Sabato, 21 Ottobre 2017
Sabato 19 Marzo 2005 11:27

I segni dei tempi nella Chiesa

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I segni dei tempi nella Chiesa

· «Segni dei tempi» sono quelli che indicano una liberazione in atto nella storia · Gesù di Nazareth, il Liberatore, è il «segno dei tempi» · Ed è Lui, l’annunciatore, che le Chiese devono annunciare · A tutti, e in ogni tempo.

La sera voi dite:

«Il cielo è rosso, farà bel tempo».

E la mattina dite: «Il cielo è rosso cupo, oggi è burrasca».

Sapete dunque distinguere l’aspetto del cielo

E non vi riesce

Capire i segni del tempo? (Mt 16, 2-3)

L'espressione «segni dei tempi» - come tutte quelle che in un certo periodo della storia hanno rappresentato per una generazione un punto di riferimento inserito in un orizzonte di senso - rischia col tempo di perdere il suo significato originario e di essere utilizzata dalla generazione successiva in modo disattento e banalizzato. Così, oggi tutto tende ad essere considerato «segno dei tempi»: dalle varie e ricorrenti «tangentopoli», all'uso urtante del cellulare; dalle tragedie giovanili del «sabato notte», alla «navigazione» ossessiva ed alienante su Internet, dalla ricerca generalizzata di facili guadagni in Borsa e alle lotterie, ai «giochi» erotici in diretta TV o alla passione sempre più diffusa per il gossip (il pettegolezzo). Se è vero - come affermava uno scrittore - che i paradossi di ieri sono i pregiudizi di domani, ciò è in parte dovuto non solo ai cambiamenti culturali ma anche al progressivo diluirsi e deteriorarsi dei valori forti, ivi compresi quelli nascosti dietro una parola od un’espressione.

Per Gesù, invece, nel brano citato di Matteo, «segni dei tempi» sono segni connotati di valori forti, positivamente collegati con il Regno di Dio che egli inaugura, segni dunque - o meglio «eventi» - di liberazione, cioè di salvezza, nella storia, dalla quale traspare l'opposizione dialettica tra il peccato, visibile e documentabile in un quotidiano la cui lettura non è mai facile né immediata, e la grazia che misteriosamente anticipa la redenzione definitiva. L’invito di Gesù è quindi rivolto non solo ai suoi contemporanei, ma agli esseri umani di tutte le generazioni. Ed in particolare a noi, che di fronte alle immani sfide etiche che il nostro tempo comporta ci ostiniamo a cedere alla tentazione pessimistica («...si andava meglio prima!»), o a quella edonista o individualista («...l'importante è che stia bene io, qui e ora!»), o ancora a quella ideologica, integrista e giustizialista («...per salvare il nostro tempo bisognerebbe fare piazza pulita di...»).

Queste tentazioni attraversano tutte le dimensioni della nostra esistenza, di quella familiare e sociale a quella professionale e non dobbiamo quindi stupirci se interessano - e non solo tangenzialmente - anche quella ecclesiale. Le Chiese non vivono sotto una campana di vetro, isolate e sterilizzate dal mondo: e le varie «visioni del mondo», i modelli etici che di volta in volta definiscono scelte, giudizi, decisioni, comportamenti, non possono non avere un'influenza diretta su di esse. Per porre correttamente, per quanto schematicamente, la questione dei segni dei tempi a livello ecclesiale, occorre allora situare la Chiesa nel concreto cammino storico che sia compiendo.

Una breve ricognizione

Diciamo subito che ci sembra quanto meno azzardato parlare - come capita talvolta d'udire - di «apocalittica ecclesiale». Vogliamo subito esprimere il nostro atto di fede nella forza sempre rinnovatrice dello Spirito che, in un tempo caratterizzato da «non frequenti visioni» (cf 1 Sam 3, 1s), suscita inaspettatamente nuove e giovani comunità capaci di mostrare al mondo la forza dell'amore. E certo, però, che la Chiesa si colloca oggi su un crinale «apocalittico» della storia. È una storia che «geme per i dolori del parto» e attende una liberazione. Si è soliti affermare che il rapporto chiesa-mondo si sviluppa in un contesto di secolarizzazione intesa come processo (positivo) di progressivo affrancamento della società dai sistemi religiosi e sacrali, ma anche come disaffezione e allontanamento dei singoli dalle chiese, dai loro riti e dalle loro istanze morali. È, quest'ultima, una situazione che preoccupa molto le gerarchie ecclesiastiche che non esitano a ricorrere a progetti talora molto ambiziosi per il recupero di una visibilità che rischia di appannarsi. Ma per la Chiesa, come vedremo, più che la mancata visibilità il rischio vero sembra oggi l'insignificanza.

E tuttavia dobbiamo essere attenti. La lettura fatta con i nostri modelli occidentali della nostra realtà ecclesiale, all'interno cioè di un mondo ricca e secolarizzato, rischia di essere inguaribilmente etnocentrica se cediamo alla tentazione di assolutizzarla e di universalizzarla: essa riguarda infatti non più di un quarto dell'umanità, l'Occidente evoluto appunto, mentre i restanti tre quarti vivono in una condizione di sub-umanità, di povertà estrema, di oppressione, di guerra, di carestia, di fame, di distruzione di intere etnie: situazioni per le quali non si intravede, almeno nel breve periodo, una ragionevole via d'uscita. Per queste persone, la Chiesa istituzionale che cosa rappresenta? Una presenza? Una speranza? Un punto di riferimento? Oppure una realtà ingombrante, un'alleata degli oppressori? O, più semplicemente, nulla? 

La vita media di un occidentale è - grosso modo - di 75 anni; quella di un abitante del cosiddetto «terzo mondo» non arriva a 50. Quest'ultima media risalta abbassata fondamentalmente a causa di almeno quattro fattori: la mortalità infantile elevata dovuta alla mancanza di un sistema sanitario adeguato, la malnutrizione e la sottonutrizione endemica, l'inquinamento ambientale, l'insicurezza e lo sfruttamento sul lavoro soprattutto dei minori. Tecnicamente, superare questo divario non sarebbe impossibile: 1o è invece da un punto di vista politico. Se - per non fare che un esempio - gli Stati Uniti hanno già deciso oggi la quantità di aerei da combattimento da immettere sul mercato nel 2012, cioè fra una dozzina di anni, tanti quanti ne occorrono per la progettazione e la costruzione di queste macchine da distrazione, è evidente la necessità di creare fin d'ora situazioni di guerra, con la tragica catena dì tragedie che comporta, per smaltire le scorte di questi prodotti.

No, la povertà e la guerra non sono un tragico destino: non è questo il modello al quale Dio ha destinato la creazione. Sono i rapporti tra gli uomini, le leggi economiche considerate rigide ed immutabili, e supreme, le scelte politiche fondate sull'egoismo dei pochi, l'incapacità di rinunciare al diritto senza contropartita che hanno determinato e determinano tali situazioni. D'altronde, già alla Conferenza di San Paolo del Brasile i teologi del Terzo Mondo avevano denunciato questo scandalo: «il popolo credente, ma sfruttato del Terzo Mondo si contrappone all'Occidente secolarizzato e sfruttatore». Lo scandalo dello sfruttamento e della divisione è destinato a mettere in crisi qualsiasi fede in Dio, o la fede in un qualsiasi Dio. Come è possibile pensare ad un Dio in presenza di miliardi di persone che soffrono, di bambini che muoiono inesorabilmente, solo circondati dal dolore impotente degli adulti? E rischia anche di rendere superflue le Chiese, con il loro apparato burocratico, le loro condanne e i loro steccati, i loro modelli di relazione mutuati dalle società secolari. Istituzioni a fianco di altre istituzioni. Capaci, sì, di parlarsi e anche di intrattenere un rapporto dialettico: ma i poveri del mondo, il restante tre quarti dell’umanità, capiscono questo linguaggio?

Questo non significa che, in Occidente come nel Terzo Mondo, sia in crisi il sentimento religioso. C'è, anzi, un bisogno reale di religiosità che sale dal profondo di ogni essere, una ispirazione tanto più profonda quanto più sorge da quell'angoscia esistenziale, da quella pesantezza e da quell'ombra che appartengono alla condizione umana. Questo processo è comune a tutte le classi di età, ma è evidente soprattutto nel mondo giovanile. Si nota nei giovani un grande interesse per la figura di Gesù, una forte esigenza di spiritualità, e contemporaneamente un progressivo abbandono delle comunità ecclesiali, degli oratori, della frequenza religiosa. Né basta, a colmare questa frattura - Cristo sì, Chiesa no - che preti e suore si mettano a danzare, a mimare il linguaggio dei teen-agers, o a frequentare discoteche: sarebbe come se un industriale in vena di originalità si presentasse al lavoro con la tuta da operaio. Si tradirebbe in pochi minuti. Per «recuperare» il mondo di chi «non crede», e di chi crede ma non «frequenta», non basta un cambiamento di stile, occorre un cambiamento di cultura. Soprattutto occorre abbandonare le false preoccupazioni moralistiche. Come affermi il teologo Paul M. Zulehner, perché la Chiesa venga amata dagli uomini e dalle donne del nostro tempo essa deve farsi amare, deve essere «amabile». Deve essere una «dimora». Come una famiglia.

Una Chiesa «segno dei tempi»...

 Se «segni dei tempi» sono quelli che indicano una liberazione in atto, non ci sembra che alcuni modelli di Chiesa possano essere considerati «segno dei tempi». A titolo di esempio ne indichiamo tre.

· Una Chiesa «clericale»: una Chiesa, cioè, impostata come una piramide, in cui al vertice sta la gerarchia (papa, vescovi, preti) con una funzione direttiva, e alla base i «fedeli», il popolo, con la grazia dell'esecuzione. Va detto che, da un punto di vista teologico, questa concezione di Chiesa non ha più diritto di cittadinanza, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Non ci pare solo simbolico il fatto che nella «Lumen Gentium», la Costituzione Conciliare sulla Chiesa, il capitolo sul «popolo di Dio» (II) preceda quella sulla gerarchia (III). Non è sempre così nella realtà.

· Una Chiesa che sente come compito prioritario quello di essere impositiva, di avere una comunicazione unidirezionale, di emettere «leggi», prescrizioni e divieti senza ascoltare la «base», senza l'umiltà di leggere a fondo le situazioni concrete, senza l'intelligenza della storia e la puntualità nel cogliere i mutamenti sociali alloro manifestarsi.

· Una Chiesa «alienata», vale a dire in perenne contemplazione di se stessa, dei suoi riti, delle sue liturgie, preoccupata di mostrarsi al mondo più che di immergersi in esso; una Chiesa che intrattiene relazioni privilegiate con i potenti, che antepone le relazioni diplomatiche a quelle umane, ed in cui il modello di vita dei pastori e dei nunzi apostolici è più simile a quello dei ricchi e dei privilegiati della storia che non a quello di una dignitosa povertà.

All'opposto, ci sembra possano essere considerati un «segno dei tempi» liberante altri modelli ecclesiali. Ne elenchiamo quattro, sempre a titolo di esempio.

· Una Chiesa veramente ed autenticamente «popolo di Dio». Questa affermazione che, passata la ventata conciliare, risulta un po' abbandonata nel linguaggio ecclesiale, possiede invece alcune implicazioni teologiche fondamentali. Tutti siamo popolo di Dio. Non è teologicamente corretto affermare che la Chiesa si compone dei vescovi, dei presbiteri, dei religiosi e del «popolo». Tutti siamo «popolo di Dio» perché tutti partecipiamo del Cristo e siamo chiamati alla santità. Nella concezione conciliare della Chiesa, cioè, la comunità, il «popolo» e, ancor prima il singolo, vengono intesi come il «luogo» in cui si manifesta l'ispirazione, in cui dunque lo Spirito parla e concede il «dono delle lingue», la capacità di esprimere opinioni, in definitiva un «luogo» in cui tutti sono uguali anche se non tutti fanno le stesse cose. E tuttavia sarebbe opportuno che il tema dell'uguaglianza non soltanto all'interno della Chiesa ma all'interno di tutta la comunità umana venisse ulteriormente approfondito: deve ancora entrare nella coscienza collettiva.

· Una Chiesa impostata secondo un corretto modello di famiglia: in cui cioè si viva non solo nominalmente ma effettivamente la fraternità, il dialogo, un servizio reciproco non forzato, ma spontaneo ed in cui, come in una famiglia, si viva una comune responsabilità. Una Chiesa, infine, con relazioni non di tipo verticale, ma orizzontale, quindi una Chiesa-comunione, segno dell'amore di Cristo per tutta l'umanità.

· Una Chiesa pienamente incarnata (liberando la parola dall'abuso indebito che spesso se ne fa); che annunci l'annunciatore della liberazione, il Cristo, l’anima della Chiesa; che rinunci quindi ad annunciare se stessa, i suoi dogmi, quella certa morale che spesso arranca nella sfida con la storia; capace di ritradurre, nel tempo storico, il messaggio di Gesù di Nazareth, a tutti i livelli dell’esistenza umana, da quello personale a quello di coppia, di famiglia, di società; che non abbia paura di annunciare il Cristo crocifisso, individuando i luoghi - fisici ed antropologici - concreti in cui si invera oggi la via della Croce. Questi luoghi, nel nostro contesto occidentale, sono spesso quelli in cui la comunità cristiana vive con maggior difficoltà la fatica di un'integrazione, di una presenza autentica e non soltanto formale: le coppie rese di fatto «irregolari» da quelle condizioni sociali che occorrerebbe avere la pazienza di cogliere, di approfondire e di affrontare con il cuore sgombro da preconcetti: la condizione drammatica di molti giovani, di anziani, di preti e di suore incapaci di convivere con la propria solitudine e, non raramente, di stabilire un rapporto accettabile con la propria disperazione; tutte le persone che vivono le «stigma» della diversità, come «luogo» spesso definitivo di discriminazione, di rifiuto e anche di sfruttamento; una Chiesa «tenera», della tenerezza di Gesù e del Vangelo, che sappia operare una distinzione, dal punto di vista etico tra «immoralità» ed «incapacità»; una Chiesa dei poveri e non per i poveri: in cui poveri, cioè, siano visti non in una prospettiva assistenzialistica, ma come soggetti storici di un cambiamento che rischia invece di avvenire proprio a scapito e contro loro; poveri, allora, da «coscientizzare» (parola nata in Brasile, significativamente uno dei luoghi in cui più si manifesta la drammaticità delle differenze, ma in cui più si apre la speranza di un riscatto).

· Una Chiesa, in definitiva, con l'unica preoccupazione dell'amore. Come ci ha dimostrato Gesù, non si dà incarnazione senza amore. Uno dei «peccati» più gravi della comunità cristiana è quello della separatezza. La tentazione dell’«angelismo». La fede in Dio e in Gesù Cristo non rende i cristiani né più umani né meno umani degli altri uomini. Insieme con gli «altri» uomini e le «altre» donne occorre lavorare per una continua salvezza (liberazione) della storia. La liberazione non è mai conclusa. Sulla capacità di «portare avanti» questo processo di liberazione saremo (anzi, siamo) giudicati. Infatti «saremo giudicati sull'amore». Non il buon senso, la finezza politica, la condizione psicologica in cui viviamo, tanto meno l'ideologia, sono il criterio ermeneutico del giudizio, ma l'amore. Prima c'è l'amore, poi il giudizio. Ce lo ha insegnato Gesù stesso nell'incontro con il giovane ricco. Prima «lo amò», poi gli chiese di seguirlo. E non un amore di sentimento, ma un amore fatto di azione e che oseremmo definire «violento» (nel senso opposto di tiepido e timido), capace cioè di stravolgere i criteri e i ritmi direttivi della storia. Ma da soli non ce la facciamo. Per questo ci vuole una comunità che sia segno di liberazione.

Una conclusione provvisoria, per continuare a cercare. Insieme

A questo punto provvisoriamente conclusivo della nostra riflessione, è bene inserire ancore Gesù di Nazareth. Forse anche noi, come i suoi anonimi interlocutori in Mt 16, non lo abbiamo riconosciuto. Noi, che ci affanniamo a cercare altrove i «segni dei tempi», che scrutiamo il cielo per ricavarne segnali e presagi, non abbiamo capito che è Lui il «segno dei tempi». L’evento. Il segno di una liberazione in atto. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo...?» (At, 1-11). Gesù è il «luogo» in cui Dio ha rivelato se stesso come salvezza definitiva di tutti gli esseri umani, nessuno escluso. Solo una storia di liberazione, come quella in cui Gesù si è incarnato e che ci ha rivelato, può essere sperimentata come storia di salvezza. Non una incarnazione virtuale, una mezza incarnazione. No, Gesù si è incarnato davvero in «questa» storia, in «questo» tempo, un tempo ed una storia che dobbiamo imparare a leggere con «simpatia», perché «luogo» in cui Dio non ha esitato a «mandare» suo figlio, senza esimerlo da un'esperienza dolente di creaturalità, di amore e di dolore, di sofferenza e di morte, come noi quotidianamente sperimentiamo. È Lui, il Gesù storico, lo «specifico» cristiano. L’humanum diventa così il criterio base per leggere l'esperienza cristiana, ed anche l'esperienza delle Chiese. Nonostante tutte le contraddizioni che in esse si manifestano, noi crediamo che Dio sia presente in queste esperienze, e che la storia - sacra e profana ad un tempo, ormai «salvata» e redenta - non possa più essere sbrigativamente liquidata come destinata al cestino dei rifiuti.

Se ha un senso questo nostro atto di fede, che forse da alcuni potrà essere considerato «troppo» umano, o troppo «laico», ce n'è quanto basta per continuare a voler bene alla Chiesa, e a sperare che essa sia capace di dare una risposta alle domande vere che uomini e donne veri continuano a rivolgerle, perché stanno loro a cuore, e non a quelle che, invece, questi stessi uomini e donne non pongono perché estranee all'esperienza storica attuale. In un mondo disincantato e deluso, facile preda delle illusioni mediatiche, si può continuare a narrare le molte storie - inedite e nascoste - di una grande passione.

Dice Ariel Dorfman, scrittore cileno autore tra l'altro di La morte e la fanciulla, ed. Garzanti, in un'intervista a La Stampa (5/8/2000): «Qualche volta bisogna avere il coraggio di immaginare un futuro diverso, sognare l'impossibile. Può sempre succedere che la Storia sia lì ad ascoltarci. Che ci risponda».

Luigi Ghia

Asti

Da “Famiglia domani” 1/2001

Ultima modifica Domenica 05 Giugno 2005 16:15

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