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Domenica 20 Febbraio 2005 17:16

La ricerca del sentiero

Il viaggio può essere considerato la metafora dell’esistenza umana, e dunque anche della vita di coppia. In questo cammino – che si configura spesso come una possibilità di esperienza estetica e un momento di contatto con il sacro – la coppia può subire alcune tentazioni. C’è la tentazione della stanchezza; quella della tensione tra il possedere e la povertà; ed infine, pericolosa per l’esistenza stessa della coppia, quella della morte della fantasia.

"Tre cose mi sono difficili,

anzi quattro, che io non comprendo:

il sentiero dell’aquila nell’aria,

il sentiero del serpente sulla roccia,

il sentiero della nave in alto mare,

il sentiero dell’uomo in una giovane(Prv 30, 18-19)

Visitando due diverse località, in tempi successivi e in opposti spazi del mondo, ho avvertito dei turbamenti che difficilmente potrei descrivere, senza cadere nella banalità che scaturisce quasi sempre dai luoghi comuni dei racconti. Totalmente diversi e, paradossalmente, con tante similitudini, hanno colpito la mia attenzione, fino ad imprimere nella mia memoria immagini di eventi straordinari. Non sto parlando di musei o di collezioni d'arte, dove la creatività e il sudore dell'uomo hanno lasciato tracce perenni, ma di luoghi che avevano in comune una variabile esile e inconfondibile: in entrambi questi luoghi si parlava di viaggi. Il primo di questi, Auschwitz, trasformato in luogo di culto e di meditazione da una sana volontà collettiva che chiede all'umanità intera di non dimenticare, conserva, accatastate come erano state disposte all'epoca, ma in una cornice da sacrario, le poche cose che venivano tolte ai prigionieri dei campi i quali, a loro volta, da li procedevano per l'ultimo viaggio: o i lavori forzati se avevano ancora energie, o i forni crematori. L'altro, Ellis Island, l'isoletta che sta tra la statua
 della Libertà e il porto di Manhattan, punto di sbarco per chi si lasciava convincere a tentare la fortuna nel nuovo mondo, ha avuto dopo il 1953, data in cui ha cessato le sue   funzioni di quarantena per tutti gli immigrati, una sistemazione suggestiva - al pari di un sacrario ricostruito sulla base di testimonianze e la catalogazione di oggetti e corredi che accompagnavano quella povera gente, privi peraltro di qualunque valore venale - in grado di riproporre fedelmente lo spirito che accompagnava chi all'epoca, aveva deciso di trasformare la propria vita con il più promettente ed avventuroso dei viaggi.

L'inquietudine, un percorso consumato.

A differenza degli spostamenti animali, sostenuti per la maggior parte da istinti di branco o da esigenze fisiologiche, il nomadismo umano è animato dal desiderio di scoprire, raggiungere, vedere, possedere, ripartire. Giasone, Ulisse, Pantagruele, Gulliver, Sigfrido, Parsifal, Galahad… la schiera dei grandi avventurosi che hanno da sempre popolato la nostra fantasia con i loro viaggi fantastici è incontenibile, come incontenibili sono le gesta – qualche volta nobili, altre di pura, umana curiosità - che hanno fatto da propulsore ad imprese da leggenda. Se è vero che la mèta è quasi sempre figurativa,
diventa concreto e coinvolgente, invece, il confronto con le
difficoltà. Mai vi fu metafora tanto fedele e trasparente quanto il
confronto simbolico tra viaggio ed esistenza umana. Nel gergo comune,
l'uso sempre più frequente dei sinonimi che arricchiscono l'immagine
del viaggio si modella su uno stile di pensiero che si oppone alla
staticità e alla concretezza del mondo reale. Nella routine si parla
 ormai di tragitti concettuali, di cammino esperienziale di percorso 
esistenziale. di itinerario formativo, di transiti esplorativi, di voli
pindarici, di sentieri iniziatici, di decorsi convalescenziali, di
viaggi mentali.... una polisemia, quella legata a questo simbolo, che
 occupa un numero indefinito di piani, intrecciandovi di continuo il
 proprio significato latente. Ma se davvero il viaggio può essere 
considerato la metafora dell'esistenza umana, è innegabile ammettere 
che alla base si trova la volontà e non la casualità, Quello che rende 
ogni viaggio degno di nota e di interesse è la presenza e la natura 
degli ostacoli che si frappongono nel raggiungimento del fine. Le 
traversate del mar Rosso e del deserto del Sinai finiscono per essere 
gli stereotipi di tutti gli ostacoli. Da una parte le difficoltà
materiali e la paura; dall'altra la solitudine e la tentazione. 
Un'esperienza, dunque, che può rendere titubanti, ma che sa presentarsi
 come irresistibile e, quindi, irrinunciabile. La vera molla di tutto
 ciò è e resta l'inquietudine umana che conserva da sempre due
ingredienti allettanti: la curiosità e la fantasia. Ed è proprio
 quest’ultima che sembra imparentare l'uomo con il divino. Ogni gesto,
 ogni approccio, ogni conquista viene sempre prima assaporata 
dall'immaginario. Si può sostenere che, prima ancora che nella realtà 
materiale, i nostri incontri vengono consumati nella fantasia: un
 cavallo brioso e bizzarro - per dirla con Platone - che chiede di 
essere domato per offrire garanzie di razionalità e che allo stesso
 tempo pretende la briglia sciolta per condurre alla scoperta di mondi e 
trasgressioni attraverso opportunità uniche e irripetibili. Il viaggio 
non può essere catalogato come un'esperienza qualunque. I caratteri che 
lo contraddistinguono fanno dell'uomo che lo affronta un prode e un
 coraggioso perché oltre ad essere una prova di padronanza fisica, offre 
l'opportunità per un'esperienza estetica e un momento di contatto con 
il sacro.

 

La prima di tre tentazioni: la stanchezza

 

La coppia vede la luce quando il maschio e la 
femmina decidono di intraprendere un cammino di condivisione totale.
 Era tutti gli stereotipi che si possono evocare, quello relativo alla
 coppia in cammino esprime in modo appropriato il più avventuroso dei
viaggi. Se il regno animale offre esempi strabilianti di attrazioni 
fisiologiche e, conseguentemente, di spostamenti che hanno 
dell’incredibile - dalle migrazioni di abitanti marini che attraversano 
oceani interi per congiungersi e accoppiarsi, alla piccola e fragile
falena che è catturata dall'odore degli ormoni del partner che può
 distare anche qualche chilometro -, l'attrazione tra un uomo e una
 donna è il punto di partenza per un percorso fra i più esaltanti e 
originali che qualunque fantasia possa concepire, proprio perché si
 presenta come totalmente immateriale e fortemente impegnativo. A
sottolineare lo spessore di questa fatica entrano in giuoco le 
opposte polarità entro cui si muovono le componenti della concretezza e 
della immaterialità, dello sconforto e della gioia, della routine e
 della novità. Si procede a tentoni, almeno per un certo periodo o, per 
dirla con un termine caro alla scuola comportamentista, per tentativi
 ed errori. Contare gli ostacoli disseminati sul cammino è tanto arduo 
da risultare impensabile; e quello che può facilmente sfibrare la 
resistenza di una coppia è la maledetta tentazione di tirare i remi in 
barca e arrendersi. Chi non è rimasto deluso dalla constatazione di
 aver contemplato un miraggio? Chi vorrebbe far credere di non aver
 ceduto qualche volta alla stanchezza che segue una prova estenuante! 
Nella stupenda sentenza "Dies irae", fonte inesauribile di ispirazione 
sacra e profana, con poche struggenti pennellate, ci vengono presentati 
i tratti di un Salvatore che a furia di rincorrere il peccatore, per 
offrirgli la salvezza, si ferma stanco (querens me sedisti lassus).
 L'evangelista Giovanni inizia il racconto che culminerà con la 
conversione della Samaritana da una immagine di Gesù stanco e
assetato. La stanchezza e la tentazione allo scoraggiamento sono realtà
 fisiologiche del tutto comuni: nella vita di una coppia, poi, sono
 variabili che devono essere messe in conto fin dall'inizio per poter
 essere opportunamente affrontate. Le prove, le delusioni, gli ostacoli,
 gli imprevisti, tutto può trasformarsi in battuta d’arresto. Ci sono
 momenti così faticosi che al normale ruolo che ci viene chiesto di 
interpretare, preferiremmo quello della comparsa. E ci sono anche delle 
menti tanto ossessionate dalla fatica che finiscono per scorgere un
 pericolo nei più innocenti fatti quotidiani, fino a trarre dal più
piccolo evento un motivo di ansia. Si arriva anche a dimenticare il 
motivo di vanto costituito dall'aver condiviso, in periodi tormentosi, 
la sofferenza dell'altro. Poi, quasi d'improvviso, ti rendi conto che
 qualcosa è tramontato senza lasciarti il modo di distinguere se sia la
 scena che hai di fronte o le immagini del tuo mondo interiore. Ti senti 
fuori luogo, oppure vecchio o semplicemente un po’ smarrito? È un 
disagio che devi affrontare, vincendo con fatica la tentazione 
all'appiattimento e all'inedia, per non correre il rischio che una 
normale sosta nel tuo percorso diventi la tua prigione. Vivere insieme 
significa compartecipare e quindi cibarsi anche di frutti che possono
 essere amari o mangiare insieme piatti di gusto diverso. Superare la 
tentazione della stanchezza significa riassaporare la voglia di
riprendere il viaggio.

 

La seconda: tra avere o essere

 

Viaggi e spostamenti: una preoccupazione
costante, quindi, per la nostra mente che, però, subisce anche il
fascino di tante, imprevedibili incognite. I traguardi sono sempre
fuori dalla portata del nostro sguardo ed è difficile sapere fin d'ora
quali sorprese, buone o cattive, ci riserba la sorte. Il boscaiolo che 
abbatte una grossa pianta può fantasticare sull'utilizzo e il destino
 futuro di quell'albero e forse non saprà mai se, una volta scavato,
servirà in un viaggio come barca o come bara. La preoccupazione più 
avvertita e angosciante che risuona negli orecchi all'inizio di ogni 
itinerario sembra essere uguale per tutti: "Cosa mi porterò dietro? Di
 cosa potrò avere bisogno?".

 

Tutti i traguardi della nostra modernità appaiono
 incastonati e sintetizzati nel breviario per l'uomo di successo: più
 soldi più felicità. Ci sono delle persone che, prese dall'incubo di
 spezzare un'eredità, trovano tutte le giustificazioni alla loro 
preoccupazione di non sovraffollare la terra.

 

I richiami delle Scritture alla povertà dei ricchi sono molte e tutte molto severe: "Meglio un povero dalla condotta integra che uno dai costumi perversi anche se ricco" (Prv 23,6). "Meglio
un ragazzo povero, ma accorto, che un re vecchio e stolto che non sa
ascoltare i consigli. Il ragazzo, infatti può uscir di prigione ed
essere proclamato re anche se, mentre quegli regnava, è nato povero" (Qo 4,13-14). "Molti
sono andati in rovina a causa dell’oro, il loro disastro era davanti a
loro. E’ una trappola per quanti ne sono entusiasti, ogni insensato ne
resta preso" (Sir 3 1,6-7). "Tu dici: "Sono ricco, mi sono
arricchito; non ho bisogno di nulla" ma non sai di essere un infelice,
un miserabile, un povero, cieco e nudo" (Ap 3,17). A dire il vero,
in un contesto storico dalle grandi aperture, in cui si ama essere
definiti progressisti, si parla tanto anche dei poveri. Ma fin quando
non si ha il coraggio di condividere la loro sorte, le nostre
filippiche rischiano di rimanere urla isteriche, unite qualche volta ad
ipocrisia. Portiamo nelle nostre case ingombranti bagagli di
preoccupazioni e di tristezze. Spesso viviamo nel silenzio e nella
solitudine, delegando ai beni di consumo il compito di risollevarci. La 
stessa cura che impieghiamo nel ricuperare i mobili d'arte diventa un
surrogato della pietà con cui alleviamo quelle ferite che sminuirebbero
l'armonia e la felicità che da loro ci si aspetta. Man mano che si
procede nel cammino verso il successo, aumenta la nostra propensione
all'uso del pronome possessivo. La povertà fa paura. Fa paura 
l'abbrutimento che spesso ne consegue. Non è un'iperbole affermare che
un povero che vive in Grazia di Dio è un santo. Lo spettacolo che molti
poveri hanno offerto ai nostri occhi non può non farci riflettere. Nel
 testamento spirituale di don P. Mazzolari si legge: "Non possiedo
niente. La roba non mi ha fatto gola e tanto meno occupato. Non ho
risparmi, se non quel poco che potrà si e no bastare alle spese dei
funerali". Chi decide di far conoscenza con i poveri - e fra questi i
poveri di spirito - sa che la loro scelta è tra l’essere o l’avere.
Loro non hanno altro pane che quello di volersi bene e dirsi a vicenda
le pene che tarlano i loro piccoli giorni. Sono come le formiche di
tutte le case ed hanno per amico fidato il sole. A lui chiedono un
soldo d’oro e lo stringono nella mano scura mentre i bimbi bevono
l'acqua della fonte e tutti insieme chiedono di non perdere la salute e
la possibilità di guadagnarsi qualcosa per arrivare a sera. Sono sempre
all'ultimo posto e cenano a lume del tramonto; si levano col canto del
gallo e sono estranei alla cronaca del mondo, ma sanno che sulla terra,
prima di loro, fu povero Gesù.

 

Terza: la morte della fantasia.

 

Da molti anni, nei momenti in cui il sonno tarda ad
imprigionarmi, mi dà serenità immaginare che sui passi irrequieti degli
uomini, Dio disegni ogni notte un sorriso di stelle, quasi a
rintracciare le lacrime perdute, cosicché, vinto dal sonno, nella sua
muta casa, ogni uomo veda oltre i confini della sua fronte un paese dai
tetti d'oro e dalle ombre di cristallo. Le lacrime sono una tappa
 obbligata, la prima esperienza che ogni uomo fa, venendo al mondo. C'è
chi si ferma a contemplare il momento della nascita come l'inizio del
dramma, sostenendo che il bimbo piange per gridare l'orrore di essere
stato espulso dal grembo materno. In realtà, se questo evento rispetta
un copione ben conosciuto, è lecito affermare che tutta la commedia che
l'uomo recita nel corso della propria vita ha per teatro il mondo
intero e rischia di essere monotona e ripetitiva. Eppure la noia ha i
 suoi antidoti: vecchi quanto l’uomo, ma sempre validi. Una grossa parte 
di opinioni, quella legata al folclore, sostiene che la nostra fantasia 
è alimentata da cronache o prescrizioni, da ricordi o fattacci 
irripetibili che si devono sussurrare sottovoce, con le teste vicine,
 le schiene ricurve e uno sguardo circospetto capace di allontanare 
indiscrezioni su segreti, per la verità, più volte profanati. Una 
residua parte, quella che cerca di crescere nella saggezza, ritiene, al 
contrario, che la fantasia sia un bene da proteggere e da condividere 
prima di tutto nella coppia. E c'è un posto solo dove si può aprire il 
teatro più bello per uno spettacolo unico al mondo. Senza abilità né 
doni da prim'attore, senza una scuola che ti insegni come strappare gli 
applausi ed il bis di un pubblico assorto, puoi avere tanto talento da 
sentire che anche in mancanza di manifesti hai davanti il tutto 
esaurito come ad una grande prima. E’ il traguardo dell'intimità. La
 sua ricerca presuppone una grande costanza e una fede incrollabile. Il
 sentiero che porta all’incontro, costellato di enigmi e di tentazioni, 
può essere riconosciuto solo se lo spirito è animato da una sana,
incontenibile curiosità per l'altro. E in questo incontro, la più
 grande avventura della tua vita, gli altri incontri sfumano, facendosi
 rari fino a scomparire, come le stelle in una notte piovosa.

 

Giovanni Scalera, Psicologo – Siena (da "Famiglia domani" 2/99)

 

 

Domenica 20 Febbraio 2005 17:14

Fecondità fuori tempo massimo

Fecondità fuori tempo massimo

Oggi nella classifica, tristissima, degli
interessi prevalenti di tante giovani coppie compaiono troppo spesso
carrierismo esasperato, viaggi esotici e divertimento esclusivo. Fino
ai quarant’anni ormai non si pensa quasi ad altro. Poi, quando
l’orologio biologico manda i suoi misteriosi avvertimenti, ecco
rispuntare la voglia di avere un figlio.

Senza un progetto di fecondità una coppia si avvia
ad arenarsi nelle secche dei miseri orizzonti quotidiani, rischiando di
fallire. Così ecco rispuntare l’immagine di quel bambino a lungo
rimossa per lasciare spazio ad "altro". Ma, in qualche caso, si tratta
di un auspicio fuori tempo massimo perché, a una certa età, anche
qualche meccanismo biologico comincia a risultare meno efficiente. E
poi ci sono il peso dello stress, gli effetti negativi di una vita
spesso sregolata, ecc. Non c’è da stupirsi allora se cresce il numero
delle coppie sterili.

La soluzione è facile: basta rivolgersi agli
apprendisti stregoni della provetta, sborsare qualche milione, e tutto
si risolve. Tanto la logica è quella dell’efficientismo, del risultato
ad ogni costo, dell’interesse personale che annulla qualsiasi
considerazione etica.

Ma come si può pensare che un figlio ad ogni costo e
comunque ottenuto, possa risolvere i problemi di identità di una
famiglia dove, troppo a lungo, la capacità di donare è stata lasciata
in un secondo

piano?

"GRUPPI FAMIGLIA" n° 41 /dicembre 2001

Domenica 20 Febbraio 2005 17:13

Il permissivismo inopportuno - Parte 2

 EDUCARE IL BAMBINO SIGNIFICA ANCHE CONTRARIARLO

In uno degli Ultimi numeri di
"Psicologia contemporanea" intitolato l'Io lieve" l'autore, Fernando
Dogana, Ordinario di Psicologia all'Università Cattolica di Milano,
scrive che l'Io post-moderno è sedotto e tradito tanto dalla cultura
della diversità, quanto da quella della omologazione, rischiando così
la frammentazione dell'identità. Con in aggiunta l'illusione che tutto
si può, come canta Giorgio Gaber:

"Si può, trasgredire qualsiasi mito,

si può, invaghirsi di un travestito,

si può, fare i giovani a sessant'anni,

si può, far riesplodere il sesso dei nonni."

Al fine di riflettere su quanto può essere fatto in positivo, citiamo le seguenti righe:

Il permissivismo inopportuno

La nuova pedagogia accoglie
ormai come buona la regola di saper dire "no" alle troppe richieste dei
ragazzi, soprattutto se queste sono esagerate. Ancor peggio se sono il
frutto di un dispositivo inquietante.

(Seconda parte)

Naturalmente è sempre possibile esprimere un
giudizio antitetico ai molti che vengono espressi in senso negativo nei
confronti del "permissivismo", a cominciare da certi fatali confronti
con il passato, ad esempio con l’educazione impartita a suon di
cinghiate paterne, che spesso otteneva l’effetto contrario. Freud ci ha
spiegato l’origine di tante nevrosi e di tanti disturbi psichici con i
ricordi di infanzie trascorse nel terrore di stanze buie comminate per
punizione, e il complesso di Edipo non è stato scoperto ieri mattina.
Anche se il dottor Spok non avesse concorso a mettere al mondo almeno
due generazioni di disadattati e impreparati alle difficoltà della vita
con l’invito ai genitori a farsi amici dei loro figli, abdicando
praticamente ai loro doveri di educatori, il proibizionismo non è mai
stato un efficace antidoto al permissivismo.

Il difficile è trovare la via di mezzo. L’esperienza
degli altri, degli stessi genitori e nonni, aiuta, ma non del tutto. I
luoghi comuni spesso ingannano, come è nella loro natura. Chi dice che
i bambini caratterialmente più inclini a irrigidirsi di fronte a
qualsiasi ostacolo sono i figli unici, ai quali troppo facilmente "si
concede tutto", fino a viziarli, non ha mai assistito a certe furiose
liti tra fratelli e sorelle, segnali originari di gelosia destinate a
durare tutta la vita, ben oltre la morte dei genitori che senza volerlo
le hanno suscitate con i loro comportamenti, con le loro vere o
presunte preferenze. Ma detto questo, è pur vero che la socializzazione
è una componente essenziale nella formazione di adulti responsabili.

La misura utile e necessaria è frutto di un
difficile esercizio di diverse virtù incrociate fra loro: la prudenza
nel concedere e nel negare, la fortezza nel mantenere certe decisioni
che si sanno giuste, la comprensione di momenti particolari nella
crescita dei caratteri e delle intelligenze, la pazienza nel sopportare
pianti e capricci senza abbandonarsi all’ira, il coraggio certe volte
indispensabile per dire i "no", evitando di farli apparire immotivati e
soltanto punitivi. E la temperanza, utile a far capire che certi
oggetti del desiderio sono in realtà spese inutili, che offendono la
povertà della maggioranza delle persone e mortificano la consapevolezza
della dannosità individuale e sociale dello spreco. Anche se sullo
spreco è fondata gran parte della società moderna occidentale.

Tipico è il caso della sovrabbondanza di giocattoli
con cui molti bambini vengono illusi sul loro steso futuro: la vita non
sarà mai altrettanto generosa. Del resto, basta osservarli proprio
mentre giocano: bambole, automobiline, giochini elettronici, simil
computer, ministrumenti musicali, libri oggetto scomponibili, tutto un
micromondo che viene rapidamente a noia, buttato alla rinfusa in un
angolo, ma nello stesso tempo occasione di litigi furibondi tra
fratelli o compagni di gioco perché uno vuole esattamente quello che ha
in quel momento in mano l’altro.

Ma nel giudizio complessivo e finale sul
permissivismo ci sembra che sia inconfutabile un argomento: il genitore
permissivo, pur pensandoci comprensivo e premuroso nel non far mancare
nulla al suo tesoro, è molto spesso soltanto un genitore indifferente,
che non vuole fastidi, che delega ad altri la parte fondamentale dei
suoi doveri: l’educazione dei figli. Fino al punto da negare talvolta
clamorosamente anche agli insegnanti il diritto a esercitare il loro
mestiere con la necessaria severità: il bambino "ha sempre ragione".

Beppe Del Colle

da"Famiglia Oggi" (10)

Domenica 20 Febbraio 2005 17:12

Il permissivismo inopportuno - Parte 1

EDUCARE IL BAMBINO SIGNIFICA ANCHE CONTRARIARLO

In uno degli Ultimi numeri di
"Psicologia contemporanea" intitolato l'Io lieve" l'autore, Fernando
Dogana, Ordinario di Psicologia all'Università Cattolica di Milano,
scrive che l'Io post-moderno è sedotto e tradito tanto dalla cultura
della diversità, quanto da quella della omologazione, rischiando così
la frammentazione dell'identità. Con in aggiunta l'illusione che tutto
si può, come canta Giorgio Gaber:

"Si può, trasgredire qualsiasi mito,

si può, invaghirsi di un travestito,

si può, fare i giovani a sessant'anni,

si può, far riesplodere il sesso dei nonni."

Al fine di riflettere su quanto può essere fatto in positivo, citiamo le seguenti righe:

Il permissivismo inopportuno

La nuova pedagogia accoglie
ormai come buona la regola di saper dire "no" alle troppe richieste dei
ragazzi, soprattutto se queste sono esagerate. Ancor peggio se sono il
frutto di un dispositivo inquietante.

(Prima parte)

Come ci ricorda il filosofo spagnolo Fernando Savater nel libro A mia madre mia prima maestra,
"Kant dice che uno dei primi e nient’affatto trascurabili risultati
della scuola è insegnare ai bambini a rimanere seduti, cosa che, in
effetti, non fanno mai volontariamente a lungo, se non quando si
racconta loro una bella storia (è chiaro che al tempo di Kant non c’era
ancora la televisione…). In una parola, non si può educare il bambino
senza contrariarlo, in un modo o in un altro. Per poter illuminare il
suo spirito bisogna prima formarne la volontà, e questo è sempre
piuttosto doloroso".

Possiamo dirlo in tanti modi: "Non bisogna farlo
piangere"; "piuttosto che faccia un capriccio…"; "prima che cominci a
odiarmi"; "quel giocattolo ce l’hanno tutti" e così via, elencando gli
atteggiamenti che consideriamo nel termine del "permissivismo".
Tuttavia proprio il permissivismo viene sempre più spesso portato al
centro delle discussioni che riguardano l’educazione dei bambini in un
mondo che nel prevedibile futuro chiederà loro, diventati adulti, ben
altra preparazione alla vita di quella richiesta da alcuni decenni
nella cosiddetta civiltà dei consumi.

Da alcune inchieste a raggio internazionale
risulterebbe che i bambini e gli adolescenti italiani sono i peggio
educati di tutto l’Occidente. Ciò avverrebbe anche a causa di un
sistema televisivo nazionale che lungi dal concorrere a educarli,
costringendoli a stare seduti come chiedeva Kant, "propina cartoni
animati o telefilm di qualità mediocre, spesso infima, che inducono gli
scolari a sprecare tante ore della giornata. Domina l’attrazione
morbosa d’ogni trivialità o spettacolare violenza". Ben detto: è
l’esatta descrizione di molti spettacoli televisivi e di molte
videocassette destinate al pubblico infantile, che già a tre-quattro
anni è in grado di proiettarsi da solo, in assenza di adulti o nella
loro più completa indifferenza (quando non con l’esplicita
approvazione, "pur che stiano tranquilli e non diano fastidio").

Beppe Del Colle

da"Famiglia Oggi" (10)

Domenica 20 Febbraio 2005 17:11

LA VITA NON E' MAI INDOLORE

LA VITA NON E' MAI INDOLORE

La domanda di liberazione dai conflitti non dovrebbe
contenere quella della liberazione dalla conflittualità della vita
stessa, ossia dalla sana tensione inerente alla polifonia della forma
umana dell'esistere. Se, dunque, marito e moglie litigano perché non
sono d'accordo su una serie di decisioni pratiche da prendere, fanno
bene a farsi aiutare per individuare le forze psicologiche in atto
nella contesa: capire ad esempio che il litigio rientra nel loro stile
relazionale di lotta per il potere, per cui nelle decisioni concrete
ognuno, a turno, tende a dominare l'altro o a fare resistenza passiva
per non essere dominato.

Giustamente devono pretendere di essere aiutati a trovare processi
comunicativi più maturi per contenere e superare non solo l'episodio,
ma lo stile di lotta. Ma per non cadere in false aspettative, devono
riconoscere che quel conflitto , anche se superato positivamente,
ricorda la non superabile ambivalenza della relazione d'amore che deve
conciliare il desiderio di incontrarsi e la voglia di conservarsi,
l'amore per l'altro e l'amore per se stessi. Il conflitto di
dominazione /passività va risolto, ma quello ontologico
sull'ambivalenza dell'amore maturo va accettato. Il che significa che
l'amore umano non è quello delle bestie né quello degli angeli, ma,
semplicemente, umano, fatto di sublimi altezze e infime cadute.
Polifonico, appunto.

A un livello immediato è il conflitto caratteriologico a farci paura
("non voglio più lottare con mia moglie"), ma a un livello più radicale
è il mistero dell'amore umano a farci problema ("non voglio provare la
polifonia dell'amore"). Preferiamo ridurre la vita al suo polo sublime
("voglio amare come un angelo!") e se quello umiliante si affaccia,
diciamo che la vita si è spenta ("le voglio bene , ma non l'amo più"),
anziché a questo polo togliere il suo pungiglione di morte e lasciarlo
come parte di un vivere finalmente realista. I temi universali come
intimità, benessere comunicazione, identità sono stati resi patologici
dalla fantasia distruttiva che la vita debba essere sempre indolore.

Alessandro Manenti

(Famiglia Oggi n° 3/2002)

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