, fondano la sua comunità e le conferiscono quell'identità che la fa essere nel mondo ma non del mondo (cf 17,15-18). La missione nel quarto vangelo nasce dalla risposta all’amore ricevuto (cf 1,16) e si realizza a partire dalla comunità, spazio in cui si sperimenta l'amore del Cristo insieme con quello dei Fratelli. La missione prende forza da qui e si esprime in termini di testimonianza: «Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio» (15,26-27).

Il matrimonio cristiano non sospende il discepolato, anzi lo precisa e lo rinnova: rimane pur vero anche per gli sposi che sono fratelli nel Signore e che solo credendo in lui», aderendo ogni giorno al Vangelo, possono fare della propria famiglia luogo di comunione e della loro vita una testimonianza in quell'amore che si impara solo da Gesù e che solo Lui fa rifiorire. La sua parola e testimonianza sono alla base del credere dei discepoli e diventano motivo costitutivo della loro missione: ciò vale oggi, come allora, per la nostra storia personale e/o dì coppia: si tratta di comunicare la buona notizia, di annunciare gratuitamente il Cristo che ci precede.

Per concludere...

A conclusione si può citare un dialogo del rapporto maestro-discepolo tratto dal Midrash: «Un rabbino era solito domandare al suo discepolo: "Quand'è che termina la notte ed inizia il giorno?", ma il discepolo, dopo vari tentativi di risposta, scoraggiato, si rimise al suo maestro per la risposta. Il rabbino gli disse infine: "Quando tu vedi sul volto di un altro il volto di un fratello, è allora che termina la notte e inizia il giorno"».

Antonia Fantini

Carpi (Modena)

Da “Famiglia domani” 4/2000

Ultima modifica Domenica 18 Dicembre 2005 18:31