Sabato, 21 Ottobre 2017
Venerdì 28 Gennaio 2005 21:13

Uno stile di servizio

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Uno stile di servizio

 

· La catechesi del «dover essere» ha contribuito a creare coppie e famiglie propense a pensare a ciò che non sono piuttosto che capaci di scoprire ciò che sono · La radice ultima del servizio è Dio Amore · Alcune tappe per raggiungere questo orizzonte che deve trasformarsi in «stile di vita»: «tirare fuori» e contemplare il servizio; contemplare che serve e che deve essere servito; servire per simpatia; fare della famiglia un luogo dove chiunque possa sostare e trovare ristoro · Iniziando da una prima tappa, importante anche se apparentemente poco eroica: educare i figli alle «buone maniere», capaci di dire, non solo formalmente, «grazie», «scusa», «ciao».

 

In famiglia...

 Le nostre famiglie devono servire, devono essere povere, devono essere solidali, devono essere... I tanti «devono essere» a cui spesso sono state richiamate, hanno formato generazioni di genitori e coppie più propense a pensare a ciò che non erano piuttosto che a valorizzare ciò che erano. Ben diverso è «cercare di essere» dallo scoprire, a volte con meraviglia, ciò che si è. In Gesù di Nazareth la nostra umanità è stata riscoperta e rivalutata come segno e benevolenza del Padre, come anticipo di quella piena umanità in Lui realizzata. Si tratta allora di scoprire qualcosa che è già in noi, magari in germe, ma che possediamo. Una famiglia quindi non «deve educare al servizio» ma potenzialmente «educa al servizio» per il semplice fatto di essere famiglia. Significa quindi primariamente portare a consapevolezza strumenti che sono presenti nella vita di tutti i giorni.

La radice ultima del servizio è quel Dio Amore che si è innestato in noi, nella nostra umanità e che non si pone come meta irraggiungibile, ma come forza che preme e che attende di essere sprigionata. Poniamo qui alcune semplici annotazioni, nate più dall'esperienza che da trattati o studi specifici. Trattati e studi su cui però andranno successivamente collocate.

 

«Tirar fuori» il servizio

«Ciò che vuoi che gli altri siano, cerca di esserlo tu per primo». (MADELEINE DELBRÊL)

Il termine educare richiama il «tirar fuori», il considerare un esistente, renderlo evidente e potenziarlo. Educare al servizio vorrebbe dire quindi «rendere evidente e rafforzare il servizio che è in noi». Ma di che servizio parliamo? Forse di quella modalità che spesso identifichiamo come non facente parte di noi stessi, che costa fatica, rinuncia, ma che «cristianamente» dobbiamo attuare? Sarebbe un «metter dentro», piuttosto che un «tirar fuori». Alcune espressioni di E. Fromm identificano bene ciò che vogliamo dire: «essere per l'altro»: «uscire da sé verso altri da sé»; «fare per gli altri»; «volontà di fare, di condividere, di sacrificarsi» (da: Avere o essere?). Fromm, come altri (Adler, Frankl) identifica la massima espressione di potenza di un essere umano, e quindi la sua massima realizzazione, nel donare gratuitamente. Questo ci porta a valutare il servizio anche come «benessere» della persona e non solo come «dover essere», rendendo il servire sicuramente più consono al Lieto Annuncio.

Potremmo dire che servire con amore sicuramente genera amore. Il servire diventa non solo stimolante per chi dona, ma anche per colui a cui è donato. Ed è soprattutto il modo con cui si dona che viene recepito: un genitore che compie con sufficienza o addirittura irato un atto dovuto ai propri figli, farà passare tale atto come insignificante, ingiusto nei propri confronti, dovuto e non dato. Educare al servizio in famiglia significa allenarsi a fare sorridendo anche quando non si ha un riscontro: guarisce chi dà e guarisce chi riceve.

 

Contemplare il servizio

«In qualunque luogo tu sia, tu sei tutta la carità». (MADELEINE DELBRÊL)

Contemplare significa primariamente «porre dentro il proprio orizzonte». Esiste una insignificanza dei gesti quotidiani? Possiamo permetterci di escludere la ripetitività di gesti, azioni, le solite cose di tutti i giorni, dall'orizzonte del Regno? A volte siamo così presuntuosi da definire le azioni in base alla loro eclatanza e alla loro portata. Contemplare il servizio, vuol dire scoprire e dare valore ai piccoli atti quotidiani, indipendentemente da chi li compie all'interno della famiglia e valorizzarli come atti di donazione, anche quando sembrano non esserli nemmeno per chi li compie. Recuperare il senso dei piccoli gesti, delle piccole azioni fatte per il bene di tutti, spesso date per scontate o addirittura dovute, ci dà la possibilità di essere dei veri contemplativi del servizio degli altri, ma anche di rivalutare il nostro.

Lavare, stirare, accudire, accompagnare a scuola al mattino presto i figli... attendere per essere ascoltato, sopportare le sfuriate, che a volte non si capiscono, della mamma, non sono atti dovuti, ma piccoli, costanti, quotidiani servizi di amore.

Educare al servizio in famiglia vuol dire recuperare questi atti al rango e alla dignità che hanno e così scoprirci con piacevole sorpresa molto più servizievoli di quello che crediamo.

 

Contemplare chi serve e chi va servito

«Non chiamare nel prossimo suscettibilità ciò che in te chiami sensibilità». (MADELEINE DELBRÊL)

Ma lo sguardo primo nella famiglia è alla persona. La capacità di andare oltre il gesto e arrivare a chi lo ha compiuto non è da tutti. Percepire a volte il disagio, a volte la difficoltà di servire, ci pone nella condizione di tentare di capire l'altro e di entrare nel suo modo di farsi prossimo. Ci sono gesti e modalità relazionali che vanno colti nella conoscenza della persona che li produce, così come c'è modo e modo di «rendersi utili» diversificando gli interventi a seconda di chi si ha dinanzi, rispettandolo come soggetto e non come oggetto del nostro «essere per lui» in quel momento.

Non si serve prescindendo dalla persona: dove ci sono due o più figli, la stessa azione, lo stesso comportamento del mettersi a disposizione provoca reazioni diverse e non sempre accettate. Non solo: le stesse richieste di aiuto sono inviate in modi talmente diversi e a volte irrazionali che arrivano a confondere chi le riceve.

Educare al servizio in famiglia vuol dire porre attenzione alle persone così come sono tentando di capire e farsi capire, dosando gli interventi non sulla propria ma sulla altrui sensibilità.

 

Servire per simpatia

«Tu sei sempre a servizio». (MADELEINE DELBRÊL)

Uno stile di vita di servizio non lo si trova improvvisamente in noi. Qualcosa o qualcuno prima o poi lo fa emergere. Nella famiglia questo stile emerge per simpatia, cioè per «conformità nel sentire», come dice originariamente il termine greco. È vivendo insieme che si realizza questa conformità. Le attenzioni e le disattenzioni fra i componenti costruiscono o demoliscono un rapporto nella misura in cui sono ignorate, mal valutate, o addirittura sopravvalutale sia da chi le compie che da chi le riceve. Lo spirito di servizio si impara vivendo gomito a gomito, dicendo chiaramente che cosa non è e che cosa è servire/amare senza paura di rivelarsi per come ci si sente in quel momento, avendo presente bene di che cosa si sta parlando e quali sono i parametri di valutazione.

Soprattutto i genitori, in quanto tali, educano al servizio «per simpatia» quando si preoccupano non solo di non far mancare nulla ai figli, ma soprattutto di instaurare veri rapporti tra persone.

La famiglia educa al servizio quando i rapporti sono «veri», quando la coppia vive in sé atteggiamenti di servizio reciproco, senza mascherare la non coerenza in cui ogni tanto si incappa, davanti ai figli.

 

Una «stazione di servizio»

«Mio Dio, se Tu sei dappertutto, come mai io sono così spesso altrove?». (MADELEINE DELBRÊL)

Imparare a servire in famiglia altro non è che la prova in pista per quel viaggio unico e incomparabile a cui siamo chiamati: la vita, che diventa «eterna» (senza fine) dal momento in cui, per amore, impareremo a fare gli affari degli altri come se fossero i nostri. La famiglia sarà allora per noi e per i nostri figli come una stazione di servizio: un luogo dove fermarsi lungo il viaggio per riprendere fiato, dove qualcuno controlla che l'olio non manchi per evitare frizioni strane, dove si provano le gomme perché la pressione (quella che ci consente di «andare verso») rimanga costante, dove c'è sempre qualcuno che offre qualcosa di più di quello che è richiesto…

Stefano Zerbini — Mirandola (Modena)

Ultima modifica Domenica 20 Marzo 2005 17:37

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