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Sabato 13 Novembre 2004 15:53

"Chi opera la verità viene alla luce" (Don Giacomino Piana)

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"CHI OPERA LA VERITA’ VIENE ALLA LUCE…" (GV 3,21)

· Una pagina in cui vengono condensate le idee fondamentali della teologia giovannea · Ma anche un discorso kerigmatico che riassume l’intero messaggio cristiano della redenzione · Chi "fa la verità"? Tutti coloro che sinceramente vivono in coerenza con le proprie convinzioni: perché tutti, senza distinzione alcuna, siamo fratelli in cammino verso la luce… · Il mondo infatti non si divide tra coloro che cercano e coloro che hanno già trovato: tutti siamo in ricerca.

Prima parte

"Chi opera la verità viene alla luce..." (Gv 3,21): questa affermazione conclude la pericope Gv 3,13-21 che R. Schnackenburg, facendola precedere da 3,31-36, titola "Il Kerigma giovanneo", cioè la testimonianza della rivelazione di Gesù come la concepisce e sviluppa Giovanni nel suo vangelo. Secondo il grande esegeta tedesco, il colloquio con Nicodemo, che precede immediatamente questo testo, dovrebbe concludersi col v. 12; i vv. 13-21 sarebbero quindi una "aggiunta" dell'evangelista. E giustifica così questa sua interpretazione: "Le ultime parole di Gesù a Nicodemo (v. 12) sono una interrogazione che induce a più di una riflessione: sulla rivelazione di Gesù prima di tutto, ma anche sulla necessità di credere a questo rivelatore escatologico che è fonte di salvezza, ed infine sull'effettivo comportamento degli uomini che a quei tempi udirono il messaggio di Gesù e furono oggetto del suo appello. E possibile, perciò, che l'evangelista al colloquio con Nicodemo abbia aggiunto una sua riflessione, o meditazione, che vuol dare una risposta a queste suggestive domande" (...). "Infatti - conclude - questo discorso... supera di gran lunga la situazione del dialogo notturno. Si può dire che in esso sono condensate le idee fondamentali del vangelo di Giovanni e della teologia giovannea: l'annuncio... dell'invio del Figlio di Dio da parte del Padre per la salvezza del mondo; la "via" del ritorno di questo redentore, attraverso la croce, nella gloria celeste; il suo appello agli uomini a seguirlo nella fede e la necessità ineluttabile di prendere una decisione in cui con tale appello gli uomini sono stati posti...".
 

Seconda Parte

Credere è "dire di si" in verità all'autorivelazione di Gesù come unico salvatore

Tenendo presente l'obiettivo che si propone questo numero di "Famiglia Domani", mi sembra utile partire nella nostra riflessione da Gv 3,35s: "Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe (gr. "ménei" = rimane) su di lui". Abbiamo qui, come in altre 35 volte nel Vangelo di Giovanni, il verbo "credere" (gr. "pistéuo") con "in" (gr. "éis") e l'accusativo: "Chi crede nel Figlio...". Anche nel nostro esprimerci è chiara la differenza tra il "credere a te-" (...a quello che mi dici), e il "credere in te" (..a quello che tu sei). L’adesione di fede affermata qui in modo così solenne - soprattutto se si tiene conto dell'affermazione contraria del v. 36, con la terribile minaccia dell'ira di Dio, chiaramente contrapposta all'amore del Padre (v. 35) - è rivolta e legata alla persona di Gesù. "Credere" perciò significa "dire di sì", non solo con le parole, ma in verità, all'autorivelazione di Gesù; è legarsi a lui come all'unico salvatore, per possedere così con lui la vita eterna.

Inoltre è importante sottolineare che qui, come in molti altri punti del IV Vangelo, il verbo è al presente: "Chi crede nel Figlio ha la vita eterna". A differenza dei sinottici che presentano la vita eterna come un bene da conseguire nel futuro escatologico (cf Mt 10,17; Lc 10,25; Mt 25,46...), per Giovanni la vita eterna è già posseduta attualmente da "chi crede in Gesù". Il pensiero è chiarissimo in 6,54: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue - quale altra espressione può dire meglio l'intima "comunione" con la persona di Gesù? -ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno". Credendo "in lui" io lo "accolgo in me", entro in comunione con lui e mi lascio condurre da lui alla comunione col Padre: "Io sono nel Padre e voi in me e io in voi" (14,20). Oh ineffabile mistero! Mentre accolgo lui in me, egli accoglie me in se stesso e insieme entriamo nella comunione col Padre.

Sempre in Giovanni i rapporti tra Gesù e i suoi discepoli sono analoghi a quelli che uniscono Gesù al Padre (cf 6,57; l0,14s; 15.9; ecc.).

La seconda parte del versetto illustra lo stesso concetto dal lato negativo (Giovanni usa rivolto spesso il parallelismo antitetico, efficacissimo per rafforzare un concetto): se l'uomo rifiuta di credere in colui che dà la vita, non può partecipare alla vita di Dio. Come nella fede in Gesù l'uomo possiede già ora la salvezza, e quindi la certezza della risurrezione nell'ultimo giorno che lo introdurrà nella vita eterna, così nella incredulità, che è deliberata chiusura alla rivelazione di Gesù - disobbedienza al Figlio di Dio - l'uomo si esclude da solo dalla vita di Dio e rimane nella morte; per questo incombe su di lui l'ira di Dio (v. 36). In altre parole, il giudizio escatologico di Dio è già operante nel presente. Per chi rifiuta deliberatamente di credere in Gesù, quella missione che è di salvezza per il credente, diventa per lui "giudizio" e quindi destino di sventura. "Io sono venuto nel inondo per giudicare - dice Gesù dopo la guarigione del cieco nato - perché coloro che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi". Alla domanda dei farisei: "Siamo forse ciechi anche noi?", Gesù risponde: "Se foste ciechi non avreste nessun peccato, ma siccome dite : "Noi vediamo", il vostro peccato rimane" (Gv 9,39-41). 

Terza Parte

Tenebre e luce. Nella gloria attraverso la croce

La seconda parte del "kerigma" (vv. 13-21) parte dall'affermazione: "Nessuno è salito al cielo all'infuori di colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo" (v. 13), concetto che si rifà chiaramente a quanto detto nei vv. 31-35. L'"ascesa" del Figlio dell'uomo al cielo, il ritorno del Figlio di Dio al Padre (cf 13,1; 16,28; 20,17) comincia con la sua "esaltazione" sulla croce e svela così il suo significato salvifico per tutti credenti: "come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, affinché chiunque creda abbia in lui la vita eterna" (v. 13). Gesù stesso in 12,31 dichiarerà solennemente: "Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me". E l'evangelista dichiara subito: "Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire". E’ la crocifissione-elevazione di Gesù che porta la salvezza e che nello stesso tempo è "esaltazione e glorificazione" del salvatore. Il pensiero è chiarissimo anche in 13,3i ss; l'evangelista scrive: "Preso il boccone, quello (Giuda) uscì subito. Era notte". Giuda esce dal cenacolo, illuminato per la festa (ma anche: "dove c'è Gesù, c'è la luce"); l'evangelista lo vede come ingoiato dal "buio" (la tenebra che non può cogliere, comprendere la luce: cf 1,5). Il traditore esce per consegnare Gesù al Sinedrio: è l'inizio dell'ora delle tenebre (cf anche Lc 22,53), ma per Gesù è l'ora della sua glorificazione da parte del Padre. Infatti: "Quand'egli (Giuda) fu uscito, Gesù disse: Ora è stato glorificato il figlio dell'uomo e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà in se stesso e lo glorificherà subito."

Lascio ora a Schnackenburg il commento a 3,16: "In una frase, formulata in maniera scultorea per tutti i tempi, il discorso kerigmatico riassume l'intero messaggio cristiano della redenzione. Per il piano salvifico, che si è realizzato nell'entrata del "Figlio dell'uomo" nella gloria attraverso la croce, non c'è in fondo alcun altro motivo che l'incomprensibile amore di Dio per il "mondo", cioè per il mondo degli uomini, che si era estraniato da lui, aveva perduto la vita divina che aveva attirato su di sé la sua ira (cf v. 36). Dio colmò l'abisso che si era aperto fra lui e gli uomini per i loro peccati...". E dopo aver richiamato 1 Gv 4,9s ("In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unico Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui…") che, dice, concorda e chiarisce Gv 3, 16, conclude: "Dio ha donato al mondo questo suo unico Figlio, a lui strettamente unito ed amato sopra ogni cosa, per strappare il mondo alla rovina".

I vv. 18-20 riprendono l'idea del giudizio che avviene, secondo Giovanni, qui e ora e viene pronunciato in base alla fede o all'incredulità nei riguardi dell'unigenito Figlio di Dio. Dio di per sé non vuole "giudicare", ma "salvare"; se tuttavia si arriva al "giudizio", la colpa è unicamente degli uomini che non credono nel Figlio suo. Per Giovanni "Chi non crede è già giudicato", è già caduto nella condizione del condannato a morte, definitivamente, "escatologicamente", nella misura e fino al momento in cui egli non crede nella persona del Figlio di Dio come donatore di vita e non permette perciò che egli doni la vita. "Con questa decisione l'uomo toglie a se stesso l'ultima possibilità di sfuggire al regno della morte (cf 5,24)".

E il motivo del giudizio di condanna è là, dove gli uomini preferiscono le tenebre alla luce; in altre parole perché si chiudono nell'incredulità.

La ragione di tutto questo Giovanni la vede nel fatto che "le loro opere erano malvagie"(v. 19). L’idea, espressa anche in 11,9s, è questa: chi ha intenzioni cattive e vuoi fare il male, cerca il buio, si nasconde, fugge la luce. "Chi ama suo fratello - precisa l'Autore di 1Gv - dimora nella luce, e non v'è in lui occasione di inciampo, ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi" (1 Gv 2,l0s). Però l'evangelista non si ferma a questo quadro tenebroso. Come spesso, anche nella prima Lettera di Giovanni, sullo sfondo oscuro viene sovrapposto il disegno del comportamento contrario. 

Don Giacomino Piana

Genova

Da "famiglia domani" 4/99

Ultima modifica Venerdì 31 Dicembre 2004 13:54