Martedì, 11 Dicembre 2018
Maurizio Zago

Maurizio Zago

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Venerdì 31 Dicembre 2004 13:58

INFORMAZIONI SU TURISMO E HANDICAP IN ITALIA

INFORMAZIONI SU TURISMO E HANDICAP IN ITALIA

 

Numero verde turismo accessibile:

Telefono: 800 - 27.10.27

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(a cura del Ministero Welfare e Co.In, Roma).

 

Sportello vacanze Aias Milano

Telefono: 02.67.65.47.40;

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Servizi informahandicap dei Comuni Italiani

Elenco dei circa 50 sportelli informativi attivi in 10 regioni.

www.handybo.it/informahandicap/servizi_informahandicap.htm

 

Informazioni per viaggiare in treno

Elenco delle stazioni italiane in cui è attivo il sevizio per viaggiatori disabili. Sevizi offerti.

www.trenitalia.com/disabili/hodi.html

 

Informazioni per viaggiare in aereo

www.alitalia.it/viaggio/aereo/assistenze.html

 

Informazioni per viaggiare in nave

www.arpnet.it/cad/ali/guidali/trasport/maritt.htm

 

siti internet utili

www.italiapertutti.it

www.mondopossibile.com

www.h81.org

www.disabili.com

www.accaparlante.it/documentazione/pubblicazioni/guide/index.htm

www.superabile.it

www.milanopertutti.it

www.coinsociale.it

www.bus.it/disabili.htm

www.terredimare.it

www.arpe.it

tratto da "Famiglia Oggi 10 — ottobre 2003"

Venerdì 31 Dicembre 2004 13:54

UN GIORNALE "ON LINE"

UN GIORNALE "ON LINE"

www.disabili.com

Ricca di spunti di riflessioni e di notizie utili www.disabili.comè una testata giornalistica on line regolarmente registrata e curata daprofessionisti. È uno dei più visibili progetti internet in Italiainteramente dedicato ai disabili e a tutti coloro che operano in questosettore. È luogo di incontro, dialogo e discussione: offre contenutieditoriali aggiornati, consulenze e informazioni utili sulladisabilità. Periodicamente la redazione cura degli "speciali" (fisco,vacanze, senza barriere), pensati per agevolare i navigatori fornendonotizie semplificate, nel caso delle normative, e indirizzi, nel casodi strutture o località accessibili. Numerose, poi, le rubriche chespaziano dai temi più "leggeri" ad altri più impegnati. Degna di nota,la completa , ricca e aggiornata rassegna stampa.

Tratto da "Famiglia Oggi 10 — ottobre2003"

Giovedì 30 Dicembre 2004 21:47

GLOSSARIO DELLA DISABILITA’ (2/2)

 GLOSSARIO DELLA DISABILITA’ (2/2)

di Renato Pigliacampo

Tratto da "Famiglia Oggi/ ottobre 2003"

Handicap (terminologia)

Nessun termine straniero è stato sottoposto a verifica sui significati e tanto si è scritto come la parola "handicap", proveniente dall’inglese nel cui linguaggio stava ad indicare cavalli e cani favoriti nelle corse, con le relative scommesse, che partivano con un determinato svantaggio affinché la gara fosse più equilibrata e la vittoria incerta sino alla fine, allo stesso modo l’estrazione dei bigliettini della lotteria da un cappello (dall’inglese hand in cap). Nel nostro paese c’è stato un vero e proprio processo sulle varie terminologie adottate per indicare i soggetti o/e la relativa disabilità sensoriale, fisica e psichica. Termini quale anormale, minorato psicofisico, handicappato, ipodotato, caratteriale, mongoloide, cerebroleso, encefalitico, storpio, motuleso, sordomuto, sordocieco e altre voci indicanti aspetti particolari sono stati giudicati dalla società negativamente in considerazione del rifiuto della stessa persona con la menomazione. Tuttavia i termini con cui sono stati sostituiti non sempre chiariscono la condizione psicobiologica, anche per la varietà delle menomazioni e la modificazione delle stesse nel tempo

(regressione o tentativo di normalizzazione). L’indicazione del termine handicappato è generica perché, in talune situazioni può esserlo sia il cieco sia il miope, se questo ultimo non ha gli occhiali per la vista, correggendogli l’offuscato vedere. Si sono succeduti, insistenti in alcuni periodi, termini quali "diverso", "patologico", "minorato", "emarginato", "marginale", "handicappato", "disabile", e ultimamente, "diversabile" o "diversamente abile". Nel momento in cui utilizziamo un termine sul soggetto con deficit parziale o totale della vista, dell’udito, degli arti superiori o inferiori esprimiamo un giudizio che coinvolge tutta la persona del protagonista e noi mostriamo sia la nostra maturità socioculturale dell’accettazione o no sia la sensibilità e conoscenza del "suo problema". Nel 2001 l’Oms ha pubblicato un approfondito lavoro nel quale si afferma che: <<la salute consiste in un a condizione di completo benessere fisico psichico e sociale e non (…) solamente in assenza di malattia o infermità>>. Un esempio clamoroso è il sordo. Può essere in buona salute, intesa a livello psicologico, ma la privazione dell’esperienza sonoro-verbale e l’imposizione d’apprendere la lingua verbale della maggioranza nel corso del tempo possono generare turbe neurologiche, stress se non s’interviene con l’insegnamento del linguaggio visuomanuale (il linguaggio dei segni). Se l’intervento è tempestivo e specializzato il sordo potrebbe raggiungere una gratificazione sociali con i simili conoscenti la lingua dei segni o gli udenti altrettanto capaci di comunicare visivamente e manualmente nell’interazione affettiva. L’anormalità sarà presente solo a livello percettivo sonoro, ma annullata o superata nella sostituzione con una percezione visiva per la cui partecipazione nei gruppi ristretti o allargati (degli udenti)ha la necessità di personale specializzato (nel caso gli interpreti in lingua dei segni o ripetitori labiali per chi non conosce la lingua di segni diffusa nel proprio Paese). In questo caso il sordo non è "handicappato", non parte in "svantaggio", in lui resta si la disabilità del senso d’udito ma la comunicazione. C’è anche la smania, tutta italiana, di parlare per i protagonisti (in particolare per i sordi, i ciechi, i disabili motori) nei convegni per handicappati senza focalizzare di chi si tratta. Assistiamo così ad una bolgia d’interventi sull’integrazione scolastica (insegnanti), sulla riabilitazione (terapisti), sulle nuove scoperte mediche (medici specialistici), sulle nuove tecnologie computerizzate (dirigenti d’azienda e tecnici) e alla fine del convegno è davvero bravo chi ci capisce qualcosa.

Handicap e sport

Lo sport de disabili è molto interessante ed istruttivo. L’attività sportiva è nata come attività ludica o di riabilitazione dolce. Negli ultimi decenni si è arrivati a competizioni qualificate nel basket, nel ciclismo (ciechi con l’accompagnatore), nell’atletica leggera in carrozzina, che inducono gli stessi atleti in una preparazione adeguata le cui performance non sono inferiori a quelle degli atleti normodotati. In Italia la FISD (Federazione italiana sport disabili) è componente del CONI, da cui riceve l’apporto economico e tecnico delle altre federazioni.

Handitutor

Nell’ambito della frequenza dei disabili dell’università i docenti di ruolo che compongono il senato accademico o loro delegati per legge sono chiamati a seguire le modalità d’iscrizione e d’assistenza didattica di studenti con problemi di menomazione. Talvolta le stesse università istituiscono corsi di formazione per rispondere ai bisogni degli studenti con problemi di disabilità specifica. Spesso l’aggiornamento avviene anche in forma indiretta, con l’accesso ai siti delle direzioni generali regionali (Miur) che mettono a disposizione i dati, le normative e tutto ciò che può interessare.

ICF

Iniziali che indicano International Classification of Functioning, Disability and Healt (Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute), testo redatto nel 2001 dall’Oms (organizzazione mondiale della sanità) che cerca di focalizzare con un linguaggio e un giudizio omogeneo le funzioni e le strutture corporee classificandole in percentuale, da 0% "perfettamente funzionante" al 100% "completamente inattivo". L’Icf rappresenta la classificazione della salute e degli atti correlati, utilizzato nei settori assicurativo, previdenza sociale, lavoro, istruzione, economia, legislazione, modifiche ambientali.

Inabilitazione

L’art. 415 del Codice civile indica le persone che possono essere inabilitate facendo riferimento al maggiore d’età infermo di mente, ai soggetti che abusano di droghe e alcool esponendo se stessi o la famiglia a gravi pregiudizi economici, anche il sordomuto o il cieco dalla nascita o dalla prima infanzia che non abbiano avuto un’educazione sufficiente. La differenza tra inabilitazione e interdizione è che nel primo caso le persone che si trovino nelle condizioni indicate "devono" essere interdette, nel secondo caso "possono"essere interdette.

Indennità d’accompagnamento ai ciechi civili assoluti

È stata introdotta nel 1968, spetta ai cittadini italiani, e dell’ Ue residenti in Italia, rifugiati, riconosciuti dalla commissione dell’Asl ciechi civili assoluti. La provvidenza economica è concessa al solo titolo della minorazione. Può essere richiesta anche prima del compimento del 18° ano d’età protratta anche dopo il compimento del 65° anno.

Indennità di comunicazione

È stata introdotta quindici anni fa e spetta ai sordomuti riconosciuti tali ai sensi della legge 381/1970.E’un’indennità, non una pensione erogata per favorire il sordomuto nella partecipazione alla vita socioculturale e per il superamento delle barriere di comunicazione. Concessa al solo titolo di menomazione.

Insegnante di sostegno

Figura professionale complessa e discussa nell’attività didattica di sostegno degli alunni disabili. La sua stessa denominazione non trova concordi tutti. Chiamato, secondo le filosofie delle scuole che li hanno formati, docente specializzato, insegnante specializzato, insegnante qualificato aggiunto. È entrato in servizio ufficialmente nel 1977, con l’approvazione della legge n. 517, quando molti handicappati furono accolti nella classe della scuola ordinaria e avevano bisogno di supporti didattici individuali. Tuttavia molti di questi "samaritani", sebbene di buona volontà, mancavano di preparazione nelle metodologie e didattica speciale o, come per gli scolari sordi, della comunicazione con gli stessi allievi. Negli anni la formazione dei docenti di sostegno ha seguito un iter che ha lasciato scontenti quasi tutti: i protagonisti (capaci di promuovere una funzione critica), le famiglie dei disabili e gli stessi docenti, a volte umiliati dalla scuola perché raramente hanno risposte per il superamento delle difficoltà. Per la loro formazione professionale, oggi vengono organizzati corsi "polivalenti", cioè il docente frequenta un corso da un minimo di 400 ad un massimo di 800 ore aperto a tutte le informazioni didattiche e metodologiche e mediche dei soggetti disabili (a livello dell’età evolutiva). In teoria dovrebbe conoscere didatticamente come operare in funzione dell’apprendimento di qualsiasi alunno. Ne sortisce una figura professionale ibrida, talvolta alienata. A farne le spese sono gli alunni disabili, in particolare i sordi o con deficit uditivo che si trovano in classe con un docente che non sa comunicare con loro, non sa trasformare "quello che sa" in una didattica che si fonda sulla percezione visiva. Inoltre molti laureati in lettere sono inviati a sostenere un ragazzo che frequenta, supponiamo, l’istituto tecnico per geometri che ha necessità di supporto per le costruzioni o topografia, discipline che non conoscono, riducendosi a prendere gli appunti per il ragazzo. Sarebbe ormai tempo di proporre un docente specifico, considerandone anche il corso di laurea, introducendo nella formazione nuove discipline (lingua italiana dei segni, braiile, tecniche linguistiche alternative).

Interprete di Lis

Iniziali di "Lingua dei segni italiana".nell’art.8 della legge 104/1992, è scritto che i comuni singoli o associati "possono" istituire il "servizio d’interpretariato a favore dei sordi". Tale servizio può essere espletato attraverso la ripetizione di ciò che dice l’interlocutore (labiolettura da parte del sordo) o tramite la Lis (decodificazione dei codici visivomanuali). I primi interpreti proposti da un’istituzione pubblica, iniziarono il servizio nel 1982 quando, la regione Marche approvò l’art. 8 in una legge regionale denominata "Abbattimento delle barriere di comunicazione". Molti comuni delle Marche crearono il servizio d’interpretariato per i sordi "segnanti". In seguito ad Ancona, grazie all’Ente Nazionale Sordi, nacque la prima associazione d’interpreti di Lis, l’Anios, tuttora attiva, con sede a Roma. Molti sordi, in ambito scolastico, lavorativo e nei bisogni dei contatti con le istituzioni politiche, culturali e sociali fruiscono dell’ausilio degli interpreti di Lis. Tuttavia in Itala, pur giacendo in Parlamento numerose leggi £ di tutte le fazioni politiche £ per il riconoscimento della Lis (a tale scopo è stata anche approvata una risoluzione al Parlamento europeo perché i Paesi membri riconoscessero la lingua dei sordi del proprio paese come la lingua naturale dei sordi) ancora non è stata approvata, sebbene la Rai e i politici ricorrano a tali interpreti per fare da ponte tra udenti e sordi.

Invalido civile

La legge n. 118/1971, dichiara: "Agli effetti della presente legge si considera invalido civile il cittadino affetto da menomazione congenita o acquisita, anche a carattere progressivo, compreso l’irregolare psichico per oligofrenia di carattere organico o dismetabolico, insufficienza mentale derivante da difetti sensoriali e funzionali che abbia subito una riduzione della capacità lavorativa non inferiore a 1/3 o, se minore di 18 ani, che abbia difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della sua età. Sono esclusi gli invalidi di guerra, di lavoro, di servizio, nonché ciechi civili e i sordomuti". Il sordo di nascita o divenutolo durante l’età evolutiva non è invalido civile, cioè non rientra in questa legge ma in quella n. 381/1970. Al contrario ricade nella legge degli invalidi civili l’individuo che, per malattia o incidente, perde completamente o parzialmente l’udito dopo l’età evolutiva.

Lavoro (benefici)

La legge n. 388/200, all’art. 80, comma 3, dichiara che: "Ai lavoratori sordomuti (…) nonché agli invalidi (…) ai quali è stata riconosciuta un’invalidità superiore al 74% (…) è riconosciuto, a loro richiesta, per ogni anno di servizio(.)effettivamente svolto, il beneficio di due mesi di contribuzione figurativa utile ai loro fini del diritto alla pensione e all’anzianità contributiva: il beneficio è riconosciuto fino al limite massimo di cinque anni di contributi figurativi".

Lavoro (assunzioni)

In passato il collocamento al lavoro dei disabili sensoriali gravi ( ciechi, sordi) e degli invalidi gravi era ordinato dalla legge n. 482/1968 che percentualizzava i "posti spettanti" per ciascuna categoria. Oggi, la legge n. 68/1999 "inserisce" tutti nella stesa categoria del collocamento obbligatorio, includendo anche profughi e vedove, che non hanno nulla di disabile. Attualmente, a parte i ciechi, per i quali è ancora in vigore una legge per i posti riservati (centralinisti telefonici, massofisioterapisti) trovano difficoltà d’assunzione i sordi perché, non avendo una buona preparazione scolastica, non superano le selezioni d’idoneità all’occupazione e sono costretti a ripiegare su lavori dequalificati.

Lingua dei segni

I sordi da sempre "fanno i gesti", per comunicare fra di loro per secoli nel nostro Paese si sono fronteggiate due scuole: i moralisti e i segnanti. I primi consideravano il recupero sociale e culturale del sordo solo se capace ad esprimersi con la lingua della maggioranza; gli altri valutavano il sordo nelle capacità d’apprendimento, nell’interazione con i simili per creare un gruppo o una piccola comunità per far valere i propri diritti di fronte alle istituzioni. La maggior arte delle rivendicazioni sociali sono state portate avanti dai dirigenti sordi segnanti riuniti nella maggiore associazione nazionale dei sordi (l’En). Attualmente i sordi stanno "martellando" il Governo per il riconoscimento della lingua dei segni italiana come lingua propria della comunità dei sordi. Con tale riconoscimento la comunità dei sordi auspica l’insegnamento della lingua dei segni nelle scuole dell’obbligo agli utenti come lingua facoltativa (avviene nei paesi nordici e negli Usa) e l’obbligo d’apprendimento ai docenti di sostegno. Inoltre negli enti pubblici deve essere presente una persona che la conosca.

Logopedista

Ha il compito di rieducare le turbe inerenti ai disturbi della voce, della parola e del linguaggio sia nel bambino che nell’adulto. Lavora nell’Asl e nei centri privati. Le prime logopediste che operavano nella Asl o nelle scuole pubbliche respingevano la proposta dell’apprendimento della lingua dei segni dei sordi perché credevano pregiudicasse il loro lavoro logopedico. Oggi, invece, la lingua dei segni è riconosciuta utile nell’impostazione del dialogo segno col bambino.

Metodo Malossi

Proposto dai maestri napoletani Artusio e Aurelio Colucci, esso è localizzato su aree anatomiche della mano ben definite: sulle tre falangi delle dita, sull’articolazione delle dita della mano e al vertice delle dita. Per esempio sull’indice della mano sinistra della prima falange abbiamo la lettera V, nella seconda falange abbiamo G, nella terza falange B e "in cima" Q. le lettere vanno "pizzicate" e in questo modo il sordocieco n’assocerà il significato. Ci vuole intesa tra il cieco e colui che con lui utilizza il metodo Malossi.

Motulesi

Sono i soggetti afflitti da limitata o nulla attività motoria. Le cause sono molteplici: poliomielite, paralisi spastiche, deformazioni congenite, amputazioni d’arti, traumi per incidenti stradali.

Onlus

(Organizzazioni non lucrative d’utilità sociale). Il Governo italiano col decreto legislativo n. 460/1997, ha dato concreta attuazione della legge n. 662/1996, definendo le caratteristiche strutturali e funzionali delle Onlus. La legge favorisce un insieme d’agevolazioni fiscali e contabili. Possono godere dello stato d’Onlus associazioni, comitati, fondazioni e altri enti sociali a carattere privato, con o senza personalità giuridica. Coloro che hanno ottenuto il riconoscimento d’Onlus, devono riportare l’indicazione su ogni distintivo o comunicazione rivolta al pubblico.

Pluriminorato

Ci si riferisce ad un soggetto che associa due o più deficit. La pluriminorazione può essere classificata in due forme: con danno funzionale e con danno organico. La prima è la conseguenza di una minorazione sensoriale perché si è intervenuti tardi o in modo insufficiente a livello educativo e riabilitativo; la seconda è causata da lesioni cerebrali, patologie e traumi. Un esempio: il bambino sordo può unire alla sordità un deficit motorio o visivo che rende difficoltoso l’apprendimento o l’interloquio verbale e segnico.

Quoziente intelligenza (Qi)

S’intende la misura generale dell’intelligenza in un individuo. Il Qi è stato introdotto la prima volta da W. Stern nel 1912. E’ancora utilizzato in tutti i Paesi sebbene negli ultimi decenni abbia subito verifiche perché gli psicologi hanno messo in evidenza che ciascun individuo ha un’intelligenza diversa rispetto all’altro e la quantità e la qualità dell’intelligenza è connessa a molteplici varianti. Di solito è considerata nella norma un Qi a 90 e 110, un Qi inferiore o superiore corrisponde ad un ipodotato e un superdotato. Per misurare l’intelligenza d’individui disabili sensoriali (sordi e ciechi) è necessario predisporre reattivi appropriati al processo d’apprendimento visivo, speciali testi visivi per i sordi e verbali per i ciechi.

Riabilitazione

Interventi per ripristinare funzioni fisiologiche, psicologiche, mentali dovute a trauma o malattie pre £ post nascita. Gli obiettivi della riabilitazione sono quattro: il recupero di un apparato o competenza funzionale; lo stimolo o la riattivazione di una competenza che non è comparsa durante lo sviluppo; il tentativo di bloccare o frenare una determinata regressione funzionale; il tentativo di ricercare possibilità alternative di recupero. Ogni soggetto sottoposto a riabilitazione ha diritto ad un programma personalizzato. Non deve essere "costretto" nel suo tentativo di recupero o normalizzazione né prendere come modello una persona con tutte le funzioni e gli apparati corporei sani.

Servizi sollievo

È una struttura territoriale che sta diffondendosi sempre più nel nostro paese per venire in aiuto alle famiglie che hanno un componente con problemi psichici. L’obiettivo principale è alleviare la solitudine e il disagio dei familiari o di chi si occupa del soggetto con disturbi mentali. Tali servizi sono in contatto con altri del territorio e si giovano di personale specializzato. La sede non va mai ubicata nell’ospedale, ma in luoghi urbani.

Sordomuto (definizione)

A mente della legge 26 maggio 1970, n.381: "Si considera sordomuto il minorato sensoriale dell’udito affetto da sordità congenita o acquisita durante l’età evolutiva che gli abbia impedito il normale apprendimento del linguaggio parlato, purché la sordità non sia di natura esclusivamente psichica o dipendente da cause di guerre, di lavoro o di servizio". Negli ultimi decenni dello XX secolo gli specialisti del settore, medici e psicologi, pedagogisti e vari settori di riabilitazione, hanno svolto un’attenta critica del termine. Con l’appoggio delle famiglie associate hanno compiuto un lavoro "estetico" sul termine che ha determinato, nella popolazione, confusione negli interventi istituzionali e nel linguaggio comune. Sino agli anni ’50 negli istituti in cui erano ricoverati i sordomuti spiccava all’esterno l’indicazione "istituto per sordomuti". Tutto oggi la legge fa riferimento al "sordomuto", di fatto "indennità di comunicazione per sordomuto", "posto riservato ai sordomuti". A livello psicolingustico il termine può essere confutato perché essere "sordo" non vuol dire essere "muto", o almeno non considerando la sola lingua verbale su cui fermò l’attenzione il legislatore. Oggi ci si sta orientando all’educazione bilingue dei bambini sordi: la lingua dei segni e di fatto la lingua verbale. Di fatto un sordo può benissimo comunicare le sue emozioni e le sue idee nella modalità visivo £ manuale (nella lingua dei segni) e meno nella lingua verbale. In quella lingua non è "muto", a meno che non si voglia dare del muto anche alludente che non conosce la lingua dei segni.

Negli Usa e nei paesi nordici dove la lingua dei segni è riconosciuta dal Governo i sordi sono considerati esclusivamente Deaf senza l’appellativo di "muto". Se occorre salvaguardare alcuni termini del linguaggio medico (ipoacusico, cofotico, presbiacusico) è bene diffondere esclusivamente il termine "sordo", come desidera la maggioranza della comunità dei sordi italiana associata all’En, evitando indicazioni come audioleso, sordastro, non udente, anacustico, duro d’orecchio.

Telelavoro

S’intende un’attività lavorativa svolta in un luogo diverso della sede dell’azienda o ente cui si appartiene, ma collegato agli stessi tramite il sistema telematico. Le tecnologie favoriscono il trasferimento in tempo reale di dati, documenti, immagini dalla sede principale di lavoro al dipendente esterno (teledipendente) che pratica il telelavoro. Per coloro che hanno problemi di mobilità come i disabili motori, il telelavoro è una via occupazionale da favorire perché non sempre le aziende hanno strutture e strumentazioni idonee al disabile. Alcune regioni contribuiscono con apposite leggi all’iniziale spesa per l’acquisizione delle attrezzature e il collegamento internet e per le categorie di cui alla legge 104/92. Le associazioni dei disabili stanno organizzando corsi per la diffusione di questa nuova forma di lavoro.

Tutoring

Consiste nella presa a carico, da parte dei compagni o di uno di loro, dei problemi del disabile inserito nella classe. L’intervento non è quello di prendersi cura di tutti i suoi problemi e risolverli, ma di facilitargli il rapporto con i compagni di classe e con i docenti curricolari specializzati. Il tutor è reclutato su proposta volontaria. Di solito è scelto tra studenti che "conoscono", per esperienza familiare o parentale, la realtà della disabilità del compagno di classe. Ottimi tutor per i ragazzi sordi inseriti nelle classi comuni, in particolare nella comunicazione, sono i figli udenti di genitori sordi.

Welfare state

La realtà a cui si riferisce il termine è molto vasta, tuttavia la"filosofia" può essere ristretta all’intervento dello stato nell’occuparsi di svariate incombenze perché i cittadini, in particolare i più indigenti e problematici, ricevano i bisogni di sussistenza materiale e i servizi necessari per la salute fisica e psichica. Tra i punti salienti del welfare state forniti dallo Stato (o per delega dalle Regioni, Comuni, Province) ricordiamo: assistenza sanitaria pubblica a tutti i cittadini, pensioni ai lavoratori che hanno cessato di lavorare per i limiti d’età, sussidi per i disoccupati, cassa d’integrazione per i lavoratori d’aziende in crisi o con limitate commesse, sussidi alle famiglie con difficoltà economiche. La filosofia che ispira il welfare state è aiutare coloro che per motivi esistenziali o cause diverse mancano del sostegno economico (esigenze materiali di sussistenza quotidiana) e /o del sostegno educativo, culturale e di salute (esigenza e dignità personali). Il welfare state ha avuto molta considerazione nei paesi scandinavi e in Giappone. Nell’ultimo decennio forze sociali e politiche hanno esercitato una funzione critica sia in Italia sia in altri Paesi della Ue affermando che "lo stato non può garantire tutto a tutti", col tentativo di "passare" alcuni servizi privati o ai settori assicurativi, compresi alcuni servizi forniti ai disabili.

Giovedì 30 Dicembre 2004 21:36

GLOSSARIO DELLA DISABILITA’ (1/2)

 GLOSSARIO DELLA DISABILITA’ (1/2)

di Renato Pigliacampo

Tratto da "Famiglia Oggi/ ottobre 2003"

Abnormal Psychology

Termine molto utilizzato nei trattati specialistici che sta ad indicare una personalità anormale. I fenomeni psicopatologici possono riguardare le anomalie della percezione, delle funzioni psicomotorie, i disturbi delle funzioni cognitive, motivazionali o d’altra natura psicologica, i disturbi della personalità (per esempio neurosi o malattie psicosomatiche, caratteropatia), condotta sociale anormale (azioni criminali).

Anomalo/Anomalia

Termine utilizzato nel linguaggio della media e fa riferimento a vari significati, spesso contraddittori. Le differenziazioni sono due: l’anomalia è definita come deviazione da una norma ideale o prestabilita; deviazione dalla norma in determinate condizioni sociali per raffronti/confronti con altri soggetti o per motivazioni interculturali che, di conseguenza, portano a sanzioni sociali quando le leggi non lo permettono.

Abuso Pedagogico

Negli ultimi anni si è portata maggiore attenzione sul rispetto del bambino nella sua individualità. Il bambino con deficit sensoriale, fisico o psichico deve essere riabilitato ma non costretto a "gareggiare"col coetaneo normodotato. Il concetto di normalizzazione o di normalità esiste solo nella proposta del riabilitatore o dell’educatore. Non si costringe un bambino sordo ad udire quando l’udito è in grave deficit nell’ascolto della parola verbale né obbligare l’occhio oscurato a vedere. E’ bene che gli operatori si adoperino a stimolare meglio i sensi sani, proponendo una metodologia appropriata £ in particolare nei processi d’apprendimento scolastici £ da parte degli insegnanti specializzati.

Acufene

È un ronzio £ rumore interno all’orecchio del paziente con gravi o medi problemi d’udito. A tutto oggi non si conoscono le cause, non è stata definita pertanto una terapia efficace. Ricerche italiane e straniere hanno dimostrato che il 20%/30% della popolazione è afflitta da questo disturbo per un periodo lungo e talvolta per l’intera vita. L’acufene spesso peggiora durante i mutamenti meteorologici, gli sforzi fisici e gli impegni intellettuali, durante una malattia o disagi psichici.

Afasia

Disturbo del linguaggio dovuto a lesioni dei centri del cervello, in particolare dei centri del linguaggio dell’emisfero celebrale (sx nel destromane). I disturbi afasici sono diversi altre forme più semplici di disturbi anche perché il linguaggio è emanazione della complessa attività simbolica.

Anoressia

È il rifiuto psicologico di mantenere il peso su valori giudicati nella norma per età e statura. La spia si presenta quando il peso del soggetto scende oltre il 15%del peso normale. La tradizione psicologica attribuisce la causa a problemi psicologici, educativi e di relazione. Qualche anno fa dei ricercatori australiani del "Children’s Hospital" di Westmead hanno scoperto il primo gene collegato all’anoressia, il Net. Costui farebbe da "rubinetto" per il passaggio della noradrenalina, sostanza coinvolta nello stress, ansia e depressione. Se il Net è alterato c’è predisposizione alla malattia. In ogni caso è un’ipotesi che taluni respingono. Degli psicologi ricordano che il rifiuto del cibo coincide con delusioni affettive nell’età adolescenziale, stress per esami, separazione dei genitori.

Amministratore di sostegno

La legge italiana prevede gli istituti d’interdizione e dell’inabilitazione. Ci sono "casi", anche talvolta gravi, che non si confanno a nessuna delle due istituzioni. L’amministratore di sostegno è l’alternativa alle altre due, accanto al tutore e al curatore. La conseguenza di tale scelta ha portato alla modifica dell’articolo 414 del Codice civile che prevedeva testualmente: <<il maggiore d’età e il minore emancipato, i quali si trovano in condizioni d’abituale infermità di mente che li rende incapaci di provvedere ai propri interessi devono essere interdetti>>. Il nuovo testo modifica la parola "devono" con la parola "possono". Ciò per la dignità e il rispetto dovuto alla persona. Il nuovo istituto è applicabile ad un soggetto per effetto di una grave malattia o menomazione o a causa dell’età avanzata e l’indicazione nella normativa proprio dell’"età avanzata"e di "menomazione" va oltre la gelida definizione di "infermità mentale" prevista per i casi d’interdizione e d’inabilità.

Assistente/assistenza domiciliare

Si tratta di un intervento compiuto a domicilio da parte d’operatori esperti dell’ente locale (Comune) nei confronti dei cittadini che necessitano d’aiuto per compiere gli atti elementari dell’esistenza (mangiare, bere, lavarsi, camminare). L’assistenza domiciliare riguarda anche i disabili sia a livello d’intervento personale sia a sostegno della famiglia del soggetto problematico per l’assistenza infermieristica, motoria e per quanto riguarda le necessità della persona.

Audioleso

Sia chi ha difficoltà d’ascolto. Di solito il termine audio leso sostituisce il termine "sordo". Molto diffuso nelle famiglie udenti con bambini sordi, anche gravi. La comunità adulta sorda italiana, associata all’Ens (Ente nazionale sordi), non accoglie la definizione perché la trova limitante nell’indicare il deficit uditivo. Audioleso letteralmente sta ad indicare l’audio…leso, rovinato! Di fatto avremo videoleso, polsoleso, ditoleso. Potrebbe essere accolto per un udente che, per un incidente o per una malattia, subisce una lesione dell’udito, ma non per chi ha un deficit grave dalla nascita, il quale dovrebbe essere classificato con un termine specifico che, più che per nascondere la disabilità dell’udito, indichi all’interlocutore "come"interagire con lui.

Autismo

A parte il significato letterale (autos, se stesso) molte problematiche dell’autismo sono ancora avvolte nel mistero. Fu Kanner (1943) tra i primi studiosi ad utilizzare il termine quando descrisse il comportamento di 11 bambini che mostravano un comportamento anormale nel linguaggio, notevole abitudinarietà, rifiuto dei contatti sociali. La diagnosi tuttavia è a volte inesatta anche perché l’autismo spesso è assegnato ad ogni bambino con difficoltà di condotta, o di disordini psicologici o cognitivi. Le cause sono sconosciute. Le ricerche autoptiche post morte hanno messo in evidenza varie anomalie in varie regioni del cervello, di più nel lobo frontale(che pianifica e modella l'azione nel sistema libico( che presiede al controllo emotivo) e in diverse altre aree. Qualche anno fa (2001) una serie di ricerche ha dimostrato che una significativa percentuale di casi autistici ha base genetica. Sembra che il gene situato nel cromosoma 7 alteri lo sviluppo della corteccia celebrale. La misura del quoziente intellettivo dei bambini artistici è controversa. Ci sono state esagerazioni in positivo e in negativo. Oggi ci sono esperti che testano i bambini autistici con speciali test.

Barriere architettoniche

S’intendono gli ostacoli (mobili e immobili) che s’intromettono nella mobilità di chiunque e in particolare di chi ha una ridotta o nulla capacità motoria. L’art. 24 della legge 104/1992 prevede che tutte le opere edilizie riguardanti gli edifici pubblici e privati aperti al pubblico devono essere costruite o adattate per permettere l’accesso ai disabili. Le successive di normative o decreti hanno indicato una specie di vademecum a vantaggio dei disabili motori sui percorsi pedonali, parcheggi, contrassegni speciali, accessi agli edifici, scale, porte, corridoi, locali igienici, tranvie, bus, treni.

Bilinguismo (nel bambino sordo)

Negli ultimi anni si sono scoperte capacità diversamente abili nel bambino sordo sfruttando al massimo i processi d’apprendimento visivo. Per bilinguismo nel bambino sordo s’intende l’apprendimento di due lingue: la lingua dei segni che è consideratala prima lingua e la lingua verbale e scritta della maggioranza. Gli psicolinguisti esperti fanno notare che il bilinguismo del sordo non può essere paragonato al bilinguismo dell’udente che utilizza al massimo il canale uditivo. Il bilinguismo studiato nei figli sordi di genitori sordi segnanti è stato considerato vantaggioso perché non emargina il piccolo dal mondo relazionale sia con i familiari sia con gli insegnanti e i bambini coetanei segnanti, ai quali sono proposti speciali corsi d’apprendimento della lingua dei segni.

Borderline (disturbi)

Termine introdotto da Huges e Rosse, perfezionato da C. Stern per far riferimento ad una condizione diagnostica psicopatologica con difficoltà di sistemazione nosografia. Gli stessi psichiatri e psicologi non sono concordi sul termine. Per alcuni la definizione è legata a disturbi della personalità; per altri a diverse condizioni psicopatologiche. In definitiva s’intende pazienti che non rientrano nei classici confini della nevrosi e della psicosi.

Braille ( sistema)

È una forma di scrittura e lettura tattile. Fu proposta dal francese Louis Braille, cieco lui stesso. Per il cieco leggere con il tatto è molto importante e rassicurante. L’invenzione del braille portò molti cambiamenti nel sistema educativo e d’istruzione dei ciechi. I bambini ciechi per apprendere bene il braille devono adattarsi ad usare bene il punteruolo ( che equivale alla penna per il vedente), ossia lo strumento che serve per scrivere in braille. Poi devono avere appreso la rappresentazione spaziale e la lateralizzazione, il senso dell’alto e del basso, oltre ad un’ottima educazione motoria della mano. Il sistema braille è stato accettato dai ciechi di tutto il mondo.

Cani guida (per i ciechi)

La storia dell’addestramento dei cani guida per i ciechi è molto istruttiva e affascinante. La prima scuola per cani guida è stata proposta dall’Uic (unione italiana ciechi) nella sede di Scandicci (Fi) e sino al 1978 l’ha gestita l’associazione dei ciechi per poi passare, con la riforma degli enti del sociale e assistenziale, al Dipartimento delle Politiche Sociali della regione Toscana. Oggi l’orientamento del cieco è facilitato dalle nuove tecnologie o dai percorsi facilitati o predisposti come si nota nelle grandi città, nelle stazioni ferroviarie, oppure il cieco fruisce di un accompagnatore per il quale ottiene un’indennità dallo Stato. Il ricorso ai cani guida è sempre meno frequente anche se molti ciechi lo richiedono e ne parlano positivamente perché costruiscono con l’animale un rapporto psicologico gratificante che gli permette di superare momenti d’avvilimento.

Carrozzina

È il veicolo di movimento del soggetto con problemi motori agli arti inferiori. È bene che colui che la utilizza n’apprenda il meccanismo di funzionamento e sappia "guidarla". Se l’accoglimento non crea problemi psicologici ai più giovani (ai disabili motori dalla nascita), spesso lo diventa per coloro che perdono il funzionamento degli arti da giovani o in età adulta. La ricerca tecnologica permette oggi la costruzione di carrozzine sempre migliori sia per materiali leggeri e resistenti sia per esigenze d’uso personale, per esempio, l’attività sportiva, costruite per la competività nelle diverse discipline.

Cieco

La legge n.382/1970 afferma: <<agli effetti della presente legge si considera cieco civile colui che sia colpito da cecità assoluta o abbia un residuo visivo non superiore a 1/20in entrambi gli occhi con eventuale correzione, con esclusione di cause di guerra, infortunio sul lavoro e di servizio>>. La legge n. 138/2001 classifica e quantifica le minoranze visive dando indicazioni per gli accertamenti legali del deficit della vista. E detta definizione di "ciechi totali" e "parziali", che non modifica le norme in vigore sulle prestazioni economiche e sociali. È definito, invece, "cieco parziale" chi ha un residuo visibile non superiore a 1/20 in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore anche con eventuale correzione.

Complesso (della crocerossina)

Il termine sta ad indicare il comportamento della donna volontaria o dell’assistenza verso il disabile assistito o paziente, identificandosi nei problemi della sua malattia o disabilità, nel dolore e nell’angoscia, facendosene carico col dono di sé, convivendo o sposando chi assiste.

Comportamento (verso il disabile)

S’intende l’azione che una persona manifesta con l’eloquio, l’atteggiamento in genere, le scelte verso la persona con problemi visivi, uditivi, mentali, psicologici, motori(…).

Comunicazione totale

Termine proveniente dagli Usa che indica un nuovo approccio comunicativo col sordo adottando varie modalità tecniche affinché sia in grado di comprendere meglio quanto gli è detto. La comunicazione totale è composta dalla lingua dei segni (in Italia la Lis), dalla dattilologia, dalla labiolettura, dalla mimica, dall’espressività.

Dichiarazione dei diritti delle persone disabili dell’Onu.

Nella 243esima seduta plenaria del 9 dicembre 1975 l’Assemblea generale presso gli Stati membri, nello spirito della Carta delle nazioni unite, ha proclamato la Dichiarazione dei diritti delle persone disabili facendo appello all’azione nazionale e internazionale per assicurare che essa sia usata quale base comune e quadro di riferimento per la difesa di questi diritti: 1)il termine "persona disabile" significa qualunque persona incapace di assistere da sola, totalmente o parzialmente, le necessità per una vita normale individuale e/o sociale, quale conseguenza di una deficienza, congenita o no, delle sue capacità fisiche o mentali. 2)le persone disabili godranno di tutti i diritti fissati in questa dichiarazione.Questi diritti spetteranno a tutte le persone disabili, senza alcun’eccezione o discriminazione per ragioni di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinioni politiche o altre, d’origine nazionale o sociale, delle condizioni di censo, di nascita o di qualunque altra situazione che si riferisca alla persona disabile o alla sua famiglia. 3)le persone disabili hanno diritto al rispetto inerente alla loro dignità umana. Quali siano l’origine, la natura e la gravità delle loro minorazioni e disabilità, hanno gli stessi fondamentali diritti dei loro concittadini della loro stessa età, il che implica innanzitutto il diritto di godere di una vita decente, piena e normale quanto più possibile. 4) le persone disabili hanno gli stessi diritti civili e politici degli altri esseri umani. 5)le persone disabili hanno diritto a disposizioni mirate affinché diventino autosufficienti. 6)alle cure mediche, psicologiche e funzionali, comprendenti gli apparati di protesi e d’ortopedia, alla riabilitazione, all’aiuto e al consiglio medico e sociale, ai servizi di collocamento e ad altri servizi che le mettano in grado di sviluppare al massimo le loro capacità e attitudini che possano accelerare il processo della loro integrazione o reintegrazione. 7)alla previdenza economica e sociale e ad un decente livello di vita. Esse hanno il diritto ad ottenere e conservare un impiego in relazione alle loro capacità, oppure d’impegnarsi in un’occupazione utile, produttiva e remunerativa e di iscriversi ai sindacati del lavoro 8) hanno diritto che siano prese in considerazioni le loro speciali necessità a tutti i livelli della pianificazione economica e sociale. 9) di vivere con le loro famiglie e con i loro tutori e di prendere parte a tutte le attività sociali, creatrice e ricreative. Nessuna persona disabile sarà soggetta, per quanto si riferisce alla sua residenza, ad un trattamento differenziale se non quello richiesto dalle sue condizioni o dal miglioramento di esse che ne possa derivare. 10) le persone disabili devono essere protette da qualsiasi sfruttamento, da qualunque disposizione e trattamento di carattere discriminatorio, abusivo e degradante. 11) devono poter avvalersi d’assistenza legale qualificata quando tale assistenza si dimostri indispensabile per la protezione della loro persona o proprietà. Se s’istituisce un processo giudiziario contro di se, la procedura seguita deve tenere pienamente conto delle loro condizioni fisiche e mentali. 12)le organizzazioni delle persone disabili possono essere utilmente consultate per tutto quanto riguarda i diritti delle persone disabili. 13) le persone disabili, le loro famiglie e le comunità devono essere esaurientemente informate, con tutti i mezzi idonei, dei contenuti di questa dichiarazione.

Disabilità/disabile (definizione)

Negli ultimi anni il concetto di disabilità e di fatto "il disabile" ha subito importanti cambiamenti dopo approfondita critica su cosa è la normalità in considerazione di una visione culturale dovuta all’ Icf ( Classificazione internazionale del funzionamento della disabilità e della salute), in cui si è passati dalla classificazione delle " conseguenze della malattia" (versione del 1980) ad una classificazione delle "componenti della salute", che identificano meglio gli elementi costitutivi della salute, le "conseguenze" sono l’impatto delle malattie e le altre condizioni che ne derivano. La disabilità è quindi un universo e come tale quindi riguarda tutti. Perché tutti, in vari periodi della nostra vita, siamo disabili. Per questo bisogna comprendere bene cosa sono le funzioni corporee e le strutture corporee. Le prime (incluse le funzioni psicologiche) che sono funzioni fisiologiche del corpo. Le seconde sono le parti anatomiche del corpo. Per esempio gli arti e le loro componenti. Le menomazioni sono problemi che sorgono quando funzioni e strutture del corpo sono colpite da disfunzioni causate da aspetti genetici, infettivi, accidentali e non sono in grado di compiere l’azione propria o limitano l’attività. Una volta conosciuta la disabilità il discorso si sposta su due modelli: il modello medico e il modello sociale. Il primo valuta la disabilità come un problema della persona causato dalla malattia, trauma e perciò necessità di professionisti per la cura e la riabilitazione. La disabilità è gestita intervenendo ( talvolta radicalmente) o curando gli aspetti che l’hanno causata. L’intervento medico è prioritario e, a livello politico si tende a riformare e cambiare le politiche d’assistenza sanitaria. Il secondo esamina gli aspetti sociali ammettendo che la disabilità è "un problema creato dalla società", dalla mancanza d’integrazione degli individui nella società. La disabilità non è la caratteristica di un individuo ma di una serie di condizioni, molte causate dall’ambiente sociale. La gestione del problema induce perciò tutta la società a farsene responsabile negli atteggiamenti e nei cambiamenti politici: e questo, a livello politico, diventa un problema di diritti umani. Pertanto, quando esprimiamo un giudizio sulla persona "disabile" o definiamo la "disabilità" è bene conoscere il suo mondo relazionale e la comunità d’appartenenza.

Demotica

È lo studio della casa in genere e delle strutture interne in funzione di chi la abita. È molto importante la domotica per i soggetti con difficoltà motorie e gli anziani che vogliono raggiungere l’autosufficienza nella propria abitazione. Oggi ingegneri edili e architetti studiano appartamenti "su misura" per favorire la mobilità dei disabili.

Down (sindrome di )

Evento di disordine genetico causato dal trisma 21 scoperto da Jerome Lejeune, sebbene il primo a descriverlo sia stato il medico inglese L.Down. I soggetti colpiti sono caratterizzati per la somiglianza somatico-facciale e tozza alla popolazione della Mongolia, per questo motivo erano chiamati anche mongoloidi in tempi passati. L’intervento educativo deve essere individualizzato e basarsi su "percorsi esplorativi" attraverso esempi imitativi per raggiungere l’autonomia di lavarsi, mangiare da soli, vestirsi, passeggiare. Oggi il problema educativo e d’istruzione del bambino down è mirato ad un "progetto di recupero" che non impegna solo la scuola, ma anche la famiglia e la comunità. Ci sono tappe di "passaggio": l’accettazione del bambino, problemi psicologici e d’interazione tra i membri familiari, inserimento scolastico, riabilitazione, sviluppo cognitivo, sessualità, linguaggio. In conclusione il soggetto down da adulto, se ha ricevuto un’educazione specializzata, raggiungerà l’autonomia e una buona qualità di vita.

Famiglia e handicap

La presenza in famiglia di un bambino con problemi di deficit sensoriali o motori o mentali sconvolge le relazioni psicologiche dei suoi componenti. La madre, talvolta è sopraffatta dall’ansia, è disorientata, entra in disagio relazionale con i vicini, i parenti, e non sempre accetta l’aiuto e i suggerimenti degli specialisti. Il padre è spesso "assente", immerso in una contraddizione affettiva che spesso si ripercuote sul menagè della coppia. Molte volte la famiglia con bambini disabili rifugge gli adulti con lo spesso problema del figlio. Non vogliono confrontarsi con la realtà adulta del figlio. Sperano sempre che i luminari della medicina guariscano il piccolo e rinviano sempre la conoscenza approfondita dei bisogni educativi specializzati, di appropriarsi di linguaggi e metodologie d’interazione perché "capisce tutto quello che gli dico"(genitori di bambini sordi), "vede bene e sa camminare da solo" (genitori di bambini ciechi), "mica è stupido, anche suo padre ha cominciato a parlare tardi" ( genitori di bambini con problemi di linguaggio). La famiglia equilibrata e intelligente risolve il problema dell’accettazione vedendo nel piccolo più le risorse da esplorare e da stimolare che le negatività; si applica di studiare le necessità del figlio, chiedendo ausilio e informazione agli adulti delle stesse disabilità; approfondisce le tematiche con speciali corsi.

Frustrazione

Per frustrazione s’intende una condizione in cui viene a trovarsi un organismo quando è ostacolato, per un periodo di tempo o per sempre, nel raggiungimento di gratificazioni o bisogni. Freud ha valutato tre concezioni della frustrazione: la situazione, lo stato di frustrazione, la reazione. L’invalidismo rappresenta una condizione di frustrazione che assumono i vecchi per ricavare vantaggi, attenzioni o premure, giustificazioni per i fallimenti. Nei disabili la frustrazione è espressa nella razionalizzazione, nel senso che il soggetto cerca di spiegare con argomenti razionali l’insuccesso nell’ambito familiare, parentale, amicale, per il raggiungimento di una meta.

Giovedì 30 Dicembre 2004 21:31

DIRITTI E DESIDERI DEI DISABILI

 DIRITTI E DESIDERI DEI DISABILI

Il seguente manifesto è stato realizzato con l’aiuto degli ospiti dell’ Istituto Sacra Famiglia. Attraverso un questionario compilato insieme agli operatori, 58 ospiti interni hanno saputo mostrare quale sia la realtà dei loro bisogni. È stato chiesto loro, inoltre, di scrivere una "lettera aperta" al ministro Maroni chiedendo aiuti per migliorare la propria condizione di vita. Il decalogo, composto da 5 diritti e 5 desideri, è il sunto di quanto emerso dalle loro parole e dai loro pensieri.

Il seguente manifesto è stato realizzato con l’aiuto degli ospiti dell’ Istituto Sacra Famiglia. Attraverso un questionario compilato insieme agli operatori, 58 ospiti interni hanno saputo mostrare quale sia la realtà dei loro bisogni. È stato chiesto loro, inoltre, di scrivere una "lettera aperta" al ministro Maroni chiedendo aiuti per migliorare la propria condizione di vita. Il decalogo, composto da 5 diritti e 5 desideri, è il sunto di quanto emerso dalle loro parole e dai loro pensieri.

  1. il diritto ad essere quello che sono.
  2. il diritto ad essere salutato come gli altri.
  3. il diritto ad andare a scuola e ad imparare le cose che conoscono gli altri.
  4. il diritto ad essere malato.
  5. il diritto a vivere bene anche se sono disabile.
  6. desidero viaggiare e girare il mondo.
  7. desidero avere una famiglia, dei bambini, tornare a casa e abbracciarli.
  8. desidero essere più istruito, vorrei andare a scuola.
  9. desidero che la gente pensi di me che sono buona, simpatica, intelligente.
  10. desidero avere sempre amici, persone che mi vogliono bene anche se non sono come tutti gli altri.

Tratto da "Famiglia Oggi 10 ¡ ottobre 2003"

Giovedì 30 Dicembre 2004 21:30

INDIRIZZI PER INFORMARSI SULLA DISABILITA’

 INDIRIZZI PER INFORMARSI SULLA DISABILITA’

Per maggiore documentazione dei lettori forniamo altre segnalazioni utili sul lavoro e disabilità.

www.spazio-lavoro.it

("newsletter" sull’ art.14 Legge Biagi, con prese di posizione delle cooperative sociali e associazioni disabili).

www.coinsociale.it

sito del consorzio delle cooperative sociali Co. In. — forum sulle tematiche del lavoro e della disabilità).

www.cnca.it

(sito del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, Cnca).

www.capodarco.it

(sito della comunità di Capodarco di Roma — "The non discriminatine firm", progetto europeo sulla responsabilità sociale delle imprese).

Michele Smergiassi, "i down alla conquista del lavoro", in La Repubblica, 4 agosto 2003, articolo sulle esperienze di lavoro delle persone down.

Agli operatori sociali si consiglia la lettura del manuale curato da Gabriella Fabrizi e Paola Vulterinia "Orientamento e inserimento al lavoro di persone in condizioni di svantaggio" (Franco Angeli 2000).

Tratto da "Famiglia Oggi 10 — ottobre 2003"

Giovedì 30 Dicembre 2004 21:24

UNA FESTA PER CELEBRARE LA VITA

 UNA FESTA PER CELEBRARE LA VITA

Momento di incontro, talora trasgressivo, sempre straordinario, la festa celebra la gioia e l'accoglienza dell'altro • Incontro in profondità, presenza ritrovata, come quella del figlio con il padre nella parabola del Vangelo.

  1. La festa, interpretazione antropologica

    La festa è stata sempre per l'uomo una reazione vitale all'avvenimento che l'oltrepassa. Un modo per placare o incanalare le angosce di fronte all'incertezza e ai cambiamenti della vita, dall'alternarsi delle stagioni, ai passaggi esistenziali - nascita, entrata nell'età adulta, matrimonio, morte... -. Un modo per riscattare le tensioni della vita comune, delle disuguaglianze sociali, per riconquistare la dimensione umana perduta nel prevalere dell'economico, per sottrarsi alla pesantezza del quotidiano, per riacquistare la sicurezza di essere.

    È un periodo di intensificazione della vita collettiva, in cui si interrompe la normale attività produttiva, utile, per realizzare una tensione emozionale unificante intorno a schemi riconosciuti come comuni. Il centro della festa è sentirsi uniti e una certa ritualità lo favorisce, non solo nelle feste collettive -religiose o laiche - ma anche in quelle familiari, amicali, personali: si mangiano certi cibi, si fanno determinate cose...

    È in un certo senso una ricerca di salvezza che si può manifestare sotto molti aspetti, da una semplice fuga nel tempo libero, per sottrarsi a condizioni di vita sentite come alienanti, fino a un'apertura al divino.

    Sovente comporta una trasgressione delle regole, che però non vuole distruggere, quanto riaffermare e rinnovare.

    Suoi elementi sono la straordinarietà, che fa uscire dalla abitudinarietà della vita di tutti i giorni, la gratuità, in contrapposizione all'utilitarismo, lo stare insieme, che libera dall'isolamento.

  2. Che cosa si festeggia?

    In realtà spesso le nostre feste non sono tali perché riproducono ancora i modelli della vita produttiva. Incapaci di meraviglia non sappiamo uscire dall'ovvio e dal consueto. E non abbiamo ancora imparato a stare veramente insieme. Vediamo per esempio come abbiamo ridotto il Natale a una frenetica corsa al consumo...

    Forse questo dipende da una carenza di motivi per far festa.

    Paradossalmente sono i più poveri ad avere voglia di festeggiare. Nelle nostre vite sazie e viziate c'è posto più per la noia che per la festa...

    I giorni liberi sono più di evasione, che di incontro.

    I doni che riceviamo, li diamo per scontati. .

    Che cosa dunque celebrare?

  3. Un padre che ci sembra un po' folle...

    Prigionieri come siamo di una mentalità meritocratica, la cosa che ci colpisce, nella parabola del figliol prodigo, non è tanto che il padre riaccolga il figlio minore, quanto che gli faccia anche festa: lo riveste a nuovo, fa preparare il banchetto ordinando di uccidere il vitello grasso, organizza la musica e le danze...

    Per noi, come per il figlio maggiore, sarebbe già stato abbastanza, forse anche troppo, fare come se niente fosse, dire "Ti perdono! Non pensiamoci più". Al massimo possiamo ammettere un po' di commozione, ma ogni altra manifestazione di gioia ci sembra diseducativa: una ricompensa per chi ha peccato, anche se pentito, che esempio può dare?

  4. Un rapporto difficile con la gioia

    Credo che questo nostro atteggiamento dipenda dall'incapacità di accogliere la gioia, di condividerla con gli altri.

    Mentre sappiamo, più o meno, stare vicino a qualcuno nel momento della pena, anche se è stato lui stesso a procurarsela, spesso ci troviamo ad abbandonarlo quando questa finisce, non abbiamo sufficiente disinteresse, delicatezza di cuore, distacco da noi stessi per condividere la gioia di un altro, rallegrarci della sua felicità: se è contento, che bisogno ha ancora di noi? Il suo dolore ci aveva fatto sentire importanti per lui, la sua gioia invece ci ridimensiona, quando addirittura non suscita la nostra invidia...

    E poi forse abbiamo paura in prima persona di aprirci alla gioia che ci è donata...

    Anzitutto perché ci fondiamo su noi stessi, su quello che possiamo conquistare, e non sappiamo accogliere il dono.

    Poi perché temiamo la delusione: sarà bello finché dura l'attesa, ma la realizzazione sarà all'altezza? Viene in mente la poesia di Leopardi "II sabato nel villaggio"...

    Infine perché la gioia è disarmante, forse in quanto è tutt'uno con l'amore, ci espone alle ferite, ci mette nelle mani di un altro, ci impedisce di ripiegarci su noi stessi, di farci riparo della nostra infelicità e ci costringe a uscire, ad andare incontro agli altri, a donarci...

  5. Sollecitazione alla gratuità

    Che cosa avrebbe impedito al fratello maggiore di far festa, lui che era sempre col padre? Ma non aveva mai avuto l'impressione di aver qualcosa da festeggiare...

    E forse non sapeva nemmeno far festa, si aspettava che fosse il padre a offrirgliela, come noi ci aspettiamo spesso che siano gli altri a darcela, magari le istituzioni, invece di imparare a costruirla.

    Diamo troppa importanza alle condizioni della festa, mentre ce ne manca lo spirito.

    Il padre dei due fratelli, invece va oltre, non si limita a provare gioia dentro di sé. Va verso i figli per sollecitarli a entrare pure loro in questa dimensione.

    Essi in fondo non sono poi così diversi l'uno dall'altro: entrambi pensano che chi ha peccato debba pagare e non possa essere riammesso nella condizione di figlio. Nella loro concezione di dare-avere ("dammi quello che mi spetta...", "non mi hai dato neanche un capretto...") non c'è posto per la gratuità, per la ri-creazione - di vita nuova, di rapporti veri, di speranza -.

    Il padre deve andare loro incontro per convincerli a partecipare alla sua gioia: non può festeggiare da solo, la festa ha bisogno di condivisione...

    Così corre verso il figlio prodigo che intravede di lontano e lo coinvolge nei festeggiamenti prima ancora che abbia finito il discorsetto di pentimento che si era preparato, lo riveste a nuovo per fargli capire che lui è di più del suo peccato, che può ricominciare.

    Poi deve uscire ancora per convincere l'altro che offeso non vuole entrare, e lo prega, lo supplica, senza imporre la sua autorità di capofamiglia, ma cercando di far entrare nella sua logica questo figlio che era rimasto sì accanto a lui, senza tuttavia curarsi di capirlo. Cerca di convincerlo ad aprirsi alla gioia di una presenza ritrovata.

  6. La festa, incontro in profondità

Questa parabola quindi ci fa capire che cos'è la festa per Dio. Non evasione, ma condivisione, reciproca presenza, incontro in profondità.

Non è solo però un contemplarsi l'un l'altro, possedersi reciprocamente, ma è aprirsi a un oltre.

Si fa festa intorno a un mistero: il mistero dell'altro che non si esaurisce nelle azioni che ha commesso; il mistero di Dio che supera con la sua misericordia la nostra immaginazione; il mistero anche di noi stessi, perché non ci conosciamo fino in fondo, del resto non ci siamo costruiti da soli, ma ci riceviamo come dono dagli altri - tutti coloro che hanno contribuito a quello che siamo - e da Dio.

Lo specifico della festa cristiana è la gioia della salvezza: non c'è peccato che non possa essere perdonato, Dio è più grande del nostro cuore.

Gioia della salvezza che è di ritrovarsi fratelli, gioia di "essere" insieme, senza paure, a proprio agio.

Ogni festa, anche la più umana, fa saltare le barriere, abbassa le difese...

La festa aperta a Dio ci rende meno opachi gli uni agli altri e permette uno scambio più vero.

La festa si celebra con un banchetto perché spezzare il pane insieme è simbolo di condivisione concreta, di farsi nutrimento gli uni per gli altri, bere insieme è fare insieme spazio alla gioia. La festa sfama il nostro bisogno di presenza umana, placa la nostra sete di Dio, ma nello stesso tempo ravviva la fame, riacutizza la sete, perché più sperimentiamo la gioia dell'amicizia, più ne sentiamo il desiderio.

Vengono in mente le parole di Gesù: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi" (Le 22,15). Alla tavola dell'amicizia si trova la forza di offrire la propria vita...

Maria Pia Cavalieri

Tratto da "Famiglia Domani £ aprile 2002"

Giovedì 30 Dicembre 2004 21:17

Storie di discepoli (1)

 Storie di discepoli (1)

"Allora entrarono nella tomba. Piene di spavento videro, a destra, un giovane seduto, vestito di una veste bianca. Ma il giovane disse: "Non spaventatevi. Voi cercate Gesù di Nazareth, quello che hanno crocifisso. È resuscitato, non è qui. Ecco, questo è il posto dove lo avevano messo. Ora andate e dite ai suoi discepoli e a Pietro che Gesù vi aspetta in Galilea. Là, lo vedrete come vi aveva detto lui stesso". Le donne uscirono dalla tomba e scapparono via di corsa, tremanti di paura. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura". (Mc16,5-8)

"Allora entrarono nella tomba. Piene di spavento videro, a destra, un giovane seduto, vestito di una veste bianca. Ma il giovane disse: "Non spaventatevi. Voi cercate Gesù di Nazareth, quello che hanno crocifisso. È resuscitato, non è qui. Ecco, questo è il posto dove lo avevano messo. Ora andate e dite ai suoi discepoli e a Pietro che Gesù vi aspetta in Galilea. Là, lo vedrete come vi aveva detto lui stesso". Le donne uscirono dalla tomba e scapparono via di corsa, tremanti di paura. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura". (Mc16,5-8)

ELENA

Chiudo il libro, qualche frase per aprire la riflessione, un po’ di musica. Ognuno dice qualcosa, a turno. Elena prende la parola e dice, dolcemente: "Perché avere paura? Amici, nella mia vita ho sofferto molto, eccoli i miei tre figli, su una sedia a rotelle, vivo solo per loro, mi sono quasi consumata per loro, ma non ho più paura... ora. Avevo due possibilità di fronte a me: la disperazione o la vita. Ho scelta la vita. Sono diventata forte. Scusatemi, non penso molto all'aldilà, alla vita dopo la morte, credo che si debba vivere da risorti, qui, ora, vivere in quanto persone pasquali, saper riconoscere la vita in mezzo a tutto questo, vedere la vita dietro e nelle membra di Fabio, Elenio, Alfonso, i miei figli". No, non dobbiamo avere paura, siamo forti! Distribuisce dei ramoscelli d'ulivo e una poesia di Gandhi. Cantiamo, ed usciamo dalla sua casa con l'impressione che quel messaggio strano e straordinario ci riguardasse... che fosse lì il cuore della nostra fede... così grande eppure così fragile, stupefacente...

ANNA

"Che senso ha tutto questo?", urla Anna, "non ci capisco più nulla!". Lei, passa le giornate in mezzo alla gente del quartiere, il Quartiere Spagnolo, non ha più un momento per sé, verrebbe da dire che la vita di ognuna dì quelle persone stia per consumarla, a poco a poco, come un cero che, bruciando, diventa sempre più piccolo… diffondendo luce. Antonio è un ragazzo meraviglioso, ma oggi sembra un altro, non vuole più continuare ad andare a scuola, sbatte la porta e se ne va. Anna si lascia cadere sulla sedia: "Dimmi, A..., che senso ha tutto questo? Dover sempre ricominciare da capo?". Sì. ricominciare sempre da capo, come ogni primavera dopo che l'inverno finisce, come un chicco di grano che è gettato nella terra e muore... sempre ricominciare, come se fosse il primo giorno, il giorno della creazione che inizia sempre, che non ha mai termine. Anna si alza dalla sedia, sorride, prende la "moka" e ci prepara un caffè; il suo caffè non è mai uguale, ogni volta ha un sapore diverso. Ci alziamo, usciamo dal "basso" e ci avviamo verso il quartiere...

ANNA

Con una certa emozione busso alla porta dello "scantinato" di Anna (un’altra Anna), nel nostro quartiere Traiano: da un po' di tempo non ci si vede. Suo figlio Toni è stato operato, gli è stata fatta la rotazione dei femori. Un'operazione difficile, ma soprattutto una lunga e dolorosa rieducazione. Apre la porta, un bel sorriso in volto. "Che piacere che tu sia venuto, preparo il caffè. Lo sai, siamo dovuti andare fino a Milano, dove c'è uno specialista, ci sono anche dei medici americani; sono stati molto gentili. Ma il viaggio in auto è stato duro...". Toni è a letto, coperto da un lenzuolo bianco. Mi chiede, sorridendo: "Hai portato qualche carta telefonica? Lo sai che ho una collezione fantastica!". Anna racconta, sempre sorridendo: "Qualche volta è molto pesante. Deve rimanere sempre a letto, si annoia, non lo puoi lasciare un attimo, sono distrutta… eppure questa operazione potrà cambiargli la vita, potrà alzarsi, camminare… ecco, il caffè è pronto". Di fuori, entra un raggio di sole ed illumina il suo viso, quello di Toni, la camera, l'umidità dei muri, ed è un po' come se la luce entrasse dalle vetrate di Notre-Dame. Mi alzo, esco, e porto con me il sorriso di questa donna coraggiosa, ma vado a lavorare un po' turbato: avrò altrettanto coraggio, e altrettanta forza?

GIULIANA

Al levar del sole Giuliana esce dalla baracca col più piccolo dei suoi figli e va a chiedere l'elemosina alla stazione del metrò, viene dalla Macedonia. Quando mi vede passare mi chiama con un bel sorriso: "Ciao. Ascolta... come mai non ti sei più atto vivo?". Le chiedo: "Hai notizie di tua madre, a Skopie? Che cosa succede laggiù con la guerra?". "Sì, ho chiamato, sono preoccupata. Laggiù hanno molta paura. Per di più la mamma è malata, lo sai. Non posso andare a trovarla, non ho soldi, e poi è troppo pericoloso. I miei fratellini rischiano d'essere arruolati per andare in guerra. E io sono qui, impotente, col cuore spezzato. Spesso, di notte, a letto piango". Suo figlio, Michele, mi dice che ora va a scuola, e recita una poesia di Pasqua... Giuliana riprende, un po' timida: "Ho dimenticato di dirti una cosa, aspetto un bambino, sono al quarto mese…".

"Mentre andavano dicevano tra loro: "Chi ci farà rotolar via la pietra che è davanti alla porta?". Ma quando arrivarono, guardarono, e videro che la grossa pietra, molto pesante, era stata già spostata... " (Mc 16,3-4).

A…

Piccolo fratello del Vangelo - Napoli

Storie di discepoli (2)

Yves ha trascorso in Nicaragua alcuni mesi del suo anno sabbatico. Cautelino, "delegato della parola" (diacono) in una piccola comunità cristiana di montagna, lo ha invitato a trascorrere la settimana santa in quella frazione…

Il vento fresco del mattino che penetra dal soffitto spalancato della casa mi sveglia. Apro dolcemente gli occhi. Una testa riccioluta, bruna e completamente rotonda è china su di me. Due occhi neri mi osservano… non c'è alcun turbamento in quello sguardo di bambino… magari una domanda: "Chi sei tu, tu così bianco, che sei venuto a passare la settimana santa con noi?" - "Signore, fammi la grazia di lasciarmi toccare"... Provo a sorridere e tendo la mano… la mia visione mattutina si volta e s'allontana, quasi a dirmi: "Non toccarmi. Potrai abbracciarmi, ma più tardi".

Giovedì Santo. Che buon profumo il caffè fresco! Mi attende un piatto di riso e "frijol" (fagioli). È necessario mangiare prima di prendere la strada della montagna. Arriviamo verso mezzogiorno. Alle due del pomeriggio il luogo della celebrazione incomincia a riempirsi: uomini, ma soprattutto donne con bambini. C. accenna a qualche nota di chitarra… il canto ha inizio… i bambini cantano a squarciagola. I delegati della parola hanno preparato una piccola rappresentazione del vangelo del giorno: lavanda dei piedi con i dodici. Nessuno accetta di fare Giuda. Gentilmente, una donna mi chiede di rappresentarlo!... Al momento di mettere la mano nel piatto col campesino che è Gesù, sento come sia facile che la mia mano bianca possa tradire la sua, e imploro il Signore che bruci il mio cuore di passione per la giustizia. Poi, la lavanda dei piedi. Gesù mi chiede:

- "Vuoi che ti lavi i piedi?". - "Oh, sì!".

Gesù campesino del Nicaragua, in ginocchio di fronte a me, il bianco francese, che mi lava la polvere dei piedi... ecco ho vissuto il sacramento del Giovedì Santo, l’accoglienza nella sua tenerezza, della sua compassione... la domanda della mia fiducia... e l'invito a seguirlo.

Venerdì Santo. Oggi niente chitarra. Ecco gli occhi neri che accompagnano il mio risveglio. Partiamo per la Strada della Croce. Ora so di accompagnare Gesù nei suoi poveri. Sono venuti dalla montagna, dalle loro povere case affumicate, per la "Via Crucis"; con le loro pene e le loro speranze, le loro fragilità e la loro fiducia in Dio. Camminano e cantano; "Reconozsco Señor que soy culpable (riconosco, Signore, d'essere colpevole)".

Sono davvero commosso: "colpevoli, ma di che cosa, Signore! Loro che portano il peso dell'ingiustizia del mondo...!". Faccio fatica a trattenere le lacrime.

Pasqua. La veglia pasquale iniziata alle 5 del pomeriggio si è prolungata fino a mezzanotte. Le voci urlanti dei bambini non hanno smesso dì cantare se non con le ultime note suonate in coro dalle viruelas, dal mandolino, dalla chitarra, sostenuti dai suoni gravi del chitarron.

Sveglia alle cinque e mezza, come ogni mattina, sollecitati dal sole nascente. GESÙ È RISORTO! "Feliz Pascua! Hermano, como amanecio?". Per un istante posso stringere a me il piccolo corpo morbido, la testa riccia appoggiata al mio petto. Dopo essermi lavato, i due piccoli vogliono pettinarmi i capelli e la barba. Un piatto di riso e fagioli con una frittata, e via, si parte.

Prima tappa, la casa del nonno un po’ più in alto. Saluto perché parto... "Quando regresa?" - "Dios sabe!". Ci abbracciamo... una testa riccioluta e completamente rotonda mi osserva tranquilla, con i suoi occhi neri, e sparisce…

"Era questo il senso dei discorsi... Vi dissi chiaramente che doveva accadere tutto quel che di me era stato scritto nella legge di Mosè, negli scritti dei profeti e nei Salmi… Voi sarete testimoni di tutto ciò..." (Lc 24,44-48).

Yves M.

Piccolo Fratello del Vangelo - Nicaragua

Giovedì 30 Dicembre 2004 21:10

Partecipazione. Una parola fuori moda

 Partecipazione. Una parola fuori moda

In prima battuta, e forse un po' brutalmente: "partecipazione" è oggi diventata una parola desueta, scarsamente frequentata nel dibattito politico e addirittura datata. Non sentendosi parte di un "tutto" condiviso, in una stagione di grave crisi della memoria collettiva, gli italiani appaiono appassionarsi e prendere parte attivamente solo al campionato di calcio, e a poco altro. Non si tratta di una boutade, ma di una semplice constatazione: ben lungi dall'infervorarci per l'agone politico, non ci resta che l'identità di tifosi della Juventus o dell'Inter, e le discussioni sulla correttezza o meno degli arbitri sono quelle che maggiormente fanno fremere il nostro connazionale medio… È trascorso meno di un quarto di secolo, ma sembrano invece passati diversi anni luce, da quando Giorgio Gaber proclamava in una sua canzone-simbolo che "libertà è partecipazione"

1 - Per un cristiano "partecipare alla cosa pubblica" è la forma più alta della carità

"Ci troviamo oggi, probabilmente - ha scritto giustamente Remo Bodei - alla conclusione di un ciclo bicentenario che aveva attribuito alla politica una funzione salvifica, promettendo a popoli, a classi o a "razze" la felicità attraverso un innesto della politica nel corso della storia". Personalmente, appartengo ad una generazione che è cresciuta nella convinzione generalizzata che la politica e la partecipazione alla "cosa pubblica" fosse, dal punto di vista di un cristiano, la forma più alta ed esigente della carità. Convinto assertore del pluralismo politico e culturale dei cattolici, ho creduto possibile far coincidere la lotta per una maggior giustizia e la testimonianza, la fede cristiana e l'impegno quotidiano per gli "altri" senza mai farmi tentare dal rassicurante recinto dell'unità in un unico partito. Opzioni rispetto alle quali, per quanto mi riguarda, non mi dichiaro in alcun modo un "pentito": anzi... In tale chiave ho vissuto, per parecchi anni, un'esperienza di volontariato sociale, fondando sul piano nazionale il movimento del Tribunale per i diritti del malato, e operando poi nel campo della promozione culturale dirigendo il Centro Studi Religiosi della Fondazione San Carlo di Modena.

Oggi sto svolgendo, ormai da quattro anni, il lavoro di amministratore della mia città, Carpi, come assessore delle politiche culturali e giovanili. Ricordo che quando accettai la sorprendente proposta di quello che sarebbe diventato il mio sindaco, decisi di inviare tramite un giornale locale una sorta di "lettera aperta ai miei concittadini, per spiegare il senso che aveva per me quella scelta, per nulla scontata, anche perché in quel momento non stavo facendo, come si dice, "vita di partito", né appartenevo ad una determinata forza politica. Scrissi, fra l'altro, che intendevo quel passo "in spirito di servizio" rispetto alla mia città, nella quale ho sempre abitato, perché la amo profondamente, e, mentre scrivevo quelle parole, per me assolutamente ovvie ancorché tutte da dimostrare, mi rendevo conto di quanto esse rischiassero di suonare agli eventuali lettori, oltre che ipocrite addirittura vuote di senso, prive di qualsiasi significato, dato che l’opinione comune, largamente suffragata dai media e ormai assolutamente incontrastata, è che la politica è "altro".. tutta la politica, dall'impegno nel quartiere a quello presso il parlamento europeo! Coi naturali rischi di qualunquismo generalizzato, disimpegno ad ogni livello, abulia etica, e così via. Soltanto la mia "beata ingenuità" poteva condurmi su quella strada! Eppure, stando a Gaudium et Spes, "tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica: essi devono essere di esempio sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune"; e ancora: "bisogna curare assiduamente l'educazione sociale e politica, oggi tanto necessaria, sia per l'insieme del popolo, sia soprattutto per i giovani, affinché tutti i cittadini possano svolgere il loro ruolo nella comunità politica" (n. 75). Come ha sintetizzato bene Luigi Ciotti: "Occuparsi di politica, per i cattolici, ultimi è un optional, ma un preciso diritto e dovere che scaturisce dal comandamento della carità. È servizio di giustizia perché il bene comune abbia il volto umano dell’uguaglianza, del rispetto della dignità di ciascuno e della reale tutela dei diritti di ogni persona. Questo bene comune si traduce e articola entro un pluralismo di culture e di scelte che va inteso come ricchezza e non come limite: purché la ricerca di verità e di maggiore giustizia stano sempre libere, non strumentalizzate da condizionamenti diversi dalla propria coscienza, quale che sia il governo in carica".

La realtà, in ogni caso, è che la partecipazione e la politica, soprattutto nel nostro paese, non è oggi considerato un argomento di moda. Per larghe fasce degli italiani si tratta ormai di temi tabù, e per moltissimi giovani, cresciuti alla vita sociale e all'impegno lavorativo nella stagione consegnata alla storia come il passaggio dal cupo tempo del Terrorismo all'amara stagione di Tangentopoli, essi appaiono irrimediabilmente relitti deteriori di un passato sepolto, mero affarismo giocabile solo in chiave di tornaconto individuale, incapaci di produrre passioni autentiche e di collegarsi sia pur lontanamente ad una dimensione etica. Non solo la "politica dei partiti", chiusa in un linguaggio incomprensibile ai più, ma anche il volontariato (o una parte di esso): basti pensare al crollo d'immagine degli ultimi mesi della Missione Arcobaleno a meno di un anno dalla spinta di partecipazione popolare avvenute durante la guerra del Kosovo!

2 - Tra utilità e gratuità

Si badi: sarebbe stupido, oltre che sbagliato, gettare la causa di tale situazione sui cittadini. Occorre ammettere, se si vuole invertire la tendenza o almeno provarci, che la politica da tempo non fa motivi per farsi amare e spesso sì è ridotta a pura politica-spettacolo, e che in un clima di individualismo diffuso la partecipazione ha smarrito parecchio del suo tradizionale appeal. Occorre ammettere una profonda sfasatura fra i processi di sviluppo della nostra società e la mediazione che di essi tenta faticosamente di offrire la politica. Occorre riscoprire lo spazio positivo di una socialità che non si identifichi necessariamente con le chiacchiere televisive o col piccolo cabotaggio. Occorre cambiare rotta. Ma come? Lungi dal risolvere il problema, naturalmente, vorrei offrire qualche pista di riflessione a tale proposito.

Ha scritto il cardinal Martini: "Mi diceva qualche giorno fa un politico molto attento, con cui si stava commentando Agostino e si parlava della opposizione agostiniana tra "uti" e "frui", che è poi ciò che fa la differenza fra le due città: noi politici non siamo più credibili; il discorso dell'utilità dell'"uti", ha ucciso la credibilità o occorre qualcuno, non politico, che faccia ritornare in onore il discorso della gratuità, del "frui" agostiniano. La politica si salva e diviene vero servizio alla pubblica utilità uscendo dalla logica perversa dell'"uti" per accettare anche i ritmi e le logiche del gratuito" Appare davvero illusorio rassegnarsi all'insignificanza della politica, o ad una sua rappresentazione puramente virtuale, quando la logica dominante della storia è quella di un mercato globalizzato e delle sue regole ferree e chi rischia di più sono i "poveri" (è ancora possibile ricorrere a tale termine?), cosa che dovrebbe preoccupare il mondo delle chiese non meno che gli stessi attori della politica. Certo, è indispensabile affrancarsi dalla dimensione totalizzante di essa, lasciarsi alle spalle ogni dimensione "mitica" o "assolutistica", verificarne e accettarne serenamente i limiti oggettivi. Armarsi del "piccolo bagaglio" suggerito da Norberto Bobbio all'autentico democratico: "l'inquietudine nella ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare".

Ha ragioni da vendere il filosofo Pietro Barcellona nel suo appassionato inno alla "necessità" della politica: "La politica è visibilità delle opposte "ragioni", trasparenza del conflitto e delle necessarie mediazioni. La mediazione politica non è un patteggiamento occulto, patto di sindacato con il quale gli azionisti di comando delle diverse società dispongono segretamente della vita di tutti. La politica è ricerca di punti di equilibrio a partire dalla limpida esplicitazione delle differenze. È costruzione di uni "contenitore", di uno spazio dove il conflitto delle ragioni possa dispiegarsi senza rischi di distruzione reciproca. La politica costringe a trasformare le pulsioni e le emozioni in pensieri e argomentazioni comunicabili e rappresentabili. Senza la politica l'intera società precipita in una lotta oscura e priva di obiettivi chiari e distinti...". In questo senso, la partecipazione e la politica sono ancor oggi - nonostante tutte le ipocrisie e le miserie che vi sono connesse - dimensioni necessarie all'umanità postmoderna. L'economia e la borsa non sono sufficienti, come il senso comune attualmente vorrebbe invece farci credere! E qualsiasi auspicabile riforma statuale dovrebbe rispondere in primo luogo all'istanza di ripristinare la comunicazione tra le istituzioni e i cittadini: se essa non costituisce un'autentica risposta al problema del senso, tenderà inevitabilmente a scadere a ingegneria sociale e tecnicismo istituzionale.

3 - Cambiare se stessi per cambiare la politica e per un nuovo modello di partecipazione

La questione tuttora aperta è come ridar loro slancio e passione, come restituire loro un fondamento etico, come renderle consapevoli del proprio "limite": cominciando con il porre loro le domande corrette, adeguate, a metà strada fra la storia e l'utopia, che le rendano davvero capaci - secondo uno slogan felice - di "agire localmente e pensare mondialisticamente". Le domande "laiche legate alla promozione di un senso di responsabilità collettiva reciproca, alla gestione più razionale ed equa della città terrena, alla migliore distribuzione dei beni comuni, alla promozione umana, sociale e culturale dei cittadini. Le domande planetarie della pace, della giustizia, della necessaria "convivialità delle differenze" (don Tonino Bello), di quella che è forse la questione più decisiva per la politica odierna, la questione del rapporto con "l’altro": nel complesso, quelle che interconnettono - superando sia il puro pragmatismo sia la paura di "sporcarsi le mani" - per dirla con il linguaggio di Dietrich Bonhoeffer, la fedeltà alla terra e le realtà ultime. Che mantengono al credente quella che la teologia politica ha definito la "riserva escatologica", l'istanza critica del Vangelo, ma sempre nell'umiltà della compagnia degli uomini. E che ci permettono di dubitare della sentenza qoheletica per cui "non c'è nulla di nuovo sotto il sole". "Non si cambia la politica - come ha scritto Luigi Manconi del suo amico Alex Langer, il "viaggiatore leggero", tragicamente scomparso tre anni or sono - se ognuno non cambia se stesso: questo ci diceva Langer, così caparbiamente e splendidamente fuori moda rispetto a quando quella formula fu elaborata e venne usurpata e dissipata. Non si cambia la politica se si rinuncia a dire e a praticare, già a partire da sé, già nel piccolo del proprio esistere e agire politicamente, quella speranza collettiva, se si rinuncia a portarne il carico di responsabilità. Dunque, Langer liberava quel messaggio da ogni velleità catartica e da ogni ingenuità redentrice, per tradirlo, piuttosto, in un impegno rigoroso e severo di autoformazione e di consapevolezza dei propri limiti e delle proprie responsabilità".

Brunetto Salvarani

Da "Famiglia domani" 3/2000

  C’era una volta Socrate…

Riflessioni su secolarizzazione e problemi del senso

Prima parte

- La domanda sul senso della vita viene spesso rimossa con fastidio; eppure, questa domanda, che è "religiosa", è tutt’altro che inattuale.

- L’esperienza dello smarrimento nella società secolarizzata, quale si è sviluppata con la genesi del del mondo moderno.

- La scissione tra ragione e sentimento e il nuovo ruolo della religione nel contesto delle difficoltà delle fedi storiche.

- La percezione del sacro e la fuga nell’irrazionale.

- L’arte dell’ascolto e del dialogo come strumento per affrontare l’odierna crisi di senso.

- Una domanda per concludere: causa della crisi delle chiese non sarà anche, in parte, che al loro interno si è da tempo imparata e messa a frutto l’arte di pontificare, ma è assai meno praticata quella di ascoltare e dialogare?

C’era una volta un uomo di nome Socrate. Andava in giro per le strade della sua città, Atene, poneva domande ai passanti e volentieri si lasciava, a sua volta, interrogare. Nei suoi dialoghi parlava del bene e del male, dell’amore, del bello, in ultima istanza del senso della vita e di come aiutare gli uomini a scoprirlo. Era un uomo "scomodo"; fece, come si suol dire, una brutta fine.

Troverebbe oggi persone più tolleranti con lui? C’è di che dubitarne. In fondo, presi come siamo dalla convulsione dei giorni, pensiamo tutti di avere cose più serie e più importanti da fare che stare a dialogare sul senso della vita. Anzi forse lo stesso signor Socrate si cercherebbe oggi un’ occupazione più utile e produttiva e eviterebbe di "bighellonare" tutto il giorno, facendo "cricca" con gli amici e importunando i malcapitati passanti.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Seconda parte

LA SECOLARIZZAZIONE COME DATO CULTURALE

La domanda sul senso della vita viene dunque, da molti nostri contemporanei, rimossa con malcelato fastidio. Eppure l’inquietudine e l’insoddisfazione che ciascuno di noi avverte presente negli ambienti in cui vive dimostrano che quella domanda è tutt’altro che inattuale. Sorge quindi il sospetto che tale domanda venga rimossa non perché non interessi, ma perché si prova angoscia di fronte all’incapacità di darvi risposta. Ci si sente infatti smarriti, si brancola letteralmente nel buio.

Si avverte il bisogno di un orientamento. Forse è meglio rettificare: in questo caso, un Socrate servirebbe!

A complicare ulteriormente le cose, c’è poi il fatto che, come ci dicono i sociologi, viviamo oggi in una società frammentata, iperspecializzata nelle suddivisioni delle competenze sociali e lavorative, in una parola individualistica. Una società che, insomma, ha perso i suoi punti di riferimento unificanti. Un tempo, questi punti di riferimento venivano, tra gli altri, assicurati dalla religione, la quale, con i suoi riti e le sue proposizioni di fede, forniva a tutti, indistintamente, dall’uomo più colto a quello più umile, un "ombrello" sufficiente per ripararsi dalle tempeste della vita.

In questo contesto, anche la domanda sul senso della vita, che è poi la domanda religiosa per eccellenza, anzi, come vedremo, la domanda stessa a partire dalla quale sorge il bisogno di una religione, trovava un rifugio sicuro.

L’uomo però che grazie all’Illuminismo, si è scoperto "maggiorenne" e quindi in grado di confidare nelle possibilità più o meno illimitate della propria ragione, non ha disdegnato di relegare spesso la religione nello spazio della superstizione, della magia e ha così potuto credere di riuscire meglio a rispondere a quella domanda con i mezzi positivi e tangibili della scienza e della tecnica che non con quelli astratti della religione. Il mondo si è così, per usare l’espressione di Max Weber, "disincantato", è uscito cioè dall’incanto della magia nella quale l’aveva fatto cadere la religione, e la società si è "secolarizzata", si è profilata cioè in un orizzonte non più trascendente, bensì totalmente intramondano.

Naturalmente, non si vuol dire, con questa diagnosi, che il processo di secolarizzazione sia, in sé e per sé, qualcosa di negativo. Non va dimenticato, infatti, che è anche grazie alla secolarizzazione che hanno potuto svilupparsi alcuni principi del mondo moderno che la nostra cultura ritiene oggi fondanti e irrinunciabili.

L’inalienabilità dei diritti umani, fondata sul riconoscimento della libertà e della dignità di ogni essere umano, indipendentemente da qualsiasi appartenenza di razza, casta, chiesa, ecc., la chiara distinzione dei compiti e delle sfere di influenza tra lo stato e la chiesa, e quindi la nascita dello stato moderno sulla base della aconfessionalità, del pluralismo e della tolleranza (quella multiculturalità che nel contesto odierno è diventata quasi una parola d’ordine) lo sviluppo di una cultura democratica e della partecipazione politica alla vita pubblica, il riconoscimento della reciproca autonomia tra la sfera etica e la sfera religiosa, sono tutti in qualche modo effetti tangibili e positivi di quel processo di secolarizzazione avviatosi con la genesi del mondo moderno.

Su questo punto conviene essere chiari: la nostalgia di un mondo pre-secolarizzato reca in sé il rischio del fondamentalismo, di una visione "teocratica" e medievale del mondo che al pluralismo dei valori sostituisce l’assolutezza di un’unica verità che deve essere imposta a tutti.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Terza parte

L’AMBIVALENZA DELLA SOCIETÀ SECOLARIZZATA

Tuttavia, se anche si sottolineano gli aspetti innovativi, dal punto di vista culturale, del processo di secolarizzazione, non si può comunque tacere il risvolto della medaglia.

La grande opportunità offerta dalla "scoperta" del principio moderno di individualità si è infatti molto spesso tradotta in un imperante individualismo; la conquista della libertà e la progressiva emancipazione della scienza hanno portato non di rado a deliri di onnipotenza; il pluralismo dei valori si è talvolta tradotto in un sostanziale relativismo o indifferentismo, dando così ospitalità anche alla presenza inquietante del nichilismo, della negazione cioè della stessa realtà del valore in sé. Da questo ultimo versante, il novecento appena conclusosi non è stato certo avaro di tragici esempi!

Sono, questi, aspetti reali del processo di secolarizzazione che non vanno trascurati, e nei quali invero ci si imbatte, come sfida, ogniqualvolta si affronta la domanda del senso; sono anzi proprio tali aspetti a rendere così problematica una simile domanda nel contesto della società attuale.

Ora però, l’ambivalenza della società odierna esaminata sotto il profilo della secolarizzazione non fa in fondo che rispecchiare la diagnosi che già nel diciannovesimo secolo il filosofo Hegel formulava a proposito dell’Illuminismo: quest’epoca storica, egli diceva, è caratterizzata da una scissione, dalla divisione tra il sentimento, cioè il dominio dell’interiorità , e l’intelletto, cioè il dominio della ragione comprendente e calcolante.

L’unica realtà in grado di risanare e conciliare questa scissione è per Hegel la filosofia, che infatti contiene e supera entrambi gli ambiti, e cioè sia interiorità che ragione.

Per il nostro tema, però, ancora più interessante è la disamina di un contemporaneo di Hagel, Schleiermacher, il quale, assumendo per buona una diagnosi per molti versi analoga, perveniva a trovare una riconciliazione tra questi due ambiti non nella filosofia, ma in un nuovo concetto di religione.

Vale allora la pena provare brevemente ad attualizzare la sua analisi, perché ci pare che oggi possa essere ancora di qualche utilità.

Che cos’è infatti la religione? Schleiermacher dà al proposito una duplice risposta: da un lato, essa è l’intuizione immediata dell’Universo, cioè di una realtà immensa che sovrasta e trascende la finitezza dell’uomo: dall’altro, è il sentimento, che l’uomo avverte nella sua coscienza, di una dipendenza assoluta da questa realtà trascendente, per cui l’uomo, che con la sua sola ragione non riesce ad afferrare e comprendere quella Trascendenza, può però "sentirla", percepirla e intuirla come intimamente presente nell’intimo della propria coscienza.

In questo modo, per esemplificare il tutto con un’ immagine, l’invocazione e la domanda che salgono dall’interiorità dell’uomo verso questa Trascendenza, ritornano a lui, per così dire, sotto forma di ispirazione, quella ispirazione che non solo si rivela negli impulsi geniali delle grandi personalità artistiche o negli slanci mistici delle grandi personalità religiose, bensì anche nella determinazione quotidiana con la quale ciascuno di noi affronta e risolve le questioni della vita.

Grazie all’ispirazione, il senso religioso, vale a dire la capacità umana di percepire nella propria interiorità questa dinamica della Trascendenza, può dunque finalmente dischiudere anche la possibilità di articolare una risposta alla domanda sul senso della vita.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Quarta parte

TRA SECOLARIZZAZIONE E CRISI DI SENSO

Le due diagnosi qui sommariamente presentate, applicate ai giorni nostri, ci rendono evidente un dato: che il processo di secolarizzazione della società, per quanto diffuso, non è però riuscito a trovare un sostituto adeguato della religione.

Tale processo ha infatti riguardato le strutture sociali e istituzionali della religione (è una realtà sotto gli occhi di tutti, per esempio, che le chiese progressivamente si svuotano e che, con l’emergere di una maggiore concorrenzialità nelle proposte di stili di vita diversi, diminuisce la pratica consapevole dei sacramenti), tuttavia l’elemento religioso, ossia la religione intesa come un modo e una struttura autonoma della coscienza (A.Caracciolo), non è scomparso, ma persiste proprio nella forma dell’invocazione e della domanda di senso ¡ pur se è innegabile che la crisi delle forme tradizionali e storiche di articolazione sociale della religione porta insieme con sé, come già abbiamo accennato, un maggiore smarrimento di fronte a questa domanda.

Nondimeno, è proprio una simile domanda a qualificare lo spazio della religione, o, per meglio dire, del religioso: è infatti esperienza comune che la domanda sul senso della vita può essere sì rimossa ¡ si può cioè, intenzionalmente, ignorarla, non volerne sapere -, tuttavia non può essere soppressa , e prima o poi, per esempio nell’esperienza dell’angoscia, del dubbio, delle notti insonni, essa torna prepotentemente ad esigere e riprendersi il suo spazio.

Ed è appunto questo spazio, che è universale, perché si dischiude strutturalmente e autonomamente in ogni uomo, indipendentemente dalla sua posizione intellettuale nei confronti del problema "fede", a poter e dover essere denominato come religioso. La religione è cioè lo spazio nel quale si articolano le domande e le inquietudini relative al senso ultimo da attribuire all’origine, alla finalità e alla destinazione dell’esistenza del singolo e del mondo.

Ora, l’idea ottimistica che la scienza, le nuove tecnologie, il processo di costante razionalizzazione del contesto sociale, potessero da soli dare risposta a tutti i bisogni dell’uomo e soddisfare così tutte le sue domande e i suoi interrogativi esistenziali, si è rivelata, come già abbiamo anticipato, una drammatica illusione.

La società della comunicazione avanzata si dimostra sempre più, infatti, come una società in cui dominano le solitudini e l’incomunicabilità, poiché alla possibilità di comunicazione, apparentemente sempre più vasta, non sembra far adeguatamente seguito un’autentica condivisione di esperienze esistenziali significative. D’altro canto, al dovere della felicità predicato senza posa dai messaggi pubblicitari sembra fare da contrappunto il diffondersi della depressione, che molti medici non esitano a definire il vero male del nostro tempo.

Da una parte quindi la società, anche grazie al processo di secolarizzazione, sembra fornire all’uomo d’oggi strumenti razionali e tecnici sempre più sofisticati che dovrebbero essere in grado di aiutarlo ad affrontare e dominare anche le situazioni più difficili dell’esistenza: dall’altra, però, ciò avviene in maniera insoddisfacente, giacchè il singolo avverte , nella propria coscienza, che c’è un ambito ¡ costituito per esempio proprio dalle sue domande ed inquietudini esistenziali ¡ che quegli strumenti razionali e tecnici non riescono a soddisfare pienamente o, anzi, trascurano del tutto.

Una conseguenza di questa odierna scissione tra le aspirazioni della società e i bisogni del singolo si mostra poi chiaramente in quel fenomeno della fuga nell’ irrazionalità che è indubbiamente un dato caratteristico del nostro tempo.

L’attenzione talvolta addirittura morbosa riservata agli oroscopi o alle previsioni del futuro, il proliferare di maghi, guaritori, visionari e sensitivi di ogni specie, il ricorso crescente alle cosiddette "medicine alternative" che, pur prive spesso di plausibilità scientifica, si impongono però in nome di una presunta armonia con l’ordine cosmico dell’universo, le pratiche salutiste e "neo-mistiche " dei movimenti religiosi facenti capo alla cosiddetta "new age" e il riporre speranze di benessere e di guadagno nelle lotterie o nei giochi di casualità, sono tutti ¡ ciascuno a suo modo ¡ segnali evidenti di un’irrazionalità che si afferma ormai come l’autentico volto di Giano della odierna civiltà tecnologica.

La secolarizzazione si fondava allora sul presupposto del disincanto, della liberazione dalla magia, il suo imporsi non è però riuscito a evitare che l’uomo, per trovare risposta alla propria insoddisfazione, faccia oggi ancora ricorso, in ultima istanza, a forme di irrazionalità talora ammantate di un alone magico-esoterico.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Quinta parte

L’ESPERIENZA DEL SACRO E DELL’IRRAZIONALE

 D’altronde, a confermare la constatazione che l’elemento irrazionale gioca comunque un ruolo di primo piano nella determinazione del religioso, basterebbe ricordare le fortunate e classiche ricerche sulla fenomenologia del sacro del teologo tedesco Rudolf Otto, che infatti dava al suo libro del 1917 "Il sacro" il sottotitolo : "Sull’irrazionale nell’idea del divino e sul suo rapporto con il razionale".

Certo, per Otto, irrazionale significava in prima battuta non qualcosa di necessariamente antitetico alla ragione e alla logica, bensì l’eccedenza di questo elemento rispetto al razionale, e con ciò egli segnalava anche che, tra le esperienze umane, non tutto può essere ricondotto a un rigido schema di razionalità. I vari movimenti dell’esperienza del sacro rivelano infatti alla ragione dell’uomo un sentimento di creaturalità, cioè il fatto che la nostra vita, posta di fronte agli abissi del mistero e della trascendenza, che atterriscono e affascinano a un tempo, fa l’esperienza della propria incompiutezza e, conseguentemente, della incomparabile maestà e radicale diversità (inafferrabile con i mezzi limitati della ragione) di questa stessa trascendenza.

L’analisi di Rudolf Otto è ancora oggi di attualità nella misura in cui questa dimensione del sacro non viene identificata tout court con la religione, ma, a ben guardare, ne costituisce solo un primo elemento: la religione infatti non si accontenta soltanto del momento psicologico del terrore e del fascino di fronte al mistero e quindi del sentimento di piccolezza e timidezza dell’uomo avvertito al cospetto della trascendenza, bensì vuole già anche contenere in sé il momento attivo della assunzione di responsabilità nei confronti della trascendenza e del mondo.

La religione implica cioè anche e sempre la dimensione della fede, quale che sia la figura storica e concreta che a questa dimensione si vorrà attribuire (e ciò vale, si badi bene, anche per l’ateo, giacchè l’ateo che abbia seriamente affrontato nella sua cosienza il problema religioso, ha pur dovuto assumere alla fine una decisione rispetto a tale problema e risolversi così, magari, per una fede "politica" o "antropologica" o "filosofica", che, certamente diverse dalla fede "religiosa", restano comunque una figura della fede).

Con ciò, ci pare si possa cominciare a delineare un quadro più preciso per tentare di affrontare la fuga nell’irrazionalità e la crisi di senso della società odierna.

Ne va cioè della ricerca di una via per riconciliare il momento della razionalità con quello del sentimento, le due dimensioni che, come abbiamo visto fin qui, paiono essere le "colonne d’Ercole" della riflessione sul senso della vita.

Due termini, oggi molto in voga, assumono in questo contesto un significato pregnante: discorso e esperienza. Al di là della banalizzazione di cui essi sono spesso fatti oggetto nel linguaggio quotidiano (oggi tutto finisce per essere "discorso" ed "esperienza", anche ciò che, in verità, non è né oggetto di dialogo, né frutto di esperienza vissuta!), si tratta in realtà di due termini molto importanti che, concretamente, rimandano a una realtà fondamentale: in ogni discorso autentico viene cioè sempre presupposto l’incontro tra qualcuno che parla, e presenta così una sua esperienza di vita, e qualcuno che ascolta, e che, nell’ascolto, traduce nel proprio linguaggio l’esperienza di vita che gli viene comunicata. E tradurre nel proprio linguaggio significa: mettere a confronto quell’esperienza con la propria.

Ora è precisamente in questa dinamica del dialogo che può emergere lo spazio anche per una risposta individuale alla domanda sul senso.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Sesta parte

L’ARTE DI ASCOLTARE E DIALOGARE

A ben guardare, però, la dinamica del dialogo qui descritta non è nulla di diverso da ciò che già faceva il "nostro" Socrate, il quale, con la tecnica della cosiddetta "maieutica", aiutava l’interlocutore a trovare in se stesso le risposte ai quesiti che gli formulava.

Ora tutto ciò contiene anche per noi, oggi, un profondo insegnamento: se si vogliono davvero trovare gli strumenti per una risposta all’odierna crisi di senso, occorre recuperare la disponibilità al dialogo, all’ascolto e alla condivisione delle esperienze che sorgono nell’interiorità dell’uomo. E nessuno può negare ¡ crediamo ¡ che la religione resta in questo contesto una dimensione insostituibile. Infatti, la religione, in quanto sorge dal sentimento, ha a che fare, come suo luogo rivelativo, con l’interiorità del singolo e, al tempo stesso, traducendosi nelle forme sociali del rito e del culto, vuole comunicare e condividere, nell’assemblea e nella festa comunitaria, i contenuti esperiti e vissuti in questa stessa interiorità.

Ci sia però consentito, al termine di queste riflessioni, chiudere con un dubbio: non sarà che, a fronte della sopravvivenza del fenomeno religioso nel quadro di una società secolarizzata, le forme tradizionali di aggregazione ecclesiale vivono invece una profonda crisi, anche perché al loro interno si è da tempo imparata e messa a frutto l’arte di pontificare, ma è assai meno praticata quella di ascoltare e dialogare?

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

Riflessioni su secolarizzazione e problemi del senso

Prima parte

- La domanda sul senso della vita viene spesso rimossa con fastidio; eppure, questa domanda, che è "religiosa", è tutt’altro che inattuale.

- L’esperienza dello smarrimento nella società secolarizzata, quale si è sviluppata con la genesi del del mondo moderno.

- La scissione tra ragione e sentimento e il nuovo ruolo della religione nel contesto delle difficoltà delle fedi storiche.

- La percezione del sacro e la fuga nell’irrazionale.

- L’arte dell’ascolto e del dialogo come strumento per affrontare l’odierna crisi di senso.

- Una domanda per concludere: causa della crisi delle chiese non sarà anche, in parte, che al loro interno si è da tempo imparata e messa a frutto l’arte di pontificare, ma è assai meno praticata quella di ascoltare e dialogare?

C’era una volta un uomo di nome Socrate. Andava in giro per le strade della sua città, Atene, poneva domande ai passanti e volentieri si lasciava, a sua volta, interrogare. Nei suoi dialoghi parlava del bene e del male, dell’amore, del bello, in ultima istanza del senso della vita e di come aiutare gli uomini a scoprirlo. Era un uomo "scomodo"; fece, come si suol dire, una brutta fine.

Troverebbe oggi persone più tolleranti con lui? C’è di che dubitarne. In fondo, presi come siamo dalla convulsione dei giorni, pensiamo tutti di avere cose più serie e più importanti da fare che stare a dialogare sul senso della vita. Anzi forse lo stesso signor Socrate si cercherebbe oggi un’ occupazione più utile e produttiva e eviterebbe di "bighellonare" tutto il giorno, facendo "cricca" con gli amici e importunando i malcapitati passanti.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Seconda parte

LA SECOLARIZZAZIONE COME DATO CULTURALE

La domanda sul senso della vita viene dunque, da molti nostri contemporanei, rimossa con malcelato fastidio. Eppure l’inquietudine e l’insoddisfazione che ciascuno di noi avverte presente negli ambienti in cui vive dimostrano che quella domanda è tutt’altro che inattuale. Sorge quindi il sospetto che tale domanda venga rimossa non perché non interessi, ma perché si prova angoscia di fronte all’incapacità di darvi risposta. Ci si sente infatti smarriti, si brancola letteralmente nel buio.

Si avverte il bisogno di un orientamento. Forse è meglio rettificare: in questo caso, un Socrate servirebbe!

A complicare ulteriormente le cose, c’è poi il fatto che, come ci dicono i sociologi, viviamo oggi in una società frammentata, iperspecializzata nelle suddivisioni delle competenze sociali e lavorative, in una parola individualistica. Una società che, insomma, ha perso i suoi punti di riferimento unificanti. Un tempo, questi punti di riferimento venivano, tra gli altri, assicurati dalla religione, la quale, con i suoi riti e le sue proposizioni di fede, forniva a tutti, indistintamente, dall’uomo più colto a quello più umile, un "ombrello" sufficiente per ripararsi dalle tempeste della vita.

In questo contesto, anche la domanda sul senso della vita, che è poi la domanda religiosa per eccellenza, anzi, come vedremo, la domanda stessa a partire dalla quale sorge il bisogno di una religione, trovava un rifugio sicuro.

L’uomo però che grazie all’Illuminismo, si è scoperto "maggiorenne" e quindi in grado di confidare nelle possibilità più o meno illimitate della propria ragione, non ha disdegnato di relegare spesso la religione nello spazio della superstizione, della magia e ha così potuto credere di riuscire meglio a rispondere a quella domanda con i mezzi positivi e tangibili della scienza e della tecnica che non con quelli astratti della religione. Il mondo si è così, per usare l’espressione di Max Weber, "disincantato", è uscito cioè dall’incanto della magia nella quale l’aveva fatto cadere la religione, e la società si è "secolarizzata", si è profilata cioè in un orizzonte non più trascendente, bensì totalmente intramondano.

Naturalmente, non si vuol dire, con questa diagnosi, che il processo di secolarizzazione sia, in sé e per sé, qualcosa di negativo. Non va dimenticato, infatti, che è anche grazie alla secolarizzazione che hanno potuto svilupparsi alcuni principi del mondo moderno che la nostra cultura ritiene oggi fondanti e irrinunciabili.

L’inalienabilità dei diritti umani, fondata sul riconoscimento della libertà e della dignità di ogni essere umano, indipendentemente da qualsiasi appartenenza di razza, casta, chiesa, ecc., la chiara distinzione dei compiti e delle sfere di influenza tra lo stato e la chiesa, e quindi la nascita dello stato moderno sulla base della aconfessionalità, del pluralismo e della tolleranza (quella multiculturalità che nel contesto odierno è diventata quasi una parola d’ordine) lo sviluppo di una cultura democratica e della partecipazione politica alla vita pubblica, il riconoscimento della reciproca autonomia tra la sfera etica e la sfera religiosa, sono tutti in qualche modo effetti tangibili e positivi di quel processo di secolarizzazione avviatosi con la genesi del mondo moderno.

Su questo punto conviene essere chiari: la nostalgia di un mondo pre-secolarizzato reca in sé il rischio del fondamentalismo, di una visione "teocratica" e medievale del mondo che al pluralismo dei valori sostituisce l’assolutezza di un’unica verità che deve essere imposta a tutti.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Terza parte

L’AMBIVALENZA DELLA SOCIETÀ SECOLARIZZATA

Tuttavia, se anche si sottolineano gli aspetti innovativi, dal punto di vista culturale, del processo di secolarizzazione, non si può comunque tacere il risvolto della medaglia.

La grande opportunità offerta dalla "scoperta" del principio moderno di individualità si è infatti molto spesso tradotta in un imperante individualismo; la conquista della libertà e la progressiva emancipazione della scienza hanno portato non di rado a deliri di onnipotenza; il pluralismo dei valori si è talvolta tradotto in un sostanziale relativismo o indifferentismo, dando così ospitalità anche alla presenza inquietante del nichilismo, della negazione cioè della stessa realtà del valore in sé. Da questo ultimo versante, il novecento appena conclusosi non è stato certo avaro di tragici esempi!

Sono, questi, aspetti reali del processo di secolarizzazione che non vanno trascurati, e nei quali invero ci si imbatte, come sfida, ogniqualvolta si affronta la domanda del senso; sono anzi proprio tali aspetti a rendere così problematica una simile domanda nel contesto della società attuale.

Ora però, l’ambivalenza della società odierna esaminata sotto il profilo della secolarizzazione non fa in fondo che rispecchiare la diagnosi che già nel diciannovesimo secolo il filosofo Hegel formulava a proposito dell’Illuminismo: quest’epoca storica, egli diceva, è caratterizzata da una scissione, dalla divisione tra il sentimento, cioè il dominio dell’interiorità , e l’intelletto, cioè il dominio della ragione comprendente e calcolante.

L’unica realtà in grado di risanare e conciliare questa scissione è per Hegel la filosofia, che infatti contiene e supera entrambi gli ambiti, e cioè sia interiorità che ragione.

Per il nostro tema, però, ancora più interessante è la disamina di un contemporaneo di Hagel, Schleiermacher, il quale, assumendo per buona una diagnosi per molti versi analoga, perveniva a trovare una riconciliazione tra questi due ambiti non nella filosofia, ma in un nuovo concetto di religione.

Vale allora la pena provare brevemente ad attualizzare la sua analisi, perché ci pare che oggi possa essere ancora di qualche utilità.

Che cos’è infatti la religione? Schleiermacher dà al proposito una duplice risposta: da un lato, essa è l’intuizione immediata dell’Universo, cioè di una realtà immensa che sovrasta e trascende la finitezza dell’uomo: dall’altro, è il sentimento, che l’uomo avverte nella sua coscienza, di una dipendenza assoluta da questa realtà trascendente, per cui l’uomo, che con la sua sola ragione non riesce ad afferrare e comprendere quella Trascendenza, può però "sentirla", percepirla e intuirla come intimamente presente nell’intimo della propria coscienza.

In questo modo, per esemplificare il tutto con un’ immagine, l’invocazione e la domanda che salgono dall’interiorità dell’uomo verso questa Trascendenza, ritornano a lui, per così dire, sotto forma di ispirazione, quella ispirazione che non solo si rivela negli impulsi geniali delle grandi personalità artistiche o negli slanci mistici delle grandi personalità religiose, bensì anche nella determinazione quotidiana con la quale ciascuno di noi affronta e risolve le questioni della vita.

Grazie all’ispirazione, il senso religioso, vale a dire la capacità umana di percepire nella propria interiorità questa dinamica della Trascendenza, può dunque finalmente dischiudere anche la possibilità di articolare una risposta alla domanda sul senso della vita.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Quarta parte

TRA SECOLARIZZAZIONE E CRISI DI SENSO

Le due diagnosi qui sommariamente presentate, applicate ai giorni nostri, ci rendono evidente un dato: che il processo di secolarizzazione della società, per quanto diffuso, non è però riuscito a trovare un sostituto adeguato della religione.

Tale processo ha infatti riguardato le strutture sociali e istituzionali della religione (è una realtà sotto gli occhi di tutti, per esempio, che le chiese progressivamente si svuotano e che, con l’emergere di una maggiore concorrenzialità nelle proposte di stili di vita diversi, diminuisce la pratica consapevole dei sacramenti), tuttavia l’elemento religioso, ossia la religione intesa come un modo e una struttura autonoma della coscienza (A.Caracciolo), non è scomparso, ma persiste proprio nella forma dell’invocazione e della domanda di senso ¡ pur se è innegabile che la crisi delle forme tradizionali e storiche di articolazione sociale della religione porta insieme con sé, come già abbiamo accennato, un maggiore smarrimento di fronte a questa domanda.

Nondimeno, è proprio una simile domanda a qualificare lo spazio della religione, o, per meglio dire, del religioso: è infatti esperienza comune che la domanda sul senso della vita può essere sì rimossa ¡ si può cioè, intenzionalmente, ignorarla, non volerne sapere -, tuttavia non può essere soppressa , e prima o poi, per esempio nell’esperienza dell’angoscia, del dubbio, delle notti insonni, essa torna prepotentemente ad esigere e riprendersi il suo spazio.

Ed è appunto questo spazio, che è universale, perché si dischiude strutturalmente e autonomamente in ogni uomo, indipendentemente dalla sua posizione intellettuale nei confronti del problema "fede", a poter e dover essere denominato come religioso. La religione è cioè lo spazio nel quale si articolano le domande e le inquietudini relative al senso ultimo da attribuire all’origine, alla finalità e alla destinazione dell’esistenza del singolo e del mondo.

Ora, l’idea ottimistica che la scienza, le nuove tecnologie, il processo di costante razionalizzazione del contesto sociale, potessero da soli dare risposta a tutti i bisogni dell’uomo e soddisfare così tutte le sue domande e i suoi interrogativi esistenziali, si è rivelata, come già abbiamo anticipato, una drammatica illusione.

La società della comunicazione avanzata si dimostra sempre più, infatti, come una società in cui dominano le solitudini e l’incomunicabilità, poiché alla possibilità di comunicazione, apparentemente sempre più vasta, non sembra far adeguatamente seguito un’autentica condivisione di esperienze esistenziali significative. D’altro canto, al dovere della felicità predicato senza posa dai messaggi pubblicitari sembra fare da contrappunto il diffondersi della depressione, che molti medici non esitano a definire il vero male del nostro tempo.

Da una parte quindi la società, anche grazie al processo di secolarizzazione, sembra fornire all’uomo d’oggi strumenti razionali e tecnici sempre più sofisticati che dovrebbero essere in grado di aiutarlo ad affrontare e dominare anche le situazioni più difficili dell’esistenza: dall’altra, però, ciò avviene in maniera insoddisfacente, giacchè il singolo avverte , nella propria coscienza, che c’è un ambito ¡ costituito per esempio proprio dalle sue domande ed inquietudini esistenziali ¡ che quegli strumenti razionali e tecnici non riescono a soddisfare pienamente o, anzi, trascurano del tutto.

Una conseguenza di questa odierna scissione tra le aspirazioni della società e i bisogni del singolo si mostra poi chiaramente in quel fenomeno della fuga nell’ irrazionalità che è indubbiamente un dato caratteristico del nostro tempo.

L’attenzione talvolta addirittura morbosa riservata agli oroscopi o alle previsioni del futuro, il proliferare di maghi, guaritori, visionari e sensitivi di ogni specie, il ricorso crescente alle cosiddette "medicine alternative" che, pur prive spesso di plausibilità scientifica, si impongono però in nome di una presunta armonia con l’ordine cosmico dell’universo, le pratiche salutiste e "neo-mistiche " dei movimenti religiosi facenti capo alla cosiddetta "new age" e il riporre speranze di benessere e di guadagno nelle lotterie o nei giochi di casualità, sono tutti ¡ ciascuno a suo modo ¡ segnali evidenti di un’irrazionalità che si afferma ormai come l’autentico volto di Giano della odierna civiltà tecnologica.

La secolarizzazione si fondava allora sul presupposto del disincanto, della liberazione dalla magia, il suo imporsi non è però riuscito a evitare che l’uomo, per trovare risposta alla propria insoddisfazione, faccia oggi ancora ricorso, in ultima istanza, a forme di irrazionalità talora ammantate di un alone magico-esoterico.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Quinta parte

L’ESPERIENZA DEL SACRO E DELL’IRRAZIONALE

 D’altronde, a confermare la constatazione che l’elemento irrazionale gioca comunque un ruolo di primo piano nella determinazione del religioso, basterebbe ricordare le fortunate e classiche ricerche sulla fenomenologia del sacro del teologo tedesco Rudolf Otto, che infatti dava al suo libro del 1917 "Il sacro" il sottotitolo : "Sull’irrazionale nell’idea del divino e sul suo rapporto con il razionale".

Certo, per Otto, irrazionale significava in prima battuta non qualcosa di necessariamente antitetico alla ragione e alla logica, bensì l’eccedenza di questo elemento rispetto al razionale, e con ciò egli segnalava anche che, tra le esperienze umane, non tutto può essere ricondotto a un rigido schema di razionalità. I vari movimenti dell’esperienza del sacro rivelano infatti alla ragione dell’uomo un sentimento di creaturalità, cioè il fatto che la nostra vita, posta di fronte agli abissi del mistero e della trascendenza, che atterriscono e affascinano a un tempo, fa l’esperienza della propria incompiutezza e, conseguentemente, della incomparabile maestà e radicale diversità (inafferrabile con i mezzi limitati della ragione) di questa stessa trascendenza.

L’analisi di Rudolf Otto è ancora oggi di attualità nella misura in cui questa dimensione del sacro non viene identificata tout court con la religione, ma, a ben guardare, ne costituisce solo un primo elemento: la religione infatti non si accontenta soltanto del momento psicologico del terrore e del fascino di fronte al mistero e quindi del sentimento di piccolezza e timidezza dell’uomo avvertito al cospetto della trascendenza, bensì vuole già anche contenere in sé il momento attivo della assunzione di responsabilità nei confronti della trascendenza e del mondo.

La religione implica cioè anche e sempre la dimensione della fede, quale che sia la figura storica e concreta che a questa dimensione si vorrà attribuire (e ciò vale, si badi bene, anche per l’ateo, giacchè l’ateo che abbia seriamente affrontato nella sua cosienza il problema religioso, ha pur dovuto assumere alla fine una decisione rispetto a tale problema e risolversi così, magari, per una fede "politica" o "antropologica" o "filosofica", che, certamente diverse dalla fede "religiosa", restano comunque una figura della fede).

Con ciò, ci pare si possa cominciare a delineare un quadro più preciso per tentare di affrontare la fuga nell’irrazionalità e la crisi di senso della società odierna.

Ne va cioè della ricerca di una via per riconciliare il momento della razionalità con quello del sentimento, le due dimensioni che, come abbiamo visto fin qui, paiono essere le "colonne d’Ercole" della riflessione sul senso della vita.

Due termini, oggi molto in voga, assumono in questo contesto un significato pregnante: discorso e esperienza. Al di là della banalizzazione di cui essi sono spesso fatti oggetto nel linguaggio quotidiano (oggi tutto finisce per essere "discorso" ed "esperienza", anche ciò che, in verità, non è né oggetto di dialogo, né frutto di esperienza vissuta!), si tratta in realtà di due termini molto importanti che, concretamente, rimandano a una realtà fondamentale: in ogni discorso autentico viene cioè sempre presupposto l’incontro tra qualcuno che parla, e presenta così una sua esperienza di vita, e qualcuno che ascolta, e che, nell’ascolto, traduce nel proprio linguaggio l’esperienza di vita che gli viene comunicata. E tradurre nel proprio linguaggio significa: mettere a confronto quell’esperienza con la propria.

Ora è precisamente in questa dinamica del dialogo che può emergere lo spazio anche per una risposta individuale alla domanda sul senso.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Sesta parte

L’ARTE DI ASCOLTARE E DIALOGARE

A ben guardare, però, la dinamica del dialogo qui descritta non è nulla di diverso da ciò che già faceva il "nostro" Socrate, il quale, con la tecnica della cosiddetta "maieutica", aiutava l’interlocutore a trovare in se stesso le risposte ai quesiti che gli formulava.

Ora tutto ciò contiene anche per noi, oggi, un profondo insegnamento: se si vogliono davvero trovare gli strumenti per una risposta all’odierna crisi di senso, occorre recuperare la disponibilità al dialogo, all’ascolto e alla condivisione delle esperienze che sorgono nell’interiorità dell’uomo. E nessuno può negare ¡ crediamo ¡ che la religione resta in questo contesto una dimensione insostituibile. Infatti, la religione, in quanto sorge dal sentimento, ha a che fare, come suo luogo rivelativo, con l’interiorità del singolo e, al tempo stesso, traducendosi nelle forme sociali del rito e del culto, vuole comunicare e condividere, nell’assemblea e nella festa comunitaria, i contenuti esperiti e vissuti in questa stessa interiorità.

Ci sia però consentito, al termine di queste riflessioni, chiudere con un dubbio: non sarà che, a fronte della sopravvivenza del fenomeno religioso nel quadro di una società secolarizzata, le forme tradizionali di aggregazione ecclesiale vivono invece una profonda crisi, anche perché al loro interno si è da tempo imparata e messa a frutto l’arte di pontificare, ma è assai meno praticata quella di ascoltare e dialogare?

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

Riflessioni su secolarizzazione e problemi del senso

Prima parte

- La domanda sul senso della vita viene spesso rimossa con fastidio; eppure, questa domanda, che è "religiosa", è tutt’altro che inattuale.

- L’esperienza dello smarrimento nella società secolarizzata, quale si è sviluppata con la genesi del del mondo moderno.

- La scissione tra ragione e sentimento e il nuovo ruolo della religione nel contesto delle difficoltà delle fedi storiche.

- La percezione del sacro e la fuga nell’irrazionale.

- L’arte dell’ascolto e del dialogo come strumento per affrontare l’odierna crisi di senso.

- Una domanda per concludere: causa della crisi delle chiese non sarà anche, in parte, che al loro interno si è da tempo imparata e messa a frutto l’arte di pontificare, ma è assai meno praticata quella di ascoltare e dialogare?

C’era una volta un uomo di nome Socrate. Andava in giro per le strade della sua città, Atene, poneva domande ai passanti e volentieri si lasciava, a sua volta, interrogare. Nei suoi dialoghi parlava del bene e del male, dell’amore, del bello, in ultima istanza del senso della vita e di come aiutare gli uomini a scoprirlo. Era un uomo "scomodo"; fece, come si suol dire, una brutta fine.

Troverebbe oggi persone più tolleranti con lui? C’è di che dubitarne. In fondo, presi come siamo dalla convulsione dei giorni, pensiamo tutti di avere cose più serie e più importanti da fare che stare a dialogare sul senso della vita. Anzi forse lo stesso signor Socrate si cercherebbe oggi un’ occupazione più utile e produttiva e eviterebbe di "bighellonare" tutto il giorno, facendo "cricca" con gli amici e importunando i malcapitati passanti.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Seconda parte

LA SECOLARIZZAZIONE COME DATO CULTURALE

La domanda sul senso della vita viene dunque, da molti nostri contemporanei, rimossa con malcelato fastidio. Eppure l’inquietudine e l’insoddisfazione che ciascuno di noi avverte presente negli ambienti in cui vive dimostrano che quella domanda è tutt’altro che inattuale. Sorge quindi il sospetto che tale domanda venga rimossa non perché non interessi, ma perché si prova angoscia di fronte all’incapacità di darvi risposta. Ci si sente infatti smarriti, si brancola letteralmente nel buio.

Si avverte il bisogno di un orientamento. Forse è meglio rettificare: in questo caso, un Socrate servirebbe!

A complicare ulteriormente le cose, c’è poi il fatto che, come ci dicono i sociologi, viviamo oggi in una società frammentata, iperspecializzata nelle suddivisioni delle competenze sociali e lavorative, in una parola individualistica. Una società che, insomma, ha perso i suoi punti di riferimento unificanti. Un tempo, questi punti di riferimento venivano, tra gli altri, assicurati dalla religione, la quale, con i suoi riti e le sue proposizioni di fede, forniva a tutti, indistintamente, dall’uomo più colto a quello più umile, un "ombrello" sufficiente per ripararsi dalle tempeste della vita.

In questo contesto, anche la domanda sul senso della vita, che è poi la domanda religiosa per eccellenza, anzi, come vedremo, la domanda stessa a partire dalla quale sorge il bisogno di una religione, trovava un rifugio sicuro.

L’uomo però che grazie all’Illuminismo, si è scoperto "maggiorenne" e quindi in grado di confidare nelle possibilità più o meno illimitate della propria ragione, non ha disdegnato di relegare spesso la religione nello spazio della superstizione, della magia e ha così potuto credere di riuscire meglio a rispondere a quella domanda con i mezzi positivi e tangibili della scienza e della tecnica che non con quelli astratti della religione. Il mondo si è così, per usare l’espressione di Max Weber, "disincantato", è uscito cioè dall’incanto della magia nella quale l’aveva fatto cadere la religione, e la società si è "secolarizzata", si è profilata cioè in un orizzonte non più trascendente, bensì totalmente intramondano.

Naturalmente, non si vuol dire, con questa diagnosi, che il processo di secolarizzazione sia, in sé e per sé, qualcosa di negativo. Non va dimenticato, infatti, che è anche grazie alla secolarizzazione che hanno potuto svilupparsi alcuni principi del mondo moderno che la nostra cultura ritiene oggi fondanti e irrinunciabili.

L’inalienabilità dei diritti umani, fondata sul riconoscimento della libertà e della dignità di ogni essere umano, indipendentemente da qualsiasi appartenenza di razza, casta, chiesa, ecc., la chiara distinzione dei compiti e delle sfere di influenza tra lo stato e la chiesa, e quindi la nascita dello stato moderno sulla base della aconfessionalità, del pluralismo e della tolleranza (quella multiculturalità che nel contesto odierno è diventata quasi una parola d’ordine) lo sviluppo di una cultura democratica e della partecipazione politica alla vita pubblica, il riconoscimento della reciproca autonomia tra la sfera etica e la sfera religiosa, sono tutti in qualche modo effetti tangibili e positivi di quel processo di secolarizzazione avviatosi con la genesi del mondo moderno.

Su questo punto conviene essere chiari: la nostalgia di un mondo pre-secolarizzato reca in sé il rischio del fondamentalismo, di una visione "teocratica" e medievale del mondo che al pluralismo dei valori sostituisce l’assolutezza di un’unica verità che deve essere imposta a tutti.

 Francesco e Guido Ghia

Dottorandi presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Bochum (Germania)

da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

 

Terza parte

L’AMBIVALENZA DELLA SOCIETÀ SECOLARIZZATA

Tuttavia, se anche si sottolineano gli aspetti innovativi, dal punto di vista culturale, del processo di secolarizzazione, non si può comunque tacere il risvolto della medaglia.

La grande opportunità offerta dalla "scoperta" del principio moderno di individualità si è infatti molto spesso tradotta in un imperante individualismo; la conquista della libertà e la progressiva emancipazione della scienza hanno portato non di rado a deliri di onnipotenza; il pluralismo dei valori si è talvolta tradotto in un sostanziale relativismo o indifferentismo, dando così ospitalità anche alla presenza inquietante del nichilismo, della negazione cioè della stessa realtà del valore in sé. Da questo ultimo versante, il novecento appena conclusosi non è stato certo avaro di tragici esempi!

Sono, questi, aspetti reali del processo di secolarizzazione che non vanno trascurati, e nei quali invero ci si imbatte, come sfida, ogniqualvolta si affronta la domanda del senso; sono anzi proprio tali aspetti a rendere così problematica una simile domanda nel contesto della società attuale.

Ora però, l’ambivalenza della società odierna esaminata sotto il profilo della secolarizzazione non fa in fondo che rispecchiare la diagnosi che già nel diciannovesimo secolo il filosofo Hegel formulava a proposito dell’Illuminismo: quest’epoca storica, egli diceva, è caratterizzata da una scissione, dalla divisione tra il sentimento, cioè il dominio dell’interiorità , e l’intelletto, cioè il dominio della ragione comprendente e calcolante.

L’unica realtà in grado di risanare e conciliare questa scissione è per Hegel la filosofia, che infatti contiene e supera entrambi gli ambiti, e cioè sia interiorità che ragione.

Per il nostro tema, però, ancora più interessante è la disamina di un contemporaneo di Hagel, Schleiermacher, il quale, assumendo per buona una diagnosi per molti versi analoga, perveniva a trovare una riconciliazione tra questi due ambiti non nella filosofia, ma in un nuovo concetto di religione.

Vale allora la pena provare brevemente ad attualizzare la sua analisi, perché ci pare che oggi possa essere ancora di qualche utilità.

Che cos’è infatti la religione? Schleiermacher dà al proposito una duplice risposta: da un lato, essa è l’intuizione immediata dell’Universo, cioè di una realtà immensa che sovrasta e trascende la finitezza dell’uomo: dall’altro, è il sentimento, che l’uomo avverte nella sua coscienza, di una dipendenza assoluta da questa realtà trascendente, per cui l’uomo, che con la sua sola ragione non riesce ad afferrare e comprendere quella Trascendenza, può però "sentirla", percepirla e intuirla come intimamente presente nell’intimo della propria coscienza.

In questo modo, per esemplificare il tu

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