Lunedì, 18 Dicembre 2017
Mercoledì 22 Giugno 2011 20:54

L'Italia non è un paese per giovani

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2011. Un anno per promuovere tra i giovani la comprensione e il dialogo: l'iniziativa vuole essere stimolo per le nuove generazioni che sono le più penalizzate dalla crisi. Specie in Italia.

Li abbiamo visti manifestare sui monumenti per cui l'Italia è famosa nel mondo, quasi a voler dire che è proprio da lì, dalla cultura, dal sapere, dalla conoscenza, che si deve ricostruire un paese disorientato, dove il disagio sociale è ormai quotidianità per milioni di famiglie, dove la precarietà lavorativa si è trasformato in elemento strutturale, dove la regressione economica e politica paiono non avere contrappesi e dove per le nuove generazioni non vi è alcuna percezione di futuro.

 

Magnani S., Settimana n. 1 anno 2011

Il 2011 proclamato dall'ONU "Anno Internazionale dei Giovani". 

 

Li abbiamo visti manifestare sui monumenti per cui l'Italia è famosa nel mondo, quasi a voler dire che è proprio da lì, dalla cultura, dal sapere, dalla conoscenza, che si deve ricostruire un paese disorientato, dove il disagio sociale è ormai quotidianità per milioni di famiglie, dove la precarietà lavorativa si è trasformato in elemento strutturale, dove la regressione economica e politica paiono non avere contrappesi e dove per le nuove generazioni non vi è alcuna percezione di futuro. I giovani italiani - studenti, ricercatori, disoccupati, precari - sono stati in questi mesi l'unico vero soggetto capace di esprimere il proprio sdegno e la propria insoddisfazione verso un sistema che di fatto li emargina, così come emargina chiunque abbia voglia, competenze e passione per creare e innovare.

All'Italia "gerontocratica" che tutela solo le posizioni consolidate e che spinge i propri giovani ad andare all'estero se vogliono trovare un lavoro qualificato e adeguato alla loro preparazione, la parte più "dinamica" del paese ha contrapposto la voglia di far sentire la propria voce con chiarezza, senza "se" e senza "ma". La riforma universitaria voluta dal ministro Gelmini, contro la quale gli studenti di ogni ordine e grado hanno manifestato per mesi, è, in realtà, solo l'ultimo evento in ordine cronologico di una tendenza in atto da tempo nel nostro paese, che vede sempre più penalizzato il mondo giovanile lasciato senza una prospettiva e in una precarietà che da lavorativa si è trasformata in esistenziale.

Un'emergenza mondiale

Per questo la decisione dell'Onu di dedicare il 2011 ai giovani potrebbe essere l'occasione per proporre alcune riflessioni e azioni concrete in loro favore. L'anno internazionale in realtà va dall'agosto 2010 all'agosto del 2011 è ed stato lanciato «per promuovere gli ideali di pace, rispetto dei diritti umani e solidarietà tra generazioni, culture e religioni perché siano proprio loro, i più giovani, a imparare e a diffondere la capacità di ascoltare, di immedesimarsi negli altri, di riconoscere le opinioni divergenti e di risolvere i contrasti in maniera nonviolenta», ha affermato il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon nel messaggio letto in occasione dell'inaugurazione dell'anno, lo scorso 12 agosto.

In un mondo che conta più di 1,2 miliardi di giovani compresi tra i 15 e i 24 anni, pari al 18% della popolazione mondiale, l'anno internazionale della gioventù è un'opportunità per evidenziare il contributo che le nuove generazioni stanno dando o possono dare alla società e per incrementare una loro più piena ed efficace partecipazione.

Tre gli obiettivi principali che l'iniziativa dell'Onu vorrebbe promuovere: aumentare gli impegni e gli investimenti sui giovani, incrementare la partecipazione e la collaborazione dei giovani, aumentare la comprensione interculturale tra le nuove generazioni.

Si tratta di obiettivi generici che ogni paese e governo è chiamato a contestualizzare, a partire dalle realtà locali. Così, se i paesi in via di sviluppo, dove si concentra ben l'87% dei giovani tra i 15 e i 24 anni, sono chiamati a facilitare e garantire l'accesso dei giovani alle risorse, alla salute, alle opportunità educative, alla formazione e alle opportunità economiche, nei paesi più sviluppati è certamente l'occupazione la sfida principale e l'ambito in cui appare più urgente l'intervento di tutte le forze che hanno a cuore il futuro dei giovani.

La mancanza di lavoro per i giovani è, infatti, in tutti i paesi il problema più importante e, in molti casi, una vera e propria emergenza sociale, specie nella crisi economica in atto. I dati più aggiornati dell'Oil (Organizzazione internazione del lavoro) confermano che, nel periodo tra 2007 e il 2009, il numero dei giovani senza lavoro è aumentato di 7,8 milioni, portando il tasso di disoccupazione al 13%. L'incremento è senza precedenti se si tiene conto che, nel decennio precedente alla crisi, l'incremento era di meno di 200 mila disoccupati l'anno. Dei circa 620 milioni di giovani economicamente attivi alla fine del 2009, 81 milioni erano senza lavoro, un massimo storico destinato a crescere ulteriormente.

L'Oil calcola inoltre che, nel mondo, 152 milioni di giovani, cioè il 28% dei giovani lavoratori, abbiano un'occupazione, ma restino ugualmente in povertà, in famiglie che sopravvivono con meno di 1,25 dollari al giorno. Le proiezioni mostrano anche che la ripresa dell'occupazione giovanile richiederà più tempo rispetto agli adulti. Nell'Unione Europea la disoccupazione giovanile è salita del 4,6% nel 2008-2009 giungendo alla percentuale record del 17,7%.

Quei giovani privati del futuro

E L'Italia? In un contesto internazionale così penalizzante per le nuove generazioni, la situazione nel nostro paese si pone come ulteriormente aggravata da un sistema politico e sociale che da tempo ha smesso di investire nelle sue leve più giovani, per l'egoismo di una classe dirigente che parla di apertura ai giovani ostacolando poi, di fatto, il loro protagonismo, e per un sistema economico alieno, per lo più, all'innovazione e che vede nel giovane un soggetto non da valorizzare ma da sfruttare.

Impietosa è pertanto - e non poteva essere altrimenti date le premesse - l'immagine dell'occupazione giovanile in Italia che emerge dai più recenti dati dell'Ocse diffusi in contemporanea con la riforma Gelmini e all'indomani del 14 dicembre, che ha visto le manifestazioni di piazza a Roma trasformarsi in una vera e propria guerriglia urbana. A fronte di un tasso di disoccupazione del 18,5% in area Ocse, l'Italia mostra un aumento fino al 26,2%, un incremento di quasi cinque punti di percentuale rispetto all'inizio della crisi del 2007, che la colloca al penultimo posto in Europa per l'occupazione giovanile, seguita solo dall'Ungheria. Il tasso di occupazione è al 21,7% contro quasi il doppio, il 40%, in area Ocse: significa che solo un giovane italiano tra i 15 e i 24 anni in Italia è occupato, meno di un quarto.

Forse il dato più preoccupante è quello che riguarda i giovani che non studiano ma nemmeno lavorano, perché "ormai" hanno perso la fiducia di trovare un'occupazione per cui non tentano nemmeno di cercarla, e per i quali è stata trovata una definizione destinata a divenire un simbolo di questo inizio millennio in un paese senza prospettive -neet - né studenti né lavoratori: mentre in area Ocse la media è del 10,9%, con dieci milioni di giovani che hanno smesso di cercare un lavoro, in Italia essa a fine 2009 è stata quasi del 16%.

Anche tra chi un'occupazione ce l'ha, l'offerta lavorativa non presenta i tratti della stabilità e della qualità: il 44,45% dei giovani, infatti, ha un lavoro precario, il 18,8% part-time. Anche gli autonomi, quelli che alimentano il "popolo delle partite Iva", sono un 10% contro il 3% in area Ocse, il che evidenza come il lavoro "atipico"- tale è la definizione data da tempo nella letteratura sociologica - non sia propedeutico ad una maggiore qualifica e valorizzazione della propria professionalità, bensì una trappola travestita da "sana flessibilità", realtà richiesta oggi dal mondo imprenditoriale.

Investire nei giovani significa anche investire in formazione e in istruzione. Anche in questo ambito l'Italia è agli ultimi posti tra i paesi più sviluppati, come si evince da un Rapporto, Education at a glance, condotto in area Ocse. A fronte di una media Ocse del 13,3% della spesa pubblica in istruzione, che vede ai primi posti il Messico con il 22%, l'Italia presenta meno del 10%, così come nelle quantità di risorse in assoluto, che per l'Italia è meno del 4% del Pil contro la media Ocse del 6,5%. E questo nonostante sia comprovato che l'investimento pubblico in istruzione sviluppi una maggiore capacità contributiva una volta raggiunta un'occupazione - come lo stesso Rapporto evidenzia -, per cui un individuo con un livello di istruzione terziario (laurea e specializzazioni) produrrà nella sua vita circa 119 mila dollari in più di imposte sul reddito e di contributi sociali di chi possiede solo un'istruzione secondaria.

Ciò evidenzia come la tendenza nazionale a non investire in formazione e in istruzione pubblica sia una miopia economica, oltre che culturale e un atto di egoismo di un paese che continua in questo modo a perdere le sue forze migliori.

Sette valori per una nuova cultura

A fronte di questa che è stata definita «una vera e propria "svendita" delle migliori competenze», come mostra anche il dato per cui circa la metà dei giovani diplomati e laureati occupati risulta sotto inquadrata rispetto alle proprie capacità, l'unico consiglio che viene dato è quello di "adattarsi", come più volte ha ribadito il ministro del lavoro Sacconi. Un consiglio a cui pare non esserci alternativa, come mostra anche il fatto che più della metà dei giovani occupati - ben il 55% - ha trovato lavoro attraverso amicizie e conoscenze, e solo il 5% attraverso i servizi all'impiego.

Lo sforzo del ministro dei giovani Melloni che, in sede di legge di stabilità con i suoi tagli alle politiche giovanili dimezza i fondi per i giovani, ha portato avanti un programma di sostegno dei giovani lavoratori premiando fiscalmente le aziende che assumono stabilmente un lavoratore under 35, pare, in questo contesto, destinato a rimanere uno sforzo inadeguato.

La situazione è tale, dunque, da giustificare lo sdegno e anche la rabbia - ma non le violenze - di una generazione che si sente privata di quello di cui più dovrebbe avere diritto: il futuro. La speranza, ancora una volta, viene da chi dei giovani non si dimentica e che vuole investire per costruire un futuro di qualità. Come fanno, nel nostro paese, tante scuole che, in occasione dell'anno internazionale dei giovani, hanno aderito al progetto Costruiamo insieme una nuova cultura del Tavolo per la pace, per rimettere al centro i valori della Costituzione italiana.

Sui principi di pace, nonviolenza, diritti umani, responsabilità, speranza, libertà e giustizia si confronteranno centinaia di scuole in tutto il paese dando luogo, a fine anno scolastico, a sette forum in altrettante città, in vista della 50° marcia della pace Perugia-Assisi che si svolgerà nel settembre 2011. Segno che i giovani non vogliono semplicemente "adattarsi" per sopravvivere, ma desiderano crescere ed esprimere pienamente se stessi per vivere.

Sabrina Magnani - Settimana n. 1 anno 2011

Ultima modifica Venerdì 24 Giugno 2011 08:53
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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