Domenica,11Dicembre2016
Domenica 27 Novembre 2005 00:55

Ti scelgo per sempre

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Ti scelgo per sempre

Scegliersi «per sempre» significa scegliersi «sempre», giorno do­po giorno, abbandonando le nostre sicurezze e le nostre paure. Signi­fica essere fedeli alla persona in ogni tappa del suo sviluppo . E significa vivere la fedeltà in ogni sua dimensione: essere cioè fedeli con se stessi, con Dio, con il partner e con la comunità.


«Il mondo è pieno di luci potenti e di misteri e l'uomo li nasconde con la sua piccola mano».(Baal Schem)

L'incontro dell'uomo e della donna che scelgono di amarsi per sempre è uno di questi misteri profondi di fronte al quale la ragione si perde. La vita dell'uomo è come un soffio che passa quasi senza che ce ne accorgiamo, pas­sa come un sogno del mattino (Sal 90,5-6) e, come se non bastasse, i senti­menti che nascono dal cuore di quest'uomo sono incostanti. Come è possibi­le allora che da realtà estremamente precarie possa nascere qualcosa che ha la valenza del «per sempre»? Una piccola mano di uomo ed una piccola ma­no di donna possono tenere la fedeltà' che è una qualità propria dì Dio!

Sembra il gioco de «Il Principe e il povero», esaltante da un lato perché eleva la nostra dignità facendoci «poco meno degli angeli» (Sal. 8), ma nello stesso tempo rende ancora più evidente la nostra incapacità di conservare que­sto dono prezioso. A volte lo si vorrebbe racchiudere nella mano senza impe­gnarlo a fondo nella promessa sponsale (o di una consacrazione), a volte sci­vola dalle mani in mille trascuratezze. È una eredità che innalza la dignità dell'uomo, e però nello stesso tempo è molto faticosa.

 

Ti scelgo per sempre, oppure ti scelgo sempre?

«Non tornerò indietro e non ti abbandonerò.Dove andrai tu, andrò anch'io.Dove ti fermerai, là mi fermerò.Il tuo popolo sarà il mio popolo.Il tuo Dio sarà il mio Dio.Dove moriraivoglio morire ed essere sepolta anch 'io.È un giuramento.Dio mi è testimone e mi potrà castigare:solo la morte potrà separarci» (Rt 1,16-17).

Queste parole della giovane Rut sono rivolte alla suocera Noemi mentre sono in cammino verso la terra di Giuda. Donne povere, donne vedove senza figli, con una prospettiva di vita poco rosea, cercano di sostenersi a vicenda. Anche Orpa, l'altra nuora, aveva scelto di incamminarsi con loro, ma in se­guito i suoi dubbi e le insistenze di Noemi la fecero desistere dalla decisione iniziale. Questa pagina della Bibbia può parlare di solidarietà tra poveri, ma può parlare anche dello stile di vita da tenere per coltivare la fedeltà nella vita matrimoniale.

Scegliersi per sempre potrebbe indurre l'idea orgogliosa del cuore ricco, sicuro di sé, che non sente il bisogno di un continuo faticoso cammino di conversione. L'esperienza affettiva vissuta intensamente in qualche stagione della vita, in particolare nell'età giovanile, può dare l'illusione di una realtà che non potrà mai cambiare, tanto è coinvolgente e totalizzante. La persona spesso si illude che un momento di esaltazione, di affettività intensa possa durare per sempre, e si chiude nel sogno; essa continua a riproporre alla pro­pria mente e al proprio cuore il ricordo del momento piacevole nel tentativo di trattenerlo a lungo e di gustano fino in fondo. Ci sono nella nostra vita degli istanti che facciamo diventare ore e delle ore che facciamo durare meno di un istante. Tendiamo cioè a riadattare gli avvenimenti in modo che l'idolo che ci siamo costruiti di noi stessi trovi una sistemazione adeguata. In questo mondo artificioso l'altro è visto in maniera falsata perché il nostro video-registratore si è fermato fissando solo l'immagine desiderata, sia nostra sia dell'altro.

Nel libro di Rut notiamo invece una tensione, la tensione dei poveri, di chi non ha nulla da perdere e cammina verso la speranza, verso un riscatto.

Scegliersi ancora, scegliersi sempre istante dopo istante così come siamo, come la vita ci trasforma attraverso gioie e sofferenze con la trepidazione di non sciupare il dono...

Nella mentalità corrente predomina troppo spesso il modo di pensare del ricco, con la sua logica del possedere, del diritto, del contratto: «Sei mio... sei mia... per sempre». In una cultura libertaria l'idea di limitazione, di ob­bligo, di dovere... e per di più per sempre, ripugna; è vista come una schiavi­tù, come un giogo che pesa sul collo.

I poveri invece sanno che Dio è dalla loro parte, li libera e li salva, li so­spinge nell'avventura della vita come cavalli selvaggi e sbrigliati che corrono per il solo desiderio di correre; ed intanto percorrono assieme lo stesso tratto di strada senza che nulla li obblighi.

«Chissà perché - si arrovellava Jonathan - la cosa più difficile al mon­do è convincere un uccello che egli è libero?...» (Richard Bach).

Un uccello nasce per librarsi nell'aria e volare libero nel cielo, ma lo stor­mo dei gabbiani continua ostinatamente a svolazzare sulla spiaggia...

La cosa più difficile è far capire ad una coppia di sposi che si possono ammirare, accarezzare, baciare, unire in intimità; che si possono confidare, amare, scegliere nuovamente sempre giorno dopo giorno, quasi che queste cose siano per fidanzati.

«Scegliersi sempre» significa mettersi in ricerca, essere attenti ai cambiamenti che avvengono in noi e nell'altro, accettare di rischiare.

Ma non è così semplice abbandonare le proprie sicurezze, rinunciare ai propri archetipi mentali, perché la paura prende il sopravvento; la paura di perdersi, di fallire, di soccombere di fronte all'altro, di morire a se stessi.

Narra la Bibbia che un giorno Esaù, sfinito ed affamato, chiese al fratel­lo di dargli la minestra di lenticchie. Giacobbe accettò a patto di avere in cambio i diritti di primogenito. Esaù si disse: «Io sto per morire di fame! Che me ne faccio dei miei diritti di primogenito?» (Gn 25,32).

Davvero era l'unica soluzione del problema? Non era possibile escogitare qualcosa per calmare un po' la fame, ma soprattutto per dar tempo al cervel­lo di riflettere?

Sempre più di frequente vediamo bruciati in un attimo lunghi anni di vita felice insieme per un nuovo sentimento che nasce e sembra irrinunciabile. È la paura di perdere l'occasione, di sacrificare i nostri anni migliori, … poi si invecchia e nessuno ci vorrà regalare affetto! È il non voler perdere l'occa­sione di farsi consegnare subito dalla vita la nostra eredità. Chissà se domani questa eredità la potremo godere? Anche il figlio più giovane della nota pa­rabola di Gesù ragionava in questo modo. Come se la felicità consistesse nel­lo svolazzare da una sensazione ad un'altra, da un capriccio ad un altro.

La scelta per sempre ci pone in uno stato di serena tranquillità e ci per­mette di alimentare il sogno, la creatività. Se Dio avesse pensato ad un matri­monio «tarpa ali» non avrebbe creato la coppia originaria somigliante a Sé. Dio continua con il suo atto creatore a mantenere nell'esistenza il creato, è un atto creatore continuo che impedisce a tutto ciò che esiste di ripiombare nel nulla. Quel simili a Sé ci impone di continuare a creare ogni giorno una nuova fedeltà. La coppia ha il compito non di limitare le potenzialità dei sin­goli, ma di esaltarle.

 

Fedeltà alla persona, non all'istituzione

Nella «Messa degli Sposi» i momenti propri che celebrano il Sacramento sembrano essere due:

  1. l'assunzione dell'impegno e lo scambio degli anelli con la manifesta­zione del consenso e la promessa di fedeltà nella buona e cattiva sorte;
  2. la benedizione degli sposi, dopo la preghiera del Padre nostro.

Il Sacerdote stende le mani (atteggiamento assunto nelle varie consacra­zioni) per invocare lo Spirito sugli sposi e richiama alcune tappe della Storia della salvezza:

  • la prima coppia creata, Adamo ed Eva, e la disobbedienza;
  • il Diluvio che non poté cancellare dalla terra l'amore tra l'uomo e la donna;
  • le spose e madri sante della Scrittura (le coppie dei patriarchi);
  • l'esortazione paolina a rispecchiare l'amore di Cristo per la sua Chiesa;
  • e «possano vedere i figli dei loro figli...» (l'augurio della longevità che è sinonimo di santità nel linguaggio biblico).

Sembra che fosse proprio questa l'originaria formula consacratoria del Matrimonio, pronunciata non da un ministro del culto in un luogo sacro, ma dai genitori in casa.

Questa preghiera-benedizione esprime bene il senso del matrimonio. Non esprime soltanto la preoccupazione della validità e integrità del contratto ma l'inserimento logico di una nuova coppia nel piano della salvezza. Gli sposi continuano, con la loro vita, a raccontare la storia di Dio in mezzo agli uomini.

Fedeltà allora non è tanto l'essere ligi alla legge per una specie di «punto d'onore» di puritanesimo, di superiorità farisaica, ma di camminare all'in­terno della storia che Dio ha condotto e continua a condurre con gli uomini.

 

Fedeli con se stessi

La prima fedeltà da vivere è quella con se stessi.

Ogni singolo uomo è una realtà unica al mondo, diverso da tutti gli altri uomini, con una missione da compiere che nessun altro può svolgere al suo posto. L'armonia del creato sarà migliore o peggiore in rapporto alla fedeltà-infedeltà di ciascuno. Ognuno di noi perciò è importante davanti a Dio. Oc­corre essere consapevoli di questa nostra dignità ed aver cura e stima di se stessi.

«Rabbi Sussja, in punto di morte, esclamò: - Nel mondo futuro non mi si chiederà: perché non sei stato Mosè?; mi si chiederà invece: Perché non sei stato Sussja?» (M. BUBER, Il cammino dell'uomo).

Fedeltà è anche capire che esiste l'altro per farci uscire da noi stessi, in­contrarlo e, nel dialogo, diventare oggetto e soggetto di crescita.

«Oggi vengo a casa tua» (Lc 19,5), dice Gesù a Zaccheo. Gli dice: Oggi giochiamo la partita sul tuo terreno, ossia faccio mio (per quanto mi è possibile) il tuo modo di pensare, di valutare, di amare.

Non si tratta per questo di confondersi: io sono io, tu sei tu. Nessuno sopprime l'altro, o si annulla nei confronti dell'altro.

 

Fedeltà a Dio

Fedeltà a Dio prima di tutto e alla sua chiamata a servirlo nello stato matrimoniale o di consacrazione.

La coppia in particolare ha il compito di testimoniare l'Amore (di Dio verso il suo popolo, di Cristo verso la sua Chiesa). Per quanto pallido, per quanto povero possa essere il bene che un uomo ed una donna si vogliono è sempre il riflesso di un bene infinito.

Non sempre nella coppia i coniugi hanno la stessa sensibilità religiosa o lo stesso grado di fede. Per l'uomo Dio spesso rappresenta un valore-guida della vita, per la donna invece una persona incontrata. C'è chi preferisce pre­gare in solitudine e chi insieme in famiglia, chi cura una spiritualità più este­riore o al contrario più riflessiva... Vita di coppia non significa essere uguali e fare ogni cosa insieme: piuttosto, fare in funzione di un altro ed accanto ad un altro. Gli sposi celebrano il sacramento nello stesso momento ma rice­vono una chiamata con specificità diverse. Anche in questo occorre essere fedeli.

 

 Fedeltà al partner

Dio ha un disegno su di me ed un disegno su mia moglie quali esseri unici al mondo che attraverso il matrimonio devono raggiungere la salvezza. Se ci mettiamo nell'ordine della chiamata al matrimonio, e attraverso il matri­monio cerchiamo di scoprire e coltivare l'amore grande di Dio che si svilup­pa nel nostro amore, la scelta per sempre non è più qualcosa di fisico o lega­listico, ma la risposta alla vocazione.

Il Sì dell'altare non è stato un atto singolo, ma l'affermare di esserci incamminati nella meravigliosa quanto difficile avventura dell'amore. Quella promessa era stata preceduta da altre promesse che avevano preparato quel momento: mi piaci, ti voglio accanto a me, mi prendo cura di te, voglio il tuo bene, la tua crescita, la tua felicità. Se pure con poche parole è questa la fedeltà che va coltivata nel periodo del fidanzamento, quando si inizia un cammino insieme. Quella strada la stiamo ancora e sempre percorrendo. Ogni mattina siamo disposti a ripetere: ti voglio ancora, desidero ancora cammi­narti accanto, voglio aiutarti a realizzare il disegno di Dio sulla tua vita, vo­glio salvarti, ... voglio esserti fedele!

Il mio partner mi è stato affidato perché lo spronassi verso la perfezione:

  • sessuale: è la capacità di generare, di diventare padre-madre, di colla­borare per creare nuova vita;
  • psicologica: è la possibilità di completamento della personalità acco­gliendo i valori dell'altro sesso;
  • spirituale: si tratta di una continua crescita verso l'amore-dono (agapé).

«Una persona è fedele se stimola l'altro a essere se stesso, a partorire se stesso. È una presenza creatrice dell'altro. Sposarsi non è mutilarsi, ma un estendersi l'uno con l'altro ed estendersi nella varietà e differenza» (B. BOR­SATO, Vita di Coppia, EDB).

 

Fedeltà alla comunità

L'altro rimane sempre una persona con i propri limiti e non può esaurire tutta la capacità di amore. Diventa invece stimolo e garanzia di un amore aperto e fecondo. L'apertura è nel senso dell'accoglienza, la fecondità orien­ta verso una paternità-maternità estesa al di là delle mura domestiche.

È noto come l'infedeltà sia carica di egoismo catturante che tende a destabilizzare la comunità; al contrario la fedeltà favorisce ordine ed unità. La comunità vera si crea inoltre quando ogni coppia occupa il proprio ruolo com­plementare nella società. Equipes, gruppi sposi-famiglie sono di estrema im­portanza per trasmettersi gli uni gli altri i valori fondamentali della vita.

La comunità ha bisogno anche di persone che testimoniano il vangelo della festa, della gioia, della vita: è quésta una missione specifica degli sposi.

 

Scelta per sempre o fedeltà?

I due termini sembrano assolutamente sinonimi. Tuttavia scegliere indu­ce l'idea di un atto di volontà che parte dall'iniziativa della persona; fedeltà invece richiama idea di fiducia, ossia di fidarsi e affidarsi a qualcuno.

Noi crediamo che la fedeltà, prima ancora di essere impegno personale, è dono di Dio da chiedere come si chiedono tutte le realtà importanti. La fedeltà è uno dei più bei doni per il quale ci sentiamo di essere grati. E come ogni altro dono di Dio va investito e fatto fruttare. La fedeltà è una realtà che si nutre di misericordia, perché ognuno è abile nella trascuratezza, nel­l'errore, nella cattiva volontà specialmente quando si tratta di un impegno così radicale. La fedeltà va coltivata e vissuta con tanta umiltà in ogni mo­mento, ora e qui. Non possiamo sapere che cosa ci riserva il domani. La fe­deltà è gratuita, perciò non chiede nulla in cambio, non ricatta. La fedeltà è gioiosa perché dare è di gran lunga più bello che ricevere. La fedeltà si può sempre ricucire... e ne esce qualcosa di più bello di prima. Il Vangelo ce lo dimostra con chiarezza in molte pagine.

 

La fedeltà obbedisce alle leggi della crescita

-  L'esemplarità

Occorre agire con coerenza indipendentemente dall'atteggiamento del partner o di qualsiasi altro perché si è radicata in noi la convinzione che si tratta di una valore essenziale.

La nostra fedeltà perciò sarà leale (piena di fiducia e sincerità), onesta (senza ricatti o pressioni morali), serena (senza musonerie, rimpianti, vitti­mismi), discreta (senza gloriarsi), sofferta (quando ne sentiamo il peso).

-  L'orientamento

Non dobbiamo plasmare il coniuge come l'argilla. Ogni partner è perso­na libera con caratteristiche proprie che devono semmai essere orientate ver­so la virtù.

-  La gradualità

C'è un tempo per seminare ed un tempo per raccogliere e si raccoglie solo quello che si è seminato in passato. Non si può seminare e raccogliere con­temporaneamente.

Seminare sul piano della ragione: educarsi a distinguere il vero dal falso, il bello dal brutto, il bene dal male. Formarsi cioè una capacità critica tanto assente oggi.

Seminare sul piano del sentimento: aiutarsi a gioire per le cose che meri­tano gioia e a piangere per quelle che meritano pianto, indipendentemente dalla mascolinità o dalla femminilità o dall'educazione ricevuta.

Seminare sul piano della volontà: educarsi alla rinuncia, a differire il bi­sogno.

-  L'occasionalità

Non perdere i momenti magici nei quali ci sentiamo particolarmente in sintonia. Questi momenti difficilmente si possono creare artificiosamente, ar­rivano quando arrivano, occorre approfittarne.

-  L'ottimismo

Gli psicologi sono assillati da coniugi con «divergenze inconciliabili» che poi valutate serenamente si riducono a piccoli screzi, a crisi passeggere, a fu­ghe nel sogno.

Per finire: l'immagine dei fiori di un ramo di pescocosì fragili che un soffio di vento porterà via con sé: ma proprio quando la bellezza del ramo svanisce rimane ciò che è più vero: un piccolissimo frutto, addirittura brutti­no, che a fatica cresce, si ingrossa, diventa maturo.

La fedeltà non è un fiore, non è neppure un frutto, è la fatica di maturare

            

Tony Piccin - Vallà (Treviso)

Ultima modifica Mercoledì 17 Aprile 2013 08:15

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