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Giovedì 11 Novembre 2004 22:36

LA NUZIALITA’ (Don Giorgio Mazzanti)

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LA NUZIALITA’ ILLUMINA E ORIENTA LA PASTORALE

L’esperienza coniugale e l’esperienza sacerdotale a confronto

Gesù per 30 anni non ha fatto "nulla"; la sua vita pubblica, secondo Giovanni, è durata poco più di due anni; nei suoi discorsi pare non abbia usato più di 620 vocaboli, se vivesse oggi forse avrebbe difficoltà a capire il telegiornale! Ma allora…

Gesù Cristo è davvero il salvatore di tutti?

Rileggendo la sua storia, si vede che sceglie solo dodici apostoli e, al di fuori di questa cerchia, ha pochi amici: Marta, Maria e Lazzaro, la Maddalena. Come mai si è circondato di un così piccolo gruppo di persone? Che indicazione dobbiamo trarre?

Cristo ha scelto di vivere in pienezza e in profondità solo alcuni rapporti interpersonali perché solo un rapporto veramente autentico può essere universale.

Un’apertura vagamente generica verso tutti, in fondo, è come tradire tutti.

Cristo non ha fatto altro che importare sulla terra il mistero trinitario che Lui viveva. Il Dio di Gesù Cristo non è una deità vaga, ma neanche una pluralità molteplice; sono tre Persone che possono dire: noi insieme.

Allora, se la Chiesa è radicata nella Trinità, non può che essere una comunità in relazione; non di certo una mera gestione di servizi; così come essere sposati non è una semplice questione di mestiere.

Come la prima comunità cristiana

Che cosa ha fatto la prima comunità ecclesiale? Ha capito di dover vivere come una comunità familiare, come quella che Gesù aveva creato.

Notate che, in tutte le epoche di crisi, la Chiesa ritorna al modello apostolico.

Non esiste un vero rinnovamento ecclesiale se non si incomincia a vivere una vita davvero familiare, i soli programmi pastorali non bastano!

Dobbiamo deciderci non solo a far diventare la famiglia piccola Chiesa, ma a far diventare la Chiesa grande famiglia di Dio.

Se capissimo questo e lo realizzassimo si produrrebbe davvero una svolta epocale nella storia della Chiesa!

Non ci si può quindi perdere in piccole cose: un marito non si arrabbia se c’è troppo sale nella minestra.

Quando arriviamo a sciocchezze simili, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona tra noi.

Lo stesso vale in parrocchia: quando ci perdiamo nelle discussioni, ci offendiamo per niente vuol dire che non cresciamo più.

I cristiani non fanno nulla di eccezionale, di diverso dagli altri, ma sono "una cosa sola".

Ciò è possibile solo per opera dello Spirito Santo. Guai se la Chiesa dimentica lo Spirito Santo! Se in un matrimonio viene meno la vivacità dell’amore, si può escogitare di tutto, ma la relazione non funziona più!

Un nuovo stile di sacerdozio

Ora proviamo a fare una lettura in chiave nuziale, sponsale di alcuni passi delle Lettere di Paolo perché ci permette di vivere diversamente il nostro essere Chiesa.

Chi è il sacerdote, il vescovo, l’apostolo? Non certo uno che sfrutta la propria autorità: "E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo" (1 Ts 2,6).

Il sacerdote è qualcuno che si mette al servizio: "siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre ed ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Cristo, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari" (1 Ts 2,7-8).

Se il sacerdote non prova questi sentimenti è solo un mercenario. Deve cambiare il rapporto tra il sacerdote e la sua gente; bisogna essere veri!

Siamo tutti fratelli

E’ molto bello che S. Paolo, mentre si sente padre e madre nei confronti dei suoi, li chiama in continuazione "fratelli": "Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di vedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo" (v 17).

Non deve essere questo il rapporto tra moglie e marito, tra genitori e figli? Nella lontananza desiderare di rivedere il volto dell’amato!

Uno è davvero prete, o anche solo catechista se istintivamente la sera prega per quelli che ha visto, incontrato durante il giorno. Se uno non prega mai vuol dire che è diventato un mestierante.

In un’altra occasione Paolo implora: "Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato" (2 Cor 7,2).

Una tentazione in cui può incorrere il prete: contare quanti soldi ha raccolto durante le messe, la domenica sera!

E insiste: "Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e per vivere insieme" (v 3). Un prete dovrebbe arrivare, come un genitore, a dare la vita per i propri parrocchiani che sono la sua famiglia.

"Sono molto franco con voi ed ho molto da vantarmi di voi" (v 4). Se un sacerdote diventasse, come un padre ed una madre, appassionato della sua gente, le parrocchie cambierebbero già domattina.

Cambiare società e chiesa

Allora l’unico rimedio è imparare a volersi bene anche se non è facile. Questa difficoltà reale è ripresa in alcuni detti popolari come: "fratelli-coltelli" oppure: "parenti-serpenti". Bisognerebbe veramente riuscire a cambiare il tipo di società in cui viviamo e, insieme, anche il tipo di chiesa.

Può un genitore dire male dei propri figli? No! E allora perché sparlate sempre dei vostri preti, o il prete sparla sempre della sua gente?

Questo non vuol dire nascondere i difetti, ma vuol dire amare ancora di più: "Se tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo tra te e lui solo" (Mt 18,15).

Ma di solito succede il contrario, l’interessato è sempre l’ultimo a sapere che si sparla di lui; e qualcuno si sente zelante perché è andato a parlar male di un confratello al vescovo; ma questa è una carognata, non zelo!

Segni dell’amore di Dio

Paolo ai Galati scrive così: "mi avete accolto come un angelo di Dio" (Gal 4,14b). In un prete non conta tanto la bravura, quanto capire che Dio si serve di lui per far conoscere agli altri l’amore di Dio. Ha capito che, nella sua vita di prete, deve superare, seppur con fatica, l’ostentazione di se stesso per diventare ostensione di Lui. Questo vale per tutti, non solo per il prete.

Paolo aggiunge: "Vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli" (v 15b). Questo è il rapporto cui si deve arrivare tra un sacerdote e la sua comunità, e viceversa.

E’ questo un concetto che anche Paolo ribadisce ai Corinzi: "Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo" (1 Cor 4,15). Pedagogo è l’educatore ma bisogna essere qualcosa di più. Un prete è maturo quando si accorge di essere diventato padre della propria gente.

Allora il suo sacerdozio cambia, non è più permaloso, se mai soffre, perché un papà non fa il permaloso con i figli, vorrebbe dire che è ancora bambino come loro.

Il mistero della nuzialità

Il sacerdote, che rappresenta nella Chiesa l’atteggiamento sponsale del Cristo, è chiamato a comunicare ai suoi lo stesso identico ministero.

Le coppie non andrebbero più in crisi se veramente interiorizzassero che il loro volersi bene prelude ad un ben altro sposalizio; le tenerezze, le coccole, l’unione fisica acquisterebbero un altro spessore, se le coppie comprendessero che il corpo dell’altro è destinato alla resurrezione, se capissero che le loro carezze non sono poi così diverse dal gesto con cui Dio ha plasmato il corpo dell’Uomo e della Donna. Pensate: una carezza che crea, capace di plasmare l’altro!

Allora ci accorgeremmo che il mistero della nuzialità è il cuore segreto e ultimo di tutto e allora, sacerdoti e sposati, potremmo diventare luce l’uno per l’altro.

Come si è svolta da questo momento in poi la vita della Chiesa?

Sicuramente nelle case, come aveva fatto Gesù. La chiesa ha cominciato a prendere volto nella casa, e certamente la famiglia che l’abitava non era la famiglia mononucleare di oggi, ma una famiglia allargata che diventava così il primo volto della famiglia di Dio.

Don Giorgio Mazzanti

("Gruppi Famiglia")

("Gruppi Famiglia")

Gesù per 30 anni non ha fatto "nulla"; la sua vita pubblica, secondo Giovanni, è durata poco più di due anni; nei suoi discorsi pare non abbia usato più di 620 vocaboli, se vivesse oggi forse avrebbe difficoltà a capire il telegiornale! Ma allora…

Gesù Cristo è davvero il salvatore di tutti?

Rileggendo la sua storia, si vede che sceglie solo dodici apostoli e, al di fuori di questa cerchia, ha pochi amici: Marta, Maria e Lazzaro, la Maddalena. Come mai si è circondato di un così piccolo gruppo di persone? Che indicazione dobbiamo trarre?

Cristo ha scelto di vivere in pienezza e in profondità solo alcuni rapporti interpersonali perché solo un rapporto veramente autentico può essere universale.

Un’apertura vagamente generica verso tutti, in fondo, è come tradire tutti.

Cristo non ha fatto altro che importare sulla terra il mistero trinitario che Lui viveva. Il Dio di Gesù Cristo non è una deità vaga, ma neanche una pluralità molteplice; sono tre Persone che possono dire: noi insieme.

Allora, se la Chiesa è radicata nella Trinità, non può che essere una comunità in relazione; non di certo una mera gestione di servizi; così come essere sposati non è una semplice questione di mestiere.

Come la prima comunità cristiana

Che cosa ha fatto la prima comunità ecclesiale? Ha capito di dover vivere come una comunità familiare, come quella che Gesù aveva creato.

Notate che, in tutte le epoche di crisi, la Chiesa ritorna al modello apostolico.

Non esiste un vero rinnovamento ecclesiale se non si incomincia a vivere una vita davvero familiare, i soli programmi pastorali non bastano!

Dobbiamo deciderci non solo a far diventare la famiglia piccola Chiesa, ma a far diventare la Chiesa grande famiglia di Dio.

Se capissimo questo e lo realizzassimo si produrrebbe davvero una svolta epocale nella storia della Chiesa!

Non ci si può quindi perdere in piccole cose: un marito non si arrabbia se c’è troppo sale nella minestra.

Quando arriviamo a sciocchezze simili, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona tra noi.

Lo stesso vale in parrocchia: quando ci perdiamo nelle discussioni, ci offendiamo per niente vuol dire che non cresciamo più.

I cristiani non fanno nulla di eccezionale, di diverso dagli altri, ma sono "una cosa sola".

Ciò è possibile solo per opera dello Spirito Santo. Guai se la Chiesa dimentica lo Spirito Santo! Se in un matrimonio viene meno la vivacità dell’amore, si può escogitare di tutto, ma la relazione non funziona più!

Un nuovo stile di sacerdozio

Ora proviamo a fare una lettura in chiave nuziale, sponsale di alcuni passi delle Lettere di Paolo perché ci permette di vivere diversamente il nostro essere Chiesa.

Chi è il sacerdote, il vescovo, l’apostolo? Non certo uno che sfrutta la propria autorità: "E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo" (1 Ts 2,6).

Il sacerdote è qualcuno che si mette al servizio: "siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre ed ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Cristo, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari" (1 Ts 2,7-8).

Se il sacerdote non prova questi sentimenti è solo un mercenario. Deve cambiare il rapporto tra il sacerdote e la sua gente; bisogna essere veri!

Siamo tutti fratelli

E’ molto bello che S. Paolo, mentre si sente padre e madre nei confronti dei suoi, li chiama in continuazione "fratelli": "Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di vedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo" (v 17).

Non deve essere questo il rapporto tra moglie e marito, tra genitori e figli? Nella lontananza desiderare di rivedere il volto dell’amato!

Uno è davvero prete, o anche solo catechista se istintivamente la sera prega per quelli che ha visto, incontrato durante il giorno. Se uno non prega mai vuol dire che è diventato un mestierante.

In un’altra occasione Paolo implora: "Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato" (2 Cor 7,2).

Una tentazione in cui può incorrere il prete: contare quanti soldi ha raccolto durante le messe, la domenica sera!

E insiste: "Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e per vivere insieme" (v 3). Un prete dovrebbe arrivare, come un genitore, a dare la vita per i propri parrocchiani che sono la sua famiglia.

"Sono molto franco con voi ed ho molto da vantarmi di voi" (v 4). Se un sacerdote diventasse, come un padre ed una madre, appassionato della sua gente, le parrocchie cambierebbero già domattina.

Cambiare società e chiesa

Allora l’unico rimedio è imparare a volersi bene anche se non è facile. Questa difficoltà reale è ripresa in alcuni detti popolari come: "fratelli-coltelli" oppure: "parenti-serpenti". Bisognerebbe veramente riuscire a cambiare il tipo di società in cui viviamo e, insieme, anche il tipo di chiesa.

Può un genitore dire male dei propri figli? No! E allora perché sparlate sempre dei vostri preti, o il prete sparla sempre della sua gente?

Questo non vuol dire nascondere i difetti, ma vuol dire amare ancora di più: "Se tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo tra te e lui solo" (Mt 18,15).

Ma di solito succede il contrario, l’interessato è sempre l’ultimo a sapere che si sparla di lui; e qualcuno si sente zelante perché è andato a parlar male di un confratello al vescovo; ma questa è una carognata, non zelo!

Segni dell’amore di Dio

Paolo ai Galati scrive così: "mi avete accolto come un angelo di Dio" (Gal 4,14b). In un prete non conta tanto la bravura, quanto capire che Dio si serve di lui per far conoscere agli altri l’amore di Dio. Ha capito che, nella sua vita di prete, deve superare, seppur con fatica, l’ostentazione di se stesso per diventare ostensione di Lui. Questo vale per tutti, non solo per il prete.

Paolo aggiunge: "Vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli" (v 15b). Questo è il rapporto cui si deve arrivare tra un sacerdote e la sua comunità, e viceversa.

E’ questo un concetto che anche Paolo ribadisce ai Corinzi: "Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo" (1 Cor 4,15). Pedagogo è l’educatore ma bisogna essere qualcosa di più. Un prete è maturo quando si accorge di essere diventato padre della propria gente.

Allora il suo sacerdozio cambia, non è più permaloso, se mai soffre, perché un papà non fa il permaloso con i figli, vorrebbe dire che è ancora bambino come loro.

Il mistero della nuzialità

Il sacerdote, che rappresenta nella Chiesa l’atteggiamento sponsale del Cristo, è chiamato a comunicare ai suoi lo stesso identico ministero.

Le coppie non andrebbero più in crisi se veramente interiorizzassero che il loro volersi bene prelude ad un ben altro sposalizio; le tenerezze, le coccole, l’unione fisica acquisterebbero un altro spessore, se le coppie comprendessero che il corpo dell’altro è destinato alla resurrezione, se capissero che le loro carezze non sono poi così diverse dal gesto con cui Dio ha plasmato il corpo dell’Uomo e della Donna. Pensate: una carezza che crea, capace di plasmare l’altro!

Allora ci accorgeremmo che il mistero della nuzialità è il cuore segreto e ultimo di tutto e allora, sacerdoti e sposati, potremmo diventare luce l’uno per l’altro.

Come si è svolta da questo momento in poi la vita della Chiesa?

Sicuramente nelle case, come aveva fatto Gesù. La chiesa ha cominciato a prendere volto nella casa, e certamente la famiglia che l’abitava non era la famiglia mononucleare di oggi, ma una famiglia allargata che diventava così il primo volto della famiglia di Dio.

Don Giorgio Mazzanti

("Gruppi Famiglia")

("Gruppi Famiglia")

Ultima modifica Giovedì 30 Dicembre 2004 20:18