Domenica, 08 Dicembre 2019
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Giovedì 30 Dicembre 2004 20:25

Matrimoni misti

 Matrimoni misti

I matrimoni misti (detti anche interculturali o interetnici) hanno visto aumentare vertiginosamente la loro frequenza nel corso degli ultimi anni, sia in Italia che nel mondo. Nello specifico in Italia, secondo i dati del Dossier Statistico 2001 forniti dalla Caritas, nel 1997 si è avuto un incremento del 39,9% rispetto all'anno precedente, arrivando a quota 13.184 casi. Apprendiamo, inoltre, che il fenomeno ha coinvolto principalmente il Nord del paese dove risiede, in termini assoluti, anche la maggior parte degli immigrati.

La sociologa Mara Tognetti Bordogna (1996), che al fenomeno ha rivolto un'attenzione specifica, definisce matrimonio misto: "quel legame che si crea fra un individuo autoctono e un individuo straniero, cioè l'incontro tra due culture, in un contesto di migrazione". L'autrice ritiene che i matrimoni misti siano particolarmente indicativi del "grado di morfogenesi che sta subendo l'istituzione famiglia", nonché, anche del grado di integrazione e "radicamento dello straniero nel nostro paese". Infatti, il matrimonio interculturale può contribuire a far diventare stabile e definitiva una migrazione inizialmente temporanea.

In tal senso possiamo definire tale nuova forma di famiglia diretta espressione dei cambiamenti sociali che hanno investito l'Italia negli ultimi anni, a conferma del diretto legame esistente tra forme assunte dalla famiglia e società. Se, quindi, gli altri paesi dell'Europa e gli Usa, da sempre patria della convivenza multietnica, hanno conosciuto il fenomeno già da molti anni, l'Italia, paese di recente immigrazione, lo ha fatto solo ultimamente. Ne deriva che anche gli studi condotti sull'argomento nel nostro paese sono recenti, a fronte di una letteratura più ampia nel resto del mondo. Il tema è indubbiamente molto esteso e vari autori hanno evidenziato l'impossibilità di trattare ogni implicazione ad esso connessa in un unico testo. E', tuttavia, possibile identificare alcune tematiche di rilievo, rispetto alle quali la coppia mista dovrà attuare un confronto costante, a differenza delle altre tipologie di coppie.

Innanzitutto bisogna considerare il quotidiano rapporto con la diversità. Numerosi autori riconoscono nella quotidiana accettazione della diversità uno dei punti di forza di tale unione: "le coppie miste vivono nella differenza e coltivano la differenza" (Tognetti, 1996). Una diversità linguistica, culturale, religiosa, fisica; un diverso modo di espressione delle emozioni, di comunicazione, verbale e non-verbale. Inizialmente proprio tali diversità, a volte amplificate dagli stereotipi culturali, possono contribuire a far nascere l'attrazione tra due persone. Soltanto più tardi la quotidianità e il progetto di una vita in comune porteranno a dover fare delle scelte. La scelta di un partner al di fuori del proprio gruppo di origine, è stata considerata, già da Durkeim e successivamente da altri, come rappresentativa di un rifiuto nei confronti dei valori e delle regole dello stesso. Indubbiamente, lo scegliere un partner al di fuori del proprio gruppo, può facilmente essere vissuto dalla famiglia di origine come una sorta di tradimento o rifiuto delle proprie radici. Qualche autore vi ha ravvisato una forma di "taglio emotivo" che porterebbe a fare una scelta osteggiata dai genitori, nel tentativo di emanciparsi da essi e rivendicare la propria capacità di attuare scelte autonome.

Spesso le coppie miste si trovano a dover affrontare l'opposizione della famiglia d'origine, opposizione che è particolarmente dura nel caso di gruppi culturali chiusi e profondamente gelosi delle loro tradizioni. Non dobbiamo dimenticare, ad esempio, l'esistenza dei "matrimoni combinati", che in molti paesi, ancora oggi, portano il genitore a scegliere il partner per il proprio figlio. In casi estremi il rifiuto delle famiglie ad un’unione mista può essere totale e comportare l'allontanamento e la perdita del legame tra le generazioni. La nascita di figli può essere occasione di ravvicinamento ai nonni ma può, al tempo stesso, essere causa di ulteriori tensioni, anche e soprattutto nella coppia genitoriale. Circa la loro educazione, infatti, i genitori sono chiamati a fare più scelte rispetto a quelli che condividono la medesima cultura. Spesso, anche se non sempre, ci sono disaccordi su come crescerli e diverse aspettative nei confronti del loro futuro (Hotvedt, 1997).

In genere i problemi principali in tal senso li crea la religione, soprattutto quella islamica, visto il crescente numero di unioni cosiddette islamocristiane. In molte culture, come nel caso di quella islamica, il figlio è sotto la completa autorità paterna e l'estromissione della madre, nel caso di un unione mista, può portare alla totale scomparsa di una delle due culture.

Uno dei problemi più grandi si ha quando il divorzio entra a far parte del ciclo vitale di queste famiglie, determinando situazioni di estrema conflittualità, portate recentemente in primo piano dalla cronaca. In caso di rottura, le differenze sembrerebbero amplificarsi, alimentando odi e lotte soprattutto per l'affidamento dei figli che, invece di trarre maggiori opportunità dal crescere in fra due culture, si ritrovano ad essere oggetti nelle mani di genitori pronti a "trasferirli" da una nazione all'altra.

Fortunatamente, non siamo sempre di fronte a situazioni così estreme. A volte con il confronto si raggiungono dei compromessi, che consentono alla coppia mista di avere delle risorse in più, piuttosto che degli handicap. Il figlio di genitori di culture diverse può imparare di più (ad esempio le lingue), ed avere una diversa sensibilità nei confronti della società sempre più multiculturale. Benché la coppia che decide di intraprendere questa "avventura" sia potenzialmente esposta a maggiori tensioni e questioni da affrontare, non è comunque vero che tale tipo di unione sia inesorabilmente destinato a naufragare.

Gli aspetti problematici non vanno esasperati oltre misura. È bene pensare che tutte le coppie debbono confrontarsi e fare delle scelte quando decidono di intraprendere una vita insieme. La Tognetti Bordogna (1996) ci ricorda che "gli accadimenti della coppia mista sono, in forma concentrata, esasperata, amplificata, gli accadimenti di tutte le coppie. Accadimenti che possono diventare punti di forza o di debolezza, se la coppia riconosce o non riconosce che ciò che è diverso sono i punti di vista".

Prof. Maurizio Andolfi

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:25

Famiglie Adottive

Famiglie Adottive

· "Lo desideriamo Piccolo, così possiamo godercelo fra le nostre braccia e poi, se piccolo, non ricorda il suo passato",

· "Ci ha deluso, non è riconoscente per quello che abbiamo fatto, non lo possiamo più tenere con noi, ci ha mandato in crisi",

· "Abbiamo pensato a lungo alla nostra richiesta di adottare un bambino; pensiamo di poter rendere un servizio; ci saranno delle difficoltà ma ci aiuteremo",

· "Da grande tornerò al mio paese e porterò tanti regali a tutti",

· "I miei genitori adottivi hanno dato qualcosa ad un signore, forse mi ha venduto",

· "Forse mia madre non è più a Santiago del Cile; i carabinieri l'avranno allontanata perché non potesse cercarmi più, Lei soffrirà di questo, La tengono lontana da me"

Le frasi riportate sono voci di bambini e testimonianze di coppie in attesa di giudizio di idoneità all'adozione o già con figli adottivi; queste parole suggeriscono e fanno comprendere come ogni esperienza adottiva è "quella esperienza adottiva" e la realtà profonda sia della coppia che del minore, di "quella coppia" e di "quel minore", rendono ogni singola storia sempre unica ed irripetibile.

Come sottolinea D'Andrea (2000) la famiglia adottiva presenta nelle diverse fasi critiche del suo ciclo vitale delle peculiarità che la contraddistinguono dalle altre famiglie. Ogni coppia, compresa quella adottiva, non è solo la somma di due individui, delle loro caratteristiche e delle relazioni fra di essi; è un microcosmo che deve affrontare un compito evolutivo per adattarsi al nuovo arrivato, raggiungendo un nuovo equilibrio al suo interno. L’adozione non riguarda quindi individui singoli e slegati fra loro ma un tutt'uno che si trasforma, il sistema famiglia che per effetto di un fatto nuovo si modifica e diviene qualcosa di diverso da quello che era prima. Il sistema comincia a trasformarsi già dal momento in cui la coppia/famiglia inizia anche solo a pensare ad una eventuale adozione, per poi andare avanti in questo lento processo durante tutto il lavoro di riflessione e ripensamento. Il viaggio adottivo non termina con 1'arrivo del bambino ma prosegue nella ricerca da parte di tutti i membri della famiglia di una dimensione nella quale viene salvaguardato il senso di appartenenza e allo stesso tempo difesa la garanzia di ogni singola identità. Dal momento in cui una coppia decide di adottare un bambino inizia a vivere la fase dell'attesa, un periodo ricco di speranze ed inquietudini sul quale, nella maggioranza dei casi, si riversano i vissuti connessi alla sterilità.

Chi sceglie di adottare un bambino spesso proviene da una difficoltà procreativa, dal confronto con la sterilità: ci si affida a pratiche mediche pur di superare il limite biologico, una strada inevitabilmente dolorosa accompagnata da profonda frustrazione che sfocia infine in un senso di deprivazione che chiede di essere colmato con un bambino.

La qualità della relazione nell'esperienza adottiva è profondamente legata ai vissuti con i quali si giunge ad essa; la coppia si trova di fronte a un bivio: negare, evitare il problema oppure accoglierlo ed elaborarlo; è in questa fase che la coppia e i suoi sistemi affettivi di appartenenza mettono le fondamenta per quella che sarà una relazione accogliente oppure una evitante (D'Andrea, 1999).

Per questo la filiazione adottiva non può essere confusa con quella naturale, ci sono condizioni di partenza, vissuti profondi, timori, aspettative e contenuti relazionali completamente diversi; basti pensare alle fantasie dei futuri genitori biologici riguardo l'aspetto fisico e caratteriale del figlio e a quelle della coppia adottiva" in attesa" , sicuramente meno rassicuranti e più confuse, su un figlio voluto ma generato da altri.

Per una scelta adottiva consapevole, nella fase di attesa oggi la coppia viene adeguatamente seguita e supportata per comprendere appieno il significato che tale decisione riveste e per superare i conflitti irrisolti. La coppia che adotta deve essere sufficientemente capace di accomodarsi alle nuove richieste e affrontare le delusioni inevitabili, l'attendibilità è tanto più probabile quanto sono maggiori le risorse a cui fa appello, affettive soprattutto, intellettuali, sociali, culturali (Barletta,1988). Un'esperienza adottiva riuscita è quella in cui un bambino è stato amato, accolto ed accettato senza perdere la sua soggettività ed il legame con l'esperienza passata, in cui non risulta vittima delle fantasie compensatorie dei suoi genitori adottivi, dei loro eventuali problemi e conflitti personali e/o di coppia.

Un bambino che viene adottato è un bambino che porta con sé un bagaglio, un'esperienza inevitabilmente traumatica, il ricordo di una famiglia che ha comunque avuto per un periodo più o meno lungo e quello di luoghi e situazioni in cui ha vissuto temporaneamente prima dell'adozione (con una famiglia affidataria e in case famiglia nelle migliori delle situazioni, ma c'è chi viene dalla strada, da istituti, da strutture ospedaliere); una storia che non può essere cancellata né negata. Il compito più impegnativo e al contempo affascinante per dei genitori adottivi è quello di gettare un ponte fra la storia precedente e l'esperienza adottiva, solo così il bambino sarà libero di esprimere se stesso, di sperimentare l'accoglienza e al contempo di elaborare i problemi, le fantasie e l'angoscia che deriva dall'abbandono.

L'arrivo di un bambino, generato o adottato che sia, è un evento che chiama in causa i membri della famiglia allargata, in primo piano i nonni (e non solo perché a livello legale il loro assenso per l'adozione è indispensabile!), gli zii, i cugini, i conoscenti e il vicinato, il che significa nascita di nuovi ruoli e di aspettative: ognuno attribuirà all'evento un diverso significato. Per vivere in uno spazio relazionale tranquillo e sereno è importante che la famiglia abbia coinvolto la rete parentale nella propria scelta, onde evitare che il bambino viva e cresca in un clima conflittuale. La nuova famiglia ha spesso altri protagonisti, ovvero altri bambini: i fratelli. Diverse ricerche mostrano come il rapporto fraterno sia un'utile risorsa che facilita l'acquisizione nel tempo di sicurezza e di stabilità.

Paradossalmente ci si accorge che dell'adozione si sa ben poco o quasi nulla, mentre la famiglia si allontana sempre più dal modello tradizionale ed aumentano forme familiari alternative, rimangono radicate vecchi pregiudizi alimentati in qualche modo dai mass media i quali tendono a presentare i fatti facendo leva sull'emotività, contribuendo così a creare e mantenere in vita idee preconcette e stereotipate (Bozzo, Zucchi, 1995).

Indipendentemente dal tipo di famiglia di cui si tratta, sia essa un matrimonio, un'unione di fatto, una famiglia ricostituita, quella caratterizzata. dall'esperienza adottiva o altre ancora, va colmato il vuoto conoscitivo rispetto alle relazioni e alle trasformazioni delle strutture familiari che caratterizza diversi ambiti della nostra società, da quello politico, giuridico, scolastico ecc.

Prof. Maurizio Andolfi 

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:23

Famiglie di fatto

 Famiglie di fatto

Merita attenzione anche lo sviluppo delle famiglie di fatto, o convivenza "more uxorio", che indica certamente una crisi del matrimonio ma non necessariamente una crisi della vita di coppia. Le difficoltà di trovare un lavoro da parte dei giovani, l'elevato costo degli affitti e l'aumento della scolarizzazione, possono essere evocate come cause e concause contingenti della crisi del matrimonio. Ma difficilmente esse, forniscono una spiegazione completa ed esauriente del fenomeno. Le ragioni che permettono di capirlo non si riducono, dunque, a questi, soli fattori; certamente li integrano e li comprendono, ma è in un'interpretazione di ordine più generale legata ai mutamenti dei sistemi e degli stili di vita, ai rapporti e ai significati che legano gli individui alle istituzioni, ai mutamenti profondi della struttura della personalità, che possiamo trovare una spiegazione (Sgritta, 1988).

Anzitutto la crisi della, nuzialità deve essere messa in relazione, sotto diversi punti di vista, con il diffondersi delle convivenze o unioni libere o famiglie di fatto. Il calo del numero dei matrimoni può, infatti, in parte essere"spiegato con la decisione di una quota crescente di coppie che scelgono di non istituzionalizzare la loro unione. Il venir meno di un precedente vincolo coniugale, poi, può portare i nuovi partner ad avviare una convivenza in attesa dello scioglimento del precedente vincolo, oppure può indurre uomini e donne a convivere piuttosto che a risposarsi nel timore di un nuovo fallimento" (Roussel, 1989).

La minore presenza di figli è un'altra caratteristica che contraddistingue le coppie non sposate da quelle coniugate. Questa minore propensione alla fecondità è in parte dovuta al fatto che, spesso, l'attesa di un figlio induce la coppia alle nozze e anche ad orientamenti di valore caratterizzati da una forte enfasi sulla vita di coppia e sull'autorealizzazione individuale anziché sulla procreazione (Zanatta, 1997).

Quando si considera l'Italia in confronto al resto d'Europa, balza subito all' occhio 1'immagine di un paese in cui tuttora prevale un modello di famiglia fondata sul matrimonio e in cui i figli sono quasi esclusivamente generati al suo interno. Nel nostro Paese, infatti, il numero delle famiglie di fatto è bassissimo e in crescita molto lenta: esse sono passate dell' 1,3% nel 1983 all' l,7% nel 1994, anche se c'è ragione di ritenere che il numero reale delle convivenze "more uxorio" sia superiore alle cifre ufficiali.

La scarsa diffusione della convivenza è dovuta probabilmente al fatto che da noi l'accettazione sociale nei confronti di questo tipo di vita di coppia, già avvenuta tra i giovani, è però ben lontana dall'essere completa: questo è in buona parte dovuto al peso ancora rilevante che la Chiesa cattolica esercita sulla cultura e sul costume del nostro Paese, soprattutto tra le generazioni più anziane. Pressioni sociali e familiari possono, perciò, scoraggiare molti giovani dall' affrontare una forma di vita a due non accettata dall' ambiente che li circonda.

Un altro fattore che influisce sulla scarsa diffusione della convivenza è la tendenza dei giovani, tipica del nostro Paese, a rimanere nella casa dei genitori fino al matrimonio per ragioni culturali ma anche di natura economica e pratica.

Complessivamente dal quadro delineato si può comunque rilevare la tendenza, nella realtà italiana, a non mettere su famiglia dopo un' esperienza andata male, ma piuttosto a realizzare un legame con un partner, senza che ciò si tramuti in convivenza stabile. Questo ha, in genere, delle conseguenze in relazione ai figli, che finiscono in tal modo con 1'avere una prevalenza di figure femminili al loro fianco. Si delinea così, una famiglia in cui 1'elemento fisso è la madre e 1'elemento mobile è la figura maschile (Scabini, 1995).

Prof. Maurizio Andolfi

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:23

Famiglie unipersonali

 Famiglie unipersonali

Ulteriore manifestazione del cambiamento delle forme di vita familiare è il grande e progressivo aumento delle famiglie unipersonali, ossia delle persone che vivono da sole. Vivere da soli in età diverse corrisponde a posizioni familiari differenti: i giovani sono soprattutto celibi o nubili, gli adulti separati o divorziati, gli anziani vedovi.

Per i primi si tratta di un ritardo dell' impegno nella vita adulta e nei legami familiari, per i secondi della difficoltà o della scarsa propensione a ricostruire. una vita di coppia nella mezza età; infine per gli ultimi, di differenti durate della vita tra donne e uomini (Zanatta, 1997).

Le persone che vivono da sole sono sopratutto anziane vedove anche se il numero di adulti e di giovani tende ad aumentare. Il ritardo dei giovani ad attuare il passaggio dall'adolescenza all'età adulta e a raggiungere una maggiore autonomia, si accompagna ad un prolungamento della loro permanenza nella famiglia d' origine per questo i giovani che vivono da soli nel "nostro Paese sono ancora pochi. Ciò non è dovuto tanto ad una mancanza di autonomia economica, quanto piuttosto ad un rinvio nell'assunzione di responsabilità adulte da parte dei giovani, legato in buona parte all'incertezza di modelli culturali e alla mancanza di un progetto di vita ben definito.

Per la maggior parte dei giovani e degli adulti, comunque, il vivere da soli non è una condizione definitiva, ma si presenta come un intermezzo tra altre esperienze di vita di coppia, con caratteri di intensa" instabilità e cambiamenti frequenti. Proprio per questo forte grado di instabilità, più che considerare il vivere da soli come un modello alternativo a quello di coppia, secondo Louis Roussel sembra più rispondente alla realtà vederlo come un modo provvisorio di realizzazione personale, una pausa di riappropriazione di sé prima o dopo o nell' intervallo tra un' esperienza di vita di coppia e l'altra. In effetti, vivere da soli non significa essere senza legami affettivi duraturi: dalle ricerche emerge che una quota minoritaria ma consistente di donne e di uomini soli hanno una relazione amorosa stabile.

Prof. Maurizio Andolfi 

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:21

Famiglie ricostituite

 Famiglie ricostituite

Separazione e divorzio, dunque, stanno alternando il quadro abbastanza statico delle forme familiari nel nostro Paese. Anche la famiglia ricostituita si presenta come esempio atipico del vivere insieme, in cui gli usuali modi di fare, intendere e costruire una famiglia vengono meno. Essa viene solitamente definita come costituita da due persone provenienti entrambe o una sola da un altro matrimonio che vivono insieme ai figli nati da questo precedente matrimonio e talvolta ai figli nati dal nuovo matrimonio; comunque alcuni studiosi hanno proposto di far rientrare tra queste famiglie anche le coppie non sposate che vivono con almeno un figlio di uno solo dei partner.

Incertezze nei confini, nei termini da utilizzare, nei ruoli assunti sono tre dei tratti caratteristici di questo tipo di famiglia. Per i figli un tempo le seconde nozze di un genitore significavano sostituire un nuovo genitore a quello scomparso; adesso la ricomposizione della famiglia vuol dire aggiungere ai genitori biologici, che rimangono, uno o due nuovi genitori "sociali" o "acquisiti", oltre ad eventuali "quasi fratelli" o "quasi sorelle" e a una nuova parentela. Le conseguenze di una situazione di questo tipo, si esplicano comunque su diversi soggetti: figli, adulti e parentela estesa e sono anche di diverso tipo, complessificando il versante relazionale - comportamentale ed anche economico, giuridico oltre che demografico.

A livello sociale, però, non vi è stato un riconoscimento della presenza di questa realtà familiare, rimasta a tutt'oggi ancora in ombra. Le famiglie ricostituite rilevate nel nostro Paese a metà degli anni '90, rappresentano i14,1 % delle coppie e risultano in leggero aumento rispetto alle stime precedenti. L'incidenza e la presenza di queste è abbastanza contenuta, poiché le persone che sciolgono un'unione in età giovanile e adulta, cioè in una fase della vita in cui è più probabile costituire una seconda unione, sono in numero abbastanza limitato. Inoltre, la ricostituzione di una coppia è molto più frequente per i separati e divorziati che non per i vedovi ed è soprattutto l'uomo a rifarsi una vita più che la donna.

Naturalmente, i gradi di complessità di queste famiglie possono essere maggiori o minori: le più semplici sono quelle in cui uno solo dei coniugi o dei partner ha un matrimonio o una convivenza alle spalle da cui non sono nati figli; le più complesse sono quelle in cui entrambi hanno avuto da una precedente unione dei figli che vivono attualmente con loro e a cui se ne aggiungono altri nati dalla seconda.

La famiglia ricostituita può essere vista come una risorsa affettiva e relazionale: quando ci sono figli del precedente matrimonio, la seconda unione di uno dei genitori può a11argare di molto la rete delle relazioni familiari intorno ad essi. Se i rapporti col genitore non convivente si sono allentati, il loro indebolimento può essere almeno in parte compensato da una nuova rete di parentela. E quando i figli mantengono i rapporti con il genitore non affidatario e la sua famiglia, il complesso delle relazioni familiari si allarga ancor di più creando una rete di solidarietà familiare molto densa ed estesa. Ma l'introduzione di queste nuove relazioni può causare anche non pochi problemi e rendere molto difficile la vita di genitori e figli. Innanzitutto la stessa definizione di famiglia e i suoi confini diventano molto più incerti e ambigui. Inoltre, la difficoltà a stabilire il ruolo di genitore acquisito è la manifestazione di relazioni spesso problematiche sotto il profilo psicologico e affettivo. I primi anni di vita di una famiglia ricostituita richiedono di solito molti sforzi da parte degli adulti per negoziare e creare un sistema equilibrato e coerente di molteplici relazioni all'interno e all'esterno del nucleo o dei nuclei coinvolti. Essi sono anche un difficile periodo di adattamento per i figli. La maggior parte di essi ha superato con successo ma faticosamente il trauma dell'uscita del padre dalla famiglia; l'arrivo del nuovo compagno della madre richiede un periodo più o meno lungo di ulteriore adattamento caratterizzato, a volte da sofferenza.

Sicuramente uno dei problemi maggiormente sentiti fra le famiglie ricostituite è quello della funzione educativa del genitore non biologico, il cui ruolo resta comunque flessibile e non sovrapponibile a quello del genitore naturale. Pur intervenendo diversi fattori (età dei bambini, eventuali fratelli acquisiti, assenza o presenza di contatti con l'altro papà...), le ricerche effettuate mostrano che aver inizialmente sviluppato una relazione amichevole con i figli del partner, lasciando la funzione educativa ai genitori biologici ed aver raggiunto un accordo con quest'ultimi su tale distinzioni di ruoli, porta all'instaurarsi di relazioni soddisfacenti tra le due parti (Mazzoni, 1995). Ancora più problematica della relazione col padre acquisito sembra essere quella con la madre acquisita, quando i figli sono affidati al padre (situazione abbastanza rara). In effetti, poiché di solito le madri non affidatarie sono molto più coinvolte nella vita dei loro figli di quanto lo siano i padri non affidatari, può svilupparsi tra le due "madri" una maggiore competizione.

Tra l'altro, alla mancanza di norme sociali cui fare riferimento per definire il ruolo del genitore acquisito corrisponde, in tutti i paesi occidentali, Italia compresa, una mancanza di norme giuridiche che ne stabiliscano diritti e doveri e, più in generale, che regolino in modo organico la vita di queste famiglie.

Quindi, sul piano giuridico la famiglia ricostituita è una sfida per il legislatore perché deve cercare di conciliare la genitorialità biologica e quella sociale, senza escludere alcuna delle due. Ma essa è soprattutto una sfida per gli individui coinvolti, perché i legami di genitorialità e di parentela sociale, a differenza di quelli biologici, esistono per volontà dei singoli e, di conseguenza, possono finire per mancanza di questa volontà; tali legami richiedono, infatti, una continua attenzione e una cura particolare per mantenersi (Zanatta, 1997).

Prof. Maurizio Andolfi 

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