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Sabato 13 Novembre 2004 15:46

Pellegrino nel tempo (Giovanni Scalera)

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PELLEGRINO NEL TEMPO

· Spazio e tempo nell’immaginario dell’essere umano non possono essere negati, né annullati · Il tempo, con la sua saggezza, ci mostra l’effimera gerarchia delle dignità · "Chi sei tu Signore, e chi sono io?". Questo interrogativo, che può essere fatto proprio da ogni essere umano il quale voglia "fermare il tempo" per guardarsi dentro, è in fondo la suprema domanda religiosa, una domanda di senso · "Dio è un ospite scomodo: anche quando lo metti alla porta sta in attesa che tu gli apra di nuovo" (Pascal).

Spazio e tempo nell’immaginario dell’essere umano non possono essere negati, né annullati · Il tempo, con la sua saggezza, ci mostra l’effimera gerarchia delle dignità · "Chi sei tu Signore, e chi sono io?". Questo interrogativo, che può essere fatto proprio da ogni essere umano il quale voglia "fermare il tempo" per guardarsi dentro, è in fondo la suprema domanda religiosa, una domanda di senso · "Dio è un ospite scomodo: anche quando lo metti alla porta sta in attesa che tu gli apra di nuovo" (Pascal).

Prima parte

Le evoluzioni che sottolineano i vari momenti della nostra esistenza ci mettono in condizione di recuperare, ogni volta che lo vogliamo, le coordinate della nostra vita individuale e di relazione. Da sempre diciamo che qui ed ora rappresentano i tratti ineludibili entro i quali l’uomo realizza le proprie potenzialità: sono talmente correlati con la nostre vicende umane, che rimane impossibile concepire mi evento disancorato da queste dimensioni. Spazio e tempo, nell'immaginario umano, non possono essere negati, né annullati. Le grandi conquiste di questo secolo ci hanno convinti che sì può essere protagonisti degli spazi; ora è lecito chiedersi: quale sensazione hanno le attuali generazioni dell’inarrestabilità del tempo? Fino a che punto la nostra evoluzione può essere considerata in cammino senza fine? Che senso ha per la nostra gioventù il possesso e la padronanza di strumenti che solo una generazione fa sarebbero stati definiti da fantascienza? In un congresso tenutosi negli USA agli inizi degli anni '70, uno studioso di estrazione araba, un futurologo, assentì che alla fine del secolo, delle professioni che avrebbero occupato l'uomo, ben oltre il 40% dovevano ancora essere inventate. Una così categorica affermazione suscitò, oltre allo scetticismo dei pragmatisti irriducibili, una certa ilarità generale: cosa ci poteva essere di così tanto vasto da essere ancora inventato che l'uomo non conoscesse già? A conti fatti, oggi, qualcuno sostiene che siamo agli albori delle invenzioni e che in poco tempo potremmo rivoluzionare tutto il nostro sistema di vita. Comunque vadano le cose, il cammino dell'uomo, ha una variabile che non conosce modernità. I cambiamenti, gli stili di vita, gli spostamenti, le occupazioni, le nuove malattie, le ultime terapie... tutto può essere modernizzato, ma il tempo che scorre e che travolge tutto e tutti, rimane il mistero affascinante che, al termine del secondo millennio, conserva la veste e l'originalità del primo giorno della Creazione. 

Seconda Parte

Non per fuga

È l'argomento di tutti e mai come in questo caso appare legittimo parlare di un evento che, ben a ragione, può delinearsi l'avvenimento del secolo: la fine del millennio. Nella gran parte di quella umanità che costituisce la classe dei benestanti, si sta dando sotto a tutte le risorse, pratiche e virtuali, per escogitare qualcosa da vivere, immortalandolo, il momento del "trapasso" in modo unico e irripetibile. Se ne parla da così tanto tempo che qualcuno, dopo aver più volte sognato tutti i percorsi praticabili dalla fantasia, si sta già tarlando dalla noia, ben consapevole che, come tutti i momenti di quel prima e dopo mezzanotte, quell'attimo sarà un attimo impercettibile, non diverso dagli altri: molto più banale e meno concreto dell'attraversamento di una porta. L'evento è talmente chiacchierato che si assiste da tempo alla incessante fioritura di pubblicazioni e di trasmissioni radiotelevisive nelle quali vengono raccolte le più svariate e illustri opinioni sul fatto. Qualcuno spera che un evento simile porti delle novità nella storia dell'uomo, come se i grandi cambiamenti possano essere disancorati dalla presa di coscienza e dalla buona volontà. Altri, al contrario, sostengono che il destino dell'uomo è segnato da fatti ben più significativi di un capodanno, anche se singolare come questo. Qualche altro, animato da fare realistico e spirito contestatore, sostiene che un simile appuntamento nasce solo dalle convenzioni degli uomini e che, pertanto, questo momento non potrà essere diverso o più importante di tutti quelli che lo hanno preceduto o che faranno la storia umana. Altri ancora, scrollandosi di dosso ogni tentazione ad elucubrare, si sforzano di vedere in questa scadenza un'occasione per vivere un momento diverso e sfruttarlo nella maniera più godereccia possibile. Altri, infine, dopo aver esaminato i risvolti più misteriosi delle leggi naturali e scorso con meticolosità le cabale meno note, attenderanno, con trepidazione e timore l'avvento di questa notte. Finché, sedati i contrasti tra le opinioni, ci riscopriamo tutti in marcia, tutti in ordine, tutti obbedienti. Non ci sono più distinzioni né favoritismi. Cessano le elusioni e le fughe furbesche. Il tempo, con la sua primitiva saggezza, ci ripropone l'uguaglianza dei primitivi, mostrandoci l'effimera gerarchia delle dignità. Se c'è un creditore esigente e incorruttibile, questo è il tempo: non fa sconti e non è amico di nessuno. E gli scatti con i quali cerchiamo o crediamo di bruciare i nostri compagni di corsa? Tentativi maldestri di procurarsi un posto in prima fila, quando sappiamo bene che di fronte all'eternità saremo, in egual misura, tutti spettatori e protagonisti. La differenza sarà forse segnata dallo spirito e dalla caparbietà con cui ci saremo ostinati a stare dalla parte dell'ideologia o della legge morale. Tanti uomini fanno percorsi estenuanti e si vantano di profondere energie senza riserve per arrivare a constatare che, con i propri sforzi, sono arrivati là dove altri avevano cristallizzato il loro pensiero. Altri, in maniera anonima e silenziosa, dipingono il trascorrere del tempo con la delicatezza del saggio che avverte l'imperativo categorico di occupare ogni attimo di questo incessante respiro vitale per preservare il Giardino e metterlo a disposizione dei fratelli meno fortunati.

Lo fa la pigra zolla del campo e il fiore scosso dal trastullo del vento e bagnato dalla pioggia sonnolenta. Lo fa tutto il Creato, mostrando ad ogni mutamento il proprio abito nuovo. Solo i morti hanno nel cuore una dolcezza spenta: ma loro possono contemplare l'eternità e la lotta con il tempo ora non può riservare altre sorprese. 

Terza parte

La legge dello stupore

I nostri attimi, di fronte alla imperturbabilità delle epoche, ci possono dare facilmente il senso dello smarrimento. Penso alla notte di S. Francesco di fronte al Crocifisso ed avverto che il suo grido di angoscia "chi sei tu, Signore, e chi sono io?" potrebbe essere fatto proprio da ogni uomo che cerca di fermare il tempo per guardarsi dentro. In questo interrogativo ci sono così tante sfumature che, chiunque desideri scrutarsi, ora con chiarezza, ora con indulgenza e sfrondare la propria immagine da accessori inutili, trova infinite occasioni per conoscersi a fondo, ma anche per essere portato fuori strada. C'è la supplica di chi non si accetta e vorrebbe un intervento dall'alto (?) in grado di mettere fine alla propria ambiguità; c'è l'angoscia di chi vuole il bene, ma non sa resistere all'attrazione del male e trasforma la profonda esistenza in un labirinto di errori-pentimenti-contrizioni-propositi-errori-pentimenti…; c'è una calma piatta di chi, nell'avvertire che non deve lottare ogni giorno per garantirsi una sopravvivenza, è convinto che, in fondo. Dio sappia bene quali sono le brave persone e come vadano premiate già da questa vita; c'è il plastico adattarsi di chi sentenzia ad ogni propria battuta d'arresto "era troppo dura: sarà per quest'altra volta"; c'è la ribellione di chi non concepisce che per assaporare la gioia senza conflitti si debba attendere un'altra vita... Il grido che scaturisce in questi casi è proprio delle nature passionali, le quali per loro peculiare costituzione sono lontane da ogni forma di logica. In questo tormento le tentazioni esistenziali più avviluppanti ci circuiscono come la brutalità dei marosi fa con il naufrago. Raramente riusciamo a dare una risposta compiuta a un così ampio interrogativo. Ho pensato allora a come passo dalla teoria alla pratica quando, nel mio lavoro, una persona chiede aiuto per un proprio disagio, scendendo su un piano più propositivo e stabilendo con questa le linee essenziali di un percorso da seguire: "Dove voglio arrivare?". L’interrogativo questa volta è più scarno, ma mi permette anche di vedere con più chiarezza i tratti di una mappa intricata e logorata, forse, dai troppi enigmi che la compongono. Anche qui i progetti si accavallano ai propositi; i traguardi si sovrappongono ai miraggi; la fretta sa prendere il posto della riflessione. Poi, quando si è scelto il metodo e l'ordine che ci si vuoi dare, si mettono da parte le utopie e le retoriche e ci si affida al senso pratico: piccoli passi, ma con finalità precise e secondo disegni ordinati. Pinocchio fin quando fu animato dal proposito scolastico "oggi imparo a leggere, domani a scrivere e dopodomani i numeri fino a venti" non combinò niente di buono. Il suo passaggio da burattino a bambino iniziò quando si decise di ubbidire, eseguendo con responsabilità un incarico piccolo, ma preciso. È giusto, allora che anche questo interrogativo venga in qualche modo ridimensionato: perché chiedersi dove vogliamo arrivare se ognuno di noi è in viaggio per nessun dove? Piano piano ci accorgiamo di essere immersi in questo pellegrinaggio senza sosta e di oltrepassare di continuo barriere ed ostacoli che, solo se contemplati con un occhio da narratore, possono dare un senso di nostalgia e di stupore. Ma il vero stupore diventa percepibile quando tutta la nostra avventura prende il sapore di un racconto. Ciò che nelle ipotesi fiabesche poteva apparire difficile e involuto, irrealizzabile nella stranezza dei rapporti, diventa semplice e trasparente nella scontata realtà quotidiana. E la nostra narrazione, ossia il nostro viaggio, oltre a fornire figure ricche di occasioni e di esperienze, diverte e illumina l'esistenza di grandi e piccini. Il narrare è il tempo dello stare con l'altro il cui filo conduttore è dato dallo stupore del racconto, del protagonista e dell’ascoltatore; uno stupore che ci prende quando cose incontenibili dall'animo umano, come la grandezza di un innamoramento, improvvisamente diventano vere e, a ragione, pretendono di essere credute. Altro che la porta del terzo millennio! Ci aspettiamo da questo evento tanto stupore da averne fatto un luogo comune quasi maniacale pur nella consapevolezza che ignorarlo sarebbe come voler chiudere gli occhi sulla storia. A pensarci bene, in ogni universo in cui tutto si dissolve come in un sogno, non ci perdoneremmo di durare per sempre. 

Quarta parte

Fuori della porta

Gli eventi annunciati finiscono per essere scrutati, sorvegliati, attesi da lontano; quelli infausti o proibiti, poi, secondo un'iconografia nota nel mondo delle narrazioni, fanno di questo tratto il loro punto di forza, come accade ad una donna che, impaziente di raggiungere il proprio amante, aspetta che la sera sia completamente scesa. La storia dei nostri giorni ricalca quella dell'umanità dal suo inizio, con le varianti che la cultura ha apportato man mano che il tempo ha livellato le inquietudini. Fece così anche il figlio prodigo: pretese la sua parte e programmò la sua fuga che - ormai tutti se l'aspettavano - mise in atto di lì a pochi giorni. Poi, fuori della porta, inizia la storia nuova. Una esaltazione folle, una gioia incontenibile si impossessano dell'animo che vede a portata di mano tutto ciò che fino a poco fa era intoccabile perché era preservato. Si parte per un'esperienza nuova, tutta da vivere, la cui promessa di felicità appare sconfinata. Ci sono persone che da queste esperienze modificano così artificiosamente i tratti della propria condotta, da perdere ogni connotazione umana, come il cuoio lavorato e cesellato ci nasconde di essere stato, una volta, pelle frustata e scorticata di animale. E noi?, quanti momenti abbiamo scelto di trascorrere fuori della porta? In quante occasioni abbiamo voluto provare, sempre sapendo di osare? Era una colpa? No di certo, almeno fin qui. La nostra inquietudine ci ha fatto vedere un mondo che poteva essere bello e l'abbiamo voluto visitare. Poi ci siamo imbattuti nella legge dei numeri ed abbiamo scoperto una realtà dall'apparenza indefinita e ipnotizzante come una spirale colorata: i numeri sono sempre aumentabili e mettono nell'animo dell'uomo una sete insaziabile. È così che si scopre che non c'è pace per noi. Si crede di soffocare quando si vive nel benessere, nell'abbondanza e si avverte l’angoscia e la dispersione quando siamo abbandonati dalla sorte, dagli amici e possiamo confrontarci solo con il nostro destino. Le trasgressioni, come le nuove religioni, hanno impianti sempre più frequenti e rappresentano un'attrazione e un’ammirazione che solo un fondo di decenza impedisce ad una gran massa di emulare, ma sono anche fragili e dappertutto finiscono per essere rappresentate come una peste di cui ci si sbarazza volentieri e alla svelta perché rappresentano un'attrazione irresistibile per i miserabili di cui la terra, purtroppo, continua ad essere maledettamente prolifica. Terra bruciata, quella che si scopre al brusco risveglio da una fortuna che ci ha voltato le spalle. Il nostro grido, allora, è sempre lo stesso: "Non ce la faccio più; qualcosa mi sta soffocando". La stessa riflessione che ci aveva spinto a fuggire, è quella che ora ci fa tornare, Pochi considerano che il ricordo e il rimpianto della casa dove c'è abbondanza è già una garanzia. Ma la grazia più grossa si tocca con mano quando scaturisce dal profondo una volontà di cambiamento. Alla domanda più ovvia che si potrebbe fare ad uno che torna dopo tanto tempo: "cosa hai portato?". C'è in questi casi una sola risposta capace di esaurire ogni curiosità: "Ho portato me stesso...". Ritrovarsi a versare lacrime insieme, non di tristezza per una vita che è finita, ma di gioia per ciò che quella vita ha insegnato, è certamente bello. E’ ancora più bello, di fronte ad una gioia ritrovata, scoprire che ci ha fatto bene stare fuori della porta. Dio, per primo, ci dà un esempio. Pascal dice "Dio è un ospite scomodo: anche quando lo metti alla porta resta in attesa che tu gli apra di nuovo". In questo attendere e fidarsi non si possono mettere in conto gli attimi di una dimensione temporale tutta umana. I percorsi della nostra anima non hanno il termine del "conto fino a..." Sappiamo troppo poco per sentenziare sul mistero della vita e della morte: porte opache che si richiudono in fretta e bene. Il nostro muoverci nel tempo ci fa scoprire che non si perde la capacità di amare neanche dopo le contraddizioni e le infedeltà; ci fa scoprire che l'amicizia è prima di tutto certezza e che questa è la prima ricchezza dell'amore.

GIOVANNI SCALERA

Psicologo – Siena

Da "famiglia domani" 4/99

Ultima modifica Giovedì 30 Dicembre 2004 21:47

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