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Giovedì 30 Dicembre 2004 20:20

Famiglie monogenitoriali

 Famiglie monogenitoriali

Tra le forme familiari delineate, particolare rilievo assumono per la loro consistenza numerica, le problematiche relazionali ad anche sociopolitiche che in molti casi vi sono connesse, le famiglie composte da un solo genitore e almeno un figlio, dette anche famiglie monoparentali o monogenitoriali.

In realtà le famiglie con un solo genitore non sono un fenomeno nuovo: essere erano diffuse nel passato, ma con caratteristiche e significati diversi rispetto ad oggi. Allora queste famiglie traevano origine per lo più dalla morte precoce di uno dei due coniugi, o dall’emigrazione degli uomini o delle donne nubili abbandonate dopo essere state rese madri (Barbagli, Saraceno, 1997). Nella realtà attuale, invece, le famiglie monogenitoriali derivano soprattutto da scelte volontarie degli individui e il loro aumento è riconducibile, spesso, alla fragilità che oggi sembra caratterizzare il legame coniugale, al diffondersi delle separazioni e dei divorzi e di stili alternativi di vita.

In Italia, in particolare, anche in questo caso coesistono elementi di tradizione e di modernità. In effetti, nel nostro Paese la quota di famiglie con un solo genitore è più bassa rispetto agli altri paesi, ma è anch’essa in crescita. Da noi i fenomeni che danno origine alle famiglie monogenitoriali, quali separazioni, divorzi, nascite volontarie fuori dal matrimonio, non raggiungono le dimensioni che hanno in altri paesi dell’Europa occidentale, per una serie di ragioni economiche, sociali e culturali che si possono riassumere sinteticamente nel ritardo del processo di modernizzazione del paese. Inoltre l’età dei genitori soli rimane più elevata in Italia rispetto agli altri Paesi, perché da noi la vedovanza ha ancora un peso relativamente maggiore e separazioni e divorzi avvengono abbastanza tardi. Tuttavia, si è registrato negli ultimi anni anche un rapido e considerevole ringiovanimento di madri e padri soli, perché calano i vedovi e le vedove, aumentano i genitori mai sposati, che sono di regola i più giovani e diminuisce l’età dei coniugi alla separazione e al divorzio (Zanatra, 1997).

Un altro elemento importante è la femminilizzazione che caratterizza questi nuclei familiari: in tutti i paesi, compresa l’Italia, nell’80% e più dei casi il genitore solo è la donna.

Si comprende allora il perché, secondo la maggioranza degli studiosi, queste famiglie corrono il grave rischio di trovarsi in condizioni economiche e sociali svantaggiate, proprio a causa della posizione sfavorevole delle donne nel mercato del lavoro e dell’assunzione esclusiva della responsabilità di cura verso i figli.

Le problematiche relative alle famiglie con un solo genitore che si sono formate a seguito di separazione e divorzio, meritano un’attenzione particolare, in quanto ovunque in aumento. In seguito alla rottura coniugale, di solito i figli restano con le madre non solo perché nelle separazioni giudiziali i giudici tendono a privilegiare fortemente l’affidamento materno, ma anche perché in tal senso si accorda la maggior parte degli ex coniugi quando ricorrono alla separazione consensuale. Si tratta, dunque, di un orientamento culturale generalizzato che delega alla sola madre i compiti di allevamento e cura dei figli determinando anche sensibili mutamenti sul normale svolgimento della vita familiare e del suo ciclo evolutivo.

Nonostante in questo ultimi tempi si parli molto del nuovo ruolo dei padri, essi sembrano essere i grandi assenti della scena. Il divorzio diventa così un evento critico non solo sul piano economico e sociale, ma anche e soprattutto su quello psicologico. In particolare, i figli attraversano un periodo iniziale di difficoltà da parecchi punti di vista (equilibrio psico-affettivo, adattamento sociale e scolastico) soprattutto qualora tra i genitori vi sia forte conflittualità.

La sostanziale prevalenza dei nuclei monogenitoriali materni, quando non accompagnata da un attivo interessamento del padre, incide in modo assai rilevante anche sulla qualità delle relazioni genitore-figlio. La non realizzata compresenza educativa di esperti fusionali e protettivi (materni) ed emancipati e di norma (paterni), produce spesso relazioni o di eccessiva dipendenza e fusionalità (soprattutto quando si tratta di bambini piccoli) o tropo disinvolta emancipazione ed autonomia, che li conduce addirittura ad assumere un ruolo "parentificato" accanto al genitore, soprattutto nel caso di figli adolescenti.

Altro elemento rilevante è legato al fatto che, in queste situazioni, è la famiglia d’origine che abitualmente offre l’aiuto maggiore sotto forma di sostegno economico e di servizi, quali il lavoro domestico, la cura dei bambini, ecc. E’ alla famiglia d’origine si rivolgono molte madri sole per essere aiutate a far fronte al duplice compito di procacciare le risorse materiali e prendersi cura dei figli. I effetti, i figli dei genitori soli convivono molto più frequentemente con i nonni di quanto facciano i figli delle coppie. Questo è in buona parte dovuto al fatto che spesso le donne, dopo la separazione o il divorzio, tornano temporaneamente o definitivamente a vivere con la famiglia d’origine, mentre le madri nubili spesso non se ne sono mai allontanate. Anche la convivenza con altri parenti è più frequente, così come l’affidamento abituale del bambino ad amici o vicini o il ricorso a personale pagato (Zanatra, 1997).

Il contributo della famiglia estesa è senza dubbio importante, tuttavia ciò che può comportare in termini di difficoltà e ritardo nei processi di emancipazione del nuovo nucleo, si converte in una maggior delega di quest’ultimo delle responsabilità verso i figli.

Prof. Maurizio Andolfi

 Cambiamenti demografici e nuove forme di famiglia

Dal punto di vista socio-demografico le indagini condotte hanno mostrato come, complessivamente, l’Italia rispetto a tutti i paesi occidentali sia quello con il più basso numero di figli per donna, ma in cui i giovani lasciano più tardi la famiglia d’origine, meno frequentemente convivono con una persona dell’altro sesso senza essere sposati e, dopo le nozze, più difficilmente divorziano (Barbagli, Saraceno, 1997).

In sostanza, le recenti trasformazioni della famiglia sono documentate da alcuni fenomeni demografici che si possono riassumere nel modo seguente: rinvio della nascita del primogenito, testimoniato dal continuo calo della fecondità nei primi anni del matrimonio; innalzamento dell’età media delle madri alla nascita del primogenito, soprattutto al Nord del Paese; diffusa caduta delle nascite di ordine superiore a due (Scabini, 1995).

Un altro fondamentale indicatore demografico su cui è necessario riflettere per comprendere la famiglia italiana nella realtà sociale contemporanea è la crisi della nuzialità. Come in altri paesi, anche in Italia si sono prodotti negli ultimi anni profondi cambiamenti nelle scelte degli individui che investono il ciclo di vita delle famiglie. Con ciò si fa riferimento, da un lato, a un calo, o, in anni recenti, a una relativa stabilizzazione del numero dei matrimoni, dall’altro a una sempre più evidente fragilità dell’unione coniugale. Questa grande trasformazione demografica e sociale ha così portato al passaggio da un unico modello di famiglia (la famiglia nucleare) a una pluralità di forme familiari.

L’indagine ISTAT Multiscopo del 1998, fornisce appunto una panoramica dei tipi di famiglia, confermando gli andamenti già rilevati dalle precedenti indagini e, in particolare, dal Censimento del 1991. E cioè: l’aumento delle famiglie unipersonali (tipo A), composte quasi esclusivamente da persone sole, o con altri membri non legati da vincoli di parentela, essa costituisce la forma familiare che ha avuto l’incremento maggiore; l’aumento delle coppie senza figli (tipo B); la diminuzione delle famiglie nucleari in senso proprio (coppie con figli e/o un solo genitore con figli: tipo C): questa che è la forma più diffusa di famiglia, ha avuto un decisivo decremento nel Censimento del 1991; la diminuzione considerevole delle famiglie estese e allargate (tipo D).

Il declino del matrimonio, il calo delle nascite e la diffusione di una molteplicità di tipi di famiglie sono, dunque, realtà concrete difficilmente contestabili, che in misura maggiore o minore riguardano tutti i paesi industrializzati compresa l’Italia. Accanto a questi cambiamenti ne vanno però registrati altri che hanno portato all’emergere di ulteriori forme familiari, di cui recentemente si è registrato un aumento: le famiglie immigrate e quelle miste. Presenteremo una breve rassegna delle nuove forme di famiglia nei paragrafi seguenti soffermandoci sugli effetti e sui mutamenti prodotti sul ciclo di vita familiare.

Prof. Maurizio Andolfi

 Evoluzione del sistema famiglia:

consolidamento di nuove forme familiari

"Non esiste un modo di essere e di vivere

che sia il migliore per tutti (…).

La famiglia di oggi non è né più né meno

perfetta di quella di una volta, è diversa

perché le circostanze sono diverse".

(E. Durkheim, 1888)

Premessa

consolidamento di nuove forme familiari

"Non esiste un modo di essere e di vivere

che sia il migliore per tutti (…).

La famiglia di oggi non è né più né meno

perfetta di quella di una volta, è diversa

perché le circostanze sono diverse".

(E. Durkheim, 1888)

Premessa

Le parole pronunciate dal sociologo E. Durkheim, sono esplicative e capaci di far comprendere, ancora oggi, le trasformazioni che investono la famiglia contemporanea.

La storia umana presenta, infatti, un inesauribile repertorio di modi di organizzare e attribuire significati alla generazione e alla sessualità, all’alleanza tra gruppi e a quella tra individui, e quindi un infinito repertorio di modalità per costruire "famiglie" (Saraceno, 1996).

I diversi studi hanno chiaramente rilevato l’impossibilità di ricostruire una vicenda unitaria della famiglia sottolineando, invece, la varietà di forme familiari che hanno sempre caratterizzato le società umane. In questo senso la relazione tra la famiglia e la società indica un legame piuttosto stretto: variando il tipo di società variano anche le strutture e le funzioni della famiglia stessa. In effetti, passando dal mondo contadino patriarcale alla società industriale, la famiglia si è trasformata da estesa ed economicamente autosufficiente, in nucleare o coniugale, inserita in un più vasto contesto socioeconomico e culturale.

La famiglia si trova intimamente forgiata dalle nuove strutture economiche essendo un "locus" fortemente compenetrato con tutti gli ambiti di vita esterna, i quali entrano in essa e ne plasmano la struttura più intima e profonda (Donati, 1997). Tuttavia essa, pur essendo espressione dei cambiamenti della società di cui fa parte, non è un semplice terminale passivo del mutamento sociale, ma uno degli attori che contribuiscono a definire i modi a seconda delle circostanze (Barbagli, Saraceno, 1997).

D’altronde, la complessità del fenomeno familiare deriva dal fatto che la famiglia da un lato affonda le sue radici nella zona latente del sociale e, dall’altro, prende consistenza dalle relazioni che i singoli individui intrattengono negli ambiti di vita in cui vivono e operano. Come tutte le relazioni, anche quelle familiari si strutturano secondo un numero indefinito di variabili che sono tanto dell’ordine del mondo vitale che dell’ordine del sistema sociale, anzi, sono il prodotto delle loro interazioni reciproche (Donati, 1989).

Questo quadro ci aiuta a comprendere come le rapide e profonde trasformazioni economico-sociali che hanno investito i paesi dell’Occidente negli ultimi anni, abbiamo avuto una serie di ripercussioni sui comportamenti demografici, producendo anche sensibili evoluzioni sullo sviluppo quantitativo delle famiglie, sulla loro struttura e sul loro stesso ruolo nella società. L’Italia, rispetto alle tematiche familiari, si inserisce nello scenario europeo con tratti di somiglianza e di differenza, continuando a far coesistere, al suo interno, tradizione e mutamento. Alcune tendenze, che ormai definiscono i comportamenti collettivi degli europei, si ritrovano immodificate: bassa natalità, riduzione della nuzialità, frammentazione della coppia; tipici del nostro Paese e di altri Paesi del Mediterraneo, sono invece il radicalizzarsi di alcuni di questi comportamenti e la scarsa diffusione di altri (convivenze, nascite fuori dal matrimonio, seconde nozze).

La specificità della situazione italiana sembrerebbe consistere nell’eccezionale persistenza di una struttura familiare del tipo tradizionale, caratterizzata dalla presenza di forti legami solidaristici, fondata su articolate relazioni con la parentela esterna al nucleo elementare, dotata di stabilità sia a causa della lunga assenza dal nostro ordinamento dell’istituto del divorzio, sia per la relativamente scarsa propensione o possibilità della donna ad uscire dalla famiglia per accedere ad un’occupazione lavorativa extradomestica (Sgritta, 1998).

Mentre in altri paesi l’evoluzione delle strutture familiari percorreva il cammino della "nuclerizzazione", in Italia si registrava la persistenza di sensibili ritardi in questa direzione e il permanere, soprattutto in alcune aree, di cospicue quote di famiglie estese. Tuttavia, contestualmente a questi dati di rigidità, studi e ricerche condotte in tempi più recenti hanno evidenziato tutta una serie complessa di fattori motivazionali, strutturali e socio-economici che anziché collocare il nostro Paese in una posizione anomala rispetto ala panorama internazionale, ne consentono la piena assimilazione, conseguenza delle innovazioni che hanno investito ampi settori della società civile.

Negli ultimi cinquant’anni è iniziato un processo di trasformazione della famiglia, nelle sue forme interne ed esterne, verso una sempre maggiore complessità, differenziazione ed anche frammentazione. Nonostante la maggiore fragilità, le incertezze ed i grandi timori, essa rimane comunque il sistema di reti di solidarietà sul quale le persone continuano a investire e costruire il proprio senso di identità ed appartenenza.

Illustreremo alcuni di questi mutamenti con il preciso intento di individuare gli effetti che hanno sul ciclo di vita della famiglia e sul rapporto tra le generazioni.

Prof. Maurizio Andolfi

 Dalla appropriazione alla cooperazione. Per educare i rapporti

· Una "ricetta" pratica per imparare a relazionarsi agli altri in un orizzonte di cooperazione · È in esso che ci si prepara, fin da giovani, all’impegno sociale e politico · Per realizzare questa ricetta non basta mescolare gli ingredienti e aspettare cinque minuti. Serve pazienza. · La pazienza, e soprattutto la passione, di ogni educatore degno del nome.

Vorrei proporvi una ricetta... La cooperazione come un minestrone?

Un minestrone (o minestra di verdura) se fatto bene si mangia volentieri, sollecita/solletica i sensi, sembra non finire mai. È chiaro che la preparazione non deve essere superficiale, non possiamo comprare una busta surgelata, aprirla, buttarla nella pentola, aggiungere un po' d'acqua e di sale (per forza, siamo sempre di corsa...) e tutto è pronto. Non siamo in uno spot pubblicitario. Se vogliamo preparare un minestrone che sia invitante, che si faccia mangiare anche da Mafalda (che notoriamente aborre le minestre ma se ne intende di come va il mondo) occorre seguire la ricetta con tutti gli accorgimenti del caso.

RICETTA:

MINESTRONE "COOPERAZIONE"

Ingredienti:

  • L'ALTRO

"Apprezzare un individuo nello stesso modo in cui si apprezza un tramonto".

Il Piccolo Principe prendeva la sua seggiolina, si sedeva e guardava i tramonti. Spostandosi ogni volta un poco. Finché ne aveva bisogno.

Penso che possa essere proprio questo l'atteggiamento da cercare nella relazione con l'altro. Un caro amico mi ha detto un giorno che quando arriva un bambino in una famiglia "...bisogna accoglierlo come un re". Con stupore, meraviglia, con il desiderio di scoprire che cosa ci porta in dono. Molto spesso, invece, l'altro non è fonte per noi di curiosità, bensì di preoccupazione, di timore, di incertezza.

L'altro è un ingrediente fondamentale. Senza di lui siamo soli, non riusciamo a definire noi stessi, a confrontarci. L'altro è importante per noi perché è attraverso di lui che abbiamo fatto le prime esperienze del mondo, che abbiamo provato il senso di fiducia e di sicurezza che ci ha permesso poi di intraprendere il lungo viaggio verso l'autonomia. Trasmettere questa fiducia è uno dei compiti fondamentali di un educatore/genitore: per ciascuno di noi è importante sapere che c'è qualcuno che ci apprezza per quello che siamo, ed è pronto ad accorrere in nostro aiuto, che sa quando è il momento di sostenere ma anche quando è bene che facciamo da soli, per potersene poi rallegrare insieme.

L' altro è sopra ogni cosa un ingrediente unico. Occorre non dimenticarsene mai, altrimenti si corre il rischio di pregiudicare la ricetta fin dall'inizio.

  • LA CURIOSITÀ

Curiosità è quell'atteggiamento che ci spinge a voler conoscere, non per avere qualcosa in più, ma perché mi rivela un nuovo aspetto dell'altro. Perché non prenderci un poco di tempo per stare a guardare: i bambini che giocano, un uccello che costruisce il nido, le formiche che vanno avanti e indietro, la gente che fa la spesa al mercato...? e lasciare che le domande vengano fuori da sole, senza fretta, stimolandone magari altre. Anche qui abbiamo da imparare molto dai bambini: è la curiosità che li spinge ad apprendere, oltre al desiderio di emulare figure significative, è sempre la curiosità che li porta a smontare qualcosa per vedere cosa c’è dentro. Direi di non perdere, e anzi incoraggiare, l'impulso a non fermarsi alla prima occhiata, ad andare oltre, pensando all'altro come ad uno di quei palazzi delle fiabe in cui ogni porta che viene aperta rivela un tesoro ancora più grande. Quando cogliamo nei gesti, nello sguardo, nel modo di fare di un'altra persona qualcosa che ci rivela un suo aspetto imprevisto, ecco che spunta la curiosità di saperne di più, di cogliere "quest'opera d'arte" in tutta la sua interezza.

  • L'ASCOLTO

"E ci mettemmo seduti ad ascoltare il tramonto…"

Quando Siamo di fronte ad un paesaggio che ci colpisce profondamente, tutti i nostri sensi sono chiamati in causa: a ciò che vediamo associamo sensazioni, odori, sapori, suoni e rumori. L’ascolto deve essere intensamente partecipato. Occorre prestare "attenzione alle parole, ai pensieri, ai toni sentimentali, al significato personale e anche al significato che è sotteso all'intenzione cosciente di colui che parla".

È necessario un atteggiamento empatico, vale a dire, per rimanere nella metafora precedente: sentirsi tutt'uno col tramonto, ma pienamente coscienti di essere se stessi, una figura nel paesaggio. Ascoltare in questo modo non è facile e non sempre può prodursi: occorre avere la mente sgombra dai propri fardelli, essere disponibile ad accogliere e soprattutto non sostituirsi all'altro, non attribuirgli i nostri pensieri, le nostre conclusioni. Accettare quindi lo stato d'animo che l'altro ci presenta (collera, tristezza, disperazione, allegria...), ricordandosi che "gli stati d'animo sono transitori", che l'altro è una persona distinta da noi e ha il diritto di essere ciò che è. Oltre a saper riconoscere l'emozione, il sentimento comunicato dall'altro, occorre porgere l'orecchio anche a ciò che ci risuona dentro. Spesso di fronte ai capricci di nostro figlio, alle provocazioni di un allievo, alle insistenze di un collega di lavoro, ci siamo probabilmente sentiti pervadere da una profonda irritazione, rabbia, impotenza. Per evitare di essere sopraffatti da questi sentimenti e riversarli sull'altro con forza eccessiva può essere utile fare una "pausa" (il vecchio consiglio: "fai un respiro lungo e conta fino a 10") e provare ad appuntarsi nel taccuino della memoria di indagare poi con calma ciò che è risuonato in noi della nostra storia. Questo "esercizio" può aiutarci a comprendere ed accettare certi "nervosismi" dei bambini, la loro apparente resistenza ai nostri richiami mentre sono impegnati in un gioco o nella lettura, cercando di tener separato ciò che è la posizione dell'altro dal nostro sentire interno e ciò che mette in moto.

Se abbiamo la fortuna di non trovarci da soli a gestire una situazione per noi problematica o difficile, può essere buona cosa "passare la palla" a chi ci affianca. Questo non per delegare né per scaricarsi delle responsabilità, quanto piuttosto per avere la possibilità di mettere distanza tra la situazione e noi, di vederla da un altro punto di vista (sono io che osservo un altro che gioca un ruolo simile al mio). Certamente non è facile fare ciò e spesso ce ne manca l'umiltà, ma può aiutare a non entrare in una escalation simmetrica con chi o ci sta di fronte e, sopratutto, a vedere colui o colei che ci affianca in un compito educativo come una figura di supporto, con cui collaborare, confrontarsi, cui appoggiarsi pronti a ricambiare nel momento del bisogno.

  • LA VALORIZZAZIONE

"Non si può mica tirar fuori le parole e basta. Le parole atterrano sempre da qualche parte e quando atterrano su di lui, che è così fragile per via del modo in cui è cresciuto, allora è la fine".

Sarà frutto della nostra educazione, sarà l'abitudine a cercare il pelo nell’uovo, ma troppo spesso mettiamo l'accento su ciò che non va, su come le cose andavano fatte, ecc. E ancora più spesso fatichiamo ad accogliere complimenti. Qualcuno dirà che sono suggerimenti ormai scontati, ma credo sia opportuno averli sempre presenti: sottolineare il positivo nell'altro e nelle mie azioni, apprezzare lo sforzo che viene compiuto, anche se il risultato non sempre è ottimale. Non necessariamente la valorizzazione passa attraverso le parole: possono essere piccoli gesti (un bigliettino, un fiore, 5 minuti di tempo tutto per l'altro...). Può essere il non fare o non dire niente mentre l'altro sta facendo o dicendo. Valorizzare è anche saper aspettare, rispettando i tempi dell'altro, avendo fiducia nel suo risultato finale (che può anche non essere quello che noi abbiamo in mente). E. Erikson, nel suo libro "Infanzia e Società", descrive come gli adulti di una tribù indiana abbiano atteso con pazienza e senza intervenire che una bambina di tre anni chiudesse la pesante porta che immetteva nella stanza. Essi spiegarono in seguito alla ricercatrice, che aveva assistito stupita alla scena, che nessuno di loro era venuto in aiuto alla bambina perché tutti sapevano che era in grado di farcela e che quello era un compito proporzionato alla sua età. "Il punto essenziale di questo modo di educare i bambini è che il bambino deve essere educato fin dall'infanzia a partecipare responsabilmente alla società e all'idea che i compiti clic gli vengono proposti sono all'altezza delle sue capacità".

La relazione educativa è un apprendimento reciproco, non è mai un discorso a senso unico. Credo che uno dei più grossi regali ricevuti dalle persone incontrate nel mio lavoro e non, in tutti questi anni, sia stato propria la possibilità dì ricevere spunti, stimoli, suggerimenti - anche indiretti -- per migliorare il mio modo di stare con l'altro, per acquisire maggior fiducia nelle mie capacità, per rivedere alcune mie posizioni e trovare, insieme, degli aggiustamenti. E, come si fa quando si riceve un regalo, può essere importante ringraziare: riconoscere cioè all'altro il contributo che egli ha dato alla nostra crescita.

Ricordiamoci anche che ciascuno di noi ha risorse interne per risolvere i problemi, ed essere coscienti di questo significa dare uno spazio alla capacità personale di attivarsi, di reagire, di trovare risorse. E forse troppo spesso dimentichiamo anche che ognuno ha diritto ad avere un angolo proprio, delle attività interessanti e stimolanti dove potersi rifugiare quando "le pile sono scariche". Il ritrovarsi, dopo la ricarica, può avere così una maggiore spinta allo stare e fare delle cose insieme.

  • IL CONFLITTO

"Una volta lei disse: - Voglio un pianoforte - e lui seppe che in breve un mostro nero sarebbe stato piazzato nella stanza. Egli disse: - No, io non compro nessun pianoforte -.

Lei pianse.

- Non voglio pianoforti - disse lui e andò dai suoi carillon"

Il conflitto è ancora troppo spesso vissuto come qualcosa da evitare, un contesto dove, per forza, ci devono essere vincitori e vinti. Sforziamoci di provare a vederlo come un momento in cui vengono espressi i differenti modi di percepire una situazione, dove sono portati in prima istanza propri desideri ed esigenze. Spesso, è inevitabile, emerge in questa occasione una forte carica di aggressività, che serve a difendere la propria posizione, il punto di vista personale. Ma questa forza non deve servire a schiacciare l'altro (se questo succede, la volta successiva il desiderio di rivalsa sarà ancora più forte), può venire invece utilizzata per provare a trovare soluzioni comuni, caratterizzate non da un risultato a somma zero (uno perde e l'altro vince) ma piuttosto da una migliore possibilità, trovata insieme, e che permette a tutti di portare a casa qualcosa. In primo luogo la soddisfazione di aver lavorato con altri per un risultato che non penalizza nessuno... La capacità di esprimersi attraverso il linguaggio è uno strumento fondamentale: permette di chiarire il proprio punto di vista, esprimere le emozioni, ipotizzare altre soluzioni. P. Freire ha detto: "Se gli uomini trasformano il mondo dandogli un nome, attraverso la parola, il dialogo si impone come cammino per cui gli uomini acquistano significato in quanto uomini. (...) E poiché è un incontro di uomini che danno un nome al mondo, non deve essere l'elargizione degli uni agli altri. È un atto di creazione. Quindi non può essere morboso strumento di conquista dell'altro. La conquista, implicita nel dialogo, è quella del mondo, che i due soggetti realizzano insieme"

"Una volta trovati gli ingredienti può iniziare la preparazione. È ovvio che quantità, maturazione, abilita nell’utilizzo dei vari strumenti di cucina, variano in relazione al cuoco e alle sue caratteristiche personali, così come il sapore può variare con le stagioni. L'importante è che ci venga messo del tempo: è lui che dà più gusto."

  • IL LAVORO SU SE STESSI

È un altro ingrediente che consiglio: "Un sentiero senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per prenderlo. E d’altra parte, un sentiero che ha un cuore è facile, amarlo non costa fatica"

Il sentiero faticoso per noi, e non ce ne rendiamo conto, è molto spesso costituito dal "dover essere": dei buoni educatori, dei buoni genitori, dei buoni figli, mogli, mariti, ...insomma delle persone "come si deve essere". Senza pensare che, anche se fosse stata stabilita una definizione di perfezione, potrebbe essere un punto di arrivo a cui non giungeremmo mai, perché "la perfezione non è di questo mondo". Quindi è forse molto più piacevole seguire il sentiero che ha un cuore, intendendo con questo non il lasciare che le cose vadano come sono "perché tanto io sono fatto così", ma l'essere disponibili a rischiare se stessi nella relazione. A mettersi in gioco c'è tutto da imparare, sia dagli errori che dai successi. E, soprattutto, si vive.

A questo punto occorre mescolare gli ingredienti, lasciarli insaporire, e farli cuocere lentamente. Se i genitori, e in particolare la madre, non sostengono il bambino infondendogli sicurezza, avranno più difficoltà in seguito a spingerlo verso il mondo esterno (ciò che A. Adler ritiene fondamentale per lo sviluppo del sentimento sociale dell’individui, che lo porterà a svolgere le proprie attività per fini sociali alla comunità). Senza la sicurezza viene meno la curiosità, la disponibilità al confronto con l'altro, la capacità di mettersi in gioco.

  • LA COOPERAZIONE

"Se tutti facessero ciò che devono fare staremmo tutti meglio... Chiedere alla gente di fare ciò che è necessario, non quello che sarebbe meglio, o più conveniente, o più vantaggioso, o più rivoluzionario. Solo e soltanto ciò che bisogna fare, basta".

Cooperare è effettivamente in opposizione a competere? R. Vittori, in un suo articolo, sottolinea come la competizione è tutto per riuscire a raggiungere un obiettivo condiviso, lavorando insieme. Infatti solo attraverso il confronto di punti di vista e capacità si può arrivare ad una definizione di ciò che si è, e che si è in grado di fare rielaborando l'immagine di sé stessi e dì chi ci sta di fronte. Quindi un mettersi alla prova di fronte all'altro, non per primeggiare su di lui (competitività), ma per poter mettere al meglio in comune le potenzialità possedute.

Come cooperare? Credo, innanzitutto, sentendosi parte di un'équipe: la famiglia, il posto di lavoro, il quartiere in cui si vive, la propria città, la terra su cui abitiamo. Il grado di coinvolgimento è ovviamente differente, ma è importante sentirsi responsabili e interdipendenti. Da qui le proposte educative possono essere le più varie: coinvolgere i membri della famiglia non solo nei compiti quotidiani (lasciare che i bambini, anche quelli più piccini, cucinino insieme con noi anche solo con un impasto di farina e acqua, collaborino alla gestione della casa, facciano piccole commissioni...) ma anche nella progettazione di momenti piacevoli (gite, vacanze, inviti...).

Far cogliere la connessione tra le azioni quotidiane e gli effetti ad un livello più vasto (raccolta differenziata: perché?; scelte di tipo economico e di volontariato: quali sono le motivazioni che ci stanno alla base? Quali benefici per gli altri, per noi? perché tenere una città pulita? perché rispettare i servizi che ci vengono erogati e di cui usufruiamo?), incoraggiare la solidarietà tra amici, compagni (compiti, scambio di giochi, disponibilità della propria abitazione per incontrarsi...), stimolare la partecipazione ad attività di gruppo (associazionismo, sport, vacanze...), che se per un verso possono limitare l’individualità, per l'altro forniscono modelli di identificazione e la possibilità concreta di sperimentarsi capaci di fare insieme con gli altri.

Come detto fin dall'inizio, questa non è una ricetta pronta in 5 minuti. Perché riesca bene ci vuole pazienza. Saper aspettare, provare a ricominciare, imparare dai propri errori. Ricercare il confronto con gli altri può essere un vero momento cooperativo. Condividere con l'altro i miei dubbi, le mie fatiche, le mie piccole soddisfazioni diviene cooperazione se mi ci sono avvicinato con l'atteggiamento del ricercatore, se invece voglio conferme, soluzioni, ricette pronte, al massimo porto a casa il frutto di un'ennesima gara all'insegna della competitività.

Al termine di tutto questo mi permetto di dare ancora un consiglio: le parole acquistano significato nella misura in cui le faccio mie. Credo che quanto ho cercato di comunicare abbia innanzitutto un significato per me, sia collegato a situazioni, persone, suoni e profumi. Sarei contenta se alcune di queste mie parole diventassero anche vostre...

Angiola Brumana

Educatrice — Asti

Da "Famiglia domani" 3/99

 Politica come carità

Un percorso educativo per la famiglia

· La politica — diceva Paolo VI — è la "forma più esigente di carità" · Eppure, quanti equivoci ha generato la presenza dei cattolici in politica! · Occorre rieducare ad una visione corretta dell’impegno sociale, e la famiglia è e deve essere il luogo privilegiato in cui si realizza questo compito · I valori che la famiglia può trasmettere: il senso di giustizia e di equità; imparare ad ascoltare e a discernere; la coerenza e la capacità di mediazione.

Prima Parte

La Chiesa italiana sta vivendo un nuovo fermento culturale strettamente legato al lungo periodo di transizione politica che il nostro paese sta attraversando. Tutto ciò è il risultato di una consapevolezza, sempre più diffusa, della necessità di "andare nella città e gridare" la propria notizia nelle forme più diverse, compresa quella politica.

Stiamo finalmente, con fatica, uscendo da un trentennio di equivoci sulla presenza politica dei cattolici, scaturiti da un'interpretazione parziale e datata di disposizioni conciliari in materia. Un contributo originale in questo senso, lo scopriamo oggi nella ormai famosa affermazione di Papa Paolo VI a proposito della politica, definita "la forma più esigente di carità". Tanta semplicità e chiarezza di pensiero - passata inosservata - riemerge, accompagnata da molteplici documenti del magistero, come un fiume carsico in tutta la sua forza dirompente di verità e di urgenza. Il Convegno di Palermo su "Evangelizzazione e testimonianza della Carità" ha avviato l'inizio del processo di ricostruzione e rigenerazione sociale e politica della cultura cattolica nella vita del nostro paese, ridisegnando la fisionomia della testimonianza e della partecipazione dei laici cattolici nella società civile.

PRIMO PASSO; UN PERCORSO EDUCATIVO IN FAMIGLIA

Lo sforzo principale da affrontare sarà quello educativo-formativo, anche specifico, oggi parzialmente assente, per dare contenuti e riferimenti valoriali alle migliaia di cattolici impegnati a vario titolo nei diversi gradi dell'agire politico. La prospettiva non può che essere di medio/lungo periodo, sapendo anche di dover agire soprattutto su noi stessi, poiché i cambiamenti, così come i progetti - nel nostro caso culturali -, vanno interiorizzati prima di essere praticati. Quanta fatica facciamo, nelle cose quotidiane, a cambiare i nostri atteggiamenti ed il nostro modo di pensare! Cambiare il nostro sguardo, affrontare la realtà con occhi diversi: ecco ciò che dobbiamo fare.

Questo impegno educativo, tuttavia, non approderà a nulla se delegato esclusivamente ad agenti esterni (istituzioni, scuola, associazioni, parrocchia, amici): ancora una volta, come sempre, l'onere e l’onore principale della responsabilità educativa spetta alla famiglia nel suo eterno ruolo di cellula fondamentale della società, luogo essenziale privilegiato dove sperimentare quotidianamente i valori e le virtù di una fede praticata e trasmessa di generazione in generazione.

La recente nota pastorale della commissione della CEI per i problemi sociali e del lavoro ha ribadito che "…la famiglia deve essere il primo ambito di educazione al sociale". Essa, infatti, ponendosi come crocevia tra pubblico e privato, può determinare un primo livello di maturazione positiva o avviare ad un modello di estraniazione. In che modo si attua tale processo? Anzitutto attraverso il "clima" di comunione e di partecipazione che caratterizza l'esperienza quotidiana della famiglia. Se le relazioni al suo interno esaltano e si fondano sulla gratuità, sul rispetto della dignità di ciascuno, sull'accoglienza cordiale, sul dialogo, sul servizio reciproco generoso e disinteressato, sulla solidarietà, la famiglia diviene, come ci ricorda Giovanni Paolo II, la "prima ed insostituibile scuola di socialità, esempio e stimolo per i più ampi rapporti comunitari all'insegna del rispetto, della giustizia, del dialogo e dell'amore".

Antonia Fantini Carpi

Da "Famiglia domani" 3/99

Seconda Parte

I VALORI DELLA POLITICA. FRA GIUSTIZIA ED EQUITÀ

Proviamo allora a definire, consapevoli di portare una semplice testimonianza mutuata dall'esistenza, più che il "decalogo" del perfetto politico o del politico virtuoso, quali siano i riferimenti e gli atteggiamenti indispensabili per capire se nella nostra crescita personale di fede ed in quella che intendiamo offrire ai nostri figli diamo il giusto spazio alla interiorizzazione di concetti e comportamenti utili per una futura e possibile sensibilità politica permanente

Cominciamo col dire che le virtù sottese alle prove di carità "tradizionali" sono, in fondo, le stesse richieste a chi "serve" il Signore nella vita politica.

Il senso di giustizia e di equità per chi fa politica attiva è alla base di qualsivoglia ragionamento e successiva azione ordinatrice che si intenda realizzare. Senza la giustizia sono irrealizzabili i processi di pace; non solo: si deteriora la pace sociale laddove esiste. In casa si impara a dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno e a privilegiare il bene comune. Un’educazione familiare dove emerga nel tempo la capacità dei propri componenti di scegliere ciò che è giusto per sé e per gli altri, l'esperienza di accettazione e di condivisione delle scelte comuni ritenute valide per tutti, l’abitudine al discernimento delle decisioni soprattutto quella di lungo respiro, sono la pratica migliore per preparare uomini e donne ad una costante ed esigente "attenzione" politica.

Strettamente legata a questo senso civico fondamentale, troviamo una virtù essenziale per il riconoscimento "esterno" dell'amore cristiano: la gratuità; cioè la libertà di pensare ed agire per gli altri senza badare al proprio interesse. Il pensare e l'agire (disinteressatamente) ha per una famiglia cristiana la sua fonte e il suo primo riferimento in Gesù: "il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20,28); "Se dunque io, il Signore e mastro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l'esempio infatti perché ciò che ho fatto io facciate anche voi" (Gv 13,14-15). Gesù è il buon samaritano che ha vissuto al massimo della gratuità il comandamento dell' amore: "Invece un samaritano, che era in viaggio… ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite... lo portò in una locanda e si prese cura di lui" (cf Lc 10,33-34).

La prima palestra per la formazione del carattere è la famiglia dove la condivisione è difficile ma necessaria, dove i conflitti sono inevitabili e vanno gestiti. Le agenzie esterne potranno fare il resto, "completare l'opera, ma non crearla". Perchè fondati sull'amore e guidati dall'amore, i rapporti familiari sono vissuti all'insegna della gratuità, la quale "rispettando e favorendo in tutti e in ciascuno la dignità personale come unico titolo di valore, diventa accoglienza cordiale, incontrò e dialogo, disponibilità disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda" (Familiaris consortio, 43). La famiglia diventa così "prima e insostituibile scuola di socialità, esempio e stimolo per i più ampi rapporti comunitari all‘insegna del rispetto, della giustizia, del dialogo, dell'amore" (ibidem).

 Sottolineo due atteggiamenti connessi all’esercizio politico nella sua parte finale di decisione. Per arrivare a prendere una decisione responsabile occorre prima ascoltare e discernere, in altre parole: osservare e valutare. Osservare la realtà, i suoi bisogni, gli interessi particolari e generali in gioco, le emergenze sociali, valutare le possibili risposte, le ricadute positive o negative di una scelta col il relativo costo sociale ed economico che ne deriva. Dobbiamo aiutarci a pensare secondo questo schema: "Se non ascolto non riesco a cogliere il problema, se non sono in grado di scegliere sono incapace di trovare le soluzioni".

Antonia Fantini Carpi

Da "Famiglia domani" 3/99

Terza Parte

IL DIFFICILE COMPITO DI ESSERE COERENTI E PUNTARE AL BENE COMUNE

È necessario affrontare altri due aspetti, correlati ed erroneamente considerati contraddittori, derivati dalla libertà di pensiero descritta prima: la virtù della coerenza e la pratica della mediazione.

Partiamo da una domanda: può un politico mediare continuamente tra diverse posizioni rimanendo coerente ai propri principi ed alle proprie idee? La risposta è sì. Anzi, non "può", ma "deve"! Senza mediazione la politica diventa sbrigativa e pecca di decisionismo, autoritaria e non più partecipata, generatrice di conflitti più che risolutrice degli stessi. Senza la coerenza si perde di vista il fine ultimo del bene comune, la crescita della persona e della società nella continua ricerca di soluzione ai bisogni primari e secondari sempre presenti. Nelle scelte da compiere, occorre essere intransigenti nella sostanza ed indulgenti nella forma. Questo atteggiamento è indice di effettiva libertà sul cambiare idea sul "fare" politico conservando la necessaria coerenza ai fondamenti etici e cristiani dell’"essere" politico.

Oggi si confonde sempre più spesso la forma delle scelte con la sostanza delle scelte stesse; o meglio, se ne inverte il ruolo affidando alle regole (forma) il compito di esaurire in sé le risposte ai problemi. Perdendo di vista il senso della decisione, della soluzione del problema, anche la buona regola si svuota ed è inefficace. Dobbiamo abituarci a pensare ed agire perché la forma sia essa stessa espressione della sostanza che vogliamo affermare, in un meccanismo comportamentale che manifesti il fine ultimo a cui tendiamo anche attraverso il mezzo che utilizziamo.

D'altra parte al cristiano corre l'obbligo di farsi riconoscere dai gesti che compie.

Questo processo di esternazione politico/culturale, che sintonizza il mezzo con il fine, è propriamente ciò che intendiamo correlando la virtù della coerenza e la prassi della mediazione. In una parola potremmo definirlo "lo stile" politico cristiano.

La coerenza dunque in sé esprime fedeltà ad un'idea e ad un principio anche quando questi siano sbagliati o negativi. Essa genera rispetto se testimonia il vero bene dell'uomo,se testimonia l'amore incondizionato per il prossimo. In altri casi - la storia ne è foriera -- la fedeltà/coerenza ad ideologie disumane ha prodotto immane tragedie e generato terrore.

LA RESPONSABILITÀ, SINTESI DI TUTTE LE VIRTÙ

Queste considerazioni, certamente parziali, portano a sintesi l'argomento con una parola che molti cristiani hanno testimoniato nella vita politica: la responsabilità. Essa tocca un po' tutti gli aspetti e spiega a fondo la definizione papale di carità esigente, citata all'inizio. Potremmo descriverla come la capacità interiore di assumere coerentemente ed in pienezza il peso delle proprie scelte e delle scelte collettive, sapendo di rinunciare alle gioie del risultato immediato che altri servizi offrono, portando, spesso, il peso di errori precedentemente commessi da altri. Nella nostra esperienza familiare, ecclesiale, civile, abbinino acquisito questo atteggiamento? Questo modo di essere?

Nell’ambiente in cui viviamo, indipendentemente dalle scelte - giuste o sbagliate che facciamo, si dice di noi che siamo persone cosiddette "serie"? Degne di fiducia?

Dalle risposte a queste domande deriva la prima verifica attitudinale e di percorso per un servizio politico attivo.

Antonia Fantini Carpi

Da "Famiglia domani" 3/99

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