Mercoledì, 23 Agosto 2017
Sabato 01 Ottobre 2005 12:58

La diversità: ostacolo o risorsa?

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Seconda parte. Accogliere le diversità - La famiglia come chiave di risposta per una pastorale dell’accoglienza

 

Questo mio intervento vuole offrire una chiave di lettura teologica e pastorale sulla diversità.

La tesi di fondo che cercherò di sviluppare e, in qualche modo, di dimostrare è la seguente: le diversità non sono un limite o un problema ma sono una risorsa.

Ci può infatti capitare di considerare le diversità come problema, difficoltà, disagio, questione che ci interpella; da parte mia sono convinto che senza le diversità diventerebbe impossibile decifrare il mistero della vita dell’uomo, il suo destino e il senso stesso della Storia.

Il punto di partenza della mia relazione è la famiglia, non per un’attribuzione impropria, ma perché c’è un nesso imprescindibile tra la realtà della famiglia e la tematica della diversità, anzi sono convinto che la famiglia ci possa dare il codice di lettura di questo tema.

 

IL MISTERO DELL’UOMO

Per spiegare questa affermazione, parto da quello che è il mistero dell’origine dell’uomo così come ci è descritto nella Parola di Dio.

Sappiamo che i primi capitoli di Genesi non costituiscono una spiegazione scientifica della creazione dell’uomo e del mondo ma un’interpretazione sapienziale ispirata dalla vicenda umana.

Il primo capitolo di Genesi, di fonte sacerdotale, descrive la creazione in una prospettiva di separazione: viene separato il cielo dalla terra, poi il mare dalla terraferma, e così via: tutto è diversificazione in un orizzonte di armonia. Quanto più la diversificazione si accentua, tanto più si mettono in evidenza gli elementi che contribuiscono a creare l’armonia.

Al vertice, al cuore di questa realtà, c’è la creazione dell’uomo e della donna. Per questa creazione c’è un intervento straordinario del Dio creatore: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”, che pone l’essere umano in una condizione completamente diversa da tutte le altre cose.

Immagine e somiglianza non significano che l’uomo è uguale a Dio, in quanto è opera delle sue mani, ma che porta in sé una partecipazione al mistero stesso di Dio.

E questa partecipazione si realizza attraverso la differenziazione “maschio e femmina”; questo essere creato ad immagine e somiglianza di Dio porta dentro di sé una differenziazione che potremmo definire radicale, irriducibile: l’essere umano non esiste se non come uomo e come donna.

Possiamo quindi concludere che Dio genera il principio della diversità e lo genera non come spaccatura, o come frattura dell’essere umano, ma come un qualcosa di armonico con il creato e con Lui stesso.

 

MASCHIO E FEMMINA

La differenziazione “maschio e femmina” in filosofia ha costituito sempre un enigma, un interrogativo.

Grandi sono stati gli sforzi, nel periodo classico, di ridurre questa differenza. Con Platone si arriva a considerare la diversità come un limite, come qualcosa di mancante, nostalgia di un’interezza che non esiste più.

Da qui nascono i diversi miti dell’androgino, dell’ermafrodito così presenti, anche se in modo diverso, nella società contemporanea, ma che sono in antitesi con il progetto di Dio.

Il secondo racconto di Genesi, più di carattere antropologico, sottolinea maggiormente questo aspetto: ci dice infatti che Dio si preoccupa della solitudine di questo essere umano, dice che “non è bene che sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”; il termine ebraico utilizzato sta ad indicare “gli voglio fare qualcosa che gli sia simile standogli di fronte” cioè una similitudine quasi per contrapposizione: la donna infatti costituisce, rispetto all’uomo, quella realtà che gli è simile, ma che continuamente lo riflette, lo rispecchia, lo richiama alla sua diversità.

Il modo in cui l’autore sacro cerca di tradurre visivamente questo dinamismo è affascinante, perché la donna viene tratta in un momento di torpore dalla costola dell’uomo; la costola è stata scelta, secondo una delle interpretazioni più accreditate, perché è l’elemento più vicino al cuore, quindi è qualcosa di intimo, interiore.

La donna viene a costituire la verità più profonda del sentire umano e non è qualcosa che viene generato dopo, perché preesiste quasi all’uomo stesso, è l’intimo dell’intimo dell’uomo che viene posto di fronte a lui.

Adamo allora esclama: “questa è veramente carne della mia carne”.

Questa affermazione non significa solo “mi è stato donato qualcuno che finalmente corrisponde alla mia dignità di essere intelligente”, ma soprattutto “mi è stata donata quella parte di me che mi rivela che il senso della vita è la relazionalità”.

Diversità e relazionalità al di fuori delle quali Dio stesso, che è l’orizzonte ultimo della vita, non può essere compreso: “per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”.

 

LA POLARITÀ SESSUALE

La differenziazione “maschio e femmina” è stato motivo di imbarazzo anche in ambito ecclesiale: alcuni Padri della Chiesa hanno interpretato o cercato di interpretare la polarità sessuale come segno di una caduta dovuta al peccato, da qui è scaturita una visione negativa della sessualità che ha riverberi anche ai nostri giorni.

È vero che nella sessualità, come in tutte le altre dimensioni umane, si percepiscono gli effetti del peccato, ma la polarità sessuale è opera della creazione quindi del disegno provvidenziale di Dio: guai a noi se non abbiamo chiaro questo tipo di approccio e quindi il senso positivo della diversità!

Questi argomenti sono stati affrontati più volte dall’attuale Papa, il quale sarà ricordato in futuro, al di là di tutti i contributi che ha dato con il suo magistero alla vita e alla missione della Chiesa, anche per le sue riflessioni sull’uomo in un’epoca di crisi nell’interpretazione dell’essere umano.


IL MAGISTERO DEL PAPA

Il Papa, in piena conformità con la tradizione cristiana, ma anche con un grande sforzo di innovazione, ha sviluppato delle riflessioni che sono veramente innovative e una di queste è costituita dallo stretto legame presente tra il mistero della vita trinitaria e la realtà della famiglia.

I testi a cui faccio riferimento sono:

  • la “Mulieris Dignitatem”;
  • la “Lettera alle famiglie”,
  • la “Lettera alle donne”.

 

LA “MULIERIS DIGNITATEM”

Nel primo testo: la “Mulieris Dignitatem”, nei capitoli dal 6 all’8, il Papa fa un’affermazione molto forte che alcuni teologi fanno fatica ad accogliere, cioè che Dio, creando l’essere umano a sua immagine e somiglianza, ha dato una chiave di lettura del suo stesso mistero.

Il Papa afferma che Dio è conoscibile guardando ciò che Dio ha creato e al cui vertice c’è l’essere umano maschio e femmina; guardando la polarità, la diversità, la complementarietà, la reciprocità tra uomo e donna noi possiamo entrare nel mistero intimo di Dio, cioè nel suo essere trinitario che è unità nella permanente insondabile diversità delle persone divine.

Mai il Papa si era spinto fino a una sottolineatura così radicale della conoscibilità di Dio attraverso il mistero dell’uomo e della donna: questo è un passaggio epocale!

 

LA LETTERA ALLE FAMIGLIE

Il secondo testo, molto più immediato nella sua lettura, anche se purtroppo non sufficientemente valorizzato, è la Lettera alle Famiglie.

In questo documento c’è un’affermazione che si ripete di continuo: il “noi” del vissuto familiare è comprensibile, dice il Papa, alla luce del “noi” del mistero trinitario.

Il mistero della Trinità non si rivela e non si manifesta se non in dinamismo di comunione e il vissuto familiare, che è la realtà più significativa della comunione interumana, è il contesto in cui si rende più visibile il mistero di Dio che è Trinità.

Con il termine vissuto familiare indico sia il rapporto tra i due membri della coppia che il vissuto di fecondità che da esso scaturisce.

Già Genesi ci dice con chiarezza che Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina e li ha benedetti perché fossero fecondi.

Non si può dissociare la reciprocità uomo-donna da questa benedizione originaria: questi termini sono così strettamente congiunti che al di fuori di un’ottica di fecondità è incomprensibile il senso della diversità.

 

LA LETTERA ALLE DONNE

Il terzo testo è la lettera del Papa alle donne scritta in occasione della Conferenza Internazionale di Pechino. Al n. 7 di questo documento il Papa dice: “la questione della differenza uomo-donna è una questione ontologica”, cioè è una questione che riguarda la natura e la conoscenza dell’essere come soggetto in sé. Il Papa ci ricorda che non potremo mai capire fino in fondo che cos’è l’essere umano se non tenendo conto e sviluppando anche la dimensione della relazionalità e reciprocità uomo-donna; questa relazionalità non è un “optional” ma un elemento costitutivo dell’essere.

Questi sono solo degli accenni che però ci permettono di individuare il nucleo centrale del problema, cioè che la diversità e la diversità per eccellenza, quella all’interno dello stesso essere umano come maschio e come femmina, è una risorsa, è un valore, è la chiave di lettura del mistero dell’uomo ma è anche l’accesso al mistero stesso di Dio.

Concludendo questo primo punto mi sembra di poter dire che allora la diversità ha il suo fascino: la diversità non è qualcosa a cui dobbiamo guardare con sospetto e con paura ma è il continuo rimando che noi abbiamo ad andare oltre, a non fermarci, a superare i limiti che inevitabilmente sono costituiti da ogni approccio soggettivo, individualista, che pone il “se stessi” al centro di tutte le cose.

La diversità è l’appello forte che noi abbiamo ad allargare il nostro orizzonte.

 

DIVERSITÀ E LIBERTÀ

Il secondo aspetto è costituito dalla presenza di un dramma all’interno dell’esperienza di diversità: questo dramma è costituito dall’interpretazione che

noi diamo della diversità: se questa è segnata dalla paura ci richiudiamo su noi stessi, in caso contrario siamo in grado di costruire rapporti sempre più grandi di amore e donazione.

Entra in gioco dunque la nostra libertà con cui il tema della diversità deve sempre misurarsi.

Pensiamo all’impatto che questo elemento ha nel rapporto uomo-donna: la creazione dell’unità di coppia impone di mettere in gioco la propria libertà, ma questo non è affatto scontato, richiede fatica e impegno.

La diversità è quindi anche una sfida alla propria libertà.

Questi due primi aspetti sono fondativi, ciò che segue non è che lo sviluppo consequenziale del discorso.

 

CRISTO PER COMPRENDERE LA DIVERSITA'

Un ruolo determinante per interpretare la vicenda della diversità ci viene da Gesù Cristo: infatti in Cristo noi abbiamo l’abbraccio supremo della diversità come ci dice Paolo nel cap. 2 della lettera ai Filippesi.

Paolo ci ricorda che Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua eguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo ... fino alla morte di croce.

Gesù compie quello che teologicamente viene chiamato “kenosis”, cioè l’abbassamento, l’annientamento, l’entrata nelle tenebre causate dal peccato; in questo modo Cristo colma l’abisso della differenza, della diversità causata dal peccato e si pone come ponte in grado di riorientare ogni diversità e di ricondurla al suo senso originario.

La diversità è infatti un bene che diventa valore negativo quando, a causa del peccato, non permette più agli uomini di comprenderne il senso e diventa la fonte dei conflitti e delle rivalità.

Solo in Cristo noi possiamo ricomporre tutte le diversità, quella tra Cielo e terra come quella tra uomo e donna: è in questa chiave che dobbiamo intendere le parole di Gesù quando dice che non c’è più marito né moglie, né uomo né donna. Egli non vuol dire che questi stati della persona saranno soppressi ma che non saranno più conflittuali, in contrapposizione, e saranno ricondotti alla loro armonia e al loro senso ultimo perché non sono altro che il passaggio verso quella comunione definitiva quando vedremo Dio faccia a faccia.

 

IL MATRIMONIO CRISTIANO

L’esigenza del matrimonio è presente in tutte le culture di tutti i tempi come una dimensione fondamentale dell’uomo.

È vero, il peccato ne ha oscurato in parte il senso, ma non ha eliminato la tensione positiva che spinge l’uomo e la donna a vivere insieme.

Il cristiano non ha strumenti diversi da ogni altro essere umano quando vive autenticamente questa esperienza di amore e donazione reciproca, salvo la Grazia che gli viene da Cristo.

Tornando a Paolo, nella lettera agli Efesini egli ci ricorda anche di essere sottomessi gli uni agli altri come la Chiesa lo è a Cristo: è la sottomissione a Cristo che costituisce il presupposto per la composizione della diversità, perché si crei veramente la reciprocità.

In questo senso la Grazia del sacramento del matrimonio non annulla le diversità ma le valorizza e le innerva nella forza della Grazia stessa, permettendo di realizzare ciò per cui Dio fin dall’origine ha pensato e voluto per l’uomo e per la donna, benedicendoli nella loro fecondità.

Oggi, come società, siamo entrati in un duplice vicolo cieco: da una parte troviamo la tendenza ad omologare tutto e tutti, comprese le differenze sessuali, rendendole di fatto indistinguibili e irrilevanti, dall’altra incontriamo la tendenza alla contrapposizione, alla separazione irriducibile.

Il matrimonio cristiano tiene lontana ogni forma di omologazione dell’uno all’altro e nello stesso tempo ogni reciproca irriducibilità, proprio perché l’uo-mo è capace di costruire una comunione nel rispetto delle diversità.

 

LA FAMIGLIA

La famiglia cristiana è allora il luogo in cui per eccellenza si può valorizzare la diversità (vedi Familiaris Consortio), che si pone come primo compito la costituzione di una comunità di persone. Una grossa sfida del nostro tempo che impegna la famiglia è quella dell’integrazione delle diversità religiose.

Su questo argomento vi sono delle luci e delle ombre: le luci sono quelle che oggi ci vengono dalla ricchezza dei rapporti ecumenici tra le diverse confessioni cristiane, ad esempio con gli ortodossi ed i riformati.

La teologia del matrimonio presso gli ortodossi è molto diversa dalla nostra sia nella visione del matrimonio sacramentale, sia nella sua attuazione liturgica e nella prassi pastorale (pensiamo al caso tipico dei divorziati e risposati). Il fatto che la realtà cattolica e quella ortodossa si incontrino anche attraverso i matrimoni misti è visto come un elemento di grande arricchimento teologico ed ecclesiale.

Sul fronte dei riformati ricordo l’accordo recentemente sottoscritto tra la CEI ed i valdesi proprio sulla questione dei matrimoni. L’incontro all’interno di un vissuto familiare di un cattolico e di un riformato valdese viene ora interpretato, a fronte di conflitti radicali vissuti in passato, come una risorsa, una fonte di possibile grazia. Ciò è molto bello ed è un grande segno di come all’interno della famiglia anche le diverse esperienze di fede possono tradursi in una crescita, in un arricchimento, in uno scambio molto prezioso.

Le ombre ci vengono dai matrimoni interreligiosi, soprattutto con i musulmani. Sappiamo tutti, anche da casi apparsi sulla stampa nazionale, quanto sia difficile questa esperienza, anche quando c’è un impegno molto serio nell’affrontarla, proprio per le diverse interpretazioni che si hanno riguardo al rapporto di coppia tra mondo occidentale e mondo musulmano.

Questo è un argomento guardato con grande attenzione dalla Chiesa (lo stesso Direttorio di Pastorale familiare ne parla), su di esso non vi sono preclusioni di principio anche se oggettivamente si invita all’attenzione e alla cautela.

 

IL RUOLO DELLA CHIESA

La Chiesa si è sempre impegnata sul fronte della diversità, anche se vi sono stati momenti nella sua storia che fanno pensare diversamente e che possono essere compresi solo entrando nelle situazioni specifiche. Ma la Chiesa, per la sua natura cattolica, cioè universale, è stata sempre attenta alle diversità e questa attenzione oggi si esprime nel binomio: “evangelizzazione delle culture” e “inculturazione della fede”. La fede ha infatti sempre un duplice processo: entra dentro le esperienze positive delle culture e delle tradizioni umane e, nello stesso tempo, innerva queste realtà con l’originalità e la novità ‘ dell’annuncio evangelico.

Questo è un processo dagli equilibri molto difficili, perché da un lato c’è sempre il rischio di una evangelizzazione che snaturi e manipoli le tradizioni culturali, e dall’altro c’è il rischio che un adattamento del Vangelo alle tradizioni comporti una perdita dell’originalità del messaggio cristiano.

 

LA CHIESA E IL RAZZISMO

Come la Chiesa si pone nei confronti del razzismo? Come si pone di fronte a questa realtà che a volte si manifesta in forma eclatante e a volte in modo subdolo?

La Chiesa è e vuole essere un deterrente contro ogni forma di razzismo, per questo ha bisogno continuamente di convertirsi alla verità del suo essere, al senso più profondo della sua missione.

La sua è una missione di comunione e di riconciliazione e in quest’ottica la Chiesa è nel mondo il crocevia della riconciliazione e dell’incontro tra popoli e razze.

In Italia ciò è meno visibile, ma credo che le comunità cristiane costituiranno sempre più il punto discriminante della capacità del nostro paese di essere accogliente e capace di integrare le diversità.

Sull’argomento vi segnalo un documento della commissione “Justitia et Pax” (Educare alla legalità) che invita a passare da una cultura dell’indifferenza e della diffidenza ad una cultura della differenza e della solidarietà: differenza nel senso di saper apprezzare e valorizzare le differenze, solidarietà come raccordo tra le differenze stesse.

 

EDUCARE ALLA DIVERSITÀ

Ma anche questo è solo un passaggio verso l’obiettivo ultimo che è la nascita di una cultura della convivialità, che è qualcosa di più della solidarietà.

Solidarietà è accettare, condividere, comprendere, affiancarsi; convivialità è un termine tipicamente familiare che sta ad indicare un entrare in stretto contatto, un assumere all’interno del proprio vissuto anche questo tipo di presenze.

Un grosso contributo che la Chiesa dà su questi argomenti è quello dell’educazione. La Chiesa ha un compito che è quello di educare Ia coscienza di ogni credente, ma anche di investire le sue risorse principali nell’educazione delle nuove generazioni.

Quest’educazione deve essere fatta di ascolto, di dialogo e di condivisione: questi tre elementi costituiscono la grammatica di ogni autentico rapporto tra le diversità.

 

Don Claudio Giuliodori, responsabile dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della CE

Ultima modifica Martedì 19 Marzo 2013 14:43

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