Lunedì,05Dicembre2016
Giovedì 11 Novembre 2004 22:47

Il dono della libertà: I°parte (Carlo Ghidelli)

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IL DONO DELLA LIBERTA’

(una lettura di Galati 5,25)

(Prima Parte)

Ÿ La novità di vita, elemento essenziale ed inedito per il cristiano Ÿ Nessuno può, da solo, liberare se stesso dal suo essere "carnale", cioè "egoista" e peccatore Ÿ Solo l’intervento dello spirito ci porta a realizzare le chiamata della libertà Ÿ La nostra vita è nuova in quanto è "vera", è "libera", è "caritatevole" Ÿ I paradossi cristiani della libertà.

La novità di vita, elemento essenziale ed inedito per il cristiano Ÿ Nessuno può, da solo, liberare se stesso dal suo essere "carnale", cioè "egoista" e peccatore Ÿ Solo l’intervento dello spirito ci porta a realizzare le chiamata della libertà Ÿ La nostra vita è nuova in quanto è "vera", è "libera", è "caritatevole" Ÿ I paradossi cristiani della libertà.

L'invito di Paolo: "Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito" (GaI 5,25), viene al termine di un lungo discorso nel quale Paolo aveva già affermato: "Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste" (5,16-17). Possiamo quindi ritenere che per Paolo qui si gioca ciò che è essenziale per la vita cristiana, cioè quella novità di vita (vedi anche Romani 6,4; 7,6; 12,2) che è qualcosa di assolutamente inedito nella storia dell’umanità e che ci è affidato per renderne testimonianza con coraggio e umiltà.

La situazione da cui si parte

"Queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste": Paolo non potrebbe essere più chiaro. Del resto, questo dramma lo ha già espresso altrove: "Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra, vedo un 'altra legge che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?" (Romani 7, 14-24). Non basta dunque che ci esortiamo vicendevolmente a fare il bene. Non basta neppure che ognuno si accontenti di quel recondito anelito verso il bene che pur abita nel cuore di ogni persona. Non basta infine mettere in atto una analisi spietata su se stessi e sulle strutture di peccato con le quali dobbiamo pure fare i conti. Anche se lo desidera ardentemente, nessuno è capace di liberare se stesso dal suo essere "carnale", dal suo essere peccatore. Occorre soppesare attentamente questa verità rivelata. Sì, perché di rivelazione si tratta: qualcosa che da soli non possiamo né affermare né comprendere. È il mistero del peccato e solo chi si lascia illuminare dalla parola di Dio ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome; nella fattispecie, il coraggio di chiamare "peccato" e "situazione di peccato" ciò che per altri potrebbe essere qualificato come naturale e situazione normale. Nessuno dunque può liberare se stesso; solo l'intervento dello Spirito dona a noi la possibilità di realizzare la sua chiamata alla vita vera, alla libertà piena, alla carità evangelica. E ciò in tutte le situazioni umane, in ogni singola vocazione. Un'ulteriore, piccola nota esegetica: in queste pagine paoline "carne" e "Spirito" non indicano due parti della persona, quanto piuttosto due orientamenti divergenti di tutta la persona umana. E appunto tale divergenza che fa esplodere il nostro lamento, che fa nascere la nostra preghiera: "Chi mi libererà da questo mio essere prigioniero del peccato e votato alla morte perché io possa essere libero in Cristo e votato alla vita nuova nella potenza dello Spirito?". E una tensione alla quale nessuno può sfuggire, se non chi pretende di camminare da solo e chi snobba ogni luce che scende dall'alto.

La situazione alla quale si approda

La situazione storica di ogni uomo e donna è dunque quella di un prigioniero, di uno schiavo: anzi in termini ancor più forti è la situazione di un condannato alla morte. Ma - buon per noi (ed è questa la grande novità che non finisce di stupirci) - "Dio, mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, - si legge in Romani 8,3 - ha condannato il peccato nella carne" (di Cristo crocifisso). Quindi Dio ha spostato l'oggetto della condanna: da noi al peccato, e lo ha fatto "nella carne di Cristo crocifisso". Qui la condanna è unica e definitiva: essa pone termine al dominio del peccato sulla "carne" del credente proprio perché e nella misura nella quale, mediante la fede, noi diventiamo solidali con l'atto di obbedienza amorosa di Cristo Signore. È nuova la situazione alla quale siamo approdati mediante la Pasqua di Gesù: tale novità possiamo anche chiamarla "grazia" e così la comprendiamo ancor meglio per quello che è: puro dono. Nella stessa lettera ai cristiani della Galazia Paolo afferma: "Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattate coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio sei anche erede per volontà che Dio" (Galati 4,4-7). La nostra dunque è una novità che è costata cara a Gesù: egli ci ha riscattato "a caro prezzo" (vedi anche 1 Corinzi 6,20; 7,23) ma lo ha fatto per amore, solo per amore, e allora potremmo anche dire - come lo stesso Paolo afferma in Romani 3,24 - che noi in Cristo Gesù siamo giustificati gratuitamente. Tale gratuità è segno rivelatore dell'amore proveniente e sorprendente di Dio Padre, è oggetto di stupore e di riconoscenza per noi, è stimolo a corrispondere all'amore di Dio allo stesso modo.

CARLO GHIDELLI

Biblista

Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano

Da "famiglia domani" 1/99

Ultima modifica Giovedì 30 Dicembre 2004 20:28