Martedì, 11 Dicembre 2018
Maurizio Zago

Maurizio Zago

URL Sito:

Sabato 12 Novembre 2005 10:00

LA BELLEZZA

                                         LA BELLEZZA

«Dio vide che era cosa buona...». Nel mondo della Bibbia e nel mondo greco «buono» e «bello» coincidono.Ma che cos’è la bellezza? È ciò che suscita un senso di piacere e di ammirazione nella persona. Per il credente, la Pasqua rivela la bellezza di Dio. La famiglia è il giardino privilegiato in cui cresce la bellezza.

La prima pagina della Bibbia sottoli­nea ripetutamente le diverse giornate della creazione con la nota frase: «Dio vide che era cosa buona».

Nel mondo ebraico come in quello greco solitamente non veniva disgiunto il concetto di bellezza da quello di bontà, anzi l’uno sembrava il completamento dell’altro. Insieme il kalòs hai agathòs (il bello e il buono) esprimevano perfezio­ne, quasi si volesse sottolineare che una realtà bella doveva essere anche buona, e che il bene doveva per forza essere bello.

Forse quella frase del racconto bibli­co potrebbe essere meglio espressa così: «Dio s’accorse che era una bella cosa». E quando si vuole evidenziare la creazio­ne dell’uomo: cosa!».

Le meraviglie del cielo, della terra e del mare, infatti, rappresentano una gran­de bellezza statica, mentre l’uomo espri­me una bellezza dinamica. Le cose sono belle per se stesse, ma non sono soggetto di emozioni, non sof­frono passioni. Invece esse stimolano la fantasia, suscitano interesse, risvegliano ammirazione nell’uomo, scuotono in­somma la sua mente e il suo cuore.

La bellezza stessa della persona non si può relegare ai soli lineamenti esterio­ri del suo corpo, ma parte dall’intimo e si esprime attraverso sguardi, sorrisi, at­teggiamenti, movenze. Possiamo dire che ogni persona può soltanto irradiare all’esterno quella bellezza che possiede dentro di sé, altrimenti è una bellezza morta, statuaria, opaca.

La nostra mentalità occidentale, abi­tuata a classificare e definire, a rinchiu­dere in tanti scomparti i vari concetti, si accorge di trovarsi davanti ad un termine troppo spesso equivocato, come avviene per la parola amore o per altre parole chiave dell’esistenza umana.

Bellezza è:

bontà

semplicità

impegno

grazia

sapienza

gioia

donna

uomo...

Nelle espressioni quotidiane mesco­liamo un po’ di tutto: «Che bella perso­na!», e non ci riferiamo al suo aspetto fi­sico; «Che bel piatto!», e si intende un piatto abbondante e gustoso; «Che bella idea!», ed è qualcosa di interessante.

Bello significa tutto e nulla nello stes­so tempo.

Presso popolazioni che vivono nella povertà o nell’essenzialità il concetto di bello diventa quasi sinonimo di utile, nella società del superfluo si avvicina al concetto di dilettevole, nel mondo della cultura bello può significare estetica­mente perfetto.

Bello è semplicemente bello

Bello è quello che la persona perce­pisce come tale e suscita in lei un senso di piacere e di ammirazione.

Sicuramente bello è Dio, e Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, il più bello tra i figli degli uomini, nato da donna. Bella è sua madre, Maria ripiena di grazia, bontà, semplicità, impegno, gioia, fem­minilità.

Essi hanno ispirato e impegnato gli artisti del mondo e della storia cristiana a descrivere la loro bellezza.

Bellezza è donna

Ritorniamo per qualche riflessione ancora nel mondo della Bibbia.

Rebecca, incontrata dal servo di Abra­mo, destinata a diventare sposa di Isacco era «molto bella d’aspetto, era vergi­ne...» (Gn 24,16) e oltremodo servizie­vole.

Giuditta, prima di invocare il Signore, si prostrò con la faccia a terra, si cosparse il capo di cenere e mise allo scoperto il sacco di cui, sotto, era rivestita nella sua vedovanza. Dopo aver pregato, si alzò, si tolse il sacco di cui era rivestita, si lavò, si profumò, spartì i capelli del capo e vi mise un diadema. «Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccia­letti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affa­scinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista» (Gdt 10,4).

Giuditta, moglie di Manasse, con la sua bellezza salvò Israele dalla furia di Oloferne («che si è lasciato ingannare dal mio volto» [Gdt 13,16]) e del suo esercito assiro.

Ester, per smascherare le trame di Aman contro gli Israeliti, fece digiunare tutti i Giudei di Susa per tre giorni, non dovevano né mangiare né bere, ed anche lei e le sue ancelle fecero altrettanto. Ester si tolse le vesti di lusso ed indossò abiti miseri, si cosparse il capo di cenere e umiliò molto il suo corpo. Poi, come Giuditta, dopo aver lungamente pregato il Signore, lei, la regina, osò presentarsi al re Assuero.

Quattro donne che nella loro bellezza sono viste e ricordate come determinanti per la storia del popolo di Dio e per la sua salvezza.

Bellezza è uomo

C’era un uomo della tribù di Benia­mino chiamato Kis. «Costui aveva un fi­glio chiamato Saul, alto e bello: non e c’era nessuno più bello di lui tra gli Israeli­ti» (I Sam 9,2).

Davide, il ragazzine fatto chiamare dal pascolo dal profeta Samuele: «Era fulvo, con begli occhi e gentile d’aspetto» (1 Sam 16,12).

I primi re d’Israele non furono grezzi gorilla da combattimento e il terzo di lo­ro poi, Salomone, fu chiamato «il saggio per eccellenza».

La bellezza salverà il mondo?

Davvero il cammino della storia sarà corretto e salvato dalla bellezza? Quale bellezza?

Al centro della vita di ogni cristiano c’è l’avvenimento della Pasqua.

Questa grande e bella festa sta ad in­dicare una vita di continue risurrezioni, perciò diventa una vita interessante e bella nonostante i continui intoppi.

Un giardino per la bellezza

C’è un giardino privilegiato dove cre­sce la bellezza: la famiglia.

In questo luogo essa viene alimentata dall’amore dello sposo e della sposa, e dai figli che sbocciano come i germogli di una rigogliosa pianta di ulivo attorno al tavolo di cucina, come vuole il salmo 128.

I figli sono belli quando crescono in una famiglia bella.

La famiglia è bella quando coltiva l’essere più dell’apparire, il bene più del benessere, la comunione più degli squilli dei telefonini, l’attenzione ad ogni perso­na più di tante distrazioni, l’amore dona­to più di quello preteso o ricevuto.

Di certo questo tipo di famiglia non fa notizia, fa solo felici.

Utopia?

Un sogno spezzato dal risveglio in una cruda realtà? No! Tensione verso un ideale. Il Vangelo non propone mai tra­guardi corti.

Non si vuole però negare l’evidenza di tanti, troppi figli «belli» che conducono una «brutta vita» da pendolari tra un bab­bo e una mamma distanti, ingannati, spes­so attirati da una bellezza bugiarda, fatta di emozioni meschine, di egoismi bassi.

Anche questa è un’opportunità per chi crede in tante belle famiglie che pos­sono davvero salvarsi e salvare.

Valeria e Tony Piccin

Tratto da “famiglia Domani – aprile2002”

Lunedì 31 Ottobre 2005 20:28

IL SACRAMENTO RISCOPERTO NEL WEEK END

IL SACRAMENTO RISCOPERTO NEL WEEK END

 

Molte sono le iniziative e le attività proposte dalle associazioni di spiritualità familiare in Italia: i Centri di preparazione al matrimonio per la formazione dei fidanzati; i Gruppi di spiritualità familiare e i gruppi famiglia dell’Azione Cattolica, per il cammino spirituale della propria fede; l’Associazione comunità e famiglia, per creare la solidarietà tra famiglie.

 

Nate tra gli anni 50 e 60, queste associazioni hanno avuto una crescita esponenziale, e possono essere considerate come il tentativo di trasferire nella base ecclesiali le intuizioni e gli stili di vita di piccoli gruppi ristretti. Ognuna di queste ha delle caratteristiche specifiche, nella propria organizzazione, nelle attività, ma si possono trovare dei tratti che accomunano queste associazioni. Innanzitutto, si trova il chiaro riferimento al Concilio Vaticano II, che ha messo in primo piano il tema del matrimonio e della famiglia, fino a quel momento assente dalla ricerca teologica e dalla cura pastorale.

 Poi deve essere evidenziata la riscoperta del senso del matrimonio come sacramento, per la santificazione personale dei coniugi, e per il suo valore ministeriale, teso all’edificazione della Chiesa. Di conseguenza, la famiglia torna ad essere considerata come la struttura portante dell’evangelizzazione, di cui il Papa indica l’urgenza nell’attuale società occidentale.

Altro tratto comune è la riscoperta della Bibbia, del suo insegnamento sul matrimonio, e della riattualizzazione del Cantico dei cantici, con una visione positiva della corporeità e della sessualità, anche se questi temi devono ancora interagire in modo positivo e armonico con la pastorale parrocchiale di base. Questa ultima, infatti, è stata finora piuttosto chiusa  e incapace di far percepire ai fedeli la ricchezza della spiritualità familiare, identificando il matrimonio prevalentemente come via alla santità.

 

In conclusione, deve passare  con maggiore forza il messaggio, perciò la realtà delle associazioni laiche non deve costituire un’alternativa alla parrocchia ma una risorsa della pastorale ordinaria, superando così chiusure, differenze e particolarismi. Solo in questo modo la Chiesa italiana potrà accogliere in modo efficace l’invito di Giovanni Paolo II a considerare la famiglia come “via della Chiesa”nel terzo millennio.

 

Di Pietro Boffi

Tratto da “vita pastorale – maggio 2002”

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo
Sabato 01 Ottobre 2005 13:19

MA BISOGNAVA FAR FESTA E RALLEGRARSI

         MA BISOGNAVA FAR FESTA E RALLEGRARSI

 

Il capitolo 15 di Luca è un canto di gioia che celebra la felicità di chi ha ritrovato ciò che aveva smarrito. Allo stesso modo, il ritorno alla comunità di un fratello che si «converte» è festa di tutta la chiesa. E ancor più quale sarà la gioia del Padre per il ritorno di noi, suoi figli?

Mi sembra bene fare alcune premesse perché risalti come «la festa» sia veramente il vertice, non solo della parabola del «padre misericordioso», ma di tutto il capitolo 15 del Vangelo di Luca.

Rileviamo innanzitutto, con J. Dupont, che tale capitolo «costituisce un'unità letteraria. La sua struttura è semplice. Dopo l'introduzione (vv. 1-3), le due brevi parabole del pastore che ritrova la sua pecora (vv. 4-7) e della massaia che ritrova la sua dramma (vv. 8-10) sono perfettamente simmetriche e inseparabili l'una dall'altra. La terza parabola, molto più sviluppata (vv. 11-32), illustra l'insegnamento delle parabole precedenti: è la storia di un padre che ritrova suo figlio; e questa viene introdotta semplicemente con "Disse poi”.

Possiamo inoltre osservare che tutto il capitolo è guidato come da un filo conduttore dai verbi "perdere-perduto"', "ritrovare-ritrovato"; " rallegrarsi -far festa". Sono ripetuti rispettivamente sei - sette volte.

I vv. 7 e 10 con un efficace "Così vi dico..." dichiarano il messaggio delle due parabole: la gioia del pastore e della massaia sono pallido simbolo della gioia che "ci sarà in cielo" (v. 7), "davanti agli angeli di Dio" (v. 10) "per un solo peccatore che si converte" (id.)».

 

Una gioia di tutta la comunità

II particolare del pastore e della massaia che chiamano i vicini a rallegrarsi con loro (vv. 6 e 9) per aver ritrovato la pecora e la dramma perdute, ci lasciano intuire che, se Dio prende l'iniziativa di cercare instancabilmente l'uomo che si è smarrito, e quando lo ritrova esulta di gioia, questa gioia non la tiene per sé, ma vuole che tutta la comunità faccia festa con lui per il ritorno del figlio-fratello che si era perduto.

Il ritorno nella Chiesa di un fratello che si con verte è festa di tutta la Chiesa!

E questo «a differenza dei novanta-nove giusti che non hanno bisogno di conversione» (v. 7b), chiaro riferimento ai farisei che per Luca sono «coloro che presumono di essere giusti e disprezzano gli altri» (cf Le 18,9-14: la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio).

Ci rendiamo conto dello stretto rapporto che unisce la parabola del padre misericordioso alle due precedenti soprattutto dalla somiglianza delle conclusioni che costellano il capitolo come un ritornello:

«Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta» (v. 6);

«Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta» (v- 9);

«Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (v. 24).

Notiamo come il padre risponde al figlio maggiore ripetendo la stessa frase precedente, unendo i due verbi «far festa e rallegrarsi», preceduti da «bisognava» (gr. édei, era necessario). Ed è con questa frase che si conclude il capitolo.

 

Un «crescendo» nella gioia della festa...

Possiamo dunque senz'altro dire che tutto il capitolo è come un canto di gioia che celebra la felicità di chi ha ritrovato ciò che aveva smarrito.

Si passa, cioè dalla sofferenza del «perdere» - per il padre è quasi strazio di morte: «questo mio figlio era morto...» - all'ansia del ricercare ciò che si è perduto o dell'attendere con angoscia  il ritorno di chi se ne è andato, lasciandoli un vuoto incolmabile.

Ma, ecco, quanto più grande è stata questa sofferenza e quest'ansia, tanto più veemente esplode la gioia del «ritrovare» e del «ritorno». C'è, infatti, se osserviamo attentamente il testo, un evidente «crescendo» nella gioia della festa che il padre vuole per il ritorno del figlio, in confronto a quella del pastore che ritrova la pecora e la massaia che ritrova la dramma.

La festa con tutti i segni che l'accompagnano e la celebrano domina tutta la parte della parabola dal v. 20 fino al v. 34. «Bisognava far festa e rallegrarsi...».

Perché la festa?

Perché un figlio rimane un figlio per un padre, come mette bene in evidenza J.Dupont:

«Rileggiamo la descrizione sconcertante che i vv. 20-24 fanno del comportamento del padre all'arrivo del figliol prodigo. Com'è possibile commentare un testo simile senza attenuarne il vigore? Si osservi l'emozione del padre quando scorge il proprio figlio, ancora lontano; il verbo greco significa con esattezza che il padre fu afferrato nell'intimo del suo essere da un impeto di pietà e di compassione. Questo turbamento interiore si traduce immediatamente in movimenti precipitati: vediamo innanzitutto, non senza stupore, questo rispettabile orientale mettersi a correre incontro al figlio; questi incomincia a recitare la sua frase, ma non ha il tempo di finirla; il padre ha troppa fretta: «Presto!», dice ai servi. Senza perdere un istante, gli fa indossare la veste più bella, gli fa mettere un anello al dito e calzature ai piedi, ordina di macellare il vitello grasso e di mettersi a tavola per celebrare l'avvenimento. «Presto!».

Tutta questa agitazione si spiega come un'esplosione di gioia. La gioia del padre è così traboccante ch'egli non riesce a trattenersi. Il v. 24 conclude l'episodio fornendo la ragione profonda di questa gioia: «Mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Per quanto peccatore, il prodigo rimane un figlio per suo padre. Solo questo conta ai suoi occhi. Egli non ha mai cessato di amare suo figlio. Partito per andare lontano, questo figlio era perduto; ora, eccolo ritrovato. Che importa il passato, dal momento che il figlio è ritornato? Il padre da libero sfogo alla gioia, perché ama come solo un padre può amare.

Ai farisei che si limitavano a vedere l'indegnità del figlio colpevole, Gesù non risponde discutendo sul comportamento del figlio, ma mettendo in luce l'amore del padre. D'altra parte non dimentica a chi è destinato il suo racconto. Si ammiri la delicatezza con cui evita ogni parola rivolta dal padre al figlio. Il padre parla unicamente con i servi, che diventano i testimoni della sua gioia e del suo amore paterno».

 

La festa nel Regno di Dio...Un banchetto di nozze

Vorrei sottolineare ancora che molti testi della Bibbia presentano la festa escatologica nel Regno di Dio come un grande banchetto: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati... Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto... questi è il Signore in cui abbiamo sperato, rallegriamoci, esultiamo!...» (Is 25,6-9).

Così Matteo vede nel banchetto di nozze del Figlio del Re, che già nell'Antico Testamento era simbolo per eccellenza della comunione gioiosa di Dio col suo popolo, il simbolo della festa che il Signore prepara per gli eletti nel suo Regno. Ed è lo stesso Gesù che dice: «Molti verranno dall'Oriente e dall'Occidente e spederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli» (Mt 8,11).

Questo pensiero che troviamo in molti altri testi biblici, raggiunge il suo vertice nell'Apocalisse, quando il Profeta vede «un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme (simbolo dell'umanità redenta) scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

Ecco la dimora di Dio

con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il "Dìo-con-loro ".

E tergerà ogni lacrima

dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché tutte le cose di prima

sono passate...»

(ap 21, 1-4)

 

Si concluderà così quella «festa» annunciata dagli angeli alla nascita di Gesù: «Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo», disse l'angelo ai pastori. «E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama"» (Luca 2,10-14).

Quale festa più grande?

Quale festa possiamo immaginare più grande di quella che celebra le nozze del Figlio di Dio con l'umanità? L'aveva predetta il Profeta:

«Gerusalemme,

tu sarai chiamata Mio compiacimento

e la tua terra, Sposata,

perché il Signore si compiacerà di te

e la tua terra avrà uno sposo.

Sì, come un giovane sposa

una vergine,

così ti sposerà il tuo architetto;

come gioisce lo sposo per la sposa

così il tuo Dio gioirà per te»

(Is 62,4-5).

 

Ripensando alla gioia del padre che fa festa per il ritorno del figlio prodigo, vorrei ricordare le parole che ho udito dire al padre Bevilacqua, il grande amico e guida spirituale di Paolo VI, agli universitari di Genova, concludendo una “tre giorni” in preparazione alla Pasqua in cui aveva commentato questa parabola:  “Tante volte andrete a confessare i vostri peccati per avere la pace nel cuore. E fate bene. Ma provate d’ora innanzi a farlo soprattutto per fare la gioia del Padre… e sarà molto meglio!”.

 

Don Giacomino Piana

Tratto da “Famiglia Domani – aprile 2002”

 

 

 

Sabato 01 Ottobre 2005 13:12

Quando devo ubbidire?

Quando devo ubbidire?

 

· Un’esperienza di rapporto con l’obbedienza (che – come diceva Don Milani - «non è sempre una virtù»…) letta in un orizzonte psicologico · Per essere «obbedienti», non alla lettera ma allo Spirito, e poter stare a fronte alta di fronte alla verità, in tutti i contesti in cui siamo chiamati a vivere ed operare, in famiglia, nella professione, nella società e nella Chiesa.

 

Il rispetto delle leggi

È garanzia di immortalità.

E l’immortalità fa stare vicini a Dio

(Sapienza 6,18)

 

Dopo quasi dieci anni di collaborazione con Famiglia Domani, sento il diritto di concedermi una sosta e lo faccio nella maniera più semplice e più antica che si conosca: partecipando ai lettori una confidenza circa un evento come tanti ne accadono nella quotidianità e che, anche se passato inosservato per chi mi stava intorno, ha lasciato un segno nella mia vita.

 

Una banalità insignificante

Chi potrebbe dire con chiarezza quando e come sia cominciata la storia che non sempre bisogna ubbidire? Può darsi che la tentazione a disubbidire sia insita nell'uomo, dato che chi ubbidisce lo fa sottomettendo la propria volontà a quella di un suo simile. Per quanto mi riguarda, ricordo con chiarezza di essermi scandalizzato delle parole di don Milani il quale, senza ombra di dubbio e nella precisa volontà di rompere tanti se e ma, cominciò a predicare che l'obbedienza poteva essere la più subdola delle virtù. Allora ero un giovane che si affacciava alla vita; avevo assolto gli obblighi di leva, per di più come ufficiale, ed avevo finito con l'interiorizzare i concetti di gerarchia e subordinazione come dogmi indiscutibili. Ricordo anche di essermi adirato, in varie occasioni, se qualcuno mi faceva notare assurdità di certi principi su cui si basava la vita militare. Poi, inopinatamente, accadde un fatto che mise al passo tutte le mie sicurezze.

Ero a letto con una banale influenza - già sposato e con due figli - e mi annoiavo. Non avevo la testa per occuparmi di cose pesanti e concettose, così misi gli occhi, giusto per ammazzare il tempo, su un rotocalco che avevo a portata di mano. Doveva essere un anniversario della morte del priore di Barbiana e quel numero parlava copiosamente di lui: impossibile ignorarlo. Mi misi a leggerlo; da prima con lo scopo di trovarvi qualcosa da contestare, poi con la curiosità di scoprire come andava avanti il racconto e alla fine con l'avidità di chi si sente preso da una storia dal finale insospettato.

Mi fermai per guardare i contorni della stanza e mi sorpresi a pensare che io, di don Lorenzo, non sapevo niente, perché non avevo mai voluto sapere niente e che lo avevo sempre additato, perché altri mi avevano convinto che le sue idee erano pericolose, che era un prete sovversivo, che non rispettava le gerarchie, che non sapeva stare al suo posto... che non conosceva l'ubbidienza e la subordinazione. Cercai, allora, tutto quello che aveva scritto (compreso 1'introvabile, perché censurato, Esperienze Pastorali) e lo lessi con una attenzione come avevo fatto con pochi autori fino ad allora e scoprii quella persona che avrei sempre desiderato conoscere e, della quale - mi ripetevo spesso - avrei voluto essere discepolo, prima ancora che amico se avessi avuto la fortuna di incontrarla. In certi momenti ho pianto pensando a quanto gli avevo mancato di rispetto tutte le volte che lo avevo citato nei miei dialoghi senza il debito riguardo, ma mi sono anche riconciliato con lui quando ho capito che nei suoi messaggi c’era una grande spiritualità, che ero sempre in tempo per cambiare vita, che l'unico affronto che si può fare al nostro Creatore è rinunciare all'arbitrio di cui siamo dotati. Feci anche un gesto che in altri momenti mi sarebbe apparso come un atto di vigliaccheria: presi carta e penna e, in allegato, rimandai al Ministero della Difesa la lettera di fine servizio con la quale vengono immessi nella riserva gli ufficiali al termine della leva, dichiarando che da quel momento volevo essere considerato un obiettore.

I tempi maturi

In più di un'occasione mi sono interrogato su cosa sia e quanto sia doverosa l'obbedienza. Per darmi una risposta ho dovuto fare un’ulteriore sforzo di pensiero: chi ha l'autorità di pretendere l'obbedienza altrui? E qui, sul problema dell'autorità, ho incontrato gli scogli più duri. Escluse le persone che deliberatamente si legano con un voto specifico alla volontà di un superiore, per tutte le altre devono esserci per forza altre variabili in grado di legittimare l'obbligo di obbedire senza attentare alla libertà che resta il dono più grande fatto da Dio all'uomo. È facile, qui, entrare nei meandri del relativismo culturale e correre il rischio di non trovare più il primo anello della catena: senza obbedienza non ci sono regole, le quali nascono da esigenze temporali le quali, a loro volta, sono il prodotto di volontà contingenti e aleatorie e che pertanto devono rendere costantemente conto del loro operare... Bisogna allora cercare altri referenti che abbiano in sé il conforto di un valore impregnato di assoluto. Io credo che la risposta venga solo dai concetti di ordine e di verità. Eppure anche qui si incontrano delle sabbie mobili. Non può essere considerato un ordine quello che, nell’immaginario comune, si contrappone al disordine; come sarebbe riduttivo invocare la verità come strumento capace di dissipare i disagi di una menzogna. L'ordine, prima ancora che un fenomeno pubblico, è una conquista interiore e si identifica con la capacità che possiede ogni persona di sapersi districare tra i meandri della propria esperienza con il minimo dispendio di energie; la verità ci dà il privilegio di scrutarci allo specchio senza dover abbassare lo sguardo.

L'esempio più eclatante che mi giunge in aiuto in questa riflessione, viene dal dilemma che si consuma nella mente di Pilato. È autorità riconosciuta; può pretendere l'ubbidienza; è garante dell'ordine; le sue sentenze sono esecutive, cioè, la verità. Arriva anche per lui il momento di vedere vacillare le proprie sicurezze e, al culmine di quel disordine interiore di cui tutti conosciamo il dramma e i passaggi, di fronte alla difficoltà di darsi una risposta che lo avrebbe vincolato a decisioni che non voleva prendere, si abbandona a false elucubrazioni dal sapore retorico: «Che cosa è la verità?». Ma per tutti coloro che conoscevano l'uomo sottoposto a giudizio, la risposta era chiara già da tempo, perché lui, il Signore di ogni ordine, scandalizzando i suoi ascoltatori, aveva pubblicamente affermato: «La verità vi farà liberi». 

In ogni contesto l'esigenza dell'ordine, del rispetto delle regole, della proclamazione della verità appaiono come valori sempre più invocati e capaci di garanzia. Ma chi ha posizioni di responsabilità può assolvere agli obblighi legati al proprio ruolo nelle forme più svariate. Dal nucleo più piccolo, la famiglia, al più vasto, un'assemblea di nazioni, si può esercitare la leadership in modo autoritario - pugno duro, imposizione e pretesa di obbedienza - o in modo amorevole, con l'insostituibile carisma della credibilità. Ed è proprio a questo dono che Pietro, nella sua prima lettera, fa riferimento: «Dopo aver santificato le vostre anime con l'obbedienza alla verità, ...amatevi gli uni gli altri».

Oggi gli insegnamenti di don Milani, a pochi anni dalla sua morte, dopo aver assaporato in maturità dei tempi in momenti segnati da grande impulso alla riflessione, rischiano di apparire superati agli occhi di una cultura eccessivamente presuntuosa. Le raccomandazioni di don Lorenzo di profanare i tabù nascosti nella superficialità, di non arrendersi di fronte alla prepotenza dei più forti, corrono il rischio di essere fuori moda o fraintese. Tutti sono informati su tutto; ogni cosa che accade è nota in tempo reale. Siamo così capaci di assuefarci alla ricorrenza delle catastrofi che la stanchezza diventa la sola conseguenza che proviamo nel prevederle o nel prenderne atto con coraggio. C'è da chiedersi se esista ancora un'autorità alla quale si debba davvero obbedienza. E la risposta, la stessa che darebbe il maestro di Barbiana, credo sia sempre la stessa: la sola autorità con cui possiamo conciliare le nostre aspirazioni è quella che ci garantisce un ordine interiore e che ci toglie ogni paura, mettendoci a confronto con la verità.

Giovanni Scalera

Psicologo – Siena

Da “Famiglia domani” 1/2001

QUELLI CHE NON ACCETTANO PIU’ LA CLANDESTINITA’

 

Tra i segnali più significativi del cambiamento culturale della società consiste nella forte richiesta di visibilità sociale da parte degli omosessuali, minoranza che ha il pieno diritto di esistere nelle società evolute, e quindi aperte alla diversità.

L’omosessualità non è una malattia né una devianza e nemmeno un problema, ma un’identità umana che si costituisce nell’affettività e nella progettualità relazionale.

 

L’omosessualità oggi non è più una vergogna: l’omosessuale moderno non si nasconde, non s’incontra più clandestinamente con gli altri, ma ha una rete di relazioni aperta. Naturalmente non tutto procede pacificamente: nei centri meno urbanizzati i gay sono bersaglio di scherno, non sono compresi, devono superare molte difficoltà nel farsi accettare dagli altri. Come afferma Marzio Barbaglio e Asher Colombo nel volume “Omosessuali moderni”, in Italia l’omosessualità ha grande spazio in tv e più in generale nei media, ma il mondo accademico non se ne interessa, lasciando ai mass media la libertà di diffondere luoghi comuni e stereotipi sui gay e sulle lesbiche.

 

Questo vale anche per gli omosessuali credenti, quelli che si riconoscono nella fede di Gesù Cristo ma che spesso fanno fatica a trovare piena accoglienza nella Chiesa. In un documento della Commissione  dell’episcopato inglese per l’assistenza sociale, già nel 1979 si leggeva che spetta alla Chiesa  la responsabilità di eliminare le ingiustizie perpetrate ai danni degli omosessuali da parte della società. Anche il Catechismo della Chiesa cattolica (1992) invita ad usare “rispetto, compassione e delicatezza” con le persone che presentano “tendenze omosessuali innate”.

Si può concludere, quindi, che le persone omosessuali fanno parte a pieno titolo della comunità cristiana.

Racconta Giovanni: “Sono nato 25 ani fa alla periferia di una città del centro Italia. Introverso e timido, ho sempre avuto problemi a legare con i miei compagni di scuola e di cortile e, se si escludono poche eccezioni, la solitudine ha caratterizzato fino allora la mia vita. La mia famiglia era molto religiosa ed attiva in parrocchia, e, di conseguenza, anch’io ho sempre frequentato quell’ambiente impegnandomi a livelli diversi. Non sentivo in contraddizione la mia sessualità e la mia fede […]. La mia sofferenza derivava dalla resistenza che avvertivo negli altri […]”

 

La società subisce la pressione di una minoranza che chiede d’essere visibile, che non vuole più vivere con paura la propria identità, che chiede ai benpensanti di andare oltre il pregiudizio e i luoghi comuni. Per questo motivo, segnaliamo due indirizzi utili. Per gli omosessuali credenti c’è il gruppo “La fonte” (via Agordat 50 – 20127 Milano); per le mamme e i papà con figli omosessuali c’è l’Agedo, Associazione genitori d’omosessuali (via Bezzecca 3 – 20135 Milano).

 

Tratto da “Vita pastorale - maggio 2002”

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo

Giovedì 04 Agosto 2005 15:16

ASSOCIAZIONE FAMIGLIE SEPARATE CRISTIANE

ASSOCIAZIONE FAMIGLIE SEPARATE CRISTIANE

Nasce nel 1998 a Milano e si sviluppa in varie città d’Italia e attualmente ha sezioni in Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Friuli e Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Sicilia; cioè in molte Regioni d’Italia. L’Associazione è stata seguita sin dall’inizio da mons. Renzo Bonetti, già Responsabile della Pastorale Familiare della CEI.

         L’ Associazione fa parte del forum Nazionale delle Associazioni Familiari.

Obiettivi in sintesi sono:

  • Promuovere, senza giudicare, l’accoglienza e l’ascolto dei separati nelle diverse diocesi italiane;
  • Che in questi nostri fratelli, allontanatisi e/o allontanati dalla Chiesa, una volta fatto questo percorso, riprendano la vita comunitaria e che la stessa Comunità sia pronta ad accoglierli riservando un particolare atteggiamento: l’atteggiamento è quello di Gesù di fronte alla Samaritana;
  • Portare all’interno della Chiesa la voce, le problematiche, soprattutto la sofferenza delle famiglie separate;
  • Contribuire ad un cambiamento di cultura nella società, nel parlamento, nel paese, sulla pari importanza di entrambi i genitori nella funzione educativa verso i figli, per una nuova legge sulla separazione.

La Sezione Lazio

Nasce e inizia il suo cammino ufficialmente nel gennaio 2001, dopo il parere favorevole del Vescovo Ausiliare della Diocesi di Roma, incaricato per la Pastorale Familiare, S.E. mons. Luigi Moretti.

Dal mese di settembre 2001 al mese di giugno 2002, inizia a Roma il cammino dei primi due gruppi che nascono come: «Gruppi di ascolto del Vangelo e di Preghiera» con incontri mensili.

Vi partecipano persone che si trovano nelle più svariate situazioni: separati, divorziati, coppie in crisi; Uomini e donne con storie di sofferenza, con ferite profonde, bisognosi di essere ascoltati, di poter condividere; forse per la prima volta essi si sentono accolti, non giudicati.

Oltre gli incontri di accoglienza iniziano anche i ritiri nei tempi «forti» dell’ano liturgico: Natale e Pasqua e si organizzano momenti «conviviali» con pellegrinaggi nei luoghi francescani di Greccio e Bellegra: sono occasioni necessarie  per fraternizzare e conoscersi.

Con l’aiuto del Signore il «seme» comincia a dare «nuovi frutti» e, dall’inizio a settembre 2002, si costituiscono a Roma 11 gruppo, mentre altri iniziano il cammino a Civitavecchia e Latina. Agli incontri cominciano anche a partecipare coppie «regolari» che hanno maturato una chiamata a questo servizio pastorale: la loro presenza è segno di speranza, di accoglienza, di ricchezza spirituale.

Su richiesta degli stessi partecipanti, e per dare risposte concrete alle molteplici e diverse domande che la condizione di «separato» pone per quanto riguarda la situazione personale, le scelte di vita e la posizione all’interno della Chiesa, si sono tenuti quattro incontri su tematiche specifiche quali:

  • Cosa sta facendo la Chiesa per la «famiglia»;
  • La separazione: fallimento o inizio di un cambiamento? Come viene vissuta dall’uomo e dalla donna;
  • Figli con la valigia. Separati per la legge, genitori sempre;
  • I separati e i divorziati in parrocchia tra accoglienza e sospetto. Percorsi di Grazia nel fallimento del matrimonio.

Gli incontri sono stati guidati da Consulenti familiari, avvocati, psicoterapeuti esperti nei settori di loro competenza.

Nel mese di giugno 2003 l’Associazione è stata invitata a partecipare al convegno diocesano svoltosi a Roma sul tema: «Insieme alla famiglia costruiamo una società migliore»: un grande evento ecclesiale e la prima vera opportunità di «testimonianza» diretta della propria condizione di «separato», presente nella Chiesa spesso vivendo la fedeltà in una società in cui questo valore è sempre più dimenticato e «disprezzato».

Nel maggio 2003 e nel 2004 in data 29 e 30 maggio, si sono tenuti i due Convegni Nazionali (IV° e V°): a Roma e a Caravaggio (Bergamo) ai quali hanno partecipato tutti i gruppi presenti in Italia che fanno lo stesso cammino; il prossimo Convegno Nazionale, il VI°, è già previsto per la fine di maggio 2005, a Roma: è una grande e importante occasione di confronto, riflessione, preghiera, scambio di testimonianze, proposte future.

                              

Renato Galeri e Manuela Ciriello
Martedì 26 Luglio 2005 19:16

Un rapporto che fa crescere

Un rapporto che fa crescere

· Gesù instaura con i suoi discepoli un rapporto particolare · Essere «discepoli» è infatti un’elezione: è Lui, il Maestro, che ci sceglie · Seguire Gesù significa un’adesione permanente e strettissime alla sua persona · I discepoli di Gesù si distinguono da questo: l’amore come unico criterio delle loro scelte di vita.

È l'osservazione che Giovanni fa dopo che Gesù ha dato «inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea» dove aveva cambiato l'acqua in vino manifestando la sua gloria. Il primo dei segni - è questo il termine più vicino all'originale greco piuttosto che miracoli - vuole esprimere il carattere rivelatorio rispetto al Cristo dei prodigi che questi compie. Mediante ciò che Gesù opera è rivelato ciò che Gesù è. In questo caso si è svelato come lo sposo del popolo di Dio che ha saputo assicurare il vino migliore per tutto il tempo del banchetto nuziale (cf v. 10).

L'evangelista che, a distanza di anni, riflette su ciò che è accaduto per offrirlo ai suoi lettori, dice che in quella circostanza e in quel modo Gesù «manifestò la sua gloria». Non è ovviamente una gloria mondana, ma lo svelarsi della sua operazione di salvezza e dello splendore della sua divinità, uno svelamento che è percepibile solo con gli occhi della fede.

Ma la fede che, nel suo primo movimento, è anzitutto l'apertura del cuore verso Dio, non sboccia dalla forza dimostrativa del segno o dall'insegnamento senza una previa attrazione del Padre. È l'iniziativa di Dio che dona Gesù agli uomini (cf Gv 6,37). Parlando a Cafarnao, Gesù aveva detto: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato... Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me» (6,44-45): l'adesione al Cristo è conseguente a un'azione del Padre (cf 10,29) e senza il sostegno di Dio si conclude in un triste abbandono (cf 17,12).

«...e i suoi discepoli»

Coloro che Gesù ha scelto sono gli stessi che il Padre gli ha dato: l'iniziativa del Cristo e quella di Dio sono due facce della stessa medaglia. Anche l'esperienza del discepolato acquista fin dall’inizio dei tratti nuovi rispetto alle consuetudini del tempo. Nel racconto del quarto Vangelo è avviata dalla mediazione del Battista e incoraggiata da Gesù stesso, mentre nei sinottici l'iniziativa di Gesù è evidentissima (cf Mc 1,16-20; 2,13ss e paralleli). Generalmente era richiesto ai rabbini di essere ammessi alla loro scuola e per questa ragione essi aspettavano di essere interpellati; l’esperienza dei discepoli è esattamente il contrario.

Ogni rabbì può dire: «ecco i miei discepoli», ma sono quelli che si è trovato intorno; se Gesù dice: «ecco i miei discepoli», sono coloro che lui stesso ha scelto. La differenza salta agli occhi subito perchè il rapporto appare originato dalla gratuità e dalla libertà del maestro. È un'elezione vera e propria.

Maestri e discepoli

Per cogliere la singolarità e la grazia di essere annoverati fra i discepoli del Signore - esperienza spiccatamente religiosa - è bene fare una digressione dicendo alcune cose sul discepolato in generale. Il primo anello nella trasmissione della fede e della pratica religiosa era costituito dalla famiglia (cf Es 12,26s; 13, 8.14; Dt 6,20s), mentre il secondo anello, che non esclude il primo, era costituito dal rapporto «maestro-discepolo». Dicendo rabbì, titolo che appare più frequentemente solo verso la fine del I sec. d. C., non si intendeva indicare un mestiere in senso stretto perché tutti i «maestri» esercitavano normalmente una professione di carattere manuale e commerciale.

Alla scuola dì un rabbì, che era un'esperienza di perfezionamento sia della dottrina che della pratica religiosa, si era ammessi avendo conoscenze di base. Almeno per quanto riguarda i maschi, dall'età di cinque anni si era già stati avviati alla lettura delle Scritture; a tredici anni - ingresso nella maggiore età - era necessario conoscere e praticare i precetti della Torà (i 613 comandamenti) e avere dimestichezza con le più antiche discussioni delle scuole rabbiniche su di essi contenute nella Mishnà (insegnamento), allora ancora orale; infine, prima del matrimonio consigliato a 18 anni, tre anni di studio del Talmud, cioè moltissimi altri insegnamenti sviluppati dalle scuole rabbiniche attorno ai paragrafi della Mishnà. Il discepolo (talmid) frequentava un maestro per diventare a sua volta rabbì. La durata dell'apprendistato non era fissata perché dipendeva anche da come il discepolo maturava mentre acquisiva le conoscenze necessarie. Il discepolato terminava con l'ordinazione a maestro fatta dal proprio rabbì imponendo le mani.

Se vogliamo comprendere ancora meglio il valore del discepolato cristiano, occorre aggiungere qualche altra annotazione sul discepolato all'epoca di Gesù.

Venerazione e insegnamento

Andare a scuola, ascoltare una lezione, non era un atto ordinario che può fare qualsiasi persona in qualsiasi situazione psicologica, perché è il ripetersi, quotidiano, della rivelazione sul monte Sinai. Tutto è già stato dato nella Legge e solo il lavoro incessante delle scuole rabbiniche può offrire, partendo dalla parola rivelata, le indicazioni sulle sue applicazioni alla vita quotidiana per renderla santa, come Dio è santo. Quindi, come ai piedi del monte Sinai, si stava con timore, con tremore, e sudando per la paura. Per questo motivo, ma non solo per questo, si deve al proprio maestro la stessa venerazione che si ha verso i genitori anche se, nella scala dei valori, i rabbini tendono a far prevalere le loro prerogative e i loro diritti su quelli dei genitori. La ragione è che, se il padre ha dato la vita al figlio in questo mondo, il maestro, che gli trasmette la saggezza, lo conduce invece alla vita nel mondo futuro. Quello col maestro è dunque un rapporto sacro, privilegiato. Come non si entra in sinagoga in stato di impurità, così non si entra alla presenza del maestro se si è impuri per leggerezza.

Trasmissione e creatività

La vera religiosità si conquista con la conoscenza e la coscienza di ciò che si deve fare. Per questo lo studio con un maestro diventa indispensabile. Il ricorso ad un maestro, oltre che per la convenienza didattica, si spiega per la particolare metodica di trasmissione della cultura ebraica che non conosce l'uso di testi scritti, per la riluttanza dei maestri a lasciare testimonianze della loro attività. Si ricorre al maestro perché trasmette una tradizione anzitutto orale, distinta dalla Bibbia considerata insegnamento scritto. E ciò clic si apprende a voce non lo si trova in alcun libro. Il rabbi non è però solo colui che tramanda e conserva un patrimonio spirituale, ma anche colui che continua a crearlo. Perciò seguire un maestro significa poter avere un criterio di sicurezza, un punto dì riferimento necessario nella vita religiosa. Allora non ci si può fermare dal primo maestro che si incontra: un adulto - dal tredicesimo anno in su - era tenuto ad andare dai maestri più celebri nel luogo dove trasmettevano la loro dottrina.

Imitazione e servizio

Ma il rabbì non solo possiede conoscenze e capacità intellettuali; la sua rettitudine e l'amore per la parola di Dio lo rendono anche un esempio morale, un maestro di vita. Ogni suo atto, anche minimo, poiché suscitato, illuminato, pervaso dalla conoscenza della Torà, mostra qual è il modo più autentico di comportarsi, il discepolo deve portargli perciò rispetto: deve alzarsi quando lo vede arrivare, non deve chiamarlo col nome proprio, deve stare seduto al suo cospetto e non farsi trovare sdraiato, non deve sospettare di lui, non deve esprimere dissenso udendo i suoi insegnamenti né entrare in lite con lui. Non si può apprendere la perfezione del comportamento del maestro se non lo si segue nella vita privata, se non si conoscono tutte le sue necessità quotidiane, come può farlo solo un servitore, un valido collaboratore. In una sua celebre opera, M. Bulier ricorda che «Rabbi Leb, figlio di Sara, lo zaddik... raccontava: Se io andai dal magghid non fu per ascoltare insegnamenti da lui, ma solo per vedere come egli slaccia le scarpe di feltro e come se le allaccia».

«...credettero in lui»

Queste poche cose sono sufficienti per gettare una luce nuova sull'esperienza dei discepoli di Gesù e su come Gesù stesso concepisce il suo ruolo in mezzo a loro. La sequela si presenta nei vangeli legata ad eventi di portata immensa, impensabile, insuperabile e che vanno molto al dì là del pensiero di un comune rabbì anche del più illuminato. Rimanendo al quarto vangelo, sono evidenti alcuni richiami sul discepolato. Anche Giovanni usa, come nei sinottici, il verbo «seguire», che è un termine tecnico per indicare il proprio associarsi al maestro (1,37-38.40; ecc.), ma è usato anche da Gesù per chiamare a sé (cf 1,43; 8,12; ecc.).

Ma seguire Gesù comporta un'adesione non temporanea, bensì permanente e strettissima, alla sua persona. «“Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Questa egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbe, ricevuto i credenti in lui» (7,38-39); «in verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il sito sangue, non avrete in lui la vita… chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui, come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosi anche colui che mangia di me vivrà per me» (6,53.56-57). Queste poche, sono già affermazioni inaudite: Gesù fonte dello Spirito; carne e sangue che assunti immettono nella comunione con lui, danno la vita eterna e preparano la risurrezione. Agli orecchi di un comune rabbì sono parole intollerabili, insensate, blasfeme, parole di una persona che ha perso il lume della ragione. Ancora qualche altra affermazione, tratta dal quarto Vangelo, lontana dalla consuetudine delle scuole rabbiniche: «Chi accoglie i miei comandamenti (il mio insegnamento) e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anche io lo amerò e mi manifesterò a lui» (14,21); «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8,12); «Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?» (14,9s): «Dio non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (3,17); «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Patire se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto» (14,6-7).

Non è il caso di moltiplicare le citazioni; è un rabbì totalmente «altro»: riconosce l'amore alla sua persona nell'attaccamento al suo insegnamento che non ripropone quello di altri maestri; seguire lui equivale a essere sottratti dalle tenebre dell'ignoranza e del peccato; chi contempla Gesù contempla l'agire stesso di Dio, l'opera di misericordia di Dio; chi aderisce a lui si trova nella via che porta alla conoscenza del Padre e alla vita eterna.

Il perchè della missione

Dopo il segno di Cana i discepoli «credettero in lui». L'espressione «credere in lui» compare 36 volte nel quarto vangelo e significa l'adesione al Cristo conforme alle cose che Gesù ha svelato di sé. I discepoli di Gesù si distinguono quando assumono la manifestazione piena dell'amore del Cristo come unico criterio ispiratore delle proprie scelte di vita: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (13,34-35). Queste parole di Gesù, clic esprimono il dono di sé senza misura, fondano la sua comunità e le conferiscono quell'identità che la fa essere nel mondo ma non del mondo (cf 17,15-18). La missione nel quarto vangelo nasce dalla risposta all’amore ricevuto (cf 1,16) e si realizza a partire dalla comunità, spazio in cui si sperimenta l'amore del Cristo insieme con quello dei Fratelli. La missione prende forza da qui e si esprime in termini di testimonianza: «Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio» (15,26-27).

Il matrimonio cristiano non sospende il discepolato, anzi lo precisa e lo rinnova: rimane pur vero anche per gli sposi che sono fratelli nel Signore e che solo credendo in lui», aderendo ogni giorno al Vangelo, possono fare della propria famiglia luogo di comunione e della loro vita una testimonianza in quell'amore che si impara solo da Gesù e che solo Lui fa rifiorire. La sua parola e testimonianza sono alla base del credere dei discepoli e diventano motivo costitutivo della loro missione: ciò vale oggi, come allora, per la nostra storia personale e/o dì coppia: si tratta di comunicare la buona notizia, di annunciare gratuitamente il Cristo che ci precede.

Per concludere...

A conclusione si può citare un dialogo del rapporto maestro-discepolo tratto dal Midrash: «Un rabbino era solito domandare al suo discepolo: "Quand'è che termina la notte ed inizia il giorno?", ma il discepolo, dopo vari tentativi di risposta, scoraggiato, si rimise al suo maestro per la risposta. Il rabbino gli disse infine: "Quando tu vedi sul volto di un altro il volto di un fratello, è allora che termina la notte e inizia il giorno"».

Antonia Fantini

Carpi (Modena)

Da “Famiglia domani” 4/2000

Martedì 12 Luglio 2005 18:14

Un teatro senza tempo

Un teatro senza tempo

 

· «A partire da una certa età – dice M. Proust – un po’ per amor proprio, un po’ per furberia, sono le cose che desideriamo di più quelle che fingiamo per non volere» · Questo precario equilibrio psicologico dell’età adulta può essere prevenuto se i genitori – nei primi anni di vita – aiutano il bambino a percepire d’essere ben accolto e benvoluto dall’ambiente, fornendogli quella che E. Erikson definisce la «fiducia di base».

 

Le domande che un portatore di disagio fa a se stesso prima ancora che al proprio terapeuta sono quasi sempre le stesse: perché proprio a me? Perché sto così? Perché proprio ora? Le risposte, purtroppo, sono raramente esaudenti e prendono l'avvio, in chi ha l'umiltà di saper ascoltare, dalla considerazione che ogni storia può contenere gli attributi di una sofferenza che si nasconde molto spesso dietro a nodi o maschere che hanno bisogno di essere frantumati per poter procedere ad una letture organica dei fatti e al loro riconoscimento. In termini tecnici, leggere la storia di una sofferenza equivale a fare un passo decisivo verso la diagnosi (etimologicamente: dià = attraverso e gnosis = conoscenza), ma non sempre l'interpretazione del terapeuta è condivisa dal paziente: i linguaggi sono segnati da stati d'animo diversi; i momenti storici sono diversi; gli stessi significati attribuiti alle parole sono diversi; diversa è, infine, la consapevolezza di un vissuto tanto precario. Qual è, allora, il possibile punto d'incontro? Può sembrare un paradosso, ma alla domanda che fa chi soffre, il terapeuta inizia a rispondere con la medesima domanda fatta a se stesso.

 

Quanti personaggi cercano l'autore?

La difficoltà che una diagnosi sia accolta da un paziente sta nel fatto che l'insieme dei significati risulti estraneo a chi ne è realmente interessato. Le ragioni, in sostanza, sono due: il fatto che, in opposizione all'ipocondria, frutto di fisime o di paure ingiustificate, si tenda ad allontanare le brutte certezze, ignorando o trascurando segnali concreti e degni di rispetto e quello che, fino ad un recente passato, i medici non abbiano saputo trattare con i pazienti e i loro famigliari, a causa della ermeticità con cui si esprimevano: una semantica riservata agli addetti ai lavori. Ma perché lo stato di salute che viene rappresentato attraverso quella sintesi idiomatica e tecnica, quasi sempre stenta ad essere recepito? La risposta è sconcertante: mentre è semplice riconoscersi nella sofferenza, è quasi impossibile identificarsi nelle cause che l'hanno scatenata. In pratica il portatore del disagio finisce per rifiutare una parte della propria storia e si difende dalle sofferenze che ne possono derivare, comportandosi come se fosse un corpo estraneo. Da qui l'esigenza di rivisitare alcuni passaggi dolorosi e riscrivere le proprie avventure come se si trattasse di confrontarsi con l'impegno di stendere un romanzo. L'invito a ricostruire le tappe più nascoste del proprio passato è nato con la psicoanalisi. Dopo di lei, pur non riconoscendole il crisma della scientificità, molte scuole hanno strutturato le proprie metodologie d'intervento, applicando, attraverso rielaborazioni personali e culturali, quello che Freud aveva intuito come indispensabile per avventurarsi nella esplorazione dell'inconscio. Il numero delle scuole e dei metodi costituirebbe una serie indefinita e sarebbe facile cadere nelle omissioni. Per citare qualche applicazione di particolare successo, potremmo parlare del Copione - punto di forza della fortunatissima Analisi Transazionale - o del Rebirthing, tecnica con la quale viene proposto al paziente di regredire con le proprie fantasie, fino alla ricerca dei nodi che hanno impedito l'armonico sviluppo delle sue potenzialità. In ogni caso il mondo dei ricordi resta la fonte più ricca di ispirazione di ogni romanzo. L'unico problema consiste nella capacità di attingervi. Il nostro passato è sempre pieno di fascino, ma la sua profondità è quasi sempre causa di vertigini. Andare alla sua riscoperta significa decidersi ad incontrare la parte più autentica del proprio sé; significa mettere in gioco la propria storia dando vita a quel teatro interiore, spesso arido e spento, nel quale tanti personaggi mortificati dagli insuccessi quotidiani aspettano l'occasione per riconciliarsi con la vita. E il terapeuta è lì, non come possessore di significati, ma come figura capace di tradurre e rendere guardabili quelle immagini che altrimenti potrebbero causare dei drammi. Tutti quei frammenti di storia, di esperienza unica e irripetibile, hanno bisogno di recuperare uno spazio ed uscire per andare a ricucire brandelli di vita che, privi di un ordine, avrebbero difficoltà ad essere interpretati. Nel teatro della sua mente ogni particolare è pronto per la rappresentazione più autentica di tutta la sua vita: le relazioni, le energie disperse, gli spazi condivisi, i contatti con i bisogni propri ed altrui. C'è proprio tutto, ma è come se non si sapesse da quale parte incominciare perché manca un ordine che dia la capacità di orientamento. Ma è proprio la messa a punto di questo ordine che non può essere fatta da altri che dal paziente perché, come ammonisce Winnicott, «è lui e solo lui a possedere le risposte».

 

La capacità relazionale

La modalità di intervento con i pazienti è sempre strutturata sul rapporto interpersonale. Sebbene le varie scuole propongano approcci e modelli frutto di continue evoluzioni di pensiero, la relazione d'aiuto resta una relazione affettiva e, come tale, sottoposta a quei continui sbalzi dati dall'alternarsi di simpatia-antipatia che nasce spontaneo dal legame. Ma, come accade in tutti gli scambi umani, niente è più simile dei sentimenti opposti. Sapersi mettere in posizione di ascolto nei confronti di chi chiede aiuto significa riconoscere e tollerare la sofferenza dell'altro. Perché questo avvenga è opportuno che in precedenza si sia fatto un percorso guidato per giungere alla conoscenza del proprio sé autentico e delle numerose sfaccettature delle proprie emozioni e al loro, quanto più possibile, tentativo di controllo.

Il passo tra questa relazione e quella elettiva è quanto mai breve e semplice. Non è solo per la modalità ristretta ed esclusiva con cui si sviluppa il legame tra terapeuta e paziente che è possibile intravedere delle analogie che peraltro potrebbero essere intuitive - con la coppia coniugale. Se mai una verità può essere gridata è che tra gli sposi la relazione d'aiuto è perenne ed oltrepassa di gran lunga quella terapeutica. Tra loro la confidenza e il bisogno di sedersi e confrontarsi rappresenta un'esigenza mai sazia; le emozioni sono il lievito delle scoperte che la loro storia propone di continuo; vivono una favola che in ogni momento è bipolare; coltivano una coscienza che non è mai chiamata a scusare ciò che riesce a creare la fantasia; non si arrendono al primo litigio perché sanno che ogni diniego può trasformarsi in un piacevole rinvio dal quale l'amore trae beneficio.

Le storie clic finiscono male (compresi i percorsi terapeutici) potrebbero sembrare un incidente di percorso. Al contrario, sappiamo che al giorno d'oggi, l’eccezione è diventata la norma. Le analisi che se ne traggono sono quasi scontate nella loro logica, un po' come dire che si arriva sempre con ritardo a stilare dei postulati su problemi che andavano sviscerati prima. Gli sposi che si invaghiscono di partners che non sono loro destinati, finiscono con il dover scegliere tra la fatica di maturare o l'abbandono al detestarsi. Anche gli sposi che coltivano la tendenza a pensare contro se stessi si riducono a giustificare gli errori dell'altro come si assolverebbe un avversario. E che dire di quelle coppie dove il rispetto suscitato si mescola costantemente con la compassione: non sarebbe preferibile essere dimenticati? Al culmine della crisi, quando qualche coppia trova la forza o il coraggio di chiedere aiuto, la prima cosa da tentare è quella di ripropone la prima, sbiadita scenografia e chiedere che fine ha fatto il copione, dove si sono nascosti gli attori. Ma il fascino dell'antico teatro non è più lo stesso. Le piccole complicità riguardano solo le apparenze o i dettagli perché i cuori, ora, non si scoprono mai. Sembra di assistere allo spietato fenomeno del burn-out, quella sindrome che aggredisce gli operatori dei più svariati settori del sostegno e che fa sperimentare la sgradevole incapacità di non riuscire a percorrere altra via che rifiutare tutti quei portatori di disagio, il cui alleviamento di sofferenza e promozione di benessere, avevano rappresentato, fino a poco fa, un grosso impegno di vita. Un fenomeno in cui si può giungere a colpevolizzare il paziente, investendolo di sentimenti negativi come il disprezzo e togliendogli quei residui di illusione che gli avevano permesso di incanalare i propri sforzi sulla via del recupero.

Lo studio delle relazioni interpersonali resta un grande mistero. Si sono aggiustate le tecniche finalizzate e si fanno proiezioni sistemiche sempre più complesse per cercare di aggirare le cause che provocano i rifiuti, ma nè gli aspetti personali che si legano alle caratteristiche di personalità dei singoli, né quelli interpersonali che fanno riferimento alle qualità, al grado di coesione e ai sentimenti di appartenenza, a quelli organizzativi che passano al setaccio le condizioni naturali nelle quali si evolvono le relazioni, risultano abbastanza forti da allontanare il rischio del rigetto. La diagnosi, nonostante il male abbia iniziato ormai a manifestarsi in maniera proteiforme, resta legata a pochi, ma ricorrenti passi falsi: scarsa chiarezza, assenza di momenti di condivisione, sottovalutazione dei problemi e ambiguità nei ruoli. Esiste una terapia da suggerire? La prevenzione e la fuga dalle occasioni, ma per metterla in pratica occorre una grande forza di volontà e una statura interiore che non si improvvisano, ma che sono sempre il frutto di sinergie educative - e che quindi vengono da lontano -, come l'armonia è il piacevole prodotto di tanti suoni melodiosi.

 

La «fiducia di base»

Il riscontro di atteggiamenti positivi che rendono capaci di affrontare le difficoltà e gli eventi stressanti che si presentano nel corso dell'esistenza, è possibile quando, fin dall'infanzia si viene educati ad utilizzare strategie adeguate. È una modalità privilegiata di intervento quella che pone il genitore di fronte al bambino perché richiede lo sforzo di leggere l'essenza dei problemi alla luce di comportamenti che, di continuo, si evolvono. La cronaca dei nostri insuccessi in questo campo, ci porta, purtroppo, ad ammettere di conoscere i nostri bambini assai più per quello che fanno che per quello che sono. L'immagine che i genitori hanno in mente del loro figlio «formato e indipendente» raramente corrisponde a quello che il bambino sente dentro di sé. C’è sempre una discrepanza tra la desiderabilità del genitore e l'enfasi emotiva che manifesta il figlio, tanto che a tutti, prima o poi, viene spontaneo domandarsi: «questo sarà il suo vero volto o la sua maschera?». Altrettanto doveroso e onesto è chiedersi se è sempre vero che quando non aderisce all'immaginario del genitore il bambino ha qualcosa dentro che deve essere corretto, Intrappolarlo nella ragnatela delle proprie proiezioni non rappresenta una garanzia per una crescita libera, ma piuttosto una spinta a nascondere le deprecate debolezze per manifestarle con condotte regolate da bugie e aggressività.

La fiducia di base, espressione introdotta da E.H. Erikson e poi ripresa dagli psicoterapeuti M. Balint e D.W. Winnicott, indica la fase, nei primi anni di vita, nella quale il bambino percepisce di essere così bene accolto e benvoluto dall’ambiente che lo circonda, da entrare in possesso degli strumenti che gli permetteranno di riconoscere il male e le varie forme di negatività. L'eventuale presenza di circostanze traumatiche in questo periodo, potrebbe compromettere questo quadro di potenzialità e divenire il presupposto per un precario equilibrio psicologico nell'adulto.

I personaggi del teatro prendono l'avvio da qui. Ognuno di loro ha una parte: ogni momento è inserito in una scena; ogni episodio è concatenato come nel più misterioso dei gialli. Ma soprattutto, in questo canovaccio, non sono previste le comparse. Con gli anni l'intrigo si farà sempre più complesso, quasi indecifrabile e allora ci sarà qualcuno che, per aver perduto qualche passaggio o per far luce su qualche nodo oscuro che non gli ha permesso di capire il senso della storia successiva, dovrà per forza tornare indietro a farsi guidare nella rilettura. Non è infrequente trovare anche le persone che snobbano gli strumenti con i quali si è soliti mettersi in discussione. Per loro, la ricerca di aiuto è un atto di debolezza. È anche vero che siamo così presi d'assalto dal concetto di furbizia trasmesso dalla nostra epoca che l'innocenza rischia di essere identificata per idiozia. Esistono anche persone che a tutti i costi vogliono il rimedio dall'esterno perché non hanno tempo da perdere o perché, tutto sommato, una pillola o un talismano ti scivolano addosso e, al massimo, ti chiedono un contributo economico che, ai tempi d'oggi, rappresenta la fatica minore. Questo bisogno di rivestirsi di novità - dalla scoperta delle discipline esotiche alla new age - , è forse l'ammissione più eclatante dell'angusto confine in cui si tenta di relegare la nostra volontà. Ma noi sappiamo bene che l’uomo che possiede un'idea chiara non ha bisogno di trastullarsi a rivestirla di simboli.

Un mio maestro, di cui conservo un ricordo vivissimo, cercò di ammonirmi una volta dicendomi che dovremmo fare di tutto perché le immagini del passato possano sopravvivere nella pace della memoria e non essere fonte di sofferenza. Alcuni giorni fa mi capitò tra le mani una sua poesia, dal titolo Favola Smarrita, che sento di poter porre all'attenzione degli altri.

 

«Occhi di sole brillano tra i rami

e un vento vespertino

di te s'imbionda, sui capelli a pena:

e l'ombra adolescente, a piedi scalzi,

su dal muretto spiga.

 

 La casa a picco nella valle, il fiume

hanno lo stesso lume come allora

d'alpe e di luna: vi abita, la notte,

un battito di ciglia e d'erbe brune.

 

Ma ricercarti è come

rintracciare una favola smarrita».

 

E a me sembra una favola stupenda che, di fronte alle prime impressioni, alla presunzione incallita, al bisogno insaziabile di traguardi da tagliare, si debbano fare anche i conti con gli ingredienti della memoria.

Giovanni Scalera

Psicologo – Siena

Da “Famiglia domani” 4/2000

Lunedì 04 Luglio 2005 17:29

Evangelizzare la Chiesa, popolo di Dio

Evangelizzare la Chiesa, popolo di Dio

 

· I documenti del Vaticano II presentano un messaggio originale per la Chiesa: una vera e propria «nuova» evangelizzazione · Questa nuova evangelizzazione riguarda in particolare la concezione di Chiesa che dobbiamo imparare a ripensare e rileggere come «popolo di Dio» · Accogliere e vivere la novità è sempre molto importante per il cristiano: Dio, infatti, è colui che «ha fatto nuove tutte le cose» · Per metterci in questa disposizione di accoglienza del nuovo occorre ascoltare, ricordare, convertirsi.

 

Questo nostro contributo può avere senso e assumere significato solamente se si conosce la nuova strada che, illuminata dallo Spirito Santo, la Chiesa ha tracciato con i messaggi e le provocazioni contenute nei documenti del Vaticano II e che potremmo definire «nuova evangelizzazione». 

Noi possiamo solo pregare e invitare ogni essere umano, ogni membro del popolo di Dio, a leggere i documenti, meditarli e metterli in pratica nella vita della Chiesa e della società. 

Ci limitiamo ad alcune semplici riflessioni con la speranza che quanto è stato seminato in 50 anni sia coltivato e giunga il tempo del raccolto. «Uno semina e uno miete» (Gv 4,37).

Nuova strada, nuova evangelizzazione. Il termine «nuova» non deve spaventare o destare sospetto. È Dio stesso che dice: «Io faccio nuove tutte le cose». Si scoprirà che il Concilio riattualizza la parola che Dio Padre, nel Figlio Gesù (il Verbo), dice dall'origine del mondo e che lo Spirito d'amore ripete e rende comprensibile nel tempo e nei tempi dell'uomo, creatura storica: «...Ascolta, ricorda, convertiti...».

 

«Ascolta...»

Al centro di questo ascolto sta la Parola di Dio, Cristo («Cristocentrismo» - cf LG 1).

La Chiesa è sacramento visibile di Cristo se è segno dell'amore di Dio per tutta l'umanità e quindi fonte e inizio dell'intima unione di tutto il genere umano. La Chiesa avvia la realizzazione dell'unità promovendo, con l’annuncio e le opere di carità e giustizia, il disegno di Dio: «ricapitolare in Cristo tutte le cose, riappacificare gli esseri della terra e quelli del cielo» (cf Col 1,15-20).

La Chiesa è chiamata ad introdurre il Regno rimanendo in attento, fedele e ubbidiente ascolto dello Spirito che la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici (cf LG 1-8).

Non deve insorgere alcuna disputa. Gesù insegna ai discepoli che nel Regno non si discute su chi è il primo o il più grande, ma ciascuno si fa servo di tutti (cf Mt 9,33-40).

L'amore in cui è radicato il buono, il bello e lieto annuncio non stabilisce criteri di priorità. Si ama gratuitamente e ci si lascia amare, il «respiro» dello Spirito soffia dove vuole e ogni uomo può solo coglierlo ed accoglierlo e renderlo vivo e operante nella Chiesa. nel mondo.

L'amore che la Chiesa è chiamata a vivere si diffonde non per imposizione, legge o prescrizioni, ma per mezzo della carità, giustizia, abnegazione, umiltà. In questa prospettiva d'amore la Chiesa diventa, tra l'altro, immagine di «popolo di Dio» e «famiglia di Dio». «Popolo di Dio», come da sempre si è riconosciuto il popolo dell'alleanza che è stato scelto gratuitamente da Dio, come è scritto dalla Genesi all'Apocalisse. Nel libro dei Salmi, risposta orante alla chiamata di Dio, sia nella prima che nella seconda alleanza, il riferimento a «popolo di Dio» ricorre circa cinquanta volte (e oltre duecento nella intera Bibbia).

Dio vuol santificare e salvare gli uomini non individualmente, ma costituendo un popolo (cf LG 9). In Abramo sono benedette tutte le famiglie della terra (cf Gn 12,3). Mosè si rivolge a Dio dicendo: «considera che questa gente è il tuo popolo... » (Es 33,13). Paolo proclama che in Cristo vi è un solo popolo perché «Egli… è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia… e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo dello croce...» (cf Ef 2,14-18): e aggiunge: «Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6). Paolo, evidentemente, non indulge all'anarchia, all’individualismo, al soggettivismo, ma propone attenzione, accoglienza, ascolto e discernimento da parte di tutti.

Il Figlio di Dio facendosi uomo ha incarnato tutta l'umanità passata, presente, futura. Non ha escluso nessuno dalla chiamata, arrivando al punto - realtà inconcepibile per gli israeliti – di toccare i lebbrosi.

Il popolo di Dio, se vuol seguire l'esempio dell'unico Maestro, deve comportarsi nel quotidiano in modo analogo, continuare l'incarnazione nella celebrazione eucaristica, nella preghiera comunitaria e personale, e nel farsi pellegrino d'amore nel mondo, nel sociale e nel politico (cf GS 31 e 44).

Può, forse, aiutare la nostra riflessione l'immagine di «famiglia di Dio»: lo sposo, la sposa, i figli, il prossimo. Nella famiglia il buon funzionamento e il raggiungimento dello scopo finale, che è l'umanizzazione e la salvezza di ogni componente, si realizza con il reciproco ascolto, la partecipazione, la condivisione, l'autorevolezza della testimonianza. L'autoritarismo e il paternalismo non ottengono risultati, anzi provocano schizofrenie, frustrazioni, fughe o esclusioni.

 

(...e dialoga!)

Il dialogo, che accetta anche la critica, il dubbio, la contestazione e non si accontenta di una supina falsa accettazione delle regole familiari, prepara veri uomini, veri figli di Dio, disposti a sostenere le proprie buone ragioni (l'educazione è bidirezionale: genitori-figli, figli-genitori), ma anche capaci di riconoscere i propri limiti, superare le crisi, comporre i conflitti, chiedere e dare perdono per le reciproche colpe e incomprensioni. Si promuove, in tal modo, una dinamica che fa sviluppare e crescere un rapporto d'amore, partecipazione, collaborazione. (Nella comunità ecclesiale, tale dinamica è bene espressa da At 18,1-4).

Il popolo di Dio - Gerarchia e laici - deve educarsi ad un continuo confronto al suo interno. A volte, in buona fede, si crede che, per il bene di tutti, le verità e le scelte calate dall'alto evitino fratture e appartenenze parziali, ma l’unità è una conquista a cui tutti devono collaborare con i propri carismi, non può essere imposta. 

La Parola di Dio è sempre tradotta dal linguaggio umano con sensibilità e culture diverse, con possibili fraintendimenti. Non è quindi mai accessibile nella sua splendida e luminosa verità. È necessario che lo Spirito intervenga continuamente nella storia per «condurci alla verità tutta intera» (Gv 16,13). Il dono di Dio la rende sempre viva e appropriata al tempo storico in cui deve realizzarsi. È quindi necessario che tutti i membri della Chiesa, presbiteri o laici, prendano coscienza e conoscenza delle situazioni concrete e storiche dell'uomo, non per modificare e adattare la Parola, ma per renderla appropriata e sempre viva nell'oggi. 

Ascoltiamo Giovanni Paolo II: «la Bibbia esercita la sua influenza nel corso dei secoli. Un processo costante di attualizzazione adatta l'interpretazione alla mentalità e al linguaggio contemporanei... Bisogna dunque costantemente ritradurre il pensiero biblico in un linguaggio contemporaneo perché sia espresso in maniera adatta agli uditori» (...).

La Parola di Dio non è parola «congelata» da tirar fuori nelle «feste comandate», servirla, e servirsene... Deve essere parola d'amore che fa innamorare. Parola di tutto il popolo, di ogni famiglia, non solo di specialisti (cf DV 8). Certo, vi sono pericoli, accentuazioni diverse, errori di espressione ecc., ma solo accettando il rischio il popolo di Dio diventa familiare con la Parola, e la Parola può trasformarsi in annuncio, azione vivente, operante e santificante nella quotidianità. Se la Parola è solo predicata e ascoltata in modo anonimo e non entra nel contesto vitale di un popolo diventa «lingua morta».

Il rischio che tanto impensierisce chi ha responsabilità pastorali deve invece sollecitare a trasmettere questa parola con autenticità ed entusiasmo. La Chiesa educa così «realmente» il popolo in cammino, in continuo esodo.

Compiere il dovere pastorale è indispensabile, farlo con attenzione e continuo sforzo di aggiornamento è doveroso, cogliere i «segni dei tempi» è fruttuoso, ma... il Signore, Creatore e Padre, ha accettato il rischio di creare l'uomo libero e ha quindi previsto la possibilità di non essere riconosciuto ed amato. Si può avere la presunzione di fare di più e meglio?

 

«Ricorda…»

Facendo memoria («Ricorda, Israele... ») delle grandi, meravigliose, impensabili opere compiute da Dio nella storia, il popolo di Dio è fondamentalmente ottimista e fiducioso. Tutto concorre al bene finale che Dio ha posto come traguardo della creazione: senso della vita, senso della storia.

Le tappe intermedie o di transizione, come è definita quella attuale, possono presentare zone d'ombra, pericoli, sofferenze, dolore e morte, ma vi è sempre «un resto» che ricondurrà l'umanità alla casa del Padre.

Fra Dio e il suo popolo vi è una reciprocità di «ricorda…».

Dio si ricorda del suo popolo, da Noè (Gn 8,1) al canto del Magnificat: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Lc 1,54) e nel «Benedictus»: «...si è ricordato della sua santa alleanza» (Lc 1,72).

Cristo è l'«Amen», la roccia su cui si radica il popolo di Dio, la famiglia di Dio che - quando è fedele al Suo amore e al suo modo di viverlo (dando la vita) - diventa «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui... voi che un tempo eravate non popolo, ora invece siete il popolo di Dio» (1 Pt 2,9-10).

Dio già a Mosè si era fatto conoscere come «il sempre presente». Gesù è l'incarnazione dell'Emmanuele, «Dio con noi nella storia». La Chiesa, popolo messianico (LG 9), con il dono del «senso della fede» che procede dall'unzione dello Spirito, diventa popolo profetico che esorta con dolcezza e mansuetudine alla conversione.

 

«Convertiti…»

Tutto il popolo, dal primo all'ultimo dei fedeli, secondo il ministero di ciascuno, è corresponsabile della risposta alla vocazione, che è un continuo convertirsi all'«Amore» legge fondamentale contenuta nell'annuncio evangelico.

La nostra conversione di coppia ci impegna a:

· Vivere il coraggio di essere noi stessi, nella autenticità, coerenza, lealtà; essere al servizio della comunione e della edificazione della Chiesa (cf 1 Cor 14,4ss; Rm 12,5ss) da portare a compimento nella carità che è il vincolo della perfezione (cf LG 13).

· Vivere l'umiltà, non sovrastimarci e crederci i detentori della verità tutta intera. Accettare e praticare la correzione fraterna (cf LG 37). Porci sempre in ascolto, essere in relazione con tutti, specialmente con «i piccoli, i poveri, i semplici». Come dice Paolo, non è la sapienza che avvicina a Dio e ai fratelli, ma l'amore gratuito (cf 1 Cor 13).

· Vivere l'audacia dell'indignazione contro gli scandali, e della protesta contro gli uomini e i poteri che non perseguono la giustizia e la pari dignità di tutte le persone.

· Vivere senza la paura dell'«altro», del «diverso» che incontriamo, «sentirlo» in ricerca e in cammino come noi, per rispondere in modo personale e originale alla «chiamata» (...chi sono i «lebbrosi», qui da noi, oggi?).

· Vivere l'obbedienza e la disobbedienza per dare sempre il primato (la preferenza) alla voce di Dio che parla alla coscienza di ogni uomo libero da schiavitù e idoli. Gesù è stato obbediente perché ha «con-sentito» sempre con il Padre.

· Vivere la libertà come responsabilità reciproca e condivisa per crescere insieme. In noi vi è il seme del bene, e siamo segnati dal male, dal limite, dalla fragilità. Dobbiamo impegnarci per realizzarci sempre più come persone capaci di comprendere, valutare, discernere, scegliere. Avere una fede adulta in una comunità adulta.

· Vivere sapendo che siamo stati schiavi in Egitto, deportati in Babilonia, perseguitati dal razzismo, profughi ed emigranti nel mondo intero. Accogliere senza discriminazioni. 

· Vivere pregando. Ogni tempo è tempo di preghiera, lavoro, riposo, liturgia, divertimento; non manchi mai la lode e il ringraziamento a Dio di farci vivere in un tempo così interessante, e la richiesta di renderci capaci e desiderosi del dono della conversione. 

 

Conclusione… provvisoria

L'evangelizzazione della Chiesa come popolo di Dio si realizza quando la Parola di Dio, incarnata in Gesù, diventa tessuto vitale nel quotidiano del credente fedele, nella famiglia, nella comunità, nella società.

Tessuto vitale è l'intreccio strettissi tuo, creato e voluto, tra la verticalità del rapporto Dio-uomo e l'orizzontalità delle relazioni tra gli uomini che imparano a riconoscersi fratelli.

In un messaggio di Paolo VI si legge: «Si tratta di creare un clima nel quale le diverse voci abbiano cittadinanza per un confronto sempre, per una sintesi possibile, per una scelta se necessaria. Scelta che porta temporaneamente un sacrificio che rimane sempre illuminante e fecondo. In questo senso va intesa la collaborazione e per la collaborazione il dialogo».

Edificare la Chiesa come popolo di Dio è opera gradita a Dio, e ascende «con soave odore» come vero sacrificio, e discende «come benedizione» sulle genti perché - dice il Signore - «Io troverò la mia gioia nel far loro del bene» (Ger 32,41).

 

Tina e Michele Colella

Genova

Da “Famiglia domani” 1/2001

 

Venerdì 01 Luglio 2005 18:34

SANTITÀ E ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

APRIRSI ALL’ACCOGLIENZA

-5-

Chiamati a trasformare la terra in cielo

SANTITÀ E ACCOGLIENZA

Per un’accoglienza soprattutto interiore

 

Il cammino verso la santità non è riservato ad alcune particolari persone o alcuni speciali stati di vita: è di tutti e per tutti.

Forse il problema è sapere cos’è la santità.

Per l’educazione che abbiamo ricevuto, il santo è visto spesso come una persona amabile, obbediente, semplice, serena, che di fronte alle difficoltà o ai problemi ha saputo accettarli senza ribellione e senza impazienza.

 

CHI È SANTO?

Stando a questa educazione neanche Gesù, se fosse giudicato con questo schema tradizionale di santità, non potrebbe mai essere santo perché egli si è staccato dalla tradizione del suo tempo: non è stato obbediente all’autorità religiosa e neppure a quella civile, ha predicato contro le discriminazioni e i privilegi.

Dobbiamo quindi correggere il nostro concetto di santità: santa non è la persona che ha dimenticato la terra per pensare al cielo ma quella che si è battuta per trasformare la terra in cielo. La Bibbia definisce Dio come il “Santo”, meglio come il “tre volte Santo”, il “Santissimo” per eccellenza.

Ma in che cosa consiste la santità di Dio? Se leggiamo i salmi, scopriamo che Dio è Santo perché: odia l’ingiustizia, si mette dalla parte dei deboli, solleva, incoraggia i miserabili. Dio è Santo perché sogna e agisce per fare in modo che gli uomini formino una famiglia dove ci sia: solidarietà, amore, fraternità e parità; Dio è santo perché vuole un mondo giusto, solidale.

Una delle tante strade che porta alla santità è quella dell’accoglienza e dell’ospitalità.

 

L’ACCOGLIENZA IN FAMIGLIA

La parola accoglienza non può ridursi ad un atteggiamento formale come aprire la casa per accogliere chi è in difficoltà, anche se questo atteggiamento è raccomandato dalla Bibbia e dai Vangeli. Ma la vera accoglienza non è solo fisica, è soprattutto interiore, che vuol dire saper ospitare nel cuore idee, culture, religioni diverse. La nostra casa dovrebbe essere nello stesso tempo luogo d’intimità e d’apertura.

Molte famiglie si chiudono in se stesse con l’intenzione di difendersi. Giudicano il mondo perverso e corrotto e mettono in atto una serie di difese. Ed è vero: nel mondo di oggi ci sono perversità ma è anche vero che nella cultura attuale vengono fuori tante realtà promettenti.

Allora una famiglia dovrebbe vivere l’accoglienza secondo due direttrici: il momento dell’intimità e quello dell’apertura, dell’ospitalità. Il momento dell’intimità è segnato dalla riflessione, dal dialogo di coppia, dal confronto, dall’approfondimento dei problemi. Il momento dell’ospitalità è quello dell’accoglienza e dell’ascolto: si accolgono tutte quelle cose che ti portano ricchezza, vitalità. Come una persona cresce quando si lascia abitare, provocare dagli incontri con le persone, così la famiglia rivive continuamente quando è capace di ospitare tensioni, provocazioni.

Quindi il primo tipo di accoglienza che la famiglia è chiamata a vivere riguarda l’interno della famiglia. Se lo sposo non ospita la sposa, la famiglia non è ospitale, e così pure se i genitori non ospitano i figli. È interessante riscoprire il “viversi come ospiti” perché nei riguardi dell’ospite c’è attenzione, accoglienza, rispetto. Viversi come ospiti tra coniugi, con i figli è introdurre nella famiglia sia un atteggiamento di ascolto (di fronte alla presunzione di conoscerci già.) sia di distanza (di fronte al rischio di assorbirsi o di possedersi).

Allora ospitalità nella famiglia indica l’attitudine a saper accogliere le attese, i desideri, le intuizioni del coniuge, dei figli, del genitore, vincendo il facile atteggiamento di banalizzazione o di opposizione.

Quando in una famiglia l’uomo ospita la donna, quando i genitori ospitano i figli, e quando i figli ospitano i genitori, si crea un’atmosfera così viva di stima e di ascolto che permette alle persone di sentirsi amate e stimate e quindi dî avere il coraggio di vivere questa ospitalità nei riguardi di avvenimenti, idee, differenze di cultura. Questo è un passo sicuro verso la santità.

 

padre Cesare Giulio IMC

 

Domande per la Revisione di Vita

·        Che parte ha il momento dell’intimità e quello dell’apertura, nella nostra famiglia e nella mia vita? Sono ben equilibrati per farmi/farci crescere?

·        Quanto so “ospitare” l’altro (il coniuge, il figlio, il collega, la suocera...)? Riesco a vederlo con occhi nuovi, senza preconcetti e giudizi? Oppure tendo ad assorbire, usare l’altro?

Brani per la Lectio Divina

  • Genesi 19, 1-29 (Lot ospita gli angeli);
  • Luca 10, 38-42 (Marta e Maria).
Pagina 2 di 18

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito

news

per contattarci: 

info@dimensionesperanza.it