Domenica, 20 Agosto 2017
Sabato 08 Aprile 2006 19:54

La crisi della famiglia, "caso serio" dell'Europa

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Per la prima volta nella loro storia, i vescovi europei, hanno ritenuto dì preparare e pubblicare un corposo documento sulla famiglia, Una strategia familiare per l'Unione Europea. Non erano mancati in precedenti documenti riferimenti a questa realtà; ma questa volta si è avvertito il bisogno di un intervento ad hoc, diretto a richiamare l'attenzione della Comunità europea su quella che sembra essere la grande dimenticata, e cioè la famiglia.

Il quadro complessivo della situazione è ben noto e i vescovi si limitano a richiamarlo nelle sue linee generali: un tasso medio di fertilità che è ormai assai ridotto (1,47 in Europa, alquanto superiore al malinconico 1,27 dell'Italia); una forte, e tendenzialmente crescente, divorzialità; un sempre più marcato sbilanciamento tra popolazione giovanile e popolazione anziana (quest'ultima in costante aumento). Non mancano tuttavia anche i segnali di speranza, come la persistente attenzione ai bambini, la tenuta del matrimonio in numerosi Paesi, il potenziamento dell'associazionismo familiare, come frutto della maggiore consapevolezza delle famiglie della necessità di unirsi e di partecipare attivamente alla vita della comunità, per potere contare di più. Il documento non indica, come era doveroso per il rispetto della legittima autonomia della politica, concrete linee di intervento, ma sottolinea l'importanza "culturale" della famiglia, ed è soprattutto su questo aspetto che ci si vorrebbe qui soffermare, quasi per rispondere a una domanda che è del resto soggiacente all'intervento dei vescovi europei, e cioè: Che cosa ha a che fare la famiglia con il destino dell'Europa? In una lunga stagione, che fortunatamente sta ormai alle nostre spalle, la famiglia era stata considerata esclusivamente il luogo del privato, e cioè degli affetti, dei sentimenti di una vita quotidiana concepita come il correttivo, e in qualche modo il contraltare di una vita pubblica avvertita spesso come estranea e lontana. Sembrava che, chiuse porte e finestre, si potesse vivere un"'altra" esistenza, spesso sentita come più reale, e più importante, di quella che si svolgeva fuori delle mura di casa, nelle sfere dell'economia, delle relazioni sociali, della politica. In verità non è mai stato così, perché sempre la famiglia ha svolto una sua, sia pur segreta e nascosta, "Funzione pubblica", se non altro come luogo di elaborazione di valori sui quali la società si è costruita e ai quali a lungo si è alimentata, dalla serietà dell'impegno professionale al rispetto dell'altro, e senza i quali la storia dell'Occidente non sarebbe stata quella che è stata.

Nell'attuale momento di svolta (se non di crisi) questa "funzione pubblica" rimasta a lungo in stato di latenza è chiamata a uscire allo scoperto. La divaricazione tra famiglia e società si è andata sempre più accentuando e i cammini della politica, e della stessa politica europea, sembra si stiano sempre più allontanando dal reale vissuto familiare. Senonché - ed è questa una domanda alla quale non ci si può sottrarre - "fino a quando" questa divaricazione potrà continuare? Che ne sarà del futuro di un'Europa privata di quella robusta struttura di sostegno a lungo rappresentata dalla famiglia monogamica stabile? A questi interrogativi è possibile dare una risposta in termini religiosi e pastorali, come da sempre la Chiesa ha cercato di fare nel lungo servizio esercitato a favore della famiglia e dell'educazione dei giovani, ed è certamente questo il campo privilegiato di azione della comunità cristiana. Ma è doveroso dare una risposta anche in termini di "scelte di politica sociale" ed è su di esse, senza invasioni di campo che i vescovi richiamano la Comunità europea e i singoli Paesi che di essa fanno (o faranno) parte. La questione famiglia non è un ambito di riflessione di sociologi, psicologi o antropologi culturali, ma un "caso seno" per l'Europa, perché dalla sua soluzione dipenderà il suo futuro (come è dipeso il suo passato). Un'Europa popolata dì uomini e di donne che non amassero più la vita, che non fossero capaci di relazioni stabili e durature che non sapessero prendersi cura dei giovani e insieme degli anziani, sarebbe un'Europa più povera: spiritualmente ma alla fine anche economicamente, perché sviluppo e progresso non nascono soltanto dall'apprendimento di nuove tecnologie, ma anche dall'assunzione di nuovi valori (insieme alla fedeltà agli antichi). Quell"'inverno della vita" che nel loro documento i vescovi paventano come un rischio incombente sulla vecchia Europa rischia dì essere non soltanto un inverno degli affetti e dei sentimenti ma anche un inverno della cultura dell'economia, della politica, dato che "tutto si tiene". La famiglia è un centro e insieme un "crocevia": non essere più capaci di transitare da essa, e dunque di farne un essenziale punto di riferimento anche dell'azione politica, significa porre le premesse di un inesorabile declino.

Giorgio Campanini

Storico e sociologo

Su JESUS giugno2OO4

Ultima modifica Sabato 19 Maggio 2012 18:22

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