Martedì,06Dicembre2016
Sabato 14 Aprile 2012 10:34

Siate forti e coraggiosi. Il ruolo del genitore cristiano in una società che cambia

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Siate forti e coraggiosi. Il ruolo del genitore cristiano in una società che cambia

Dio Padre è certezza che la vita umana ha un fondamento e un ancoraggio. Non è assente dalla vita quotidiana della famiglia, percorre le sue strade e incrocia i suoi percorsi.

 

Educare vuol dire porsi di fronte alle nostre paure, le ansie, le preoccupazioni, le notti insonni e le incertezze del domani, esse possono diventare frustrazioni o porte verso la speranza.

Proporre una ricetta sicura è impossibile, perché sono tante le variabili che intervengono per poter codificare e ridurre l'educazione a formule risolutive e infallibili.

L'educazione non è uno stato o una condizione ma un percorso pieno di incognite e spesso ci si trova a rimettere in discussione esperienze e certezze, in special modo quando si hanno più figli.

Essi sono diversi, hanno carattere, personalità che li fanno unici, di conseguenza i cammini educativi nei loro confronti si presentano unici e diversi.

Educare diviene, inoltre, ancora più difficile perché ogni giorno c'è il confronto con una società in continua evoluzione. I vecchi punti di riferimento, sembrano venir meno con il conseguente avanzare di nuovi modelli. Le radici, in qualche modo, appartengono ancora al vecchio mondo ma si è superati in velocità da questo formidabile mutamento. E' sentita fortemente la necessità di una guida di cui fidarsi e su cui fare affidamento, ma tutte le autorità di cui ci si potrebbe fidare sono messe in discussione e nessuna sembra forte abbastanza da offrire il grado di rassicurazione che si va cercando. La nostra società, affermano i maggiori studiosi, è contrassegnata dalla cultura dell'immediato, del "tutto e subito, del possesso..., offre una libertà di scelta mai goduta prima ma nello stesso tempo getta in uno stato di incertezza mai prima d'ora così angoscioso.

Non esiste segno che con il tratto lasci percorsi ben evidenti, ma tutto diventa traccia e come Pollicino c'è il rischio di perdersi e non ritrovarsi. Scrive L. Biagi:

"Nel momento in cui la storia non offre più come prima delle prospettive, non offre più una progettualità che richieda il nostro impegno, nell'ora in cui le incognite rischiano di prevalere sulle speranze, l'individuo viene semplicemente travolto dalla cogenza dell'attimo presente, si sente spinto a bere fino in fondo quel che a propone come istante presente, insegue ciò che immediatamente gli si propone come positivo, come piacere, come benessere"1

I nostri figli, quindi, si trovano a percorrere una realtà disomogenea e frammentata, che li costringe a vivere in modo pragmatico e aprogettuale, ad evitare scelte coerenti per poter usufruire di tutte le promesse che ogni luogo attraversato gli fa. Appare evidente l'orientamento ad attribuire all'esperienza un carattere normativo, a interpretare come bene o come elemento positivo una pratica di vita ricorrente o il comportamento prevalente o il proprio sentire.

In questo contesto il giovane rischia di rimanere prigioniero del presente, senza alcuna progettualità che dia senso alla sua vita, senza sguardo che vada oltre il contingente. Se non esiste una dimensione più ampia non si riconosce al tempo alcuna qualità rilevante per la vita, di conseguenza, le cose che si fanno e la loro disponibilità fanno divenire prezioso il tempo presente. Questa realtà offusca il tempo nelle sue dimensioni di passato, presente, futuro. Il passato resta sempre più passato e non ha alcun valore per il presente, il futuro sembra più carico di angoscia che di speranza; solo il presente sembra poter offrire strade percorribili alla ricerca di felicità e piacere.

Infine, la pressione sociale, spinge a fare dei figli personaggi di spicco e atleti, uomini e donne di successo sempre più competitivi in una società del benessere e ci si dimentica di aiutarli a far loro acquisire le virtù che li rendono veramente umani. Le nuove leve hanno molto per crescere ma poco per formarsi. In questa logica esattamente opposta a quella educativa, che ha bisogno di tempi lunghi, di orizzonti ampi, di grande memoria e di dedizione si incarna il compito del genitore. La tentazione, in prima battuta, è quella di chiudere gli occhi con un grande timore di guardare e attraversare questa complessità, troppo spesso sembra spirare un vento di rassegnazione e di rinuncia. Parecchi genitori sembrano dire come Mosè: "io non posso da solo portare il peso di tutto questo popolo: e un peso troppo grave per me" (Nm 11,14). Molti dei nostri insuccessi, forse, come per Mosè hanno la radice nel non aver capito e nel non aver colto la forza che sprigiona il programma educativo espresso nelle Scritture, nel non esserci alleati col vero educatore della persona. Questa forza educativa: "può ridare fiato a molti nostri educatori, togliere la sensazone di dover portare un peso superiore alle proprie forze e di lottare contro nemici troppo forti".2

Come genitori ed educatori cristiani non è possibile evitare il confronto con un'azione che ha conosciuto la ribellione e l'incomprensione. I genitori, quindi, sono chiamati ad essere presenti nel cammino dei loro figli, condividendo con questi la fatica della crescita. Sono chiamati a ridare speranza, a mostrare fiducia nei confronti delle loro potenzialità nonostante le difficoltà che possono incontrare, i limiti personali e gli insuccessi, nonostante il sentirsi a volte educatori inutili e impotenti.

1. Dio: educatore tenace e instancabile

"Mosè pronunziò innanzi a tutta l'assemblea d'Israele le parole di questo canto, fino al loro temine" (Dt 31, 30). Così si legge in apertura al cantico di Mosè che ora leggeremo. Il brano proposto, tratto dalle ultime pagine del libro del Deuteronomio, precisamente dal capitolo 32, costituisce soltanto il preludio. Questi versetti sono un gioioso inno al Signore che protegge e cura con amore il suo popolo in mezzo ai pericoli e alle difficoltà della giornata. L'analisi del cantico ha rivelato che si tratta di un testo antico ma posteriore a Mosè, sulle cui labbra è stato posto, per conferirgli un carattere di solennità. Questo canto liturgico si colloca alle radici stesse della storia del popolo di Israele. L'evento fondamentale da non dimenticare è quello della traversata del deserto dopo l'uscita dall'Egitto, il tema capitale del Deuteronomio e dell'intero Pentateuco. Si evoca, così, il viaggio terribile e drammatico nel deserto del Sinai. Nonostante l'infedeltà del popolo, Dio si china su di esso con una tenerezza e una dolcezza sorprendenti. Il cammino nella steppa desertica si trasforma, allora, in un percorso quieto e sereno, perché c'è il manto protettivo dell'amore divino. Il cantico di Mosè diventa in tal modo un esame di coscienza corale perché ai benefici divini risponda finalmente non più il peccato ma la fedeltà.

"Egli lo trovò in una terra deserta,
in una landa di ululati solitari.
Lo educò, ne ebbe cura, lo allevò,
lo custodì come pupilla del suo occhio.
Come aquila che veglia la sua nidiata
Che vola sopra i nati
Egli spiegò le sue ali e lo prese
Lo sollevò sulle sue ali.
Il Signore lo guidò da solo
non c 'era con lui alcun Dio straniero " (Dt 32, 10-12)

Dio parte dal punto in cui si trova il soggetto da educare "egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari" (Dt 32,10). "Terra deserta", "landa", luoghi dove sembra non esserci vita, dove solo gli "ululati" sono di casa. E' il luogo peggiore per iniziare un'azione educativa. Può subentrare lo sconforto, lo scoraggiamento, forse emerge la domanda: "ma chi me lo fa fare", si ha paura di non riuscire. Dio, nonostante questo, inizia da qui la sua azione educativa. Ha cura dell'uomo, lo cerca, lo ama, ridona speranza con la sua continua presenza "lo educò, ne ebbe cura, lo allevò". Il contesto, pur diffìcile, non lo paralizza. Non inventa una nuova storia, guarda con estremo realismo senza entrare in facili illusioni. Proprio perché il cammino si svolge all'interno di un percorso, esso si presenta non sempre facile e lineare, è segnato dalla resistenza e dalla ribellione. C'è la lamentela, l'incomprensione, molto spesso il popolo non capisce l'azione di Dio nei suoi riguardi. Emblematico, in questo senso, diventa il lamento verso Mosè, dopo la fuga dalla terra d'Egitto: "Forse perché non c'erano sepolcri in Egitto, ci hai portato a morire nel deserto ?... Non ti dicevamo in Egitto: lasciaci stare e serviremo gli Egiziani " (Es 14,11-12). La guida del popolo ha richiesto a Dio un'infinita pazienza, una continua ripresa, una riprogettazione instancabile del cammino. Nonostante tutto Dio ha circondato il suo popolo di una cura affettuosa e di un amore sempre crescente. Come afferma il card. Martini nella sua lettera Dio educa il suo popolo: Dio rimane il grande educatore del suo popolo. In questo percorso, però, Dio si mostra un educatore energico, non è molle o accondiscendente, non rassegnato o fatalista: "come potrei abbandonarti, come potrei consegnarti ad altri... " (Os 11,8), ma impegnato, deciso, capace di rimproverare, di smascherare le false certezze e far comprendere i comportamenti sbagliati. Dio, infine, partecipa della vicenda umana al punto da mandare il suo unico Figlio, affinché questo mondo "sia salvato per mezzo di Lui" (1 Gv 4,10). Gesù Cristo è il dono d'amore del Padre all'umanità. L'amore di Dio si rivolge in maniera gratuita, inattesa, incomprensibile. Dio Padre è certezza che la vita umana ha un fondamento e un ancoraggio. Non è assente dalla vita quotidiana della famiglia, percorre le sue strade e incrocia i suoi percorsi.

2. Genitori nel grembo del Padre

Il confronto con l'azione educativa di Dio dovrebbe far comprendere che i genitori si trovano davanti ad un compito di grande responsabilità. In questo, però, non sono soli ma sono accompagnati da una guida paziente e amorosa, che invita alla fiducia e alla speranza. I genitori, di conseguenza, sono chiamati a ridare speranza, ad aver pazienza e essere vigilanti..

> Diventare uomini e donne di speranza per i genitori significa non fissarsi di fronte alle piccole o grandi difficoltà del tempo presente ma chiede di coltivare il tempo dell'attesa, della luce. Sperare, quindi, significa rifiutare di rimanere bloccati nell'immediato rassegnandosi al presente, alle carenze del presente. Essa sembra una virtù purtroppo dimenticata nella nostra epoca. In una realtà dove c'è posto solo per quello che si pesa, si tocca o si quantifica, non c'è spazio per il miracolo e per l'attesa.
In questo senso la speranza diventa balzo, slancio, sa vedere oltre il presente, dà la possibilità di credere ancora. Essa non è evasione, fuga, ma è penetrazione, immersione piena, decisa e paziente nel solco dell'esistenza, nella vita dei figli assumendone tutte le responsabilità. I genitori sono chiamati a farsi carico della vita dei figli delle gioie e delle speranze, ma anche di tutte le manifestazioni per quanto dolorose e problematiche. Nulla della vita, anche nel suo grande carico di dolore è estraneo alla speranza. Questa via ha i tratti della partecipazione e della condivisione, della sofferenza, della dedizione e del dono, della misericordia e del perdono, della riconciliazione della pace. Tutta l'educazione di una persona deve tendere verso questa realtà, la prima non è mai totalmente compiuta ma è sempre da ricominciare e approfondire. In questo cammino di ascolto e crescita vissuti insieme da genitori e figli, è necessario avere fiducia e speranza nell'altro, fare credito all'altro, avere la profonda convinzione che nell'altro ci saranno abbastanza risorse per trionfare su eventuali difficoltà3, che potrà incontrare nel corso della vita. Questo atteggiamento ha conseguenze positive, dà forza, è un'iniezione di fiducia, è l'annuncio di una risurrezione, significa che nonostante lo sbaglio o l'insuccesso esiste la possibilità di ricamminare, di percorrere un cammino che sembrava chiuso per sempre. Malgrado i limiti e le debolezze, non si può far coincidere la persona con l'errore e che quest'ultimo, pur nella sua realtà a volte devastante, può essere superato dalla forza dirompente dell'amore.
Sperare in qualcuno significa fondamentalmente rendersi disponibili e pronti a vivere con lui una comunione sempre più profonda e sempre più forte. E' evidente che per alimentare la speranza bisogna evitare nei riguardi dei figli due atteggiamenti di segno opposto: il primo è la rassegnazione che paralizza che fa rinunciare a lottare "fa quel che vuoi, sono fatti tuoi, tanto non ascolti mai"; il secondo è quella forma di angoscia che paralizza e blocca "tu non ti rendi conto dei pericoli cui vai incontro". La fiducia diventa il motore trainante, essa si inserisce tra questi due estremi e si pone all'origine della speranza.

 

> Nello stesso tempo quella del genitore è una condizione che è alimentata dalla pazienza, perché non si lascia spazientire o irritare dalle innumerevoli domande e dalle persone che vanno e vengono rimandandoli indietro in malo modo.
I genitori sono chiamati a pazientare anche se tutto sembra essere contro o costa fatica. Saper sostare facendo memoria del percorso costruito insieme ai figli, della bellezza della costruzione. E' certo che in alcuni momenti, quando la delusione è troppo forte e bussa alla porta con insistenza e ogni sforzo precedente sembra vano, la rottura e la fuga sembrano le sole strade percorribili. In special modo nel tempo dell'adolescenza quando i figli a volte decidono di non parlare più, si arroccano nelle loro convinzioni e posizioni senza lasciare spazio al dialogo e al confronto. All'improvviso tutto sembra cambiato, il dialogo che per tanto tempo aveva funzionato sembra essersi inarrestabilmente bloccato, all'improvviso si cade nella depressione e ci si sente inutili, il cammino diventa irto e troppo ripido per potere essere percorso.
Per superare questi crisi di fiducia che accompagnano l'adolescenza dei figli, bisognerebbe ripensare a tutta l'azione educativa di Dio e della fiducia che continuamente manifesta nei confronti del suo popolo, a dispetto di tutti i tradimenti, ai continui voltafaccia verso Colui che lo aveva scelto per farne il suo popolo eletto. Occorre tanta comprensione e compassione verso i figli nel momento della crescita, nell'aiutarli a superare la delusione di un fallimento, nell'affiancarli perché possano con coraggio affrontare le situazioni più meno diffìcili della loro età. Essere pronti alla lode quando i figli superano se stessi e ottengono un'importante vittoria, o essere pronti al perdono quando i figli ritornano a casa con l'amara consapevolezza di non aver saputo amare abbastanza, è il segno distintivo di genitori che sono pronti ad essere casa per l'altro. Questo vuol dire che l'amore non tende a distruggere la persona amata ma al contrario la valorizza e desidera con tutto il suo cuore che trovi la sua strada e vocazione. Il genitore non è di fronte al figlio per conquistarlo e possederlo, ma per arricchirlo e permettergli di crescere, ma allo stesso tempo, per lasciarsi arricchire e crescere da lui. L'ascolto diventa parte integrante del percorso instaurato tra genitori e figli. Bisogna trovare tempo per stare in ascolto, bisogna mettere a disposizione il proprio tempo e la propria pazienza per poter sostare e fermarsi a capire; tutto questo, però deve essere fatto con gioia ed entusiasmo. E' necessario comprendere il senso profondo delle parole, entrare nei pensieri dei figli, cercare di comprendere fino in fondo le loro ragioni. Troppo spesso, invece, la comunicazione risulta veloce e superficiale, evidenziando la poca capacità di ascolto e di dialogo. Per ascoltare bisogna lasciar parlare, favorire le parole di chi fa fatica ad esprimersi4 , non solo perché il figlio dispone di un linguaggio povero e impreciso, ma soprattutto perché spesso tenta di dire, di dirsi, senza aver molto chiaro quello che intende dire. Stare in ascolto, quindi, significa condividere, accogliere l'altro e quello che c'è dentro di lui. Queste osservazioni, infine, mostrano chiaramente che stare in ascolto dei figli è disponibilità che non si improvvisa , ma che si impara piano piano, proprio da loro.

 

> L'ultima osservazione è che ai genitori viene richiesta una grande vigilanza. Essa è chiamata a resistere al sonno, alla miopia del non saper osservare con sguardo lungimirante. In questo senso è molto interessante un racconto degli Indiani d'America5 sull'iniziazione. In molte tribù i ragazzi, raggiunta l'età della pubertà, vengono sottoposti a una serie di prove iniziatiche, come dormire fuori dalla tenda, lontano dalla famiglia, abituarsi a sopportare la fame, la sete, il sonno, imparare a costruirsi delle armi, cucire scarpe e vestiti con le pelli degli animali, sottoporsi a lunghi momenti d'istruzione da parte degli anziani. In una di queste iniziazioni gli anziani che dovevano vegliare sui giovani si erano stancati e si erano addormentati, mentre i giovani cominciavano a trasformarsi chi in un'anatra selvatica, chi in un'oca... Solo l'istruttore che vegliava su di loro colse la loro trasformazione e volò verso di loro trasformandosi in aquila. Il racconto pur nella sua immaginazione ci fa cogliere un fatto importante. Nella crescita del figlio il pericolo più evidente per i genitori è quello di stancarsi, di addormentarsi, di non essere più vigili. Come per l'istruttore, invece, quello che conta è assicurare la presenza anche quando si è stanchi. E' necessaria una presenza discreta, silenziosa, trasparente ed emotivamente vicina, ma anche una presenza che sappia essere arginante, come nel gioco del biliardo lo è la sponda nei confronti della palla scagliatavi contro.6
I pericoli sono tanti in un cammino. Vigilare significa indicare continuamente la strada senza mai stancarsi. Significa, inoltre, fermezza, autorevolezza, bisogna segnare il percorso, porre dei limiti. C'è la necessità di pensare ad un'educazione che è in grado di sviluppare limiti. Il limite non è soltanto una barriera. E' anche una soglia. Dal limite nasce la coscienza della responsabilità. E dal recupero di una civiltà dei limiti può nascere una nuova civiltà della trascendenza e del senso. Secondo questa linea è piuttosto emblematico un percorso di riscoperta dell'originaria radice semantica alla quale rimanda il termine limite7. Infatti nella lingua latina limes, da cui deriva limite, indicava il viottolo che faceva da confine tra due terreni agricoli. Limes allora significava strada, via, sentiero. Il limite non come barriera, ostacolo, vincolo: piuttosto regola, controllo, scelta. C'è però un'altra accezione del limite che, per il nostro discorso, merita di essere messa in risalto e che ha a che fare con la responsabilità etica. La categoria del limite porta a valorizzare il tema della dimora. Limes ha la stessa radice del termine latino limen, il quale oltre ad indicare la soglia della porta, significa abitazione e dimora. La relazione, dunque, non come gabbia nella quale ci sentiamo prigionieri e dunque incompiuti, ma piuttosto abitazione che scopriamo essere il nostro luogo, il luogo che l'uomo deve imparare a conoscere, di cui deve scoprire le regole, che deve custodire e rendere accogliente tramite il suo lavoro. Il limite così inteso allora non impedisce ma regola la crescita, non imbriglia ma favorisce e orienta la crescita. Questo significa che il figlio impara a crescere quando comprende che la soluzione non è nel fuggire ma è nel percorrere la vita con le sue gioie e le sue difficoltà; quando sceglie la propria strada e decide di affrontare la realtà e i cambiamenti che a ogni svolta critica della vita gli si prospettano davanti.
Essere vigili, infine, significa indicare i valori importanti della vita, dare punti di riferimento, aiutare a riflettere su ciò che promuove la vita e su ciò che la svilisce o addirittura la nega. Significa trasmettere la fede. Non si tratta di formare bravi cristiani con tante regole in testa, ma invece si tratta di permettere che la fede passi di generazione in generazione:
"ciò esige tutto uno stile di educare alla fede in cui l'importante è trasmettere un'esperienza religiosa più che una dottrina; insegnare a vivere valori cristiani più che il sottomettersi a norme; sviluppare la responsabilità personale più che imporre costumi; introdurre nella comunità cristiana più che sviluppare l'individualismo religioso; coltivare l'adesione fidente a Gesù Cristo più che risolvere con esattezza tutti e ciascuno dei dubbi... "8.
A volte, come genitori, ci si preoccupa maggiormente della formazione umana e accademica dei figli, giustamente si ricerca il meglio per i propri figli, ma si dà poca importanza all'educazione religiosa. E' di grande importanza passare da una fede individualistica a una fede più condivisa nella coppia e nella famiglia. Talvolta, fra genitori e figli si condivide tutto, tranne la fede e le esperienze religiose. C'è una sorta di pudore, manca l'abitudine; si delega l'aspetto religioso alla Chiesa o ai luoghi deputati a questo. In molte famiglie non si prega più c'è un certo imbarazzo quando si tratta di proporre la preghiera. Sembra qualcosa di artificiale e di forzato. La preghiera in coppia, semplice, normale, è la base per assicurare la preghiera nei figli.
Non è indifferente, in questo senso, l'atmosfera familiare che i figli trovano a casa, essa diviene un "parlare di Dio" implicito ma indelebile. La famiglia diviene chiesa domestica dove si prega e si ascolta, dove si spezza il pane e si condivide una profonda comunione fraterna. I genitori non solo comunicano ai figli il Vangelo ma possono ricevere da loro stessi il Vangelo profondamente vissuto. Si legge in DB per il rinnovamento della catechesi una delle descrizione più belle e più intense del clima di fede di una famiglia:
"Al Magistero della vita, si unisce provvidamente il magistero della parola che, in famiglia, è quanto mai semplice e spontaneo. Nasce infatti nei momenti più opportuni e più vitali, per celebrare, ad esempio, il mistero di una nuova vita che a accende, per interpretare una difficoltà ed insegnare a superarla, per aprire alla coerenza spirituale, per ringraziare Dio dei suoi doni, per creare raccoglimento di fronte al dolore e alla morte, per sostenere sempre la speranza " (RdC 152).

Conclusione

Sii forte e coraggioso, questa esortazione rivolta da Dio a Giosuè la troviamo, appunto, nel libro di Giosuè 1,1-9. Giosuè, dopo la morte di Mosè, prende per mano il popolo ebraico e si appresta ad entrare nella terra promessa. Dio, però, gli ricorda che quella terra è un dono e di conseguenza non può usarla a suo piacimento. "Ogni luogo che calcherà la pianta dei vostri piedi, ve l'ho assegnato" per questo ogni volta che Giosuè e il popolo guardano e camminano sopra quella terra devono ricordarsi che è stata affidata e donata da Dio. Non possono "accampare pretese", ma hanno il dovere di farla germogliare, fruttificare e renderla più bella e accogliente. Lo sguardo che si posa su quella terra non può essere di possesso e di dominio, ma deve sapere, piuttosto cogliere la il vero signor, la sorgente: Dio.

L'invito fatto a Giosuè di essere forte e coraggioso è un invito ad agire secondo i piani di Dio, a non arrendersi e a tenere lo sguardo fisso su Dio. La forza e il coraggio non sono qualità fìsiche, ma sono le qualità di chi ha la certezza che Dio è vicino "Non temere..non spaventarti, perché è con te il Signore tuo Dio, dovunque tu vada". Il Signore sarà sempre presente, non abbandonerà mai Giosuè nel difficile compito di guida.

Questo implica responsabilità. La terra è affidata da Dio al popolo, gli è data in custodia, esso stesso ne diventa responsabile. La cura e la custodia diventano importanti perché non può distruggerla, in quanto dovrà sempre ricordare che l'ha ricevuta da Dio. Giosuè dovrà risponderne non solo di fronte a se stesso e al popolo, ma a Dio. E' Dio che giudicherà il suo operato e gli chiederà conto delle sue azioni. Dio, comunque, assicura che sarà sempre al suo fianco, lo aiuterà costantemente nel suo compito di guida e di sostegno.

Il ruolo di Giosuè assomiglia al compito assunto dai genitori e dagli educatori. Dio, infatti, li invita ad essere forti e coraggiosi. I figli sono come la terra, i genitori hanno il compito di curarli e custodirli, di accompagnarli e sostenerli, ma non possono entrare in loro possesso. Nessun figlio appartiene ai genitori. Essi gli hanno trasmesso la vita come si trasmette un tesoro ricevuto in eredità. Li hanno generati, si sono posti a servizio della vita, ma non ne sono gli artefici. Vengono al mondo attraverso loro ma non sono loro proprietà. Un figlio è importante, perché prima di tutto è importante per Dio, che non è indifferente né distaccato o lontano, ma partecipa alla vicenda. La consapevolezza che Dio accompagna e sostiene la missione di educatori è un viatico senza uguali che infonde in anticipo la forza e il coraggio di assumerne la responsabilità. Dio non dona un figlio perché si faccia quello che più piace, ma lo dona affinché il potenziale d'amore racchiuso nella nuova creatura cresca e maturi oltre i limiti del desiderio di genitori, per rimandare all'immagine stessa di Dio.

 

Luca Tosoni

 

Note

  1. L. BIAGI, Religioni, cultura e valori. Problemi e prospettive, in Religioni e bioetica, Editrice Gregoriana, Padova 1997, p.32.
  2. C.M. MARTINI, Dio educa il suo popolo. Il testo della lettera è rintracciabile in: www.diocesi.milano.it
  3. J-C LEROY, Il fatto di donare, Ed. Cantagalli, Siena 2001, p.58.
  4. La frase è estrapolata da un intervento Di Paola Bignardi Presidente Nazionale dell'AC al Congresso Teologico-pastorale "I figli, primavera della famiglia e della società" , tenuto il 12-13 ottobre 2000 all'Aula Paolo VI.
  5. AAW, Adolescenza. Una stagione importante per la vita, Ed. Paoline, Milano 1992, p.131-132.
  6. AAW, Adolescenza, op. cit. p.140.
  7. M. ORSI
  8. PAGOLA J.A., Fede e famiglia. Come vivere la fede nella famiglia d'oggi, p.15
Ultima modifica Sabato 19 Maggio 2012 17:50
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche