Venerdì, 18 Agosto 2017
Domenica 20 Giugno 2010 08:08

Noi famiglia, noi società

Valuta questo articolo
(2 voti)

NoiGenitori&figli. Estratto da pag.8

Il problema è che abbiamo identificato la famiglia col suo appartamento. E in questa parola, appartamento, c'è la stessa radice di separazione. Come in apartheid, un termine che giustamente ci indigna. Allora, dovremmo un po' preoccuparci di certe nostre chiusure domestiche...». Così il delicato tema "Dal noi della famiglia al noi del bene comune", scelto dalla Cei per il prossimo seminario di Senigallia

 



(ne parliamo a parte), viene inquadrato da un papà esperto del terzo settore, Johnny Dotti (presidente di Welfare Italia e SolidaRete) che rileva come negli ultimi decenni si sia persa l’idea della famiglia "ontologicamente aperta", in quanto «il legame affettivo profondo tra i membri della famiglia deve allargarsi ai parenti, al Paese, ai gruppi di riferimento, come avveniva naturalmente nelle società arcaiche». Così, continua il ragionamento Dotti, «se i miei tre figli osservano che io non ho alcun rapporto di interesse e di vicinanza con le realtà che loro vivono e frequentano (scuola, gruppi sportivi, parrocchia...) è illusorio che pensi di educarli al bene comune: farei soltanto prediche con una spruzzata d'ideologia, se manca l’esperienza diretta». Insomma, non basta predicarli, i valori pre-politici, così come è facile elencarli in discorsi e documenti: giustizia, legalità, reciprocità, equità, coerenza, trasparenza... e chi più ne ha, più ne metta. È dai gesti concreti, anche familiari, che passa l’educazione al bene comune.

 

Una conferma indiretta: i figli delle vittime degli anni di piombo, intervistati nel libro "Sedie vuote" (Edizioni II Margine), restituiscono tutti la passione politica dei loro genitori fissata in alcuni atteggiamenti quotidiani: Sabina Rossa ricorda di suo padre Guido, sindacalista ucciso dai brigatisti, «la dolcezza con cui al ritorno dal lavoro si fermava a giocare e parlare con i bambini in strada», mentre la figlia Agnese ha preso da Aldo Moro «la determinazione di riuscire a credere di avere un dovere da compiere nella gioia come nell’amarezza» e quindi l’idea che «ogni persona, con il suo agire, è decisiva nella vita di un Paese».

Ma come favorire oggi questa trasmissione di valori, l’idea che è necessario per una famiglia, per un padre, per una madre, impegnarsi per il bene comune? Lo chiediamo a Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio (ex presidente della Corte Costituzionale ucciso dalle Brigate Rosse), che ha quattro figli: «Dobbiamo credere nell’associazionismo. È uno dei fattori chiave verso cui mia moglie e io abbiamo cercato d'incoraggiare i ragazzi, sull’esempio dei nostri genitori. Spesso abbiamo rinunciato a gite familiari per partecipazione alle loro attività, dagli scout agli incontri in parrocchia». Perché? «Perché nella vita associativa si sperimenta la prima forma di educazione alla politica e si impara a capire che ci sono vari livelli di responsabilità, che non basta avere buone idee ma occorre riuscire a farle approvare dalla maggioranza. Nelle associazioni si impara la bellezza e anche la fatica della partecipazione democratica».

Un’altra esperienza che scardina il rischio chiusura? «L’essere ospitali — riprende la parola Johnny Dotti, che vive in una comunità di famiglie - fa bene ai propri figli prima ancora che agli altri ragazzi che si accolgono in casa. Avere un piatto in più a tavola o tenere un letto libero è anche educativo: fa comprendere che bisogna rispondere con disponibilità alle situazioni impreviste che la vita propone».

Un’altra modalità può essere prender parte come famiglia a manifestazioni in cui si fa unità attorno a un valore condiviso: una marcia per la pace o per la legalità, una giornata ecologica o una raccolta di viveri o di farmaci, una biciclettata con le famiglie, un mercatino di solidarietà. Le occasioni educative cambiano in relazione all'età, ma anche banalmente accompagnare i genitori a un seggio elettorale può essere una indimenticabile lezione di educazione civica. La presenza austera delle forze dell’ordine sottolinea il diritto-dovere civico, la cabina con la tenda misteriosa consente di spiegare il voto "unico e segreto", le liste con i nomi dei candidati aprono il discorso sul valore della partecipazione e sulla ricerca del consenso... L’atteggiamento del papà a urne aperte e chiuse - disfattista o populista, impegnato e propositivo - lascia il segno sulle scelte future dei ragazzi, tanto più se innesca un momento di confronto.

Sentiamo Giancarlo Lombardi, ex ministro della Pubblica istruzione, imprenditore e scout, direttore della rivista "RS-Servire" per i capi di rover e scolte dell’Agesci: «La legittima diffidenza verso la politica che prevale nel mondo giovanile ci impone di andare controcorrente e non cedere alla sfiducia o al qualunquismo. Se abbiamo preoccupazione educativa, senza sacrificare la verità dobbiamo riuscire a sottolineare la testimonianza positive e lo stile di servizio di chi s'impegna nel sociale e nel politico».

Nel metodo scout la promessa di «lavorare e impegnarsi per gli altri» vale a ogni età? «Sì, a partire dai lupetti con la buona azione quotidiana, spesso in passato oggetto di sciocca ironia, che invece rappresenta una modalità adatta all’età per cominciare a dare attenzione a chi è nel bisogno. E poi su su, fino alla scelta del servizio che i capi scout esercitano all’interno della stessa associazione, ma anche fuori: servire gli altri non come ricerca di successo o di potere ma come contributo al bene comune».

Resta forse da osservare che talvolta anche negli ambienti cattolici permane quella che il presidente del Forum delle Associazioni Familiari, Francesco Belletti, chiama «una fuorviante contrapposizione tra chi promuove la famiglia e sembrerebbe non occuparsi di pace, ambiente, legalità, responsabilità sociale e politica». Ma non dovrebbe essere così se è vero che la famiglia è «la prima e fondamentale scuola di socialità», come ha scritto Giovanni Paolo II già nel 1981 nella sua esortazione apostolica Familiaris Consortio.

 

Diego Andreatta

A Senigallia. Il matrimomio come “Bene Comune”

Gli Uffici Cei per la pastorale della famiglia e per i problemi sociali e del lavoro organizzano con il Forum delle associazioni familiari la Settimana estiva di formazione 2010 su "Famiglia e impegno politico e sociale" a Senigallia, dal 18 al 22 giugno. Gli obiettivi del convegno sono evidenziare che il matrimonio-sacramento costruisce la Chiesa e contribuisce al bene della società; sottolineare che l'amore è un "bene comune" e che l'esperienza della famiglia deve uscire dal privato; capire come le famiglie possono educare i figli alla solidarietà e all’impegno sociale; trovare strade adatte per costruire reti solidali che diano "peso politico" alla famiglia per una società che la riconosca come soggetto sociale.

Il programma su www. chiesacattolica.it, andando su Ufficio famiglia.

Ultima modifica Lunedì 26 Luglio 2010 14:04
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito