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Sabato 13 Novembre 2004 16:18

Dio e Cesare (Paolo Ricca)

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Dio e Cesare

· Una trappola, per mettere Gesù in difficoltà · Una risposta che non delude · Il rapporto complesso e mutevole tra fede e politica, e tra comunità cristiana e potere politico · Non solo il popolo deve restituire a cesare ciò che è di Cesare, ma anche Cesare deve restituire al popolo ciò che è del popolo · Ogni accettazione del potere non può che situarsi all’interno di una critica del potere · Noi non siamo "di Cesare": ma fino a che punto il potere – ogni potere, tecnico politico, militare, religioso, economico – ha proiettato la sua immagine dentro di noi? · Una esegesi di Matteo 22,15-22.

Prima parte

Pochi passi della tradizione evangelica sono così conosciuti ma anche così controversi e di difficile interpretazione come questo. È riferito dai tre evangelisti sinottici (Mt 22,15-22; Mc 12,13-17; Lc 20,20-26) e i loro racconti, pur contenendo alcune varianti, coincidono nell'essenziale, cioè nei gesti e nelle parole di Gesù e nella collocazione dell'episodio nella fase finale del suo ministero pubblico, quando il conflitto con le autorità ebraiche si andava inasprendo di giorno in giorno e il suo esito drammatico si andava profilando sempre più chiaramente all'orizzonte come ineluttabile. Secondo i tre evangelisti la domanda sul tributo è una trappola tesa a Gesù dai suoi avversari "per cercare di metterlo in difficoltà" (Mc 12,13), e per "coglierlo in fallo nelle sue parole" (Mt 22,15). Anche se la domanda non è una vera domanda (il suo obiettivo infatti non è di ottenere una risposta ma di mettere Gesù in difficoltà), il problema sollevato dalla domanda é un vero problema. Il tributo a Cesare era il segno per eccellenza della sottomissione a Roma. Pagarlo significava riconoscere, almeno esteriormente, la sua autorità, accettare, sia pure controvoglia, la sua sovranità. Perciò gli zeloti - i partigiani ebrei impegnati nella guerriglia per liberare la terra promessa da una dominazione pagana come quella di Roma - rifiutavano di pagarlo anche a costo di correre alti rischi. Questo rifiuto era, per loro, un imperativo religioso.

Una pseudo-domanda solleva un problema vero e cruciale non solo per la generazione di Gesù ma per tutte le generazioni di credenti da allora fino ad oggi: il problema del rapporto tra fede e politica, tra comunità cristiana e comunità civile, tra Chiesa e Stato. Potrebbe sembrare a prima vista che alla pseudo-domanda postagli Gesù replichi con una pseudo-risposta. Ma è un'impressione errata: quella di Gesù è una vera risposta, che elude abilmente il trabocchetto degli avversari ma non elude il problema sollevato. Gesù dribbla, per così dire, gli avversari, lasciandoli a bocca asciutta, ma non delude i discepoli nè tutti coloro che, in tutti i tempi, riconoscono in lui il "Maestro verace che insegna la via di Dio secondo verità" (Mt 22,16), come dicono gli avversari, per adularlo. Gesù risponde alla domanda fasulla, ma la sua risposta non è quella che tutti, avversari e discepoli, vorrebbero udire: un "sì" o un "no". È diversa. A prima vista è più sconcertante che convincente. La sua verità non è immediatamente riconoscibile. È nascosta aldilà delle apparenze e delle evidenze. Sta oltre il "sì" e il "no". Li trascende. È più grande di un "sì" o un "no" 

Seconda parte

Esegesi di Matteo 22,15-22

Percorreremo ora il testo facendo qualche nota esegetica essenziale nella versione di Mt 22, 15-22.

v. 15 - L'iniziativa è degli avversari ("i Farisei" secondo Mt; i capi religiosi d'Israele, senza precisazioni, secondo Mc; "gli scribi e i capi sacerdoti" secondo Lc. Costoro inviano "i loro [dei Farisei] discepoli con gli Erodiani" secondo Mt; "alcuni dei Farisei e degli Erodiani" secondo Mc; delle "spie" secondo Lc). Gli avversari vogliono indurre Gesù a pronunciare parole compromettenti che possano diventare un capo d'accusa contro di lui davanti alle autorità romane. Gli avversari non vogliono discutere con Gesù, vogliono eliminarlo. Essi vedono in lui - chi sa? - un esaltato, un eretico, un irresponsabile, forse un temibile concorrente, sicuramente un pericolo pubblico, una voce molesta da zittire, una presenza scomoda da cancellare.

v. 16 - Gli Erodiani erano - lo dice il nome stesso - i sostenitori della famiglia regnante che collaborava con i Romani. L'elogio rivolto dagli avversari a Gesù ("Maestro, noi sappiamo che sei verace...") è naturalmente simulato, adulatorio, anche se, paradossalmente, dice la verità su di lui.

v .17 - "È lecito?" s’intende secondo la legge divina che qui Gesù è chiamato ad interpretare, dato che la legge di Mosè, ovviamente, non parla del "tributo a Cesare". Gli avversari speravano che, alla loro domanda, Gesù rispondesse con un "sì" o con un "no". Se così avesse fatto, avrebbe potuto facilmente essere messo in stato d'accusa. Se avesse risposto "sì" lo si sarebbe accusato di collaborazionismo nei confronti dei Romani davanti a un'opinione pubblica che li odiava; se avesse detto "no" lo si sarebbe accusato di lesa maestà imperiale davanti alle autorità romane. Il trabocchetto era stato studiato bene.

v. 18 - Gesù smaschera gli interlocutori rivelando le loro vere intenzioni. "Perché mi tentate?" significa qui "Perché mi tendete un tranello?" o – come rende efficacemente la T.U.C. - "Perché cercate di imbrogliarmi?" Ciò nondimeno Gesù risponde alla loro pseudo-domanda.

v. 19 - La "moneta del tributo" era una moneta romana: il tributo a Cesare si poteva pagare solo con monete romane. Quelle ebraiche non recavano l'effige dell'imperatore, aborrita dagli ebrei per i suoi contenuti idolatrici.

v. 20 - Ai tempi di Tiberio l'iscrizione sulle monete di un denaro era la seguente: "Tiberio Imperatore Divino Figlio di Augusto".

v. 21 - Gesù non risponde né "si" né "no". Dice di dare a Cesare quel che è suo, cioè la moneta su cui c'è la sua effigie e il tributo che il denaro rappresenta, e di dare a Dio quel che è suo, cioè noi stessi, sui quali Dio ha posto la sua "effige", l'"immagine e somiglianza" secondo la quale siamo stati creati (Genesi 1,.27). Il tentativo di "incastrare" Gesù fallisce: in base alla stia risposta non lo si può accusare né di essere contro Roma né di tradire la fede dei padri.

v. 22 - La meraviglia degli interlocutori è dovuta non solo all'abilità di Gesù a eludere la trappola tesagli, ma anche alla qualità della sua risposta dalla quale essi stessi si sentono, segretamente, interpellati.
 

Terza parte

Cercare le nostre risposte

Gesù, con la sua risposta, ha evitato di cadere nella trappola, ma ora la sua risposta potrebbe diventare una trappola per noi. Lo è diventata tante volte nella storia del cristianesimo. Oggi ancora, dopo secoli di esegesi e di critica biblica, è una di quelle parole che è più facile fraintendere che intendere. Cerchiamo di fissare alcuni punti.

  1. "Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" solleva immediatamente la domanda: ma chi stabilisce quel che è di Cesare? Cesare stesso? Dio? Noi? E che cosa non è di Dio? Tutto è suo, Cesare compreso! Ecco che la risposta di Gesù si scompone immediatamente in una fitta serie di domande. Da interrogato Gesù diventa interrogatore. Risponde in modo che siamo ora noi a dover rispondere. Chi si mette a dialogare con lui (anche solo per finta come in questo caso gli avversari), dovrà prima o poi anche rispondere, non solo chiedere.
  2. Gesù rifiuta di rispondere alla domanda postagli con un "sì" o con un "no". Perché? Evidentemente perché i rapporti tra Dio e Cesare, quindi di riflesso tra comunità cristiana e potete politico, sono complessi e mutevoli, e non si lasciano inquadrare nello schema rigido di un "si" incondizionato o di un "no" pregiudiziale. Il problema di questi rapporti non può essere risolto in astratto, teoricamente, una volta per sempre. Ogni generazione cristiana deve chiedersi se, nella condizione storica in cui si trova, possa continuare a dire "Dio e Cesare" o non debba piuttosto imparare a dire "Dio o Cesare", o addirittura "Dio contro Cesare".
  3. Dicendo "Rendete a Cesare quel che è di Cesare" Gesù riconosce che Cesare, cioè il potere costituito in tutte le sue espressioni (potere politico, economico, tecnologico, militare, religioso), esiste, ha una funzione da svolgere ed ha il diritto di tassare i cittadini per poterla svolgere. Gesù non è un anarchico. In sé il potere, cioè la forza di cui un'autorità costituita dispone per farsi valere, non è demoniaco. Può diventarlo (è accaduto innumerevoli volte e accade sempre di nuovo) quando degenera ponendosi conte assoluto e sottraendosi a ogni controllo. Inversamente, l'assenza di ogni autorità riconosciuta e di potere costituito scatenano il caos politico-sociale, nel quale vige la legge della giungla, cioè la legge del più forte, la legge della barbarie. Dove non c'è potere, c'è pre-potere, prepotenza, arbitrio, sopruso. Certo anche il potere costituito e legale può diventare prepotente, arbitrario e, alla fine, omicida. Nel corso di questo secolo l'abbiamo constatato molte volte, in tutti i continenti. Questo però non de-legittima Cesare, neppure agli occhi di Gesù, il quale davanti a Pilato che sta per condannarlo a morte ingiustamente, non lo criminalizza ma dice: "Tu non avresti alcun potere contro di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto" (Giovanni 19,11).
  4. D'altra parte, il riconoscimento della legittimità di Cesare non può comportare una sua accettazione supina ed acritica. Se è vero che il popolo deve "rendere a Cesare quel che è di Cesare", è altrettanto vero che in tante situazioni (non solo del passato ma anche contemporanee) Cesare deve restituire al popolo quel che è del popolo; non c'è lo spazio per esemplificare nel dettaglio, ma lo slogan d'un tempo "la terra ai contadini" esprimeva bene l’esigenza della restituzione di beni o poteri usurpati dai poteri economici o politici, sovente coalizzati tra loro. Questo significa che ogni accettazione di Cesare, cioè di un potere costituito, non può che situarsi all'interno di una critica del potere, grazie alla quale si sappia quel che è di Cesare e quel che non lo è, e quindi si renda, sì, a Cesare quel che è suo, ma soltanto quel che è realmente suo e non che egli ha usurpato.
  5. "Rendete a Cesare..." indicando una moneta con sopra l'effigie e l’iscrizione dell'imperatore romano significa, concretamente: "Questa moneta è di Cesare, c'è sopra il suo nome e la sua immagine, se ve la chiede dategliela pure". Voi però non avete, in voi, l'immagine di Cesare e sulla vostra fronte non è scritto il suo nome (cf Apocalisse 13,16-18). Voi recate l'immagine di Dio e nel vostro cuore c'è scritto il suo nome. Perciò voi siete di Dio così come la moneta è di Cesare. Cesare conia monete, Dio conia l'uomo. Cesare può rivendicare le monete ma non l'uomo. A Cesare potete dare la moneta, ma non voi stessi.

Quarta parte

Non siamo di Cesare

Questo è il senso della parola di Gesù, dobbiamo chiederci fino a che punto l’immagine.di Dio dentro di noi non sia stata segretamente sostituita da quella che i vari Cesari invisibili ma tanto più insidiosi del nostro tempo hanno impresso nella nostra anima, quasi a nostra insaputa. Dobbiamo chiederci ad esempio, in che misura il potere economico con il suo bombardamento pubblicitario non abbia proiettato la sua immagine dentro di noi e non ci abbia "coniati" così da consumare noi stessi nei consumi e dissolvere il nostro essere nell'avere. Dobbiamo chiederci fino a che punto l'intreccio dei poteri costituti - da quello scientifico a quello militare, da quello tecnico a quello politico - non abbiano proiettato la loro immagine dentro di noi così da renderci scettici riguardo alla possibilità di creare cose nuove nella storia, e da spegnere dentro di noi l'attesa del Regno, soffocando l'iniziativa creatrice, immobilizzando le nostre coscienze. Dobbiamo chiederci fino a che punto il potere religioso non abbia proiettato la sua immagine dentro di noi e non ci abbia anch’esso riplasmato a sua immagine e somiglianza, trasformandoci in sudditi timorosi anziché in liberi figli di Dio. Tutte queste cose dobbiamo chiederci, e molte altre, per essere in grado di non dare a Cesare - ai tanti Cesari del nostro tempo, palesi e nascosti - quel che non è suo, cioè noi stessi, il nostro cuore, la nostra vita.

Parafrasando I Corinzi 3,22 potremmo dire per concludere: Voi non siete di Cesare, semmai Cesare è vostro, e voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio. 

Quinta parte

È lecito o no pagare il tributo a Cesare?

Molti intendono la risposta di Gesù alla domanda trappola dei Sadducei circa il tributo a Cesare come un invito a separare lo spirituale dal temporale, la fede dalla politica.

E questo diventa, per alcuni, alibi a non occuparsi dei problemi sociali, professionali e familiari che si fanno loro incontro con la scusa di dare a Dio il primo posto, e viceversa permette ad altri di lasciarsi ingolfare negli impegni domestici, politici, sociali trascurando la ricerca di Dio e della sua volontà. Quando poi non diventa mezzo per giustificare comportamenti al limite della liceità o proprio scorretti visto che "in politica non si può mica andare per il sottile"

Mi sembra invece, tenendo conto anche di altri passi del Vangelo, che la risposta di Gesù situi il cristiano di fronte alla politica in una posizione, insieme, di libertà e di impegno.

Di libertà perché so che qualunque grande della terra è pur sempre creatura di Dio, che non c'è nessun altro Signore, e che bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini (cf Atti 4,19). Finché ci serviamo della moneta di Cesare è giusto che gli versiamo le imposte - se siamo contro Cesare, dobbiamo anche contestarlo pagandone le conseguenze -. Finché usufruiamo delle leggi di uno stato e dei diritti che ci concede è giusto assolvere anche i doveri e gli impegni che ne derivano, pronti se occorre all'obiezione di coscienza accettandone il prezzo. Basta non prostrarsi davanti al potente, sapendo che si tratta di Cesare e non di Dio e quindi non farne un assoluto, rimanere in piedi al suo cospetto.

Di impegno perché più che dì restituire a Cesare quel che è di Cesare, Gesù ci chiede di rendere a Dio quel che è di Dio. E dov’è impressa l'immagine di Dio se non sul volto dell’uomo e della donna? "A immagine di Dio li creò; maschio e femmina li creò" (Gn 1,27). Ci chiama dunque a lavorare affinché l'immagine di Dio che è impressa in ogni essere umano non risulti appannata.

Diventare pienamente uomini, pienamente donne è il compito che Dio ci affida. E lottare dunque perché venga riconosciuta e promossa la dignità di ognuno, anche degli ultimi, dei più piccoli.

Forse oggi in Occidente non ci sono più i signori di una volta, ma c’è un potere che ancora divinizziamo: l’economia di mercato detta legge, senza che qualcuno osi mettere in dubbio la sua sovranità. Un potere spesso spietato che noi risparmia nessuno e tanto meno il debole e il povero.

Il cristiano non è dunque esentato dall’impegno politico-sociale, deve difendere l'uomo da tutti i Cesari che vogliono farsi Dio, deve impegnarsi nella costruzione di una società più umana.

Piuttosto gli è indicato uno stile con cui. agire: un servizio generoso, attento, disinteressato e libero dal manichiesmo. In politica è indispensabile utilizzare il potere, il rischio è di avvalersene come strumento di dominio sull’uomo e per avere privilegi per sé, pur presentandosi come servitori. Invece ci è chiesto di fare come il Figlio dell'uomo che "non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45)

La tentazione del potere come dominio è sempre presente sulla strada di chi vuole difendere l’uomo, perfino Gesù nel deserto era stato tentato di servirsene per portare il bene. L'importante è esserne consapevoli, senza per questo preferire l’inerzia al rischi di sporcarsi le mani. Ogni attività umana ha una dimensione politica. E il cristiano – e ogni uomo che vuol essere uomo - non può disinteressarsene, anche se poi il modo di parteciparvi dipenderà dal suo carattere, dalla sua storia, dalle sue particolare capacità.

Qualunque strada scelga non deve però rifiutare nè misconoscere l'apporto di chi non crede o segue una fede diversa. La storia degli uomini e quella di Dio sono sempre mischiate, noi crediamo infatti che la nostra sia la storia di Dio con gli uomini. Anche nelle vicende più "laiche", dunque, Dio è all'opera e noi siamo chiamati a coinvolgerci. Per questo ritengo che ogni progresso nel cammino di umanizzazione vada accolto, pure se è avvenuto fuori dalla Chiesa. Dio si serve anche di un re straniero, per ricondurre a sé il suo popolo (cf Is 45,1)
 

Paolo Ricca

Facoltà Valdese di Teologia -Roma

Da "famiglia domani" 3/99

Ultima modifica Mercoledì 05 Gennaio 2005 16:07