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Sabato 13 Novembre 2004 15:42

La tenerezza e i suoi gesti (Rosetta Albanese)

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LA TENEREZZA E I SUOI GESTI

· Quando vogliamo essere accoglienti, sappiamo anche essere "teneri"? · "Tenerezza", il modo sublime con cui Dio ama ed accoglie: un termine che può tuttavia indurre ad equivoci, da non confondere con altri aspetti della sensibilità, come la fragilità, la delicatezza… · Quando la spiritualità scopre la tenerezza di Dio… · La tenerezza è di casa nella Chiesa? · Un atteggiamento frutto di una lunga disciplina interiore e alla portata di tutti uomini e donne in una Chiesa ancora forse troppo "maschile" · Ma la fonte di ogni tenerezza è Lui, il Dio che ama l’uomo e la donna teneri di un amore innamorato.

Prima parte

Prima parte

Accogliere come ospitare, ricevere presso di sé, contenere. Sono tre possibili accezioni di questo verbo, il cui tratto sostanziale è tuttavia "la tenerezza" il modo sublime con cui ama Dio. Sorge perciò spontanea la domanda: quando ci proponiamo di essere accoglienti, contempliamo la necessità di essere anche teneri?

Su questo aggettivo, "tenero" l’equivoco è facile. Tenero è il bambino con la sua evidente debolezza; tenero è il gattino dal musetto furbo; tenera è la vecchietta che chiede aiuto per attraversare la strada; tenero è il pèluche così morbido al tatto... Tenero quindi come equivalente di fragile, delicato, facile a spezzarsi. Concretamente o psicologicamente. Ma è un approccio semantico che ci allontana dalla reale sostanza della tenerezza o può indurci a considerarla soltanto un aspetto della sensibilità. Da alcuni anni in ambito cattolico si è iniziato a valorizzare la maternità di Dio, di cui la tenerezza è il volto sostanziale; ma le scelte e gli atteggiamenti della Chiesa e delle comunità cristiane risentono ancora di una tradizione secondo la quale la volontà e la forza, così necessarie nella lotta contro le passioni, sono più importanti. La scoperta della tenerezza di Dio ha aperto nuovi percorsi per la nostra spiritualità; ma assistiamo più a proclamazioni di principio che ad attuazioni nel quotidiano.

È accogliente la Chiesa?

Alla domanda: "è accogliente la Chiesa?", possiamo rispondere che dal punto di vista sociale, lo è senz'altro più di un tempo. Ma alla domanda: "la tenerezza è di casa nella Chiesa?" la risposta è meno perentoria. Converrebbe anzi dire che a fronte di una Chiesa che come istituzione accoglie tutti, i suoi membri - dal clero ai credenti - a volte sono incapaci di offrire tenerezza. Questa affermazione potrebbe a prima vista scandalizzare e urtare chi fa della sua vita una continua offerta di tempo e di denaro, di impegno fisico e psichico al servizio della chiesa. E tuttavia assistiamo, all'interno della comunità, nei rapporti tra clero e laici, credenti e non credenti, a tanti piccoli eventi in cui la tenerezza vacilla. O addirittura è assente.

Il suo primo nemico è l'efficientismo, l'agitarsi per fare il massimo in opere di assistenza e beneficenza, senza lasciarsi "pungere il cuore" dal bisogno del fratello. Come se la quantità delle opere fosse più importante della loro qualità.

E’ più difficile catalogare i gesti che pur se indirizzati al bene lo compiono solo a metà per mancanza di tenerezza. Si tratta di sfumature: tipologia di sorrisi, tonalità di parole, capacità di farsi piccoli coi piccoli, umiltà nell'accettare minuscoli doni di contraccambio, disinteresse per la salute e i problemi pratici dell'altro. Amare con amore di tenerezza richiede forse un buon carattere, ma soprattutto un lungo lavorio interiore. La tenerezza, sulla scia di quella divina, è accoglienza e accettazione del vicino con tutti suoi limiti e difetti: è così che Dio ci ama. Bisognerebbe saper vedere i difetti dell'altro conte uno specchio delle nostre manchevolezze, per quanto diverse. Ciò presuppone il riconoscimento della nostra personale debolezza. Riconoscimento che possiamo raggiungere solo con una lunga frequentazione del Signore nella profondità del nostro cuore, là dove la creatura, incontrando il Creatore, scopre la sua totale fragilità, insieme con il suo destino divino. L’efficientismo quasi mai attinge a quelle profondità. È sempre un'espressione del nostro intelletto, alla fin fine una manifestazione d'orgoglio: ecco come sono bravo io! Quanto più uno si interna nella sua profondità tanto più scopre la propria inadeguatezza alla perfezione dell'amore, di cui la tenerezza è espressione sublime. Da sempre la Chiesa ci invita a questo ponendoci dinanzi le parole dì Gesù: "imparate da me che sono mite e umile di cuore!". Ma fra l’insegnamento e l’attuazione, quale frattura, a volte!

Nelle stesse comunità cristiane, parrocchiali, di gruppo, persino conventuali, la tenerezza non sempre è di casa. Ci si da una mano, magari ci si vuole bene, come accade in una famiglia, ma rara è quell’accoglienza vigile, dolce e profonda che fa in modo che l'altro si senta ospitato, ricevuto nel nostro cuore sino ad esservi contenuto. Quanti possiedono il dono dell’ascolto totale, per esercitare il quale ogni proprio moto o pensiero deve essere rimosso? Magari un ascolto breve – perché manca il tempo - ma completo. Un tale tipo di ascolto a volte manca persino ai sacerdoti, in confessionale o fuori. Mi è capitato, durante una confessione di essere più io ad ascoltare le "esternazioni" del Prete che ad aprire il mio spirito.
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Seconda parte

Un supplemento di tenerezza.

Il mondo lo attende, da tutti i credenti

La Chiesa, questa Chiesa di fine secolo, è apertissima a tutte le categorie sociali, non emargina, invita sempre all'accoglienza, eppure non si è ancora intrisa di tenerezza. I gruppi non hanno ancora appreso sino in fondo la scienza e la sapienza della tolleranza fra i propri membri: la critica reciproca è ancora un'abitudine serpeggiante. Le meschine lotte per i posti "di potere" - una presidenza, un segretariato - ricalcano le modalità del mondo. Permane anche l'abitudine a "coltivare il proprio orticello", negando - non sempre, naturalmente, ma spesso - la collaborazione ad altre iniziative analoghe o confinanti. Ognuno tende a "tenersi stretti" i suoi soci, gli indirizzi, il proprio periodico… Anche questo è non-accoglienza, tanto meno tenerezza. Il guasto provocato da simili atteggiamenti è tanto più evidente considerando il bene che si riesce a fare quando più associazioni o parrocchie si uniscono per dar vita a un'iniziativa unica.

Il mondo si aspetta dai credenti un supplemento di tenerezza, di pazienza e tolleranza, di "ospitalità psicologica" e di serenità, di ottimismo. Ogni volta che un cristiano, che tale si dichiara, scivola nell'opposto, trascina nella sua caduta la vitalità del messaggio evangelico. La gente si aspetta fatti, non prediche. E’ terribile vedere un sacerdote che si comporta in modo duro, che manca di gentilezza, di attenzione. In una libreria cattolica mi sono vista scavalcare da un prete. Entrato dopo di me, non si è neppure guardato intorno e si è fatto subito servire. E quando finalmente mi ha visto, non ha chiesto scusa. Un altro, incontrando una sua parrocchiana che era stata a lungo malata, non le ha chiesto niente della sua salute. Una catechista, dopo anni di lavoro assiduo, colpita da sclerosi, si è sentita abbandonata... Al contrario, ho conosciuto sacerdoti di grande delicatezza, di profonda umanità. Una mattina ero seduta in una chiesa a meditare. Entrano alcune persone con il loro sacerdote, uomo dolce e "innamorato" della gente. Una di quelle persone ha esclamato: "Don Egidio, sei un gioiello!" Ed era vero. Se dovessi definire con un aggettivo don Egidio, ora passato oltre l’orlo del cielo, userei la parola "tenero". Lo era nei gesti, in confessione, durante l’omelia. Una volta, in cui lo vidi un po’ alterato rimasi turbata, rendendomi così conto di quanto il suo esempio mi fosse di stimolo.
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Terza parte

Una Chiesa troppo "maschile"?

La dolcezza, la tenerezza sono purtroppo poco frequentate dagli uomini di chiesa È più facile trovarla tra le suore. E allora sorge la domanda: non è troppo "maschile" la Chiesa? Normalmente sì. E questo si evidenzia in vari modi: nell’"uso" della collaborazione della donne sempre in forma subordinata e dandola per scontata; nel considerare de secondaria importanza la stampa femminile, nell'escludere le donne dalle posizioni decisionali. Si attua così una non-accoglienza subdola, si sottovalutano le loro possibilità creative e dirigenziali, si mortificano carismi di valore, E quel che è peggio si delega alle donne la parte "tenera" dell’accoglienza, accreditando così il principio che la tenerezza sia compito esclusivamente femminile. Ma Dio è insieme hesed e emet, misericordia et veritas, tenerezza e saldezza. Come sarebbe più salvifico se le due componenti coabitassero in chi lo rappresenta in questo mondo, uomo o donna che sia. Quanto più convincenti saremmo noi tutti che ci proclamiamo cristiani se la forma "tenera" dell'amore improntasse ogni gesto: in famiglia, nei luoghi di lavoro, sui mezzi pubblici, nei negozi e nei supermercati.

La fonte della tenerezza è Lui… Ma per attingerla dobbiamo lasciarci disarmare

Ma dove prendere tenerezza, a quale fonte attingere? Spesso ci ritroviamo con un carattere inasprito dalle circostanze, siamo stressati dalle incombenze pesanti, inseguiti dalle scadenze, debilitati dalle malattie, afflitti da convivenze difficili, incompresi in famiglia, schiacciati da colleghi prepotenti, irritati dal traffico... Come conservarsi dolci e disponibili aperti e accoglienti? Dove troveremo la forza e la speranza per esserlo? Lasciandoci disarmare. Disarmare del nostro orgoglio e della supponenza, accettando come normale l’inadeguatezza umana alla perfezione. Il segreto della riuscita è nel riconoscimento della nostra fragilità, della nostra sorte di peccatori recidivi, che mai però disperano della misericordia divina. Essa, che è tutta e soltanto tenerezza, ci insegnerà la strada. E allora, da questa posizione di estrema debolezza riconosciuta e accettata, il mio occhio inspiegabilmente assumerà una vista più acuta, capace di entrare nella vita dell'altro, del mio simile, simile in quanto fragile e peccatore come me. Mi sarà così più agevole mettermi sul suo stesso piano. Egli avvertirà questa posizione fraterna e mi sentirà accanto davvero. Diventerò tenero con lui perché saprò accettarlo, avendo prima accettato me stesso. Un uomo o una donna così Dio lo ama di un amore innamorato. E non tarderà a farglielo capire. Questa sarà la fonte dove attingere a piene mani e felice cuore tutta la tenerezza che serve.

ROSETTA ALBANESE

Giornalista. Direttrice di "Nuova e Nostra" – Milano

(da "famiglia domani" 2/99)

Ultima modifica Giovedì 30 Dicembre 2004 21:28