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Venerdì 13 Gennaio 2006 19:42

La coppia tra ferialità e festività

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La coppia tra ferialità e festività

 

· Per la coppia, la ferialità è il superamento della quotidianità, luogo in cui esprime nell’attività di ogni giorno la propria identità · Con lo sguardo fisso al Sabato, alla festività, giorno destinato alla contemplazione e alla festa. Alla libertà.

 

Ha senso parlare di ferialità e festività?  Ci sembra che la cultura moderna tenda a globalizzare tutto. Anche il tempo. Denominiamo questa globalizzazione del tempo «quotidianità». Quotidianità come ripetitività ossessionante, uniformante, omologante. Il formicaio, l'alveare (il vespaio?) potrebbero essere posti come stemma sulla bandiera della così detta «civiltà» occidentale, del nord ricco ed opulento.

 

La quotidianità

La quotidianità è il ripetere giorno e notte (esiste un popolo della notte!) per sette giorni la settimana gli stessi riti, adorare gli stessi idoli, dedicare loro tutto il tempo.

«Fare, avere, produrre, consumare». Agitarsi, correre, non avere mai tempo «per altro». Il tempo libero è diventato preda dell'«industria del tempo libero». I media s'impegnano, con successo, a suscitare sempre nuovi bisogni e desideri. I desideri diventano necessità indispensabili.

Quotidianità è cogliere tutte le occasioni che i media propongono come risolutive per cancellare le insoddisfazioni, i limiti che l'uomo ha in se stesso. Smania del possesso delle cose e delle persone per placare il desiderio di onnipotenza che l'uomo crea nella sua interiorità.

Quotidianità è culto della moda, della fisicità, dell'apparire, dello sport, dell'automobile e della moto, di Internet e del cellulare, della TV e dell'auricolare.

Quotidianità che fa porre la speranza di chi non riesce a realizzare immediatamente i modelli indotti dalle idolatrie consumistiche, nelle lotterie, nelle scommesse, nelle bische, in turpi commerci di sesso e droga.

Quotidianità che non concede mai tempo all'uomo per essere se stesso, per chiudersi nella sua «cameretta» (cf Mt 6,6).

Talvolta, le stesse manifestazioni religiose sembrano cadere nella tentazione della quotidianità, dell'apparire, assumono l'aspetto di manifestazioni di folle, di masse, diventano spettacolo mediatico.

Quotidianità come inutile fatica di Sisifo, o, biblicamente, come «scavarsi cisterne screpolate, che non tengono acqua» (Ger 2,13)... Ed «essi seguirono ciò che è vano, diventarono essi stessi vanità» (Ger 2,5). Quotidianità, forma di schiavitù che sottomette l'essere all'avere, che non concede tempo all'uomo di essere con l'Altro, con l'altro, di «essere coppia».

 

La ferialità

Gli sposi realizzano la ferialità quando si impegnano per realizzare alloro interno (famiglia) e al loro esterno (società ed «ecclesia») un nuovo modello di famiglia e società. Tutto ciò che è stato creato nell'universo è buono, nulla va demonizzato e nulla va idolatrato.

La coppia nella ferialità sì prende cura di se stessa, ma si assume anche la responsabilità di essere l'affidataria di tutti i beni della terra che deve coltivare e custodire. La coppia si impegna nel lavoro, nella ricerca, nelle scienze, nella tecnica, nella finanza e nel commercio, in campo educativo e socio-solidale, ma trasforma il senso del fare. Il fare è allusione alla finitudine. Il fare, non potrà mai realizzare pienamente l'uomo e

la coppia. La totalità della conoscenza e dell'appagamento, nonostante i progressi meritori che l'uomo fa giorno dopo giorno, secolo dopo secolo, è sempre «oltre».

La sete, il bramare, il soddisfacimento in modo completo di ogni desiderio non è realizzabile perché nell'uomo vi è fame di infinito che la finitudine del tempo rende impossibile attuare. Con questa semplice constatazione, che non deve indurre né a drammatizzazione, né a frustrazione, la coppia dà senso all'impegno della ferialità, avendo come fine il tempo della festività.

Il tempo della festività è il tempo della libertà; libertà dalla schiavitù del lavoro (cf Es 5,14). La ferialità non può indurre l'uomo a vendere la sua dignità e la sua primogenitura per un piatto di lenticchie (cf Gn 25,29-34).

La ferialità è allora il tempo e il luogo dove la coppia esprime fattivamente e attivamente la propria identità, presente e attenta alle necessità dell'altro e degli altri. Non si rifugia in uno spiritualismo disincarnato, ma si fa tutta a tutti, senza esibizioni, con pacata serenità. Svolge bene i compiti che le sono stati assegnati, superando con tenacia e perseveranza, gli ostacoli che ogni cammino, ogni costruzione umana, comporta. La coppia vive di ferialità come proposta per uscire dal «sistema», dal circolo vizioso: «tutto, ora, qui e subito», per un progetto di società nuova, fraterna e solidale.

La coppia vive la ferialità come un continuo esodo dai molti idoli, verso il solo, unico e vero Dio.

Questo traguardo non la rende estranea all'impegno, anzi la induce a «sporcarsi le mani» per progettare e costruire il mondo, dono di Dio, in modo conforme al suo disegno (cf Gaudium et spes 37 e 38).

È qui nel mondo che la ferialità inizia la realizzazione della storia della salvezza che sfocerà in un nuovo cielo e una nuova terra (cf Ap 21,1). Si può allora applicare alla coppia cristiana quanto leggiamo in «A Diogneto»: «Dio ha assegnato loro un posto così sublime e ad essi non è lecito abbandonarlo».

La coppia (la famiglia) esce tutti i giorni di casa per impegnarsi con spirito di servizio nel sociale, non solo per il soddisfacimento dei propri bisogni, ma anche per costruire un ordine sociale nuovo, fondato non sull’egoismo e l'interesse privato, ma per il bene comune. Una società, cioè, in cui solidarietà, giustizia, condivisione, corresponsabilità siano valori primari e fondanti.

Una «società dell'amore».

 

La festività

Ogni settimana ha il suo sabato, il giorno in cui Dio stesso cessò ogni lavoro (cf Gn 2,3). Giorno consacrato alla contemplazione della stupenda opera del Creatore. Giorno di festa. Giorno in cui l'uomo prende coscienza degli inestimabili doni che ha ricevuto in affidamento e innalza canti di ringraziamento. È il giorno del riposo (cf Es 20,8-11), in tutti i tempi (cf Es 34,21) per tutti gli uomini e anche per gli animali.

Per il cristiano, perché la festa è già venuta con Gesù il Cristo, è il primo giorno della settimana che illumina tutto l'impegno feriale. La festa è l'unione fraterna di tutti gli uomini. Non vi sono più gerarchie, ceti, etnie, razze, ecc. Tutti sono chiamati a riconoscersi pari nella dignità e nel valore, perché figli dello stesso Padre. 

Ogni anno ha la sua festa. La Pasqua ebraica ricorda il passaggio dalla schiavitù del lavoro alla libertà, per onorare Dio: «questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come la festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete con rito perenne» (Es 12,14). 

La Pasqua cristiana celebra il passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio. 

Ogni cinquanta anni (sette settimane di anni) la festa del Giubileo (cf Lev 25).  Non solo uomini e animali riposano, ma anche la terra riposa. (Quale l'elenco delle cose da far «riposare», oggi?). Si rimettono i debiti.

La festa insegna a rispettare il sistema ecologico, a non sfruttare, a non inquinare, ad essere attenti alle biotecnologie per non correre il rischio di far pagare ai figli i peccati dei padri.

È il riconoscimento concreto che tutto viene dal Padre e al Padre tornerà (cf Lev 25,23).

Dio ha creato l'uomo libero e nessuno può renderlo schiavo o prigioniero. Non si può lasciare nel limbo di una spiritualità astratta il riconoscimento della paternità di Dio e della fraternità di tutti gli uomini.

La festa è libertà da tutte le schiavitù e passioni, dai vincoli devastanti che vogliono impastoiare l’uomo nell'oppressione dell'«avere» per farlo essere nel riposo, nella pace, nella solidarietà, nella gratuità. Rende gli uomini liberi dalla storia di peccato nella quale sono immersi.

La festa è canto di «osanna e alleluia» per la bellezza della creazione. La coppia vive «alla Presenza» sente «Dio con noi», una luce la illumina e comprende che la sua essenza non si esaurisce nella mondanità, nella ricchezza, nel piacere, ma che ha una vocazione più alta, trascendente.

La festa libera lo spirito dell'uomo.

La festa fa «memoria», e rinvia non solo ad una individuale privata salvezza in un mondo che verrà, ma sollecita ad una attenzione all'oggi, alla salvezza di tutto il popolo. (Già Mosè - come farà poi Gesù in modo perfetto - antepone la salvezza del popolo alla sua: «Mosè tornò dal Signore e disse: "Questo popolo ha commesso un grande peccato, si sono fatti un dio d'oro. Ma ora se tu perdonassi il loro peccato... E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!"»). Nel mondo vi sono semi di bontà che devono essere fatti fiorire oltre i rovi, le spine, i sassi.

 

La coppia e la festa

Nella sua realtà esistenziale, la coppia deve realizzare tutti i giorni

la festa. Siano cinque minuti, sia un'ora, o più, gli sposi devono celebrare la festa ogni giorno. Staccare la spina (reale e metaforica) per essere se stessi. Uno di fronte all'altro, uno di fianco all'altro. Contemplare l'uno negli occhi dell'altro la meraviglia del loro amore, e cantare e ringraziare per lo stupendo dono che è stato loro elargito. La festa è:

· fare silenzio. Fermarsi, sedersi, non fare, non parlare con

la bocca. Guardarsi, vedersi. Consentire che la comunicazione si svolga con gli occhi e con il cuore. I pensieri passano con lo sfiorarsi lieve di una carezza. È la pace clic si realizza tra uomo e donna. Purificarsi dagli inquinamenti della ferialità in cui antagonismo, rivalsa, efficientismo avvelenano l'anima; ossigenarsi con la vicinanza. con la prossimità, con la fiducia reciproca, con il sentire che si è «valore» per l'altro, che l'altro ha cura di me. È solidarietà, responsabilità;

· farsi conoscere per quello che si è e non per quello che si appare. Abbandonarsi con fiducia all'accoglienza. Abbassare

la guardia. Offrirsi disarmati sapendo che l'altro non ne approfitta. Conoscersi limitati e non pretendere gratificazioni, farsi carico della fragilità dell'altro, non meravigliarsi o irritarsi perché l'altro non è perfetto come lo abbiamo immaginato. È tenerezza e comprensione;

· confidarsi le fatiche sia lavorative che familiari della giornata, per dividere le pene e raddoppiare le gioie. Capire le motivazioni dello stare assieme, confrontarle. Momento di riposo per ridestare speranze e sogni. Risorgere per dare nuovo impulso, nuova linfa vitale, un senso, un significato a cui tendere come sposi nell'impegno feriale. È progetto;

· rimettersi i debiti. Perdonarsi. Restituirsi reciprocamente la libertà per potersela nuovamente donare. Ridarsi dignità e stima. È onorarsi;

· convivialità, sedersi a tavola assieme. Spezzare e condividere il pane, il vino…

la mela. Rinnovare la gioia e l'allegria del giorno delle nozze. «Il vino allieta la vita» (Qo 10,11). «Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino» (Cc 1,2). La festa della tenerezza disincaglia dai bassi fondali dell'abitudinarietà e della solitudine per far alzare le vele verso la sorpresa, la scoperta, la luminosa meraviglia di essere due, ma di essere una sola carne, un solo spirito nell'unità della distinzione. La cena diventa celebrazione, simbolo e richiamo dell'interiorità. Esprime realtà che la comunicazione orale non può far capire in pienezza. È gratuità e gratificazione;

· dono del corpo. Silenzio, parole, convivialità si condensano, si esprimono nella completezza del dono. Non una parte, ma tutta la persona si offre e si dona. Nel vero amore il dono del corpo diventa sacramento, segno visibile dell'amore spirituale, intimo e interiore che anima

la fisicità. Il dono del corpo è il dono della totalità, è la festa dell'alleanza, la festa della comunione. La logica del dono esclude il possesso, ma non il desiderio, ed esalta

la gratitudine. Gli sposi donano tutto se stessi, il visibile e l'invisibile, non appartengono più a sé stessi, ma sono grazia uno per l'altro. Oltre non si può andare.

 

La festa domenicale. 

Pellegrinaggio verso un Sabato senza fine

In questa cornice si inserisce l'icona della festa domenicale. 

Giorno del Signore da celebrare come coppia, liturgia, convito, comunione.  Eucaristia. Solenne inno di ringraziamento innalzato al Padre per il dono del Figlio sposo e dello Spirito Santo che rendono possibile l'amore «per sempre». 

La festa della coppia è la gioia del Padre, anticipazione della festa escatologica. 

La coppia (la famiglia) esce dalla casa in modo particolare la Domenica, le pareti della casa non sono le mura di un fortino assediato dove ognuno sta chiuso in difesa di un suo interesse privato, indifferenti a quanto avviene fuori. 

La coppia (la famiglia) apre le porte. Esce. Inizia un cammino, un esodo, un pellegrinaggio con gli abitanti delle case vicine. Da clan diventa popolo, un popolo in cammino verso una Chiesa comunità sponsale, la parrocchia (famiglia delle famiglie). 

La festa domenicale diventa il luogo e il tempo in cui loda e ringrazia il Padre per i benefici accordati, chiede aiuto per tutte le necessità personali e comunitarie, ma principalmente ascolta qual è il disegno che il Padre comunica in Cristo Gesù e invoca lo Spirito per avere la capacità di attuarlo. 

La festa domenicale non è però una semplice manifestazione di buone intenzioni, una monotona ripetitività di formule e di riti, non è moralismo, adesione formale, soddisfacimento di un obbligo.

La festa della Parola, del ringraziamento (Eucaristia), della comunione si avvera quando il singolo, la coppia, le famiglie prendono sul serio e attuano concretamente le parole che pronunciano con le labbra: «Ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo» (Preghiera Eucaristica II). Si deve riconoscere che quanto noi chiediamo il Padre lo concede immediatamente; spetta alla nostra libertà accoglierlo, attuarlo o rinviarlo ad un futuro ipotetico.

Costruendo e vivendo la comunità-comunione si realizza la parola che il Creatore ha fatto all'inizio: «non è bene che l'uomo sia solo». Comprendere la bellezza della Parola è gioia e piacere, e la si vuole attuare non solo perché volontà di Dio, ma perché salva e libera dall'autosufficienza, dalla pretesa dell’autorealizzazione. È stare insieme, spezzare il pane spirituale e materiale, condividerlo, è servizio («lavarsi i piedi») vicendevole.

È necessario che la festa diventi testimonianza di vita perché solo vivendo in unità e concordia si può convincere il mondo. Si educa e si converte all'amore dando testimonianza d'amore. La festa realizza, all'interno della coppia, della famiglia, della società, della chiesa il momento di sosta e di nutrimento per continuare con speranza e letizia il cammino verso il punto omega dell'incontro, quando risuoneranno: «le grida di gioia e la voce dell'allegria, la voce della sposa e dello sposo» (Ger 7,34).

Tina e Michele Colella

Genova

Da “Famiglia domani” 4/2000

 

Ultima modifica Lunedì 17 Aprile 2006 18:07

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