Sabato, 20 Ottobre 2018
Maurizio Zago

Maurizio Zago

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"Come incarnare la fede nel mondo che cambia"

  • È difficile, oggi, nella cultura moderna, diventare cristiani e, per chi già lo è, testimoniare la propria fede
  • L’individualismo e il pluralismo come segni distintivi della società odierna e come sfida per la fede
  • La fede è innanzitutto un’interruzione della banalità del quotidiano da riempire con alcuni convinti "Sì" al Dio della vita, unico santo e che prende le parti degli impoveriti e dei sofferenti

Il sociologo tedesco Franz-Xavier Kaufmann ha formulato a mo’ di tesi le condizioni dell’essere e divenire cristiani nel contesto della nostra società in costante modernizzazione nei tre punti seguenti: 1) è difficile diventare cristiani nella cultura moderna; 2) è difficile nel contesto attuale vivere e comportarsi da cristiani; 3) se anche qualcuno riesce a far effettivamente valere la propria fede cristiana, diventa un elemento di disturbo per l’ambiente in cui vive. Le riflessioni che seguono tentano di analizzare la situazione attuale della trasmissione della fede e le possibili prospettive tenendo come riferimento queste tre tesi.

1. Difficoltà della trasmissione della fede, oggi

Che l’educazione religiosa, nella nostra dimensione culturale, avvenga in condizioni diverse rispetto a quanto capitava due o tre generazioni fa è a tutti coloro (genitori, parroci, insegnanti di religione, ecc.) che tentano di svolgere questo compito un’esperienza fin troppo nota. Sarebbe però precipitoso assumere, o farsi attribuire, questa situazione come un fallimento personale. Certo, l’agire personale necessita sempre di un esame di coscienza autocritico. Ma oggi sull’educazione religiosa – come d’altra parte sull’educazione in generale – influisce anche (e in misura molto massiccia) una serie di fattori strutturalmente condizionati che solo con difficoltà possono essere governati e controllati a livello individuale.

Nell’ambito della sociologia sono pertanto divenuti usuali due concetti che di seguito saranno brevemente esaminati con riferimento alle loro implicazioni e conseguenze di pedagogia religiosa.

-Individualismo: questo termine designa – parlando per paradossi – la forma di socializzazione adeguata alle condizioni sociali e culturali del presente. Si tratta di un processo nel quale il singolo, diversamente da ciò che avveniva un tempo, è ampiamente abbandonato a se stesso. Nella nozione tradizionale, socializzazione significa crescere negli usi consolidati di una società, prendere confidenza con se stessi e farli propri. Il corso che la socializzazione doveva di volta in volta prendere era determinato dalle condizioni in cui si cresceva; di regola, si rimaneva nello stato sociale in cui si era nati. Avevano notevole forza anche quei contesti culturali (o sub-culturali) che erano caratterizzati da una grande omogeneità per quanto riguarda le visioni del mondo e l’etica di vita. Uno di questi grandi contesti sociali, che fino alla metà di questo secolo possedeva ancora una grande importanza per la socializzazione, era il contesto cattolico. L’educazione religiosa, nella sua variante cattolica, funzionava ampiamente da socializzazione di questo contesto che abbracciava l’individuo dalla culla alla tomba. Qualcosa di simile avveniva d’altra parte, alla fine del diciannovesimo secolo, con il movimento socialista operaio.

: questo termine designa – parlando per paradossi – la forma di socializzazione adeguata alle condizioni sociali e culturali del presente. Si tratta di un processo nel quale il singolo, diversamente da ciò che avveniva un tempo, è ampiamente abbandonato a se stesso. Nella nozione tradizionale, socializzazione significa crescere negli usi consolidati di una società, prendere confidenza con se stessi e farli propri. Il corso che la socializzazione doveva di volta in volta prendere era determinato dalle condizioni in cui si cresceva; di regola, si rimaneva nello stato sociale in cui si era nati. Avevano notevole forza anche quei contesti culturali (o sub-culturali) che erano caratterizzati da una grande omogeneità per quanto riguarda le visioni del mondo e l’etica di vita. Uno di questi grandi contesti sociali, che fino alla metà di questo secolo possedeva ancora una grande importanza per la socializzazione, era il contesto cattolico. L’educazione religiosa, nella sua variante cattolica, funzionava ampiamente da socializzazione di questo contesto che abbracciava l’individuo dalla culla alla tomba. Qualcosa di simile avveniva d’altra parte, alla fine del diciannovesimo secolo, con il movimento socialista operaio.

Questa situazione sociale si è poi radicalmente modificata a seguito di quel processo di modernizzazione che ha sempre più coinvolto tutti gli ambiti sociali. La modernizzazione nel senso della costante accelerazione di innovazioni tecniche e, conseguentemente, sociali può in un certo qual modo essere equiparata al venir meno alla tradizione; per il programma dell’età moderna le tradizioni sono infatti un peso superfluo e gravoso. Tutto ciò ripercuote nell’incalcolabile erosione del contesto sociale tradizionale.

Ora, per il singolo ciò significa crescere senza l’eredità – in parte rassicurante, in parte opprimente – dei contesti precedenti, essere libero di prendere in mano la propria vita e di gestirsela autonomamente. Questo essere rimandato a se stesso, questa nuova conseguita libertà è un punto di non ritorno. Anche quando il singolo decide di aderire ad un determinato gruppo e di conformare la propria vita secondo le regole e i valori di quel gruppo, di tratta pur sempre di una decisione liberamente assunta.

- Pluralismo: un segno distintivo della società moderna è il fatto che essa – condizionata da quell’individualismo che a sua volta contribuisce a promuovere – non conosce più una gerarchia unitaria di concezioni, valori e comportamenti generalmente condivisi, bensì una pluralità di stili di vita e di modelli valoriali che li incarnano. In essa, al di sotto di una soglia-limite di delitti percepiti come criminosi, tutto è possibile e permesso. Le concezioni di valore più diverse stanno le une accanto alle altre e nessuna può accampare per sé il diritto di una priorità normativa. Si aggiunga che le culture, finora ampiamente distinte le une dalle altre, sono per mezzo delle migrazioni e del turismo sospinte a incontrarsi sempre più. La società è divenuta multiculturale. È evidente che in questo modo le possibilità del singolo di trovare un proprio orientamento si sono sensibilmente modificate; e si comprende anche come non necessariamente l’orientamento, una volta conseguito, possa essere mantenuto per tutto il corso della vita.

: un segno distintivo della società moderna è il fatto che essa – condizionata da quell’individualismo che a sua volta contribuisce a promuovere – non conosce più una gerarchia unitaria di concezioni, valori e comportamenti generalmente condivisi, bensì una pluralità di stili di vita e di modelli valoriali che li incarnano. In essa, al di sotto di una soglia-limite di delitti percepiti come criminosi, tutto è possibile e permesso. Le concezioni di valore più diverse stanno le une accanto alle altre e nessuna può accampare per sé il diritto di una priorità normativa. Si aggiunga che le culture, finora ampiamente distinte le une dalle altre, sono per mezzo delle migrazioni e del turismo sospinte a incontrarsi sempre più. La società è divenuta multiculturale. È evidente che in questo modo le possibilità del singolo di trovare un proprio orientamento si sono sensibilmente modificate; e si comprende anche come non necessariamente l’orientamento, una volta conseguito, possa essere mantenuto per tutto il corso della vita.

Volendo ricavare da queste riflessioni alcune prime conseguenze in merito alla trasmissione della fede possiamo osservare un duplice fenomeno: per un verso, le fede diventa sempre più questione di una decisione consapevole e soggettiva; per altro verso, la fede si trova non solo in un contesto di visioni del mondo orientate in senso pluralistico, ma, nella misura in cui anch’essa viene vissuta e fatta propria a livello individuale, tende essa stessa a pluralizzarsi nelle varie forme in cui si esprime.

Norbert Mette

"Famiglia domani" 4 / 99

 

La "crisi di fede" dei figli

(Seconda parte)

COME PORGERE L’AIUTO NECESSARIO AL FIGLIO "IN CRISI"

La ricerca personale di Dio, con gli alti e bassi dell’esperienza vissuta ogni giorno, può certamente aiutare i genitori a saper porgere l’aiuto necessario al figlio in crisi. Come?

Penso sia opportuno, anzi necessario:

  • Ascoltare con interesse e attenzione, senza preconcetti e senza dare subito giudizi e risposte categoriche;
  • Sforzarsi, con pazienza attiva, di comprendere, comprendere, comprendere (cioè mettersi nella mentalità dell’altro, senza peraltro rinunciare alle nostre idee e convinzioni buone e legittime;
  • Non imporre mai, ma proporre con delicatezza (e furbizia positiva che ci viene dalla esperienza), motivando tali proposte;
  • Aver fiducia nelle capacità potenziali di ciascuno;
  • Pregare con intensità e perseveranza ("Spirito Santo, aiutaci"), credendo fermamente a quel che ci ricorda più volte la Bibbia: ciò che è impossibile all’uomo è possibile a Dio.

Ritengo che queste siano le modalità migliori per mettere in sintonia col figlio, per suggerirgli la visione delle cose che gli succedono, in un’ottica non soggettiva e solo contingente, ma con una oggettiva e reale valutazione che tenga conto dell’eternità: ciascuno di noi ci sarà per sempre; ciascuno di noi è unico e irripetibile, chiamato a realizzare un progetto personale di Dio.

MAI CONSIDERARSI DEI GENITORI FALLITI!

Per quanto concerne la tristezza, le delusioni, le paure, la sensazione di aver fallito come genitori, ci confortano e rassicurano le parole di Gesù ai Suoi discepoli: "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede…Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, ve l’avrei detto" (Gv 14, 1-2).

Forse, nelle esperienze della nostra vita, qualche volta abbiamo pensato di dare il primato dell’attenzione educativa all’una o all’altra delle tre virtù teologali: a volte ci è parsa più importante la fede, a volte abbiamo ritenuto più necessaria la speranza, a volte ci ha più affascinato la carità. Ognuna di queste virtù, che dobbiamo esercitare dopo averle ricevute nella loro potenzialità come doni nei Sacramenti, è invece strettamente intrecciata alle altre, perché tutte vengono da Dio e ci riconducono a Lui.

Non c’è, dunque, motivo di avvilirsi, né di cessare di impegnarsi, in caso di crisi dei nostri figli: "Anche chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi" (Gv 14, 12).

Paolo Tolomelli

"Famiglia domani" 4 / 99

 

La "crisi di fede" dei figli

(Prima parte)

IL PROBLEMA

In quest’ultimo decennio ho constatato un netto aumento di frequenza di casi di genitori che mi hanno consultato per sintomi clinici, apparentemente di natura medica (dispepsie, insonnia, cefalee, ecc.) ma di cui gli stessi interessati, senza nemmeno molta fatica e senza l’aiuto dello "specialista", avevano spesso già individuato l’eziopatogenesi, cioè le cause profonde e le modalità di insorgenza.

Ho sentito, non di rado, frasi del tipo: "Nostro figlio non prega più…si rifiuta di andare a Messa…ha deciso di iniziare una convivenza…" e così via; con la solita domanda conclusiva: "Cosa possiamo fare?". Quasi sempre ciò provoca nei genitori delusione, tristezza, sensazione di fallimento educativo. In questi casi è ovvio che, per "guarire", non servono prescrizioni farmacologiche (se non sintomatiche e palliative), né psicoterapie.

VERIFICARE LA NOSTRA FEDE PER EDUCARE ALLA FEDE

Sono convinto che, prima di parlare di "crisi di fede" nei figli, sia necessario verificare se noi genitori crediamo in modo autentico e vivo, per riuscire a educarli alla fede.

Già nei bambini si possono manifestare difficoltà, poiché anche in età infantile possono presentarsi problemi esistenziali: "Chi sono? Da dove vengo? Perché è morta la nonna? Dove si va quando si muore?". Affiora in tali domande l’opportunità di far intendere la sostanza della fede, come una "storia" bella e vera: la loro storia d’amore è il primo approccio alla fede, cioè un grandissimo dono di Dio.

Sarà quindi utile una precisazione, che ci aiuterà sempre lungo il corso della nostra vita, sia personale che relazionale: la fede è un dono; la fede è una virtù.

Il dono ci viene dato da Dio, ma attraverso gli altri, in primis i genitori e anche le figure significative per il bambino (nonni, insegnanti, amici: la comunità che gli è intorno). Il "pacco regalo" è nel battesimo, il cui contenuto potrà venire evidenziato dalle suddette persone. Allora il bambino comincerà a introiettare Dio come padre datore di ogni bene, come Egli stesso ha voluto rivelarsi nel Suo dialogo con l’uomo.

LE COORDINATE E L’ORIZZONTE DI UN CAMMINO DI FEDE

I due misteri principali della fede (1° Unità e Trinità di Dio; 2°Incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù), unitamente ai due sintetici massimi comandamenti (1° Amerai Dio con tutto il tuo cuore…con tutte le tue forze; 2° Amerai il tuo prossimo come te stesso), saranno poi le coordinate entro le quali potrà svolgersi il cammino di ogni persona.

Sarà un cammino facile, se il bambino che lo intraprende si sentirà amato, cioè compreso, orientato, spronato, aiutato dalle persone che ama. Nell’amore degli altri, nella bellezza e nella positività delle cose, delle fantasie, dei progetti, delle sensazioni, delle contemplazioni che gli adulti gli sapranno offrire, non sarà per lui difficile scorgere un segno dell’amore di Dio e credere che lui stesso è un dono meraviglioso per i suoi famigliari e per gli amici.

La fede, in quanto dono, va continuamente offerta, in maniera che il bambino/ragazzo impari e sperimenti una vita in pienezza, così che tutto sia vissuto per la gloria di Dio (cf 1 Cor 10,31). Tener presente sempre che questa tensione ideale non è facile per bambini e adulti; ci aiutano, però, alcuni appuntamenti fissi come l’offerta della giornata mediante la preghiera del mattino e il ringraziamento alla sera con l’offerta del riposo notturno.

Da queste riflessioni scaturisce che vivere la fede non può essere solo un’esperienza personale, ma un’esperienza comunitaria: dono continuo di Dio all’uomo anche mediante l’intervento della comunità cristiana a vari livelli.

La fede come virtù è necessaria quando sorgono le difficoltà, quando intervengono le crisi, quando si è colti dalle disgrazie, dal dolore.

Paolo Tolomelli

"Famiglia domani" 4 / 99

 

SPIRITUALITA’ … A DUE PIAZZE

Parlare del maschile e del femminile è tornare all’origine della Creazione per capire quale dignità e ricchezza è stata data alla coppia; la coppia è, infatti, "espressione" della Trinità e il matrimonio è un modo scelto da Dio per "farsi conoscere".

L’evangelizzazione si fonda sulla Parola annunciata e testimoniata, ma c’è una "Parola" che esiste da sempre, da quando Dio creò l’uomo e la donna, non può, quindi, essere trascurata.

Compito concreto per tutte le famiglie cristiane, allora, è quello di avere coscienza di essere "Parola di Dio", di andare e annunciare!

L’identità maschile e femminile in relazione è annuncio buono.

Alla coppia è chiesto di vivere l’essere maschio e femmina così intensamente da testimoniare ciò che Dio ha detto della prima coppia al termine della creazione: "è cosa molto buona". Essa sarà annuncio leggibile a tutti.

Se, inoltre, frequentate il gruppo parrocchiale, gli incontri zonali o diocesani, le associazioni, … è perché c’è in voi il desiderio di Dio che è relazione/Trinità. Il desiderio di un cammino umano-spirituale intenso è il primo passo per essere introdotti nel mistero di Dio che continuamente ci chiama ad essere amore/comunione/relazione/dono.

Negli incontri, talvolta, potrà capitarvi di non capire tutto, sarà sufficiente, e in ogni caso una grande ricchezza, ascoltare, riflettere e lasciar nascere in voi il desiderio concreto di modificare qualche aspetto della vostra relazione di coppia. Solo allora avrete capito veramente, la grazia vi abiterà e illuminerà. Capire vuol dire, infatti, mettere in moto un meccanismo di crescita, di novità, di vita.

A voi mariti far "rinascere" vostra moglie ogni giorno, farla "bella", dare spazio alla sua sensibilità e femminilità, renderla "splendente".

A voi mogli "partorire" i vostri mariti prima dei vostri figli. Far emergere la loro originalità, accompagnarli con tenerezza, senza costringerli ad indossare "camicie strette". Datevi alimento l’uno l’altro: scaturirà la bellezza dell’originalità di ciascuno di voi.

Ciascuno porti a casa da ogni incontro ciò che il Signore gli ha dato di capire, nella certezza che lo Spirito Santo è con lui. Dio è un padre che porta a compimento ciò che ha iniziato, che è fedele alla sua promessa.

Se voi ascoltate Dio che è in voi come singoli e come coppie, state certi che Egli continuerà a farsi sentire e ad indicarvi la strada.

Mons. Renzo Bonetti

("Gruppi Famiglia")

 

LA BIBBIA "SECONDO GLI SPOSI"

Diventare sposi dentro un continuo cammino di umanità e di fede

Quando mi è stato proposto questo tema ho pensato: qui c’è un errore perché io parlerò degli sposi "secondo la Bibbia". Ma riflettendoci mi sono accorto che questo tema ci porta molto vicino a quello che è il contenuto più profondo della Bibbia: il tema dell’Alleanza.

La Bibbia "secondo gli sposi" allora è un buon titolo perché ci dice che forse non c’è esperienza più grande e più bella di quella degli sposi, proprio perché ci aiuta a comprendere la Bibbia.

DIO SI PRESENTA COME LO SPOSO

Quando Dio ha voluto parlare di sé si è servito dell’immagine delle nozze.

Questo indica l’importanza straordinaria dell’esperienza matrimoniale.

L’alleanza tra Dio e il suo popolo nasce quando Dio appare a Mosè e lo invita ad andare dal Faraone con quel messaggio: "lascia partire il mio popolo".

Quando leggiamo questo brano pensiamo che per Israele molti concetti su Dio fossero già acquisiti ma questo non è vero: Genesi infatti è stato scritto molto dopo l’esperienza di Esodo.

Il primo incontro di Israele con Dio è avvenuto in un modo che assomiglia moltissimo al modo con cui voi vi siete innamorati dell’altro.

Solo dopo, riflettendo sull’esperienza di Esodo, Israele ha compreso che il Dio che lo aveva liberato "con mano potente e braccio teso" non poteva che essere anche il Creatore e Signore del cielo e della terra, il Signore dell’umanità ed il suo Giudice.

ISRAELE SI E’ FIDATO DI DIO

Non è successa la stessa cosa anche a voi? Avete capito chi era l’altra persona solo dopo averne fatto esperienza, dopo esservi fidati dell’altro.

Israele era stato credente ma si era dimenticato del Signore, non lo conosceva più. Dio si manifesta a Mosè perché "Il popolo era messo male, schiavo degli Egiziani e condannato allo sterminio". Questo popolo allora ha gridato la propria disperazione verso nessuno. Anche l’innamoramento è una specie di grido che nasce da un bisogno, il bisogno di sentire la propria vita confusa con la vita di un altro. Che cosa strana: uno sconosciuto si è accostato a voi e voi avete accettato la sfida e vi siete lasciati coinvolgere. Nel coinvolgimento avete scoperto, nella scoperta avete amato, nell’amore avete deciso.

IMPARARE A FARE MEMORIA

Se Dio ha incontrato l’uomo così e noi ci siamo incontrati così, vuol dire che in quella esperienza iniziale che ci ha fatti diventare marito e moglie è nascosta una verità importantissima che abbiamo il dovere di coltivare attraverso la memoria.

Sarebbe interessante domandare, soprattutto alle coppie che hanno difficoltà, se si ricordano quanto bene stavano all’inizio. Sarebbe interessante chiedere quanto il ricordo di quei momenti li stia accompagnando nelle scelte attuali.

E’ importante allora scoprire che il modo con cui Dio ci incontra è quello di un Dio ignoto, che si incontra con noi allo stesso modo con cui noi ci siamo incontrati con la persona con la quale viviamo. Questo dovrebbe diventare, se ci riusciamo, una delle spinte fondamentali per far crescere la nostra vita di coppia, quando questa rischia di inciampare.

ASCOLTARE IL GRIDO DELL’ALTRO

Gli Israeliti lanciano il loro grido di disperazione perché si trovano in una condizione doppiamente difficile: sono stranieri e sono schiavi.

In queste condizioni, senza identità e sentendosi strumento degli Egiziani, Israele non ha altra possibilità di espressione che il gemito, l’invocazione.

Sarebbe bene chiederci l’un l’altro se ultimamente, dentro la vita di coppia è successo che attraverso un gesto, un atteggiamento, una porta sbattuta…qualcuno ha gridato per chiedere aiuto, perché si sentiva senza identità. In questi casi quello che conta non è la richiesta rivolta all’altro ma la richiesta in se stessa. Come risponde Dio? "Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo, con Giacobbe,… guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero". Il grido salì a Dio e Dio lo ascoltò.

L’ascolto: quando uno grida io devo essere là, non fare finta di niente e aspettare che gli passi.

: quando uno grida io devo essere là, non fare finta di niente e aspettare che gli passi.

Si ricordò della sua alleanza, si ricordò dell’impegno che si era preso.

della sua alleanza, si ricordò dell’impegno che si era preso.

Anche noi abbiamo preso un impegno "fedele (cioè al fianco), nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti per tutti i giorni della mia vita". Si tratta allora di ricordarci dell’entusiasmo iniziale, di quella donna o di quell’uomo con cui all’inizio abbiamo scommesso di condividere tutta la vita. E da qui scaturisce l’ultima frase: "e se ne prese cura". E’ il ricordo dell’alleanza che fa scoprire quanto dolorosa è questa frattura, dovuta non tanto alla dimenticanza di Dio ma alla dimenticanza del popolo. Perché il paradosso è che, a volte, le cose non vanno male a causa di chi si lamenta, ma vanno male a causa di chi si dimentica. Quando incominciate a star male provate a fare memoria, se in quel momento ve lo ricorderete.

PRENDERSI CURA: L’ALLEANZA

Dio si prende cura del suo popolo, si mette al suo fianco, fa con lui un’alleanza.

L’alleanza descritta in Esodo ricalca il modello dei trattati politici stipulati in ambiente ittita o neo-assiro, tra il sovrano e il vassallo e si fonda su tre punti: la storia dei benefici passati, l’impegno a rispettare alcuni obblighi, l’eventuale premio o castigo. Vediamo in breve questi punti.

Storia dei benefici passati: "Il Signore ci fece uscire dall’Egitto…spargendo terrore e operando segni e prodigi e ci condusse in questo luogo dove scorre latte e miele".

"Il Signore ci fece uscire dall’Egitto…spargendo terrore e operando segni e prodigi e ci condusse in questo luogo dove scorre latte e miele".

Dio si compromette in prima persona e di qui hanno origine le piaghe d’Egitto, il passaggio del mar Rosso, la manna nel deserto, l’acqua che scaturisce dalla roccia.

Anche noi, di fronte ad una difficoltà di coppia decidiamo di impegnarci. Perché a volte non serve a niente? Perché ci impegniamo per la nostra tranquillità. L’impegno nasce dal disturbo che ci crea l’altro, non dall’averlo ascoltato. L’intervento diventa forte e miracoloso solo se nasce dall’ascolto, dal ricordo, dal comprendere e dal farsi carico. Amare significa vivere un rapporto, una scelta, un impegno non perché ho avuto prima ma perché spero poi. Che cosa? Che l’altro stia meglio, sia felice, che mi riempia la vita con la sua serenità e felicità.

CRESCERE NELLA PATERNITA’

Quali sono le esigenze di questa alleanza? Che ogni uomo esca dalla sua disperazione e diventi capace di relazione consolante e gratuita con gli altri. Il modo che ha Dio di amare non si basa tanto sulla reciprocità quanto sulla estensibilità. Dio non mi vuol bene solo perché io gli voglia bene, Dio mi vuol bene soprattutto perché io voglia bene agli altri, Dio ci invita alla "fraternità".

Nella coppia il marito dovrebbe essere felice che il suo voler bene alla moglie la aiuta a voler bene ai figli e viceversa. Un genitore non deve lavorare perché i figli gli dicano: quanto ti voglio bene, ma perché i figli si vogliano bene tra loro.

Noi purtroppo sovente facciamo il bene mettendo in conto cosa ci attendiamo dall’altro. Così capita che non capiamo che l’altro ha tentato di risponderci in mille modi diversi, ma purtroppo non nel modo che noi ci aspettavamo.

Per questo è importante coltivare la riconoscenza.

SAPER DIRE GRAZIE

Quello che Dio si aspetta da noi, a fronte del suo amore gratuito, è la capacità di riconoscere il dono, di ringraziarlo.

Quante volte diciamo "grazie"? Forse a casa nostra non lo si dice da anni. La riconoscenza non è qualcosa che il donatore esige ma è imposta dal dono.

Se non dici grazie quello per te non era un regalo, ma qualcosa che ti era dovuto. La disabitudine a dire grazie ha reso i rapporti di coppia pesanti e faticosi. E’ il dono che reclama il grazie, non il donatore.

Spero di aver suscitato in voi, con queste riflessioni, il desiderio di rimettere in moto un rapporto grande con la persona che vi sta vicino, il desiderio di farlo crescere sempre di più.

Don Mariano Maggiotto

("Gruppi Famiglia")

Giovedì 11 Novembre 2004 22:36

LA NUZIALITA’ (Don Giorgio Mazzanti)

 

LA NUZIALITA’ ILLUMINA E ORIENTA LA PASTORALE

L’esperienza coniugale e l’esperienza sacerdotale a confronto

Gesù per 30 anni non ha fatto "nulla"; la sua vita pubblica, secondo Giovanni, è durata poco più di due anni; nei suoi discorsi pare non abbia usato più di 620 vocaboli, se vivesse oggi forse avrebbe difficoltà a capire il telegiornale! Ma allora…

Gesù Cristo è davvero il salvatore di tutti?

Rileggendo la sua storia, si vede che sceglie solo dodici apostoli e, al di fuori di questa cerchia, ha pochi amici: Marta, Maria e Lazzaro, la Maddalena. Come mai si è circondato di un così piccolo gruppo di persone? Che indicazione dobbiamo trarre?

Cristo ha scelto di vivere in pienezza e in profondità solo alcuni rapporti interpersonali perché solo un rapporto veramente autentico può essere universale.

Un’apertura vagamente generica verso tutti, in fondo, è come tradire tutti.

Cristo non ha fatto altro che importare sulla terra il mistero trinitario che Lui viveva. Il Dio di Gesù Cristo non è una deità vaga, ma neanche una pluralità molteplice; sono tre Persone che possono dire: noi insieme.

Allora, se la Chiesa è radicata nella Trinità, non può che essere una comunità in relazione; non di certo una mera gestione di servizi; così come essere sposati non è una semplice questione di mestiere.

Come la prima comunità cristiana

Che cosa ha fatto la prima comunità ecclesiale? Ha capito di dover vivere come una comunità familiare, come quella che Gesù aveva creato.

Notate che, in tutte le epoche di crisi, la Chiesa ritorna al modello apostolico.

Non esiste un vero rinnovamento ecclesiale se non si incomincia a vivere una vita davvero familiare, i soli programmi pastorali non bastano!

Dobbiamo deciderci non solo a far diventare la famiglia piccola Chiesa, ma a far diventare la Chiesa grande famiglia di Dio.

Se capissimo questo e lo realizzassimo si produrrebbe davvero una svolta epocale nella storia della Chiesa!

Non ci si può quindi perdere in piccole cose: un marito non si arrabbia se c’è troppo sale nella minestra.

Quando arriviamo a sciocchezze simili, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona tra noi.

Lo stesso vale in parrocchia: quando ci perdiamo nelle discussioni, ci offendiamo per niente vuol dire che non cresciamo più.

I cristiani non fanno nulla di eccezionale, di diverso dagli altri, ma sono "una cosa sola".

Ciò è possibile solo per opera dello Spirito Santo. Guai se la Chiesa dimentica lo Spirito Santo! Se in un matrimonio viene meno la vivacità dell’amore, si può escogitare di tutto, ma la relazione non funziona più!

Un nuovo stile di sacerdozio

Ora proviamo a fare una lettura in chiave nuziale, sponsale di alcuni passi delle Lettere di Paolo perché ci permette di vivere diversamente il nostro essere Chiesa.

Chi è il sacerdote, il vescovo, l’apostolo? Non certo uno che sfrutta la propria autorità: "E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo" (1 Ts 2,6).

Il sacerdote è qualcuno che si mette al servizio: "siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre ed ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Cristo, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari" (1 Ts 2,7-8).

Se il sacerdote non prova questi sentimenti è solo un mercenario. Deve cambiare il rapporto tra il sacerdote e la sua gente; bisogna essere veri!

Siamo tutti fratelli

E’ molto bello che S. Paolo, mentre si sente padre e madre nei confronti dei suoi, li chiama in continuazione "fratelli": "Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di vedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo" (v 17).

Non deve essere questo il rapporto tra moglie e marito, tra genitori e figli? Nella lontananza desiderare di rivedere il volto dell’amato!

Uno è davvero prete, o anche solo catechista se istintivamente la sera prega per quelli che ha visto, incontrato durante il giorno. Se uno non prega mai vuol dire che è diventato un mestierante.

In un’altra occasione Paolo implora: "Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato" (2 Cor 7,2).

Una tentazione in cui può incorrere il prete: contare quanti soldi ha raccolto durante le messe, la domenica sera!

E insiste: "Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e per vivere insieme" (v 3). Un prete dovrebbe arrivare, come un genitore, a dare la vita per i propri parrocchiani che sono la sua famiglia.

"Sono molto franco con voi ed ho molto da vantarmi di voi" (v 4). Se un sacerdote diventasse, come un padre ed una madre, appassionato della sua gente, le parrocchie cambierebbero già domattina.

Cambiare società e chiesa

Allora l’unico rimedio è imparare a volersi bene anche se non è facile. Questa difficoltà reale è ripresa in alcuni detti popolari come: "fratelli-coltelli" oppure: "parenti-serpenti". Bisognerebbe veramente riuscire a cambiare il tipo di società in cui viviamo e, insieme, anche il tipo di chiesa.

Può un genitore dire male dei propri figli? No! E allora perché sparlate sempre dei vostri preti, o il prete sparla sempre della sua gente?

Questo non vuol dire nascondere i difetti, ma vuol dire amare ancora di più: "Se tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo tra te e lui solo" (Mt 18,15).

Ma di solito succede il contrario, l’interessato è sempre l’ultimo a sapere che si sparla di lui; e qualcuno si sente zelante perché è andato a parlar male di un confratello al vescovo; ma questa è una carognata, non zelo!

Segni dell’amore di Dio

Paolo ai Galati scrive così: "mi avete accolto come un angelo di Dio" (Gal 4,14b). In un prete non conta tanto la bravura, quanto capire che Dio si serve di lui per far conoscere agli altri l’amore di Dio. Ha capito che, nella sua vita di prete, deve superare, seppur con fatica, l’ostentazione di se stesso per diventare ostensione di Lui. Questo vale per tutti, non solo per il prete.

Paolo aggiunge: "Vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli" (v 15b). Questo è il rapporto cui si deve arrivare tra un sacerdote e la sua comunità, e viceversa.

E’ questo un concetto che anche Paolo ribadisce ai Corinzi: "Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo" (1 Cor 4,15). Pedagogo è l’educatore ma bisogna essere qualcosa di più. Un prete è maturo quando si accorge di essere diventato padre della propria gente.

Allora il suo sacerdozio cambia, non è più permaloso, se mai soffre, perché un papà non fa il permaloso con i figli, vorrebbe dire che è ancora bambino come loro.

Il mistero della nuzialità

Il sacerdote, che rappresenta nella Chiesa l’atteggiamento sponsale del Cristo, è chiamato a comunicare ai suoi lo stesso identico ministero.

Le coppie non andrebbero più in crisi se veramente interiorizzassero che il loro volersi bene prelude ad un ben altro sposalizio; le tenerezze, le coccole, l’unione fisica acquisterebbero un altro spessore, se le coppie comprendessero che il corpo dell’altro è destinato alla resurrezione, se capissero che le loro carezze non sono poi così diverse dal gesto con cui Dio ha plasmato il corpo dell’Uomo e della Donna. Pensate: una carezza che crea, capace di plasmare l’altro!

Allora ci accorgeremmo che il mistero della nuzialità è il cuore segreto e ultimo di tutto e allora, sacerdoti e sposati, potremmo diventare luce l’uno per l’altro.

Come si è svolta da questo momento in poi la vita della Chiesa?

Sicuramente nelle case, come aveva fatto Gesù. La chiesa ha cominciato a prendere volto nella casa, e certamente la famiglia che l’abitava non era la famiglia mononucleare di oggi, ma una famiglia allargata che diventava così il primo volto della famiglia di Dio.

Don Giorgio Mazzanti

("Gruppi Famiglia")

("Gruppi Famiglia")

Gesù per 30 anni non ha fatto "nulla"; la sua vita pubblica, secondo Giovanni, è durata poco più di due anni; nei suoi discorsi pare non abbia usato più di 620 vocaboli, se vivesse oggi forse avrebbe difficoltà a capire il telegiornale! Ma allora…

Gesù Cristo è davvero il salvatore di tutti?

Rileggendo la sua storia, si vede che sceglie solo dodici apostoli e, al di fuori di questa cerchia, ha pochi amici: Marta, Maria e Lazzaro, la Maddalena. Come mai si è circondato di un così piccolo gruppo di persone? Che indicazione dobbiamo trarre?

Cristo ha scelto di vivere in pienezza e in profondità solo alcuni rapporti interpersonali perché solo un rapporto veramente autentico può essere universale.

Un’apertura vagamente generica verso tutti, in fondo, è come tradire tutti.

Cristo non ha fatto altro che importare sulla terra il mistero trinitario che Lui viveva. Il Dio di Gesù Cristo non è una deità vaga, ma neanche una pluralità molteplice; sono tre Persone che possono dire: noi insieme.

Allora, se la Chiesa è radicata nella Trinità, non può che essere una comunità in relazione; non di certo una mera gestione di servizi; così come essere sposati non è una semplice questione di mestiere.

Come la prima comunità cristiana

Che cosa ha fatto la prima comunità ecclesiale? Ha capito di dover vivere come una comunità familiare, come quella che Gesù aveva creato.

Notate che, in tutte le epoche di crisi, la Chiesa ritorna al modello apostolico.

Non esiste un vero rinnovamento ecclesiale se non si incomincia a vivere una vita davvero familiare, i soli programmi pastorali non bastano!

Dobbiamo deciderci non solo a far diventare la famiglia piccola Chiesa, ma a far diventare la Chiesa grande famiglia di Dio.

Se capissimo questo e lo realizzassimo si produrrebbe davvero una svolta epocale nella storia della Chiesa!

Non ci si può quindi perdere in piccole cose: un marito non si arrabbia se c’è troppo sale nella minestra.

Quando arriviamo a sciocchezze simili, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona tra noi.

Lo stesso vale in parrocchia: quando ci perdiamo nelle discussioni, ci offendiamo per niente vuol dire che non cresciamo più.

I cristiani non fanno nulla di eccezionale, di diverso dagli altri, ma sono "una cosa sola".

Ciò è possibile solo per opera dello Spirito Santo. Guai se la Chiesa dimentica lo Spirito Santo! Se in un matrimonio viene meno la vivacità dell’amore, si può escogitare di tutto, ma la relazione non funziona più!

Un nuovo stile di sacerdozio

Ora proviamo a fare una lettura in chiave nuziale, sponsale di alcuni passi delle Lettere di Paolo perché ci permette di vivere diversamente il nostro essere Chiesa.

Chi è il sacerdote, il vescovo, l’apostolo? Non certo uno che sfrutta la propria autorità: "E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo" (1 Ts 2,6).

Il sacerdote è qualcuno che si mette al servizio: "siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre ed ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Cristo, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari" (1 Ts 2,7-8).

Se il sacerdote non prova questi sentimenti è solo un mercenario. Deve cambiare il rapporto tra il sacerdote e la sua gente; bisogna essere veri!

Siamo tutti fratelli

E’ molto bello che S. Paolo, mentre si sente padre e madre nei confronti dei suoi, li chiama in continuazione "fratelli": "Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di vedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo" (v 17).

Non deve essere questo il rapporto tra moglie e marito, tra genitori e figli? Nella lontananza desiderare di rivedere il volto dell’amato!

Uno è davvero prete, o anche solo catechista se istintivamente la sera prega per quelli che ha visto, incontrato durante il giorno. Se uno non prega mai vuol dire che è diventato un mestierante.

In un’altra occasione Paolo implora: "Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato" (2 Cor 7,2).

Una tentazione in cui può incorrere il prete: contare quanti soldi ha raccolto durante le messe, la domenica sera!

E insiste: "Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e per vivere insieme" (v 3). Un prete dovrebbe arrivare, come un genitore, a dare la vita per i propri parrocchiani che sono la sua famiglia.

"Sono molto franco con voi ed ho molto da vantarmi di voi" (v 4). Se un sacerdote diventasse, come un padre ed una madre, appassionato della sua gente, le parrocchie cambierebbero già domattina.

Cambiare società e chiesa

Allora l’unico rimedio è imparare a volersi bene anche se non è facile. Questa difficoltà reale è ripresa in alcuni detti popolari come: "fratelli-coltelli" oppure: "parenti-serpenti". Bisognerebbe veramente riuscire a cambiare il tipo di società in cui viviamo e, insieme, anche il tipo di chiesa.

Può un genitore dire male dei propri figli? No! E allora perché sparlate sempre dei vostri preti, o il prete sparla sempre della sua gente?

Questo non vuol dire nascondere i difetti, ma vuol dire amare ancora di più: "Se tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo tra te e lui solo" (Mt 18,15).

Ma di solito succede il contrario, l’interessato è sempre l’ultimo a sapere che si sparla di lui; e qualcuno si sente zelante perché è andato a parlar male di un confratello al vescovo; ma questa è una carognata, non zelo!

Segni dell’amore di Dio

Paolo ai Galati scrive così: "mi avete accolto come un angelo di Dio" (Gal 4,14b). In un prete non conta tanto la bravura, quanto capire che Dio si serve di lui per far conoscere agli altri l’amore di Dio. Ha capito che, nella sua vita di prete, deve superare, seppur con fatica, l’ostentazione di se stesso per diventare ostensione di Lui. Questo vale per tutti, non solo per il prete.

Paolo aggiunge: "Vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli" (v 15b). Questo è il rapporto cui si deve arrivare tra un sacerdote e la sua comunità, e viceversa.

E’ questo un concetto che anche Paolo ribadisce ai Corinzi: "Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo" (1 Cor 4,15). Pedagogo è l’educatore ma bisogna essere qualcosa di più. Un prete è maturo quando si accorge di essere diventato padre della propria gente.

Allora il suo sacerdozio cambia, non è più permaloso, se mai soffre, perché un papà non fa il permaloso con i figli, vorrebbe dire che è ancora bambino come loro.

Il mistero della nuzialità

Il sacerdote, che rappresenta nella Chiesa l’atteggiamento sponsale del Cristo, è chiamato a comunicare ai suoi lo stesso identico ministero.

Le coppie non andrebbero più in crisi se veramente interiorizzassero che il loro volersi bene prelude ad un ben altro sposalizio; le tenerezze, le coccole, l’unione fisica acquisterebbero un altro spessore, se le coppie comprendessero che il corpo dell’altro è destinato alla resurrezione, se capissero che le loro carezze non sono poi così diverse dal gesto con cui Dio ha plasmato il corpo dell’Uomo e della Donna. Pensate: una carezza che crea, capace di plasmare l’altro!

Allora ci accorgeremmo che il mistero della nuzialità è il cuore segreto e ultimo di tutto e allora, sacerdoti e sposati, potremmo diventare luce l’uno per l’altro.

Come si è svolta da questo momento in poi la vita della Chiesa?

Sicuramente nelle case, come aveva fatto Gesù. La chiesa ha cominciato a prendere volto nella casa, e certamente la famiglia che l’abitava non era la famiglia mononucleare di oggi, ma una famiglia allargata che diventava così il primo volto della famiglia di Dio.

Don Giorgio Mazzanti

("Gruppi Famiglia")

("Gruppi Famiglia")

A CHE SERVONO I GRUPPI FAMIGLIA?

Relaziane di Mons. Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta, nell'ambito del convegno organizzato dall'Arcidiocesi di Torino per il ventennale della "Familiaris Consortio" il 24 novembre 2001

Per le giovani coppie, per crescere come sposi, per contare nella società.

Seguendo alcune regole come: garantire le relazioni tra i membri, avere obiettivi

chiari, evitare funzioni terapeutiche, e altro ancora.

LE GIOVANI COPPIE

Le scienze umane ci insegnano che un bambino, quando non vive in contatto con altri uomini, altre donne non si umanizza, non impara a parlare, non riesce ad avere coscienza e consapevolezza di essere un uomo: questa consapevolezza nasce solo se il mio "io" ha rapporti intensi con molti "tu". Anche se in modo analogico, lo stesso si può dire di ogni nuova famiglia. Oggi un uomo e una donna che si sposano possono contare solo in parte sui modelli di relazione offerti dai loro genitori e quindi, se sono persone serie, sono alla ricerca di modelli per capire cosa vuol dire oggi essere marito e moglie, essere famiglia.

Questi modelli non si trovano di solito confrontandosi con i colleghi d'ufficio, i discorsi che si fanno sono per lo più banali (é difficile parlare di cose serie), meno ancora nei programmi o nelle letture offerti dai mass media.

La giovane coppia è un po' come il bambino di cui parlavo all'inizio, è carente di modelli, di riferimenti, stenta a trovare una propria identità.

Anche la coppia ha bisogno di incontrare altre coppie, magari qualcuna più avanti negli anni, altre coetanee, perché solo dal confronto con gli altri riesce a ritrovare se stessa, a scoprire come si può essere sposi nel mondo di oggi.

Quello che la Chiesa insegna sul matrimonio è importante ma rimane teoria se non si incarna in un'esperienza di vita che sia in grado di dare alla coppia consapevolezza di sé; è perciò molto importante che le coppie incontrino altre coppie, in un contesto di chiesa, per godere della ricchezza che deriva dal sacerdozio, dalla paternità e maternità, dalla fraternità e dalla Parola di Dio.

Il Gruppo Famiglia non serve solo per fare qualcosa di utile per gli altri, ma per donare alla coppia un aiuto per essere coppia, nell'oggi, perché non vi sono tante altre possibilità per farlo.

IL GRUPPO E LA COPPIA

L'esperienza che si matura in gruppo è unica, è qualcosa che se incamerata, confrontata, vissuta, permette di migliorare la relazione di coppia.

Quando si ritorna a casa da un incontro di gruppo famiglia si riescono a dire delle cose che non si sarebbero dette se non si fosse fatta vita di gruppo.

Infatti essere gruppo non vuoi dire incontrarsi per dirsi: "come siamo bravi", ma per fare un cammino nella fede; le persone che vi partecipano non devono per forza essere tutte avanti nella pratica religiosa, l'importante è che siano tutte disponibili ad un cammino. Questo cammino dovrebbe servire per capire meglio che cosa vuoi dire essere sposi, essere genitori, essere famiglie cristiane, per accogliere la tradizione e l'insegnamento della chiesa, per fare nostri quei passi della scrittura che ci parlano del rapporto di coppia, a cominciare da quello di Dio per il suo popolo, di Gesù per la sua chiesa, per finire con tutte le coppie, esemplari e non, che la Bibbia ci presenta.

IL RUOLO NELLA SOCIETÀ

Una novità di questo momento storico è data dalla consapevolezza che il gruppo deve anche trasmettere agli sposi la coscienza del ruolo che hanno e che devono rivendicare come coppia e come famiglia nella società contemporanea.

Mi sono convinto, in questi anni, che se le coppie acquisiscono la coscienza del loro ruolo, si associano, possono diventare protagoniste, contribuire davvero a cambiare la cultura ed il mondo in modo positivo. Ma acquisire questa consapevolezza, tradurla in azione, richiede intelligenza, lavoro, impegno ed i gruppi possono essere il luogo dove avviene questa maturazione.

E' necessario allora che i gruppi diventino occasioni di crescita non solo per la coppia ma anche per gli uomini e le donne che li compongono. Gli uomini devono imparare a gestire di più e meglio il sentimento, l'affetto, a parlare di sé, e le donne devono a loro volta condividere con i maschi i grandi progetti, le grandi idealità, sia politiche sia sociali.

TUTTI IN RELAZIONE

Per fare gruppo è necessario che durante l'incontro tutti abbiano la possibilità di parlare. Quando si superano le 15-16 persone non si riesce più a essere gruppo, si finisce per fare una conferenza; può far piacere essere in tanti ma allora non è più un gruppo.

Ribadisco questo perché la caratteristica di un gruppo non é data dal leader, dal trovarsi insieme, dalle idee portanti, ma dalla rete di relazioni che si instaurano al suo interno tra le persone.

Tutti i membri del gruppo devono essere in relazione, ma questo non significa che tutti devono dire la loro, perché ci sono tanti modi di comunicare. Il Gruppo Famiglia dà molta importanza alle relazioni, non forza nessuno, ma fa in modo che tutti, se vogliono, possano parlare.

Questa condizione di fondo deve essere garantita dalla coppia che conduce il gruppo, coppia che non deve essere imposta dall'alto ma deve essere espressione di una scelta fatta all'interno del gruppo.

In quest'ottica il sacerdote non può essere il leader del gruppo ma solo un membro, che dà un apporto specifico su alcuni argomenti di fondo. E' chiamato a portare nel gruppo il suo contributo, ma si rapporta con le coppie su un piano di parità.

CRESCITA, NON TERAPIA

CRESCITA, NON TERAPIA

La natura del Gruppo Famiglia è di essere una comunità di credenti, di persone battezzate e sposate, che, nel confronto con la parola di Dio e nella preghiera, fanno un'esperienza di crescita umana e di fede con un'attenzione particolare a quel dono che le coppie hanno ricevuto: essere sposi nel Signore. Ma il gruppo non è il "paradiso", siamo chiamati a misurarci sempre col peccato, con le incomprensioni, con le piccole gelosie, con qualche ambizione di troppo, e qui le coppie sono chiamate ad aiutarsi a superare i propri limiti, i propri difetti, confidando nella grazia di Dio che opera in ciascuno.

Come il gruppo non deve essere considerato un premio per le coppie "riuscite", così non deve diventare neppure una specie di consultorio.

Ci deve essere, da parte della copia responsabile, la saggezza di cogliere quando una persona sta chiedendo al gruppo qualche cosa che non si può e non si deve chiedere al gruppo, ma che va affrontato nelle sedi specialistiche opportune.

DINAMICHE DI GRUPPO

Ci sono due modi per interpretare il cammino di un gruppo:

il primo è tipico delle scienze umane, che studiano le dinamiche di gruppo, il secondo riguarda il cammino di fede. Per le scienze umane il gruppo, come la singola persona, conosce un momento di nascita molto ricco, la fase dell'apprendimento, l'adolescenza, dove viene messa in discussione l'esperienza fatta, l'utilità di fare gruppo, e in cui a volte il gruppo si scioglie oppure qualcuno lascia, e che, superata, porta alla giovinezza, forte, robusta, cui magari segue un po' d'invecchiamento.

Chi conduce il gruppo, in particolare, deve essere consapevole di questi diversi stadi che il gruppo attraversa, per sostenerlo nei momenti di crisi, per smorzare gli eccessivi entusiasmi, per cogliere sempre il senso del quotidiano.

In un ottica di fede il gruppo fa crescere nella consapevolezza di essere figli di Dio, di essere cristiani, di essere sposi, e di considerare la Parola di Dio come un messaggio da cogliere e che salva.

CHIAREZZA DI OBIETTIVI

il gruppo può scegliere di partire dalla fede o di darsi come obiettivo di arrivare alla fede, ma questo deve essere chiaro fin dall'inizio.

Quando in un gruppo sono presenti sensibilità troppo diverse, si rischia di perdersi per strada. il gruppo ha quindi bisogno, per nascere bene e per svilupparsi, del consenso sugli obiettivi. Chi conduce il gruppo all'inizio deve aiutare le persone ad elaborare le proprie motivazioni, a prenderne coscienza e farle diventare obiettivi condivisi: solo se vi sono uno o due obiettivi condivisi il gruppo può continuare a camminare.

Questi discorsi possono sembrare troppo tecnici ma la realtà del gruppo è una realtà complessa, che richiede queste attenzioni.

Infatti uno degli obiettivi del gruppo, che sovente non viene detto, è offrire alla coppia occasioni di dialogo, motivazioni per fare delle cose insieme, per stare insieme e per crescere come coppia, nutrendo il sacramento del matrimonio, la coniugalità. Questo è un obiettivo di fondo che non va mai smarrito.

TIPI DI GRUPPO

Si possono fare gruppi famiglia di tutti i tipi. Esemplificando abbiamo gruppi il cui obiettivo primario è il fare, altri in cui questo obiettivo è lasciato ai singoli è il gruppo funge da riferimento. Vi sono gruppi che riflettono e studiano temi che riguardano la coppia e il matrimonio, altri invece affrontano i problemi normali della vita: il lavoro, la guerra, la pace, anche se in un contesto di coppie. Vi sono gruppi che hanno come sacerdote il parroco e quindi sono più attenti alla vita della parrocchia, ai figli, al territorio, al contrario dei gruppi interparrocchiali, che sentono meno quest'esigenza.

Sono solo esempi che indicano però la complessità insita nei gruppi e anche i nodi a cui bisogna prestare attenzione se si vuole che questa esperienza riesca.

Mons. Giuseppe Anfossi

(pubblicato su "GRUPPI FAMIGLIA" maggio 2002)

Relaziane di Mons. Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta, nell'ambito del convegno organizzato dall'Arcidiocesi di Torino per il ventennale della "Familiaris Consortio" il 24 novembre 2001

Per le giovani coppie, per crescere come sposi, per contare nella società.

Seguendo alcune regole come: garantire le relazioni tra i membri, avere obiettivi

chiari, evitare funzioni terapeutiche, e altro ancora.

LE GIOVANI COPPIE

Le scienze umane ci insegnano che un bambino, quando non vive in contatto con altri uomini, altre donne non si umanizza, non impara a parlare, non riesce ad avere coscienza e consapevolezza di essere un uomo: questa consapevolezza nasce solo se il mio "io" ha rapporti intensi con molti "tu". Anche se in modo analogico, lo stesso si può dire di ogni nuova famiglia. Oggi un uomo e una donna che si sposano possono contare solo in parte sui modelli di relazione offerti dai loro genitori e quindi, se sono persone serie, sono alla ricerca di modelli per capire cosa vuol dire oggi essere marito e moglie, essere famiglia.

Questi modelli non si trovano di solito confrontandosi con i colleghi d'ufficio, i discorsi che si fanno sono per lo più banali (é difficile parlare di cose serie), meno ancora nei programmi o nelle letture offerti dai mass media.

La giovane coppia è un po' come il bambino di cui parlavo all'inizio, è carente di modelli, di riferimenti, stenta a trovare una propria identità.

Anche la coppia ha bisogno di incontrare altre coppie, magari qualcuna più avanti negli anni, altre coetanee, perché solo dal confronto con gli altri riesce a ritrovare se stessa, a scoprire come si può essere sposi nel mondo di oggi.

Quello che la Chiesa insegna sul matrimonio è importante ma rimane teoria se non si incarna in un'esperienza di vita che sia in grado di dare alla coppia consapevolezza di sé; è perciò molto importante che le coppie incontrino altre coppie, in un contesto di chiesa, per godere della ricchezza che deriva dal sacerdozio, dalla paternità e maternità, dalla fraternità e dalla Parola di Dio.

Il Gruppo Famiglia non serve solo per fare qualcosa di utile per gli altri, ma per donare alla coppia un aiuto per essere coppia, nell'oggi, perché non vi sono tante altre possibilità per farlo.

IL GRUPPO E LA COPPIA

L'esperienza che si matura in gruppo è unica, è qualcosa che se incamerata, confrontata, vissuta, permette di migliorare la relazione di coppia.

Quando si ritorna a casa da un incontro di gruppo famiglia si riescono a dire delle cose che non si sarebbero dette se non si fosse fatta vita di gruppo.

Infatti essere gruppo non vuoi dire incontrarsi per dirsi: "come siamo bravi", ma per fare un cammino nella fede; le persone che vi partecipano non devono per forza essere tutte avanti nella pratica religiosa, l'importante è che siano tutte disponibili ad un cammino. Questo cammino dovrebbe servire per capire meglio che cosa vuoi dire essere sposi, essere genitori, essere famiglie cristiane, per accogliere la tradizione e l'insegnamento della chiesa, per fare nostri quei passi della scrittura che ci parlano del rapporto di coppia, a cominciare da quello di Dio per il suo popolo, di Gesù per la sua chiesa, per finire con tutte le coppie, esemplari e non, che la Bibbia ci presenta.

IL RUOLO NELLA SOCIETÀ

Una novità di questo momento storico è data dalla consapevolezza che il gruppo deve anche trasmettere agli sposi la coscienza del ruolo che hanno e che devono rivendicare come coppia e come famiglia nella società contemporanea.

Mi sono convinto, in questi anni, che se le coppie acquisiscono la coscienza del loro ruolo, si associano, possono diventare protagoniste, contribuire davvero a cambiare la cultura ed il mondo in modo positivo. Ma acquisire questa consapevolezza, tradurla in azione, richiede intelligenza, lavoro, impegno ed i gruppi possono essere il luogo dove avviene questa maturazione.

E' necessario allora che i gruppi diventino occasioni di crescita non solo per la coppia ma anche per gli uomini e le donne che li compongono. Gli uomini devono imparare a gestire di più e meglio il sentimento, l'affetto, a parlare di sé, e le donne devono a loro volta condividere con i maschi i grandi progetti, le grandi idealità, sia politiche sia sociali.

TUTTI IN RELAZIONE

Per fare gruppo è necessario che durante l'incontro tutti abbiano la possibilità di parlare. Quando si superano le 15-16 persone non si riesce più a essere gruppo, si finisce per fare una conferenza; può far piacere essere in tanti ma allora non è più un gruppo.

Ribadisco questo perché la caratteristica di un gruppo non é data dal leader, dal trovarsi insieme, dalle idee portanti, ma dalla rete di relazioni che si instaurano al suo interno tra le persone.

Tutti i membri del gruppo devono essere in relazione, ma questo non significa che tutti devono dire la loro, perché ci sono tanti modi di comunicare. Il Gruppo Famiglia dà molta importanza alle relazioni, non forza nessuno, ma fa in modo che tutti, se vogliono, possano parlare.

Questa condizione di fondo deve essere garantita dalla coppia che conduce il gruppo, coppia che non deve essere imposta dall'alto ma deve essere espressione di una scelta fatta all'interno del gruppo.

In quest'ottica il sacerdote non può essere il leader del gruppo ma solo un membro, che dà un apporto specifico su alcuni argomenti di fondo. E' chiamato a portare nel gruppo il suo contributo, ma si rapporta con le coppie su un piano di parità.

CRESCITA, NON TERAPIA

CRESCITA, NON TERAPIA

La natura del Gruppo Famiglia è di essere una comunità di credenti, di persone battezzate e sposate, che, nel confronto con la parola di Dio e nella preghiera, fanno un'esperienza di crescita umana e di fede con un'attenzione particolare a quel dono che le coppie hanno ricevuto: essere sposi nel Signore. Ma il gruppo non è il "paradiso", siamo chiamati a misurarci sempre col peccato, con le incomprensioni, con le piccole gelosie, con qualche ambizione di troppo, e qui le coppie sono chiamate ad aiutarsi a superare i propri limiti, i propri difetti, confidando nella grazia di Dio che opera in ciascuno.

Come il gruppo non deve essere considerato un premio per le coppie "riuscite", così non deve diventare neppure una specie di consultorio.

Ci deve essere, da parte della copia responsabile, la saggezza di cogliere quando una persona sta chiedendo al gruppo qualche cosa che non si può e non si deve chiedere al gruppo, ma che va affrontato nelle sedi specialistiche opportune.

DINAMICHE DI GRUPPO

Ci sono due modi per interpretare il cammino di un gruppo:

il primo è tipico delle scienze umane, che studiano le dinamiche di gruppo, il secondo riguarda il cammino di fede. Per le scienze umane il gruppo, come la singola persona, conosce un momento di nascita molto ricco, la fase dell'apprendimento, l'adolescenza, dove viene messa in discussione l'esperienza fatta, l'utilità di fare gruppo, e in cui a volte il gruppo si scioglie oppure qualcuno lascia, e che, superata, porta alla giovinezza, forte, robusta, cui magari segue un po' d'invecchiamento.

Chi conduce il gruppo, in particolare, deve essere consapevole di questi diversi stadi che il gruppo attraversa, per sostenerlo nei momenti di crisi, per smorzare gli eccessivi entusiasmi, per cogliere sempre il senso del quotidiano.

In un ottica di fede il gruppo fa crescere nella consapevolezza di essere figli di Dio, di essere cristiani, di essere sposi, e di considerare la Parola di Dio come un messaggio da cogliere e che salva.

CHIAREZZA DI OBIETTIVI

il gruppo può scegliere di partire dalla fede o di darsi come obiettivo di arrivare alla fede, ma questo deve essere chiaro fin dall'inizio.

Quando in un gruppo sono presenti sensibilità troppo diverse, si rischia di perdersi per strada. il gruppo ha quindi bisogno, per nascere bene e per svilupparsi, del consenso sugli obiettivi. Chi conduce il gruppo all'inizio deve aiutare le persone ad elaborare le proprie motivazioni, a prenderne coscienza e farle diventare obiettivi condivisi: solo se vi sono uno o due obiettivi condivisi il gruppo può continuare a camminare.

Questi discorsi possono sembrare troppo tecnici ma la realtà del gruppo è una realtà complessa, che richiede queste attenzioni.

Infatti uno degli obiettivi del gruppo, che sovente non viene detto, è offrire alla coppia occasioni di dialogo, motivazioni per fare delle cose insieme, per stare insieme e per crescere come coppia, nutrendo il sacramento del matrimonio, la coniugalità. Questo è un obiettivo di fondo che non va mai smarrito.

TIPI DI GRUPPO

Si possono fare gruppi famiglia di tutti i tipi. Esemplificando abbiamo gruppi il cui obiettivo primario è il fare, altri in cui questo obiettivo è lasciato ai singoli è il gruppo funge da riferimento. Vi sono gruppi che riflettono e studiano temi che riguardano la coppia e il matrimonio, altri invece affrontano i problemi normali della vita: il lavoro, la guerra, la pace, anche se in un contesto di coppie. Vi sono gruppi che hanno come sacerdote il parroco e quindi sono più attenti alla vita della parrocchia, ai figli, al territorio, al contrario dei gruppi interparrocchiali, che sentono meno quest'esigenza.

Sono solo esempi che indicano però la complessità insita nei gruppi e anche i nodi a cui bisogna prestare attenzione se si vuole che questa esperienza riesca.

Mons. Giuseppe Anfossi

(pubblicato su "GRUPPI FAMIGLIA" maggio 2002)


 

Mentre preparavo queste riflessioni avevo l’impressione di parlare di cose scontate, anche se ho la sensazione, girando per il mio servizio attraverso l’Italia, che è necessario tornare a proporre questi argomenti con forza, perché purtroppo su di essi c’è molta confusione e approssimazione.

Vivere una fede matura

La prima premessa che intendo fare è questa: solo la famiglia che vive una fede matura può aiutare i figli a realizzare il passaggio dalla fede dell’infanzia, dalla fede di appartenenza, alla fede personale e matura.

Non possiamo pensare che una coppia che vive la fede più come appartenenza religiosa che come qualcosa di personale e maturo, possa essere capace di comunicare una fede matura.

E’ una presunzione che rischiano di avere tanti preti e anche laici: illudersi di poter contare per la pastorale su famiglie che, nei fatti, non riescono a vivere la propria fede.

Continuare ad insistere su una certa catechesi a tutti i costi fatta ai ragazzi, senza coinvolgere in un analogo percorso di fede le famiglie, significa votarsi al fallimento. In questo modo la cresima rischia di essere non il sacramento della confermazione ma quello del congedo, dell’addio alla vita di comunità.

Appartenenza non è fede

Una seconda premessa: non confondere l’appartenenza religiosa o il rispetto di norme morali essenziali con la fede.

E’ facile vivere la religiosità come appartenenza ad un contesto religioso, come desiderio di avere alcune norme morali di base che garantiscano, in questo mondo che va a gambe all’aria, dei principi di riferimento.

E’ importante il rispetto per la persona, per la vita, per i genitori, ma queste sono norme morali, non è la religione cattolica! E’ giusto insegnare ai figli a non mentire ma la fede è un’altra cosa.

L’essenza della fede è Gesù risorto

Fatte queste premesse ecco il primo punto: il fondamento, l’essenza della fede cristiana è credere che Gesù è risorto, è vivo, è presente oggi accanto a me.

Senza la fede in Gesù risorto, vivo, non sta in piedi il sacramento del sacerdozio, non sta in piedi il sacramento del matrimonio, non sta in piedi il nostro essere comunità.

Più vedo, andando in giro, belle organizzazioni, più sento che l’essenziale della nostra fede rischia di essere dimenticato. Rischiamo di essere associazioni filantropiche, che operano per la giustizia, per la pace, per promuovere una buona morale, e trascuriamo l’essenza della nostra fede.

Limitarsi a credere che Dio è Amore è Antico Testamento, il Nuovo Testamento ci insegna che l’Amore si è fatto visibile, è qui in mezzo a noi, si chiama Gesù risorto.

Vivere la fede in famiglia

Detto questo passo al secondo punto: cosa vuol dire fede vissuta in famiglia?

Uso una definizione presa dalla Familiaris Consortio (n.17) che dice: "la famiglia riceve la missione di custodire, rivelare, comunicare l’amore quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e di Cristo per la sua Chiesa".

Io conosco l’amore di Dio che ha voluto rendersi presente nel presbitero, nel sacramento dell’ordine, nell’eucarestia, ma conosco anche l’amore di Dio che ha voluto rendersi presente nel matrimonio, per rendere visibile a tutti che Lui è alleanza, sposalizio, nuzialità.

Voi sposi siete l’annuncio di ciò che Cristo vuol fare con tutta l’umanità: un solo corpo! La famiglia è chiamata a testimoniare che la fede conta già qui, in questa vita, che incide sulla nostra esistenza e non è solo per l’aldilà.

Non è una fede alienante, consolatoria, ma una fede incarnata perché il Verbo si è fatto carne! Non c’è autentica azione dello Spirito se non dà frutti anche su piano umano! Questo non vuol dire che, con l’aiuto dello Spirito, riuscirò a cambiare la testa a mio marito ma che riuscirò a crescere interiormente al punto da amare mio marito con la testa che si ritrova!

Il Risorto come presenza viva

Quali sono i passaggi che deve fare una famiglia credente, che cerca di vivere quotidianamente la sua fede, per educare i figli ad una fede matura?

Il primo passaggio: educazione alla presenza del Risorto come presenza viva, amante.

L’Amore è persona, Dio è persona, Cristo è persona.

I figli ci devono scoprire a parlare con una persona che non si vede, che però si sente presente; questo in pratica può voler dire prendere in mano una pagina del Vangelo e leggerla, pregarci sopra, magari in coppia, magari con i figli.

E’ triste quando i figli, da adolescenti, prendono una strada diversa dalla vostra solo perché vedono in voi solo una fede molto legata all’apparenza, che si accontenta della messa domenicale, e che poi tollera la falsità, la bugia, l’assenza di perdono. Ma sono più che autorizzati a lasciare questo tipo di fede!

Al contrario, se io, genitore, mostro una fede adulta, potranno fare scelte alternative ma saranno chiamati a rispettare la mia perché hanno visto che il mio vivere cristiano mi ha fatto diventare una persona gioiosa, serena, capace di vivere la gioia, al fatica, il dolore, l’impegno, il rispetto, la soddisfazione.

Educare all’amore

Il secondo passaggio: un’educazione all’amore.

La prima spiegazione di Dio che può essere valida durante i primi anni di vita dei figli, fino all’adolescenza e alla giovinezza, è la vostra vita di coppia.

Avete a disposizione, come sposi, questa bibbia fatta di carne che è il vostro matrimonio e non sapete spiegare ai figli che il bene che vi volete e volete a loro è lo stesso che il Padre vuole a ciascuno di noi.

E oggi sappiamo che l’amore non è più qualcosa di automatico, che viene trasmesso dal nostro vissuto sociale e culturale, ma un obiettivo da conquistare.

Dobbiamo educare i figli, attraverso l’esempio, ad amare gratuitamente , a porre l’altro al centro dell’attenzione. Aiuteremo così i nostri giovani ad uscire da quella ambiguità che fa loro credere che saper far l’amore coincida con il saper amare, che sentire l’impulso unitivo del maschile verso il femminile, e viceversa, sia saper amare, dimenticando che il corpo è solo una delle modalità che abbiamo per esprimere, dire qualcosa di ben più grande che è nel cuore di ognuno e che si chiama amore.

Ma solo chi vive l’amore è capace di insegnarlo; allora vostro figlio riuscirà a fare, a tempo debito, quel salto di qualità che gli permetterà di interrogarsi, come cristiano, su come è chiamato a vivere quell’amore che fa parte del suo essere. Potrà orientarsi sulla strada della verginità o su quella della vita di coppia. Solo un’educazione all’amore può aiutare i giovani a scoprire la loro vocazione.

Una chiesa famiglia di famiglie

Il terzo passaggio: educare ad una fede adulta significa educare anche ad una chiesa famiglia di famiglie; aprirsi alla comunità non vuol dire rinunciare alla mia identità di famiglia ma arricchire la mia esperienza all’interno di quella famiglia più grande che è la comunità parrocchiale.

Questo è fondamentale per comunicare cosa significa essere parrocchia, altrimenti rischiamo di mantenere negli altri un’idea di parrocchia basata esclusivamente sulla figura del sacerdote e sull’edificio in cui ci si ritrova.

La chiesa è là dove c’è un cristiano amante: al supermercato, dalla parrucchiera, in ufficio; là dove c’è un cristiano c’è anche la chiesa che opera, che agisce, che fa pastorale.

Se la famiglia vive anche questa identità comunitaria è possibile costruire una chiesa che ha anche un volto che non è solo quello del sacerdote, ma è anche quello di una chiesa famiglia.

Aspetti psicologici

Sconfitta e fallimento in famiglia, oggi.

Strategie di superamento

di

Paolo Tolomelli

Reggio Emilia

- Alcuni quadri di difficoltà, tratti dall’esperienza quotidiana.

- È possibile trovare un filo conduttore, per tentare di ridurre il danno?

- Una prima valutazione: la stanchezza.

- Dedicare più tempo all’educazione della persona.

- Allenarsi all’autocritica costruttiva.

- Cercare il senso della nostra esistenza e aprire, a noi e agli altri, nuovi orizzonti.

Alcune scene realmente avvenute :

- Durante una cerimonia nuziale, in una chiesa sovraffollata di luci e deliziosamente ornata di fiori. La madre della sposa, mentre i due protagonisti, commossi si scambiano sguardi affettuosi, sussurra sconsolata: "Perché non può durare così per sempre?"; è una donna provata da tante delusioni. Fa pensare al desiderio di Pietro sul monte della trasfigurazione di Gesù (cf Mt 17,4).

- In consultorio. Alla domanda: "Risposerebbe il coniuge attuale?", la risposta è spesso negativa o comunque – se discretamente disponibile – condizionata da preventivi drastici cambiamenti da parte dell’altro. Traspare il convincimento di non aver incontrato la "persona veramente giusta…l’anima gemella".

Non si rifiuta – di solito – il matrimonio in sé.

- Nello svolgersi di consulenze di coppia. Parecchi lamentano: "Mio marito/mia moglie non mi capisce…non si rende conto di quel che sopporto…pensa soprattutto/solo a sé".

Il coniuge si difende; a volte ribalta sul partner le stesse lagnanze/accuse; adduce spesso come legittime giustificazioni esigenze di lavoro obbiettivamente pesanti, sostenute e faticosamente portate avanti "per la famiglia". Pochi sono sfiorati dal dubbio che tale situazione di incomprensione e di sofferenza reciproca sia stata facilitata o determinata da una sostanziale impreparazione alla vita coniugale e familiare, impreparazione che può essere seriamente peggiorata dal narcisismo.

- In incontri occasionali, su mezzi pubblici, durante abituali attività quotidiane…Ci si sente dire: "Non ce la faccio più!". È un’esclamazione desolata e tristissima di tante persone persuase di essere coinvolte in una sconfitta esistenziale irreversibile, senza rimedio, la cui causa è solitamente attribuita alla carenza di tempo e di spazio necessari per far fronte alle numerosissime aspettative degli altri (coniuge, figli, genitori e suoceri, istituzioni sociali…). Assai raramente ci si interroga in modo sereno e obbiettivo sullo stato d’animo e sul metodo coi quali ci si accosta a tali compiti.

UN TENTATIVO DI INTERPRETAZIONE,

PER AIUTARE A RECUPERARE LA PIENEZZA DI VITA

Esiste un filo conduttore, un denominatore comune per interpretare i quadri descritti e risolverli , almeno parzialmente? Di certo abbiamo in noi il desiderio profondo di vivere in pienezza; abbiamo l’attesa che la nostra vita sia gratificante; desideriamo amare ed essere amati; non di rado però rimaniamo sommersi dall’onda montante delle delusioni.

Per distaccarci dalla palude in cui esse stagnano e proliferano, sarà opportuno iniziare da una valutazione – prima personale e di coppia, poi con gli altri: figli ecc. – della nostra "stanchezza", oggi ben comprensibile con tanti doveri e aspettative incombenti. Può trattarsi di psicoastenia, di uno stato fisico non ottimale, di un calo delle motivazioni che prima ci avevano attivato e sostenuto ; a volte ci sono cause relazionali, morali, spirituali…

È ovvio che i provvedimenti da prendere sono specifici; mi limito ad osservare, quale esempio per le cause fisiche, che non si è ammalati soltanto quando si ha la febbre: a volte un po’ di vacanza è indispensabile, necessaria più di un antipiretico, di un antibiotico…Si tratta comunque di fenomeni che dimostrano come la scelta del matrimonio non è una risposta ad una vocazione di mediocrità, improvvisata e di semplice realizzazione. Per questo il tempo del fidanzamento è prezioso ( "di grazia" ), in quanto tempo di verifica e di preparazione: verifica della maturità psico-affettiva propria e del partner, della capacità di integrare il principio del piacere con il principio di realtà con il discernimento fra l’io ideale e l’io reale accettando – non solo nelle intenzioni e nei buoni propositi – le nostre inadeguatezze; tempo di preparazione alla capacità di donarsi con una fortezza d’animo ed una pazienza attiva e fedele che non sono innate né facili da conseguire, bensì sono il frutto di un lungo e quotidiano esercizio.

È certo che le sconfitte (da non catalogare mai definitive o irreparabili!) si possono imputare a svariate cause; tra esse è sicuramente importante la mancanza di una costante e metodica educazione della persona fin dalla nascita da parte della famiglia e della società, con carenze di aiuti adeguati. Forse – per quanto concerne il rapporto genitori-figli – la distinzione e l’utilizzo del nostro tempo è proprio da rivedere, se è attendibile la conclusione di una recente ricerca secondo la quale i genitori (soprattutto i papà) dedicano al dialogo – non sempre affettivo – coi figli soltanto otto miseri minuti al giorno.

Ma non dobbiamo dimenticare che ciascuno di noi, in prima persona, deve allenarsi all’autocritica costruttiva, non banalizzando i numerosi e complessi problemi contemporanei né autosvalutandosi (l’umiltà è un’altra cosa: è una virtù), ma adoperandosi ad attuare un’ equilibrata correzione dei propri limiti ed una fiduciosa attivazione delle proprie doti positive. Tutto ciò con autenticità e, nei rapporti con gli altri, con empatia e spirito di condivisione. Avendo ben chiaro che l’autenticità consiste nel saper esprimere le proprie emozioni (che non sono segno di debolezza o di cattiveria) con obbiettività, rimanendo noi stessi, in armonia con i propri desideri e con le proprie convinzioni; è appena il caso ricordare che l’autenticità non va confusa con la maleducazione o col movimento di un elefante in un negozio di cristalleria. Analogamente l’empatia consiste nella capacità di percepire lo stato emozionale ed i pensieri – oltre che le parole – dell’altro senza perdere la propria identità. A sua volta, condividere non vuol dire approvare, ma comprendere, immedesimarsi nell’istanza.

RICERCARE IL SENSO DELL’ESISTENZA

Il desiderio dell’autorealizzazione – in sé buono e legittimo, oggi però sovente enfatizzato dai bisogni soggettivi – reso più arduo da una stressante competizione nel lavoro e da molteplici impegni nella società, sta determinando profonde frustrazioni intrapsichiche ed inoltre forti lacerazioni nell’ambito delle relazioni interpersonali; ciò alimenta i disturbi comportamentali e di personalità, in preoccupante aumento specialmente fra i giovani, nonché una esasperazione dei conflitti in ambito familiare e comunitario.

Credo che il rimedio debba partire dalla diagnosi accurata della situazione, senza perdersi in recriminazioni inutili né in accuse sterili, ma sforzandoci di distinguere la realtà oggettiva dalle elaborazioni soggettive. È opportuno ricordare che nessuno di noi è immune dal naufragio, altrimenti albergheremmo una presunzione nascosta: la sconfitta e il fallimento appartengono infatti alla condizione umana.

K.Jaspers parlò di "naufragio esistenziale" e affermò che il nostro essere è l’ "essere qui", l’ "esistere con altri".

È necessario quindi cercare il senso della nostra esistenza; bisogna scoprirlo, - non fantasticarlo – anche all’interno di noi stessi con creatività costruttiva, attivando le nostre potenzialità; bisogna capire le circostanze e le interrogazioni della vita…e rispondere, crescendo a livello interiore, attraversando momenti di crisi: sono momenti produttivi, perché c’è una maggiore maturità ed armonia da conquistare, perché in quelle circostanze, in quei frangenti si deve scegliere, cercando di aprire a noi e agli altri nuovi orizzonti, in modo ipotetico, non moralizzante, rispettando le diverse visioni e utilizzandole per un arricchimento reciproco.

È questo, in fondo, il quotidiano cammino – progressivo e paziente – che ci esorta a fare la fede cristiana.

                                                                                                                                                                    Paolo Tolomelli

                                                                                                                                                                   da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

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