Martedì,06Dicembre2016
Sabato 08 Aprile 2006 20:14

CHIAMATI A UNA NUOVA VITA

Valuta questo articolo
(0 voti)

CHIAMATI A UNA NUOVA VITA

 

La parabola del figliol prodigo mi da lo spunto per alcune considerazioni sulle difficoltà, ma anche sulle opportunità che l'itinerario di conversione offre al­l' uomo d'oggi. In quest'ottica, il termine parabola potrebbe essere inteso non solo nel senso tecnico che assume nei Vange­li e nella loro esegesi, ma anche in quel­lo fisico di traiettoria caratterizzata ini­zialmente da un progressivo allontana­mento dall'origine cui fa seguito un ra­dicale mutamento di direzione che porta a ripercorrere in senso inverso la regione già esplorata, senza peraltro ricondurre al punto di partenza. Potrebbe essere questa, infatti, un'icona pertinente del cammino del figliol prodigo il cui per­corso può essere, senz'altro, assunto a paradigma di molte conversioni.

Esperienza che si può rifiutare

Chi riflette sulla propria vita o sull'e­sperienza degli altri, può facilmente ac­corgersi che viene sempre il tempo in cui si avverte come urgente la necessità di cambiare. A spingere in questo senso sono, alle volte, situazioni traumatiche esterne - come nel caso, ad esempio, del figliol prodigo -, ma può essere anche un progressivo affinamento spirituale a portare a giudicare il modo di vivere fi­nora adottato non più compatibile con il desiderio che emerge dal profondo del cuore. Tuttavia - anche questa è espe­rienza comune - i richiami alla conver­sione non sempre portano ad un vero e, soprattutto, definitivo cambiamento. Perché?

Sembra che si possa rispondere: per­ché nel soggetto in crisi mancano le con­dizioni psicologiche e spirituali minime per andar oltre la pulsione emotiva e ap­prodare a scelte fondate sulla volontà.

Manca, quasi sempre, la sincerità con se stessi, intesa questa come la capa­cità di cogliere i veri motivi della crisi. È ovvio che l'abbandono di abitudini radi­cate non può essere il frutto di una vaga sensazione di disagio o di una confusa aspirazione al meglio. Bisogna sapere in­dividuare i motivi profondi della spinta al cambiamento perché questa sarà pos­sibile solo se richiesta da un'istanza che il soggetto riconosce di alto valore. Nel caso del figliol prodigo era ben chiaro a lui che in gioco c'era la sua stessa so­pravvivenza fisica. I motivi che spingo­no al cambiamento non devono quindi essere banali. Utilizzando la terminolo­gia di Lévinas si potrebbe forse afferma­re che una vera conversione è possibile solo se indotta non da un bisogno - che una volta soddisfatto svanisce -, ma da un desiderio, inteso quest'ultimo come il movimento che porta a riconoscere l'og­getto come un valore piuttosto che a pos­sederlo. C'è da dire che se si sviluppasse fino in fondo questa suggestione si arri­verebbe, probabilmente, ad affermare che l'unica vera conversione è quella a Dio; ma ci si può fermare anche qualche passo prima di questa conclusione, per­ché l'uomo è mosso sia da bisogni sia da desideri e pertanto ogni sua conversione, anche se profonda, non sarà mai definiti­va e totale.

Rimane, comunque, vero che il cri­terio ultimo per avviarsi con speranza di successo sulla strada della metànoia (come nel greco del Nuovo Testamento è chiamato il cambiamento radicale) è la sincerità dell'analisi delle pulsioni. Come ha fatto il figliol prodigo di cui nel Vangelo non si ricordano doppi pen­sieri.

Altra condizione necessaria per un esito positivo della crisi, anch'essa spes­so carente, è l'umiltà, intesa come la ca­pacità di riconoscere che si è finora sba­gliato e che l'errore dipende da noi. L'e­sperienza dice che riconoscere l'errore è abbastanza facile perché le sue conse­guenze negative sono quasi sempre evi­denti. Al figliol prodigo bastava guardar­si ridotto in mezzo ai porci - per lui ani­mali impuri - per capire la gravita della sua situazione. Quello che pochi, però, riescono ad ammettere è la responsabi­lità nell'errore. L'orgoglio trova estrema­mente facile far ricadere sugli altri, al­meno in parte, la colpa della condizione miserevole a cui ha condotto una scelta personale sbagliata. Di questo atteggia­mento non c'è traccia, invece, nel figliol prodigo. Forse perché lui aveva già rag­giunto una terza condizione che ritengo indispensabile per poter dare un esito po­sitivo al desiderio di cambiamento: la li­bertà dai condizionamenti. Niente, in­fatti, lo legava più al suo stato. Mentre per noi è sempre estremamente difficile sentirci liberi da quelli che percepiamo come convincimenti irrinunciabili, per­ché maturati nel tempo in forza dell'au­tonomia intellettuale, culturale, spiritua­le che è ritenuta, a ragione, la caratteristi­ca specifica dell'uomo libero. Qui S. Ignazio di Loyola parlerebbe della ne-c^&sità di «togliere le affezioni disordinate» per poter «cercare e trovare» la propria strada.

C'è ancora almeno una condizione la cui mancanza rende difficile una vera conversione: il pentimento, la capacità, cioè, di cogliere la negatività dell'azione compiuta e la disponibilità a non ripeter­la. Si noti a questo proposito che nel sen­tire comune il pentimento è considerato l'anticamera della conversione. In realtà è solo una delle condizioni necessarie (ma non sufficienti), in quanto ci si può pentire per una serie di motivi che, pur validi, non inducono al cambiamento ra­dicale perché non raggiungono il cuore del problema. In quest'ottica più che di pentimento si dovrebbe, però, parlare di rimorso. E il rimorso da solo può con­durre anche alla disperazione. Si veda, per esempio, l'episodio di Giuda narrato dai Vangeli.

Ci sono, ovviamente, anche altre ca­ratteristiche della personalità la cui man­canza o il cui ridotto significato per la psicologia del soggetto possono indurre quest'ultimo a rifiutare, o perlomeno a non approfondire, l'impulso alla conver­sione, quali, ad esempio, la generosità, la capacità di sperare, di superare i sensi di colpa, di dare un senso e una direzio­ne unitaria alla propria vita. Tutte si pos­sono far rientrare nel concetto di matu­rità umana. Ma quelle sopra illustrate in dettaglio - sincerità, umiltà, libertà dai condizionamenti e capacità di pentimen­to - mi sembrano le più importanti.

 

Esperienza complessa e particolarmente difficile

Che la conversione sia un'esperienza complessa emerge anche da quanto detto nel paragrafo precedente dove sono state indicate alcune condizioni soggettive senza le quali la stessa non può maturare.

Esistono, però, anche delle condizioni oggettive che complicano ulterior­mente la situazione e che la rendono, so­prattutto nel contesto odierno, particolar­mente difficile.

Già il termine stesso di conversione si presta a differenti interpretazioni. Può essere inteso, infatti, sia come cambia­mento, più o meno profondo, di qualcu­no o di qualcosa, con effetti per lo più esterni (la conversione dell'acqua in vi­no, per restare ad un episodio evangeli­co), sia come l'atto, sostanzialmente re­ligioso, di chi, sentendosi chiamato da Dio, volge tutto il suo essere dal male al bene, dal falso al vero, mutando non so­lo l'orientamento delle proprie azioni, ma lo stesso modo di vedere e giudicare la realtà (la conversione di S. Paolo, ad esempio, come narrata negli Atti degli Apostoli).

Alla prima accezione possono essere fatte risalire tutte le decisioni che impli­cano un cambiamento di vita in vista del raggiungimento di un qualche obiettivo giudicato importante. Sono scelte non necessariamente definitive che possono essere rinnovate nel tempo, ovvero mo­dificate, se cambia l'obiettivo o il suo valore.

Nella seconda accezione rientrano, invece, tutti quei cammini di perfezione che vengono generalmente definiti come «conversione a Dio» e sono, almeno nel­l'intenzione, definitivi.

C'è da dire che questa suddivisione è più teorica che pratica perché la persona umana è nello stesso tempo materiale e psichica e in essa configgono i limiti della carne e i doni dello spirito. Per cui il medesimo itinerario può essere frutto sia dell'istanza umana sia di quella di­vina.

La possibilità di un cammino di con­versione incontra oggi una serie di osta­coli che lo rendono assai difficile. La nostra epoca è caratterizzata, infatti, da una perdita di elementi che accentua la fragilità e la vulnerabilità dei soggetti, condizionando negativamente la possi­bilità di pervenire ad una

chiara coscien­za della realtà e di prendere decisioni definitive. Si pensi, ad esempio, alla perdita generalizzata della dimensione del tempo e del conseguente senso della storia, alla perdita di capacità di distanza critica, alla diminuzione, spesso dram­matica, della capacità di impegno stabile e incondizionato, alle difficoltà che si incontrano nel costruire la dimensione affettiva. Per di più l'incapacità a pren­dere una decisione che pure si sente psi­cologicamente urgente crea spesso in­quietudine e ansia.

C'è da chiedersi come se ne possa uscire. Ritengo che si possa ragionevol­mente sperare di orientare l'uomo d'og­gi e renderlo capace anche di vera con­versione, perché egli è, nella sua com­plessità misteriosa, progetto particolare di Dio e come tale riconoscibile e rico­struibile non al di là, ma attraverso e in mezzo alle sue deformazioni e fragilità. Occorre, però, rendergli familiari, affin­chè possa giungere a considerarli positi­vamente, alcuni degli elementi che lo co­stituiscono come mistero.

Suggerisco alcuni spunti da valoriz­zare nell'educazione:

•    la capacità di apertura al mondo dell'alterila, perché è necessario che im­pari a scoprire l'esistenza di realtà nuove in sé e nel mondo circostante e a lasciarsi interrogare dall'incontro con aspetti nuovi del proprio ambien­te e con i valori che lo animano e, per chi crede, con una Rivelazione;

•    la temporalità, intesa come la dimen­sione in cui il mistero si esplica, per­ché sappia riconoscere che il presen­te si fonda sulla capacità di accettare un passato che non è più e di antici­pare un futuro che non è ancora;

•   la complessità della persona. Essa de­ve essere colta e accettata nel suo es­sere contemporaneamente un misto di bene e di male, di giusto e di ingiu­sto, di acerbo e di maturo ed espres­sione di «sistemi di desiderio» non sempre del tutto integrati ed in armo­nia tra loro.

Esperienza nella quale è difficile riconoscere il protagonista

II fatto della complessità e della diffi­coltà dell'opera di conversione sopra ri­levato, pone il problema se il potersi convertire rientri nella facoltà umana o se non si debba piuttosto aspettarsi la conversione esclusivamente come frutto dell'azione di un Altro; dove l'Altro è per noi Dio.

Personalmente non saprei dare una ri­sposta definitiva al quesito perché non sono in grado di valutare l'attendibilità degli esiti di cammini di cambiamento profondo fondati sulle sole capacità fisico-psichiche dell'uomo.

Mi sembra, peraltro, che dalla Scrit­tura emerga con sufficiente chiarezza che la conversione non è primariamente espressione di una decisione autonoma umana, ma piuttosto una risposta all'ap­pello di Dio. Si vedano, per esempio, i numerosi richiami di Gesù (Mt 4,17; Le 5,32), ma anche quelli dei suoi discepoli (At 2,38; At 3,19). Si noti, per inciso, che per convertirsi non è richiesta una fede previa in Cristo: anche ai pagani è con­cesso (At 11,18). Qualche volta la rispo­sta dipende dalla decisione umana (At 9,35), ma in altri casi è pura grazia di Dio (At 16,14). Così anche il rifiuto non sempre è opera esclusiva dell'uomo (Me 4,12). Gesù, tuttavia, contrariamente al Battista, sembra concedere del tempo per consentire una vera conversione (si veda la parabola del fico sterile in Le 13,6-9) e dimostra fiducia nella disponibilità del­l'uomo a convertirsi: il figliol prodigo torna di propria iniziativa dal padre.

Da quanto sopra riportato sembra, quindi, che si possa affermare che, per la Scrittura, l'iniziativa parte da Dio ma ri­chiede sempre una partecipazione attiva della persona umana. Si potrebbe forse aggiungere che tale partecipazione è, per la Bibbia, tanto più fruttuosa quanto più l'interessato sa riconoscere nella fonte dell'appello anche una potenza efficace. Il figlio prodigo doveva avere una fidu­cia ben grande nella capacità di perdono del padre per ritornare a lui dopo le scel­te giovanili sciagurate!

Se una chiamata è - come sembra all'inizio di ogni conversione, ci si può chiedere infine se questa avvenga una sola volta nella vita o si manifesti più volte. L'esperienza, infatti, attesta, come abbiamo già avuto occasione di ricorda­re, che noi siamo esseri limitati («vasi di creta», secondo l'espressione di 2 Cor 4,7), per cui anche il cambiamento più sincero è sempre soggetto a possibili ri­pensamenti. Se vogliamo affermare la possibilità di perseverare nel cammino di conversione dobbiamo anche ammettere una pluralità di ravvedimenti, da giocar­si, come il primo, tra il dono gratuito di Dio e l'azione etica dell'uomo.

Così è, perché Dio è fedele e non fa mai mancare il suo invito alla vita nuova.

Anche questa è esperienza comune.

Conclusione

Abbiamo visto che convertirsi è un atto complesso, difficile, che si è tentati spesso di rifiutare o almeno di rimandare nel tempo e che implica, in ultima anali­si, anche l'intervento di Dio. Quest'ulti­ma acquisizione mi sembra, però, quella che può dare un valore positivo, uno sbocco significativo all'agire umano an­che nel contesto attuale. L'uomo può, in­fatti, rivolgersi sempre con fiducia a Dio perché Lui si rivolge per primo all'uo­mo. Sapendo che la conversione vera non può non accompagnarsi alla gioia. Come ricordano non solo la parabola del figliol prodigo, ma anche le altre del ca­pitolo 15 di Luca (la pecora perduta, la dracma perduta) le quali attestano la gioia di Dio per il ritorno del peccatore e invitano l'uomo a gioire con Lui.

In definitiva si può dire che nella conversione Dio offre all'uomo una nuo­va vita. Per questo Luca può descrivere il ritorno del figlio scapestrato con l'e­spressione riportata sotto il titolo, quasi icona dell'articolo: «...era morto ed è tornato in vita».

Mi sembra pertanto corretto conclu­dere che vale sempre la pena di intra­prendere il cammino della conversione, anche se può costare caro all'orgoglio umano, perché attraverso di essa c'è la possibilità di giungere alla vita vera.

 

 

Sergio Riccardi

Tratto da “Famiglia Domani – 2/2002”

Ultima modifica Mercoledì 18 Ottobre 2006 01:02