Domenica, 19 Gennaio 2020
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Giovedì 30 Dicembre 2004 20:33

L’Europa e le discriminazioni sugli stipendi

 L’Europa e le discriminazioni sugli stipendi

INGIUSTA DISCRIMINAZIONE SALARIALE

A cura della Commissione europea

Da "Famiglia oggi" 2/2003

1 - Prima parte

Ancora oggi nei Paesi della comunità europea sussistono incomprensibili differenze retributive tra uomini e donne. Questa problematica è al centro di studi e programmi finalizzati a dare alle lavoratrici ruoli e compensi degli delle loro effettive capacità.

Le differenze retributive che ancora permangono tra uomini e donne è una delle cause che concorrono a rendere difficoltosa la conciliazione tra lavoro e famiglia, soprattutto per le madri. Dalla Relazione annuale pubblicata dalla "Direzione occupazione & affari sociali" della commissione europea, diretta da Anna Diamantopoulou, riprendiamo il paragrafo dedicato totalmente all'impegno dell'Europa su questo tema (Pietro Boffi).

Quello della parità retributiva tra le donne e gli uomini per un lavoro di pari valore è un principio fondamentale del trattato C. In effetti la direttiva del 1975 sulla parità di retribuzione è stata la prima direttiva comunitaria adottata nel campo della parità di trattamento tra le donne e gli uomini. Tuttavia, nonostante l'esistenza di queste disposizioni legali, le donne guadagnano ancora circa il 14% in meno degli uomini (nel 1997 il differenziale era più pronunciato nel settore privato che in quello pubblico, con rispettivamente 19% e 10%).

Nel contesto della strategia quadro comunitaria in materia di parità tra donne e uomini e del programma di finanziamenti relativo a tale strategia, quella della parità retributiva era la tematica privilegiata per il 2001. La parità retributiva è stata scelta quale prima tematica perché si tratta della disuguaglianza più visibile sul posto di lavoro in Europa. Se opportuni interventi non affronteranno questa disuguaglianza, gli obiettivi del Consiglio europeo di Lisbona consistenti nell'aumentare il tasso dell'occupazione femminile portandolo ad almeno il 60% entro il 2010 e nel migliorare la qualità del lavoro non risulteranno raggiungibili.

Durante la presidenza svedese, nel gennaio 2001, i ministri responsabili della sicurezza sociale e della parità tra i sessi hanno discusso le questioni correlate dei differenziali retributivi di genere e della previdenza sociale quali strumenti per la crescita economica. L'elevato profilo conferito alla questione della parità retributiva i rispecchiava nelle conclusioni del Consiglio europeo di Stoccolma (marzo 2001) che invitavano il Consiglio e la Commissione a sviluppare indicatori. Ciò ha preparato il terreno alla presidenza belga, che ha sviluppato un insieme d'indicatori sui differenziali retributivi di genere. Il Consiglio "Occupazione e affari sociali" (3 dicembre 2001) ha adottato un insieme di nove indicatori e ha invitato la Commissione e gli Stati membri a migliorare le statistiche esistenti e la ricerca su tale tematica.
 

2 - Integrare le ricerche

Il Parlamento europeo ha adottato, nel settembre 2001, una relazione sulla parità retributiva in cui sosteneva anche la proposta della Commissione di fissare obiettivi nazionali. La relazione confermava che tutti gli attori devono adottare un approccio plurimo in questo ambito e a tutti i diversi livelli - la Commissione europea, gli Stati membri e le parti sociali - se si vogliono raggiungere risultati effettivi e durevoli.

Quella della parità retributiva è stata anche una tematica fondamentale per il Comitato economico e sociale. La relazione Florio sulla discriminazione salariale tra le donne e gli uomini (marzo 2001) sollecitava che si integrassero le ricerche e i dati esistenti e ha invitato gli Stati membri e le parti sociali ad accrescere i loro sforzi.

Un indicatore della disparità retributiva fra i sessi è stato aggiunto all'elenco degli indicatori strutturali definiti dalla Commissione europea nel 2001 per monitorare i progressi conseguiti verso gli obiettivi strategici di tipo economico e sociale concordati dal vertice di Lisbona. I progressi in direzione della parità retributiva in Europa saranno all'ordine del giorno dei prossimi Consigli europei di primavera che, di anno in anno, valuteranno tali progressi e gli eventuali fallimenti nell'applicazione degli "obiettivi di Lisbona".

La strategia europea per l'occupazione dà grande rilievo all'obiettivo della parità retributiva. In seguito alla valutazione dei piani d'azione nazionali del 2001 alcuni Stati membri hanno riconosciuto il sussistere di differenziali retributivi dì genere e hanno annunciato iniziative per ridurli. Tuttavia, tali iniziative tendono a essere piuttosto vaghe e si nota la mancanza di azioni concrete. Anche se le parti sociali sono chiamate a svolgere un ruolo fondamentale in questo ambito, il loro impegno è limitato.

A seguito ditale constatazione la Commissione ha proposto un orientamento rafforzato per l'occupazione relativo al differenziale retributivo di genere in linea con il parere del comitato consultivo sulle pari opportunità, comprendente obiettivi nazionali per la riduzione del differenziale.
 

3 - Un nuovo programma

Il programma è uno degli strumenti necessari per l'attuazione della strategia quadro della Comunità sulla parità tra uomo e donna. Esso coordina, sostiene finanzia attività orizzontali negli ambiti d'intervento della strategia comunitaria che non possono essere finanziate dagli altri strumenti di finanziamento dell'UE, come ad esempio i fondi strutturali e iniziative quali Equal.

La parità retributiva era anche la tematica prioritaria nella prima tornata di progetti transnazionali finanziati nell'ambito del programma per la parità tra i sessi 2001-2005. Il programma è stato avviato nell'ambito della presidenza belga in occasione di una conferenza sulla parità retributiva tenutasi a Bruxelles il 13 settembre 2001, conferenza co-finanziata dai programmi.

I progetti finanziati nell'ambito del programma d’azione comunitaria sulla parità delle Opportunità per le donne e gli uomini (2001-2005) presentano diversi aspetti innovativi rispetto ai programmi precedenti: annualmente una tematica prioritaria viene selezionata al fine di finanziare attività nel suo ambito.

Tale tematica viene inserita anche nelle azioni politiche della Commissione, in collaborazione con altre istituzioni; concentrando gli sforzi su una tematica prioritaria è possibile massimizzare l'impatto: le attività condotte in tutti gli Stati membri vengono espletate nello stesso periodo, con una serie coordinata di sottotematiche rispetto alla tematica prioritaria e con la partecipazione di tutti gli attori interessati; i progetti hanno grande scala, tra 250.000 e 500.000 euro ciascuno. Quest'ordine di grandezza è stato scelto per assicurare un finanziamento sufficiente delle attività e per far sì che ciascun progetto inizi con dimensioni tali da consentire una copertura e una gestione transnazionali, oltre ad assicurare la coerenza dei risultati.

L’obbiettivo di questi progetti condotti dagli Stati membri, dagli organismi nazionali per la parità, dalle Ong, dalle parti sociali, dalle autorità regionali e/o locali è di acquisire una migliore comprensione del fenomeno del differenziale retributivo di genere e di sviluppare e diffondere strategie atte a ovviarvi. Questa cooperazione di impostazione strategica accresce l'efficacia della promozione della parità retributiva e riduce i differenziali di reddito tra le donne e gli uomini.

Le attività transnazionali relative alla tematica prioritaria della parità retributiva erano imperniate su: scambio dei risultati delle analisi esistenti e ricerca e scambio di buone pratiche; riesame della classifica delle mansioni e dei sistemi di retribuzione per accertare se siano all'origine di disparità retributive tra i sessi; assicurare i diritti (legislazione e meccanismi atti ad assicurare una tutela migliore e più efficace); parità retributiva nel processo di contrattazione collettiva e ruolo delle parti sociali; il ruolo dell’istruzione, dell'informazione, della formazione e dei mass media.

Sui ventisette progetti selezionati nel 2001 la maggior parte riguardava le questioni della parità retributiva. Il finanziamento complessivo a essi destinato è di circa otto milioni di euro (maggiori informazioni su tali progetti sono reperibili sul sito web consacrato alle pari opportunità http://europea.eu.int/comm/employement_social/equ_opp/index_en.htm). Per coprire tutti gli aspetti della strategia quadro per la parità tra donne e uomini (2001-2005) cui il programma conferisce un sostegno finanziario, il Comitato del programma e la Commissione hanno inoltre definito le seguenti priorità: per il 2003-2004: "Le donne nel processo decisionale"; per il 2004-2005: "Stereotipi legati al genere".

2 - Integrare le ricerche

Il Parlamento europeo ha adottato, nel settembre 2001, una relazione sulla parità retributiva in cui sosteneva anche la proposta della Commissione di fissare obiettivi nazionali. La relazione confermava che tutti gli attori devono adottare un approccio plurimo in questo ambito e a tutti i diversi livelli - la Commissione europea, gli Stati membri e le parti sociali - se si vogliono raggiungere risultati effettivi e durevoli.

Quella della parità retributiva è stata anche una tematica fondamentale per il Comitato economico e sociale. La relazione Florio sulla discriminazione salariale tra le donne e gli uomini (marzo 2001) sollecitava che si integrassero le ricerche e i dati esistenti e ha invitato gli Stati membri e le parti sociali ad accrescere i loro sforzi.

Un indicatore della disparità retributiva fra i sessi è stato aggiunto all'elenco degli indicatori strutturali definiti dalla Commissione europea nel 2001 per monitorare i progressi conseguiti verso gli obiettivi strategici di tipo economico e sociale concordati dal vertice di Lisbona. I progressi in direzione della parità retributiva in Europa saranno all'ordine del giorno dei prossimi Consigli europei di primavera che, di anno in anno, valuteranno tali progressi e gli eventuali fallimenti nell'applicazione degli "obiettivi di Lisbona".

La strategia europea per l'occupazione dà grande rilievo all'obiettivo della parità retributiva. In seguito alla valutazione dei piani d'azione nazionali del 2001 alcuni Stati membri hanno riconosciuto il sussistere di differenziali retributivi dì genere e hanno annunciato iniziative per ridurli. Tuttavia, tali iniziative tendono a essere piuttosto vaghe e si nota la mancanza di azioni concrete. Anche se le parti sociali sono chiamate a svolgere un ruolo fondamentale in questo ambito, il loro impegno è limitato.

A seguito ditale constatazione la Commissione ha proposto un orientamento rafforzato per l'occupazione relativo al differenziale retributivo di genere in linea con il parere del comitato consultivo sulle pari opportunità, comprendente obiettivi nazionali per la riduzione del differenziale.
 

3 - Un nuovo programma

Il programma è uno degli strumenti necessari per l'attuazione della strategia quadro della Comunità sulla parità tra uomo e donna. Esso coordina, sostiene finanzia attività orizzontali negli ambiti d'intervento della strategia comunitaria che non possono essere finanziate dagli altri strumenti di finanziamento dell'UE, come ad esempio i fondi strutturali e iniziative quali Equal.

La parità retributiva era anche la tematica prioritaria nella prima tornata di progetti transnazionali finanziati nell'ambito del programma per la parità tra i sessi 2001-2005. Il programma è stato avviato nell'ambito della presidenza belga in occasione di una conferenza sulla parità retributiva tenutasi a Bruxelles il 13 settembre 2001, conferenza co-finanziata dai programmi.

I progetti finanziati nell'ambito del programma d’azione comunitaria sulla parità delle Opportunità per le donne e gli uomini (2001-2005) presentano diversi aspetti innovativi rispetto ai programmi precedenti: annualmente una tematica prioritaria viene selezionata al fine di finanziare attività nel suo ambito.

Tale tematica viene inserita anche nelle azioni politiche della Commissione, in collaborazione con altre istituzioni; concentrando gli sforzi su una tematica prioritaria è possibile massimizzare l'impatto: le attività condotte in tutti gli Stati membri vengono espletate nello stesso periodo, con una serie coordinata di sottotematiche rispetto alla tematica prioritaria e con la partecipazione di tutti gli attori interessati; i progetti hanno grande scala, tra 250.000 e 500.000 euro ciascuno. Quest'ordine di grandezza è stato scelto per assicurare un finanziamento sufficiente delle attività e per far sì che ciascun progetto inizi con dimensioni tali da consentire una copertura e una gestione transnazionali, oltre ad assicurare la coerenza dei risultati.

L’obbiettivo di questi progetti condotti dagli Stati membri, dagli organismi nazionali per la parità, dalle Ong, dalle parti sociali, dalle autorità regionali e/o locali è di acquisire una migliore comprensione del fenomeno del differenziale retributivo di genere e di sviluppare e diffondere strategie atte a ovviarvi. Questa cooperazione di impostazione strategica accresce l'efficacia della promozione della parità retributiva e riduce i differenziali di reddito tra le donne e gli uomini.

Le attività transnazionali relative alla tematica prioritaria della parità retributiva erano imperniate su: scambio dei risultati delle analisi esistenti e ricerca e scambio di buone pratiche; riesame della classifica delle mansioni e dei sistemi di retribuzione per accertare se siano all'origine di disparità retributive tra i sessi; assicurare i diritti (legislazione e meccanismi atti ad assicurare una tutela migliore e più efficace); parità retributiva nel processo di contrattazione collettiva e ruolo delle parti sociali; il ruolo dell’istruzione, dell'informazione, della formazione e dei mass media.

Sui ventisette progetti selezionati nel 2001 la maggior parte riguardava le questioni della parità retributiva. Il finanziamento complessivo a essi destinato è di circa otto milioni di euro (maggiori informazioni su tali progetti sono reperibili sul sito web consacrato alle pari opportunità http://europea.eu.int/comm/employement_social/equ_opp/index_en.htm). Per coprire tutti gli aspetti della strategia quadro per la parità tra donne e uomini (2001-2005) cui il programma conferisce un sostegno finanziario, il Comitato del programma e la Commissione hanno inoltre definito le seguenti priorità: per il 2003-2004: "Le donne nel processo decisionale"; per il 2004-2005: "Stereotipi legati al genere".

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:30

Scheda riassuntiva

 

Scheda riassuntiva

Sono state enormi le trasformazioni sociali e culturali che negli ultimi decenni hanno prodotto consistenti mutamenti sia tra le esperienze delle diverse generazioni, sia all'interno dell'esperienza dei singoli nel corso della loro vita, cambiando il clima familiare, l'organizzazione della vita quotidiana e la relazione genitori-figli. Questa grande metamorfosi demografica e sociale ha così portato al passaggio da un unico modello di famiglia (la famiglia nucleare coniugale) a una pluralità di forme familiari. Separazione e divorzio sono i fenomeni che maggiormente contribuiscono ad alterare il quadro delle forme familiari nel nostro Paese.

Abbiamo presentato una breve rassegna delle nuove forme di famiglia soffermandoci sugli effetti e sui mutamenti prodotti sul ciclo di vita familiare: le famiglie ricostituite, le famiglie di fatto, le famiglie unipersonali, le famiglie adottive, i matrimoni"misti, le famiglie immigrate, le coppie omosessuali; complesse storie individuali e familiari che si intersecano per designare il ciclo di vita, a diversi livelli generazionali.

La ricerca di un modo di vivere più autentico sembra essere la motivazione profonda che sta alla radice di questa rivoluzione dei comportamenti.

Prof. Maurizio Andolfi 

 Effetti di alcuni trend sul ciclo di vita familiare

Le forme familiari analizzate sono una rappresentazione statica della realtà familiare misurata in un preciso momento; in effetti, ogni famiglia passa durante il suo ciclo di vita attraverso più di una forma familiare. Insieme alle trasformazioni descritte, cambia quindi il ciclo di vita della famiglia, si modificano i ritmi e le cadenze, si ampliano e si restringono alcune sue fasi e il corso della vita individuale corrisponde sempre meno ad esso.

Un singolo individuo può fare l'esperienza di vivere una sequenza di forme familiari: può iniziare la sua vita in una famiglia tradizionale; poi, in seguito al divorzio dei genitori, può entrare a far parte di una famiglia con un solo genitore (per lo più la madre), quindi di una famiglia ricostituita, se la madre si risposa, acquisendo eventualmente nuovi fratelli e sorelle e una specie di padre "sociale", che si aggiunge, senza sostituirsi, al padre biologico e legale. Raggiunta l'età adulta può vivere temporaneamente da solo, dando vita a una famiglia unipersonale; mettere poi in piedi una convivenza e successivamente sposarsi; non si può escludere che poi divorzi e dia vita a una famiglia ricostituita, forse sperimentando di nuovo, prima o dopo, un periodo di solitudine o di convivenza (Zanatta, 1997). La ricerca della felicità sembra essere la motivazione profonda che sta alla radice di questa rivoluzione dei comportamenti individuali e familiari.

Tornando al ciclo di vita familiare possiamo analizzare quelli che sono gli effetti prodotti su di esso dai cambiamenti demografici degli ultimi anni:

a) fase iniziale breve, dalla costituzione della coppia alla nascita dei figli. Si assiste innanzitutto ad un incremento, anche se non rilevante, dell'età media al matrimonio. La coppia rimane senza figli per un tempo breve e tende a concentrare la nascita dei figli nei primi anni del matrimonio. Rispetto al passato, dunque, la fase di allevamento dei bambini tende a concludere nell’arco di pochi anni dopo il matrimonio (Scabini, 1995);

b) fase centrale prolungata con gli stessi figli; si assiste cioè a un estensione della fase educativa centrale con figli dall' età scolare in poi e senza nuovi nati. Tale fase impegna i genitori per un tempo lungo ed è caratterizzata nel suo periodo finale dalla compresenza di due generazioni adulte: figli ultradiciottenni e genitori;

c) fase di coppia anziana molto allungata dopo l'uscita di casa dell'ultimo figlio. Infatti l'allungamento dell' età media, rende possibile una nuova lunga stagione di coppia;

d) fase finale in solitudine soprattutto per le donne.

Si delinea, perciò, un modello di vita familiare dove la coppia all' inizio del ciclo, è impegnata nelle attività di procreazione, allevamento, educazione dei figli che tendono a coprire uno spazio breve della vita di una madre, a non esigere più la dimensione materna come unica o prevalente dimensione per tutta la vita adulta.

Anche la paternità si trova coinvolta in questo processo di trasformazione dei rapporti generazionali, anche se mancano ricerche approfondite su tale argomento. Comunque, sembrerebbe che all'interno di una divisione del lavoro familiare ancora fortemente squilibrata, proprio le attività di cura e di rapporto con i figli, in particolare con i più piccoli, sembrano non solo accettate, ma in parte rivendicate come proprie dai padri più giovani (Zanatta, 1997).

Parallelamente, si amplia sia la fase di permanenza dei giovani nella famiglia di origine sia quella detta del "nido vuoto". In questa situazione, le relazioni tra adulti diventano cruciali, proprio perché il ciclo di vita della famiglia si dilata nell' età adulta ed in quella della vecchiaia. Mentre la vita della famiglia era segnata in passato dalla preoccupazione dell'allevamento e della crescita dei piccoli, ora l'asse dello scambio viene spostato tra e all'interno delle generazioni adulte, con processi di nuove differenziazioni in questo tipo di relazioni (Scabini, 1995).

Il fatto poi che le famiglie contemporanee abbiano solo un figlio o al massimo due figli ha effetto sulla concreta, quotidiana esperienza di crescere e vivere come figli, oltre che sul posto dei figli stessi nella economia simbolica dei genitori. Un figlio sperimenta l'unicità della propria età e posizione nella famiglia, senza possibilità di misurarsi, confrontarsi con chi è un po' più grande o un po' più piccolo, analogamente ai genitori che difficilmente accumulano esperienza per fronteggiare le fasi di crescita dei propri figli. A differenza delle famiglie più numerose in cui una famiglia può avere contemporaneamente figli piccoli e adolescenti o giovani, oggi le famiglie sembrano attraversare le stesse fasi dei figli: ci sono famiglie con figli piccoli, poi con figli adolescenti, poi con figli giovani, poi senza figli.

Comunque entro la parentela è oggi possibile sperimentare ed entrare in rapporto con un raggio di età più ampio, e con posizioni generazionali diversificate: nonni e anche bisnonni non sono più una rarità ben oltre l'infanzia. E mentre un adolescente impara ad essere il nipote non più piccolo di un nonno sempre più anziano, impara anche che l'essere figlio si prolunga ben oltre la minore età, vedendo i propri genitori diventare nonni, ma anche continuare a rimanere figli (Hagestad, 1982).

Sono state le grosse trasformazioni sociali e culturali degli ultimi decenni a produrre, appunto, i mutamenti sia tra le esperienze delle diverse generazioni, sia all'interno dell'esperienza dei singoli nel corso della loro vita, cambiando il clima familiare, l'organizzazione della vita quotidiana e la relazione genitori-figli. Ci si rende sempre più conto che le stesse scansioni familiari sono intrecciate con i cicli di vita individuali dei vari componenti della famiglia e in generale con i diversi eventi e vicende che avvengono nell'insieme di attività di cui è fatta una vita. E', infatti, sempre meno possibile definire la stessa vicenda, o ciclo di vita, come legata ad un'unica o principale dimensione: vicende lavorative, di rapporti affettivi, di coppia, generazionali, altre vicende che entrano in modo significativo nella vita di una persona e di una famiglia, si intersecano per disegnare sia il ciclo di vita individuale che il ciclo di vita familiare (Saraceno, 1996).

Ad esempio, il fenomeno della disoccupazione giovanile ha prodotto modifiche sia nel ciclo di vita individuale che in quello familiare, poiché è una delle cause della tendenza dei figli a rimanere più a lungo a "carico" dei genitori. Anche la riduzione della fecondità ha modificato profondamente il ciclo di vita familiare e quello individuale e sta modificando altrettanto profondamente l'assetto sociale.

In sintesi, l'intera vicenda familiare, così come quella dei vari individui che insieme la costruiscono e vengono da essa costruiti, può e chiede di venir letta nella chiave multidimensionale del tempo: rispetto al tempo storico, rispetto alla collocazione nei vari tempi sociali, rispetto al tempo della vita di ciascuno e a quello dei rapporti tra le generazioni, così come rispetto al tempo della memoria e della tradizione, tramite il quale una famiglia non solo si distingue nettamente da tutte le altre, ma diviene parte inestricabile di coloro che la fanno e la vivono (Saraceno, 1996).

Prof. Maurizio Andolfi

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:28

Coppie omosessuali

 Coppie omosessuali

Nel tempo sono cambiati i modelli di analisi e i linguaggi, è mutato il modo in cui si guarda la famiglia strutturalmente diversa da quella nucleare. Sfidando ciò che per lungo tempo è stato dato per acquisito, attraverso lo studio delle relazioni e dei processi evolutivi della famiglia "normale", è stato possibile riconoscere la specificità che caratterizza i diversi modi attraverso cui le persone organizzano i propri rapporti. In particolar modo per le forme di famiglia con genitori divorziati, per quelle ricomposte e per le coppie omosessuali (che in alcuni contesti diventano vere e proprie famiglie per la presenza di figli) l'enfasi è stata posta esclusivamente sulle debolezze, sono state infatti considerate deficitarie se non devianti rispetto alla famiglia tradizionale. Oggi queste nuove forme di famiglia assumono un significato più articolato e complesso ed escono definitivamente dall'area del pregiudizio, dove per diverso tempo sono state collocate. In particolar modo è la coppia omosessuale a porsi attualmente come una sfida al tradizionale modo di concepire la relazione intima duale, le persone omosessuali costituiscono una categoria ampia e sfaccettata, l'esperienza umana in genere, e non solo quella di un gay è sempre caratterizzata da un'evoluzione particolare, unica, da percorsi di incontro e scontro con l'ambiente irripetibili. Oggi l'omosessualità non è più socialmente percepita solo come una pratica sessuale alternativa, bensì come una condizione esistenziale con contenuti di affettività, progettualità e di relazione.

Sul piano scientifico è stata posta fine alla criminalizzazione, colpevolizzazione e medicalizzazione di questo orientamento sessuale e ciò ha senz'altro favorito il cambiamento del clima culturale nei riguardi dell' omosessualità. Infatti, nel 1974 l'APA (American Psychological Association) ha cancellato dal DSM l'omosessualità egosintonica come patologia. Le forti pressioni sociali del passato e i radicati stereotipi sessuali hanno spesso costretto molti omosessuali a vivere nell'anonimato; queste dinamiche negative sono state predominanti nella maggior parte degli ambienti e più sfumate in alcuni ambiti come la moda o il cinema (Oliverio Ferraris, 1996). Superata la condanna all'invisibilità sociale, oggi gay e lesbiche si riuniscono in associazioni, tentano di sensibilizzare l'opinione pubblica, partecipano a trasmissioni televisive per creare informazione, "fare notizia" e non solo subirla, esercitano forti pressioni, a volte anche in modo trasgressivo, ad esempio sfilando e manifestando nelle grandi città..

Tuttavia permane da parte della maggioranza eterosessuale un atteggiamento discriminatorio, pregiudizievole e di rifiuto che a volte costringe la persona omosessuale a condurre la propria vita affettiva in contesti di marginalità sociale. Vale la pena ricordare le innumerevoli resistenze nei confronti dell'omosessualità innescatesi in seguito al devastante diffondersi del virus dell' AIDS, che inizialmente è stato considerato come una conseguenza del comportamento sessuale "deviante"; questo costituisce solo uno dei tanti esempi di rigidità del sistema sociale con cui l'omosessuale viene a confrontarsi, anche nella vita quotidiana, con le amicizie, con il contesto scolastico e di lavoro, e non in ultimo con la famiglia. Quest 'ultima è stata, infatti, resa vittima di discriminazioni, in parte derivanti da una lettura patologica dell' omosessualità: vi è stato un periodo di accuse per madri e padri, le prime viste come troppo simbiotiche, i secondi come troppo distanti. Relazioni familiari disfunzionali venivano indicate come cause della "malattia omosessuale" (La Sala, 1999).

Il rapporto tra la coppia eterosessuale e la famiglia di origine quale fonte di sostegno e di influenza e l'importanza dei legami intergenerazionali per una relazione priva di problemi, sono temi ampiamente trattati sia dai ricercatori che dagli psicologi della famiglia. Inadeguata e scarsa è invece la letteratura relativa a uomini e donne omosessuali e le relazioni di questi con le rispettive famiglie d'origine. Lo scarso riconoscimento e il pregiudizio sociale contribuiscono a consolidare in molti genitori convinzioni negative, a rinforzare visioni che vedono i propri figli "sbagliati", ragione per la quale maggiori approfondimenti e nuove ricerche sull' omosessualità porterebbero senz'altro ai genitori e ai figli omosessuali un cospicuo beneficio.

È considerato psicologicamente benefico per gli omosessuali rivelare il proprio orientamento sessuale e vivere alla luce del sole. I genitori, però, tendono a reagire con emozioni violente, delusione e vergogna quando vengono a sapere dell' omosessualità di un figlio o di una figlia. Questo "venir fuori", letteralmente definito "coming out", spesso provoca una dolorosa crisi familiare, che può portare all'allontanamento dei membri della famiglia (La Sala, 2001).

Alla pari di quanto può avvenire per le coppie interculturali e interrazziali, bersaglio anch'esse di ostilità da parte delle famiglie allargate, per la coppia omosessuale la "confessione" ai genitori è spesso l'esperienza più dura da affrontare; un figlio o una figlia che dichiarano la propria omosessualità scuotono violentemente il sistema familiare, sia a livello individuale che interpersonale. Madri e padri crescono i propri figli dando per scontata la loro eterosessualità, con un figlio omosessuale vedono sfumare i sogni e i progetti sul matrimonio dei figli e i progetti sulla continuità delle generazioni attraverso l'arrivo dei nipoti.

Nonostante la forte probabilità di disapprovazione, una percentuale altissima di gay e lesbiche decidono di dichiararsi ai genitori, in parte perché sperano di accrescere l'intimità e l'onestà del rapporto con essi e in parte perché il rivelarsi diviene un modo per dimostrare al proprio compagno/a l'impegno e la salvaguardia della loro unione. Nonostante le difficoltà per uscire allo scoperto, gli omosessuali scelgono la vita di coppia come modo per vivere a pieno la propria identità. Molte coppie hanno dato vita ad unioni stabili che durano per lunghi anni, sfatando il mito-stereotipo dell'omosessuale promiscuo, sempre in cerca di nuove avventure.

La Sala (2001) ha studiato l'influenza della disapprovazione intergenerazionale sul rapporto della coppia omosessuale, constatando come gli sforzi di rivelare la propria omosessualità sembrino essere correlati con il processo di differenziazione, di fondamentale importanza per stabilire rapporti differenziati ed emotivamente significativi. Così come avviene per le coppie eterosessuali, un allontanamento brusco di uno dei due partner dalla propria famiglia d'origine potrebbe avere ripercussioni negative sul rapporto di coppia, come il rimanere nell' ombra, il non rivelarsi, non permette di raggiungere una reale indipendenza. Anche la negazione della propria omosessualità può essere considerata espressione di uno stallo evolutivo nel processo di separazione-individuazione.

In realtà, attribuire esclusivamente alla società o ai genitori la responsabilità di una reazione negativa sarebbe un errore. I genitori debbono imparare a conoscere la vita omosessuale mentre nel contempo gli omosessuali hanno bisogno di accettazione e di conferme; diviene quindi essenziale che i membri della famiglia vengano aiutati a mantenere il reciproco legame per tutta la durata della crisi.

In ultima analisi, un tema recentissimo che non può essere trascurato è quello della paternità e della maternità della coppia omosessuale. Soltanto in America circa un terzo delle lesbiche sono madri, molti sono anche i gay che vivono con figli avuti da precedenti matrimoni. La paternità e la maternità sono dimensioni dell'identità che gli omosessuali sentono come importante e che chiedono di poter realizzare. Il dibattito sul tema è piuttosto acceso e le posizioni assunte finora sono diverse, resta comunque tanto ancora da scoprire e da dire su un fenomeno ancora in fase di emersione. Il poter scegliere il proprio compagno/a secondo un sentimento libero d'amore e lo sviluppo di un'identità di coppia caratterizzata da affettività, progettualità, aiuto e comprensione vicendevole sono ritenute oggi libertà fondamentali dell' individuo, la base per qualsiasi rapporto di coppia, andando oltre le scelte sessuali, la religione, il colore della pelle, l'origine etnica e nazionale.

Prof. Maurizio Andolfi

Giovedì 30 Dicembre 2004 20:26

Famiglie immigrate

 Famiglie immigrate

 "La migrazione e' un rischio. È angosciante.

Tra uno sradicamento doloroso e un riancoraggio conflittuale

si adagia il tempo di una crisi.

Quella di una esperienza segnata dalla paura

di perdere definitivamente gli oggetti abbandonati

e di affrontare l'inquietante stranezza".

(A. Begag, A. Chaouire)

 Probabilmente la condizione degli immigrati si può riassumere con questa breve ma intensa descrizione, poiché accanto alle nuove possibilità che si schiudono di fronte al: trasferimento in un nuovo ambiente, vi è anche il rischio e la crisi che tale passaggio può determinare. Il fenomeno migratorio in atto in questi ultimi anni, rappresenta un evento societario in grado di incidere radicalmente sulla struttura culturale e sociale del mondo occidentale. Come ha scritto Thomas Sewell nel suo capolavoro "Migrations and cultures" (1996): "la storia dell' emigrazione, non è solo la storia delle persone che emigrano, ma è anche la storia dei territori in cui si recano e dell'impatto che hanno sui territori stessi.(...) Per capire l'impatto degli immigrati è innanzitutto necessario capire le culture che portano con sé dai propri paesi d'origine".

Ricerche ed analisi compiute negli ultimi anni, in effetti, si sono occupate di questo fenomeno, ma, in generale, hanno studiato gli immigrati come individui o come gruppi di individui trascurandone la dimensione familiare. Affrontare il tema dell' immigrazione dal punto di vista familiare è in un certo senso una sfida perché, come sottolinea Bènsalah (1993), "parlare della famiglia nello spazio-tempo della migrazione significa verbalizzare l'assenza, il mancamento, le trasgressioni alle norme su cui si basa. Quando parliamo di famiglia immigrata, definiamo dei campi spaziotemporali significativi: da un lato quello dell'immigrazione che è per definizione quello delle fratture e dell'allontanamento e, dall'altro, quello della famiglia, per definizione quello della continuità e dei legami".

La famiglia migrante occupa, in effetti, una posizione particolare: si situa tra la società di origine e la società di accoglienza. Ed è proprio a questo tra che bisogna porre attenzione poiché incide determinando dei cambiamenti sul normale susseguirsi delle fasi del ciclo di vita familiare.

Questa famiglia e gli individui che la compongono sono sottomessi alle esigenze della società di accoglienza e della società d'origine. Stanno tra le aspettative della società d'origine (la perpetuazione della cultura, della lingua, della religione, ecc.) e le aspettative della società d'accoglienza. Per raggiungere una buona integrazione, essa dovrà costruire una "unità combinatoria" facendo dei tentativi e tenendo conto delle due sociétà.

D'altronde, il presente vissuto da queste persone viene costantemente accompagnato dalle emozioni legate al passato, dal dubbio e dall'incertezza rispetto al futuro. La storia del tempo passato, vissuto altrove, con altre persone e in condizioni diverse condiziona il modo in cui i membri della famiglia migrante vivranno il presente e immagineranno l'avvenire (Ciola, 1997).

Bonvicini M.L. (1992) ha descritto sapientemente la cornice in cui si trova il migrante: "Nulla è uguale, diceva Fatima. Né i suoni, né i colori, né le voci, né gli odori, né le strade, né le case, né la cucina, né l'educazione... Come ritrovarcisi? Come ritrovare la vita spigliata che si aveva in Paese? Persino le settimane, le feste, i mesi sono diversi!". Il migrante, perciò, è sempre in viaggio, in un perpetuo andirivieni tra il quivi e l’altrove, il presente e il passato, i figli e i nonni. Sta da qualche parte fra le due fasi di una realtà che cerca di addomesticare. Egli ha naturalmente il diritto di star bene nella sua nuova situazione, ma ha il dovere di non dimenticare la famiglia e il paese d'origine. La sintesi creativa che la famiglia immigrata dovrà cercare di raggiungere risulta essere spesso una conquista dolorosa, fatta di ostacoli e di momenti critici.

Il confronto con i modelli familiari occidentali può portare gli immigrati a sottolineare con orgoglio la forte base etica e solidaristica che, di fatto, coinvolge non solo il nucleo familiare in senso stretto, ma anche la parentela allargata e, di frequente, i vicini di casa. Non di rado tale orgoglio porta all'idealizzazione dell'unità familiare, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli anziani e con la storia familiare che essi impersonificano, quasi a volere difensivamente rimarcare la propria superiorità culturale nei confronti dei paesi ospitanti. Un radicamento familiare così forte fa sì che il significato dell'emigrazione non sia mai vissuto esclusivamente a livello individuale, ma come una soluzione in grado di garantire, ad esempio, un vantaggio economico per la famiglia d'origine. In questa prospettiva, il soggetto che parte è depositario di un mandato familiare, quindi svolge un compito per l'intero nucleo (Scabini, Regalia, 1993).

Un secondo nodo cruciale è che l'esperienza familiare degli emigranti e la prassi solidaristica sperimentata all'interno della cultura d'origine sembra incidere in maniera determinante sulle modalità di relazionarsi con l'ambiente. In particolare si possono evidenziare diversi modelli adattivi che guidano lo stile di gestione delle relazioni con la cultura circostante: un primo modello, inclusivo, che si caratterizza per il tentativo di instaurare rapporti molto stretti e quasi esclusivi con altri immigrati del proprio paese d'origine, familiari e non, allo scopo di formare una rete relazionale con una forte funzione protettiva a livello individuale e sociale, che cerca di riprodurre l'ethos familiare vissuto nei paesi di provenienza e rimarca le diversità con la cultura del paese ospitante; all'opposto di questo modello vi è quello di tipo espansivo, nel quale la solidarietà inter-comunitaria non esclude ma anzi favorisce l'apertura nei confronti dell'ambiente circostante

In ogni modo, ciò che in realtà è in gioco nella regolazione delle distanze con l'ambiente, è il problema della rinegoziazione delle distanze familiari a livello intergenerazionale. Sono chiamate direttamente in causa, sebbene in tempi diversi, le diverse generazioni di immigrati. La prima generazione si trova impegnata a mediare sia l'impatto con l'esterno (l'ambiente sociale del nuovo paese), sia la gestione della relazione con i figli, socializzati ad una cultura diversa, sia la ridefinizione dei rapporti con la famiglia d'origine. Il problema dell'educazione dei figli può essere considerato l'aspetto cruciale che può favorire ed accelerare il processo di integrazione o, al contrario, rafforzare i movimenti di separazione sia nei confronti dell'ambiente sia all'interno della famiglia. L'entrare in contatto dei figli con la cultura ospitante può rappresentare agli occhi dei genitori il pericolo di una rottura nella trasmissione intergenerazionale e un venire meno dei significati più profondi che danno continuità alla cultura familiare. La chiusura nei confronti della cultura ospitante può così determinare una sfasatura, in alcuni casi anche drammatica, tra adattamento sociale e riequilibrio delle relazioni lungo l'asse intergenerazionale. È a questo livello che sembra essere a rischio la posizione dei figli della seconda generazione, che se, da un lato, riescono ad adattarsi meglio e più velocemente dal punto di vista sociale nella cultura ospitante rispetto alla prima generazione, dall'altro pagano in termini di estraneamento progressivo dalla famiglia e dai loro valori questo successo adattivo. In questi casi l'integrazione sociale può essere vista come un tradimento della lealtà dovuta alla famiglia e l'esito soggettivo è la difficoltà a riconoscersi pienamente appartenenti alla cultura d'origine o a quella ospitante (Scabini, Regalia, 1993).

Va dunque rimarcato che i tempi sociali e i tempi familiari di elaborazione degli eventi critici legati all' immigrazione procedono in maniera asincrona. Un conto è l'obiettivo di un adattamento sociale, che può anche essere raggiunto in breve tempo, altro è invece il difficile e lento processo di assimilazione ed elaborazione psichica, che deve riuscire a mettere insieme in una accettabile sintesi percorsi familiari e sociali così diversi. Come sottolinea McGoldrick (1993) sarà compito della terza generazione di immigrati quello di connettere passato e futuro, esigenze della cultura familiare di appartenenza ed esigenze del nuovo ambiente sociale. Tale generazione si sentirà più libera di reclamare aspetti della propria identità etnica che nelle generazioni precedenti erano stati sacrificati in vista della necessità di assimilazione alla cultura d'elezione. D'altronde, si può vivere e affrontare il presente solo nel momento in cui ci si sente garantiti nei valori familiari e culturali con cui si è cresciuti.

In teoria, la posizione tra dell' emigrato o di chi appartiene a una minoranza culturale, potrebbe essere considerata una risorsa in più, poiché in grado di offrire più di una scelta, favorire una maggiore mobilità tra due alternative, permettere di muoversi da uno spazio all'altro, da una lingua, quella di provenienza, ad una seconda, utile per la costruzione dei rapporti sociali nel nuovo mondo. In realtà, questa posizione di vantaggio esiste soltanto quando ci si possa facilmente "spostare da una sedia all'altra", senza avvertire il pericolo del non ritorno nella posizione originaria, quando, cioè, si prende il meglio delle due culture raggiungendo una buona integrazione.

Al contrario, difficoltà possono emergere, come abbiamo visto, quando l'immigrato assume un atteggiamento di "assimilazione" nei confronti della cultura della società di accoglienza, adeguandosi acriticamente ad essa e attuando un taglio con la propria cultura d'origine; oppure, ancora, quando assume un atteggiamento di "negazione" non affrontando la questione dello stare "tra", o di "esclusione", rimanendo ancorati fortemente alle proprie radici con un atteggiamento di rifiuto e di chiusura, quasi protettiva, nei confronti della nuova cultura. La paura di perdere le proprie radici, le lealtà invisibili che si annidano in ogni storia di sradicamento e di taglio emotivo, l'illusione di fermare il tempo, la diversità percepita come minaccia alla propria esistenza, la difesa, talora esasperata, delle proprie tradizioni, sono situazioni affettive che rendono lo stare tra due realtà culturali un malessere esistenziale tra i più gravi.

Invece, la possibilità e la capacità di legare gli aspetti della cultura di origine con quelli della nuova cultura, miscelandone e combinandone gli elementi, le caratteristiche, costituisce un'importante risorsa per un positivo processo di integrazione. Il migrante, come afferma Gola (1997), può star bene tra due culture, o per così dire "tra due sedie" e decidere in che momento ci si siede sull'una o sull'altra, e creare un modo originale di occuparle entrambe, facendo esperienze nello spazio tra di esse ed essere felice di non trovarsi condannato a star seduto in un modo solo, magari comodo, ma povero.

Prof. Maurizio Andolfi 

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