Lunedì, 26 Giugno 2017
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Il linguaggio dell'amore:

1 - La rassicurazione

2 - I momenti speciali

3 - La collaborazione

 

Ciascuno di noi possiede un linguaggio dell’amore, ovvero una modalità del tutto personale di esprimere i propri sentimenti e le proprie sensibilità. E non è detto che le due componenti della coppia parlino lo stesso linguaggio. Spesso la costruzione di un linguaggio condiviso è anzi il frutto di un processo lento, di reciproca conoscenza e comprensione. Tuttavia, non è così difficile come si potrebbe credere. Basterebbe infatti riflettere sul proprio linguaggio per renderlo più facilmente comprensibile all’altro, aprendosi al contempo alle sue esigenze.

Quali momenti sono speciali per noi? E in che modo viviamo l’esigenza di essere rassicurati? O di collaborare? Alle volte basta un gesto, una parola che venga incontro alla necessità del partner di sentirsi voluto bene, di sentirsi compreso e apprezzato, per dare un valore positivo all’amore e portare un sorriso in famiglia.

Troppo spesso, invece, la mancanza di comunicazione alimenta le incomprensioni e le difficoltà di relazione.

Bisognerebbe dunque interrogarsi su quale sia il proprio linguaggio dell’amore, che è fatto sì di parole di rassicurazione e tenerezza ma anche della capacità di vivere e condividere momenti speciali (regalarsi una cena romantica, uscire con il proprio partner per una passeggiata...), di donare e ricevere doni, di aiutarsi a vicenda nella gestione delle incombenze quotidiane, di contatto fisico.

Occorre perciò scoprire qual è il proprio linguaggio preferito e comunicarlo all’altro.

Un discorso simile vale anche per i figli, nei cui confronti bisogna utilizzare un linguaggio dell’amore condiviso che consenta di interrogarsi e di capire cosa desiderino veramente, aldilà delle apparenze e delle superficialità.

Maurizio Andolfi


Vedi anche:  Il linguaggio dell'amore: il contatto fisico - comprensione dei bisogni - saper vedere insieme

I maggiori condizionamenti che oggi subisce la famiglia e i disagi conseguenti

 

Le profonde trasformazioni che hanno investito la nostra società nel corso degli ultimi anni hanno avuto notevoli ripercussioni sul sistema familiare, producendo una serie di condizionamenti che tuttora ne influenzano l’evoluzione.

Tali trasformazioni hanno difatti generato un contesto sociale “rischioso”, sottoposto a continui rapidi mutamenti che richiedono sempre nuovi sforzi di adattamento. Si pensi, ad esempio, all’aspetto economico: recenti indagini statistiche rivelano come in Italia stiano rapidamente aumentando le famiglie che vivono al di sotto della soglia minima di povertà, che si trovano in difficoltà anche in quello che concerne il soddisfacimento delle più elementari esigenze, come il pagamento dell’affitto o delle spese medico-sanitarie... Ebbene, i condizionamenti economici costituiscono un’indubbia fonte di disagio all’interno del contesto familiare.

Un ulteriore condizionamento emerge nel rapporto tra la famiglia e il mondo del lavoro, sempre più frequentemente caratterizzato da un “conflitto di lealtà” tra ruoli lavorativi e familiari e dalla difficile costruzione di un equilibrio tra tempo di vita e tempo lavorativo. Le attuali trasformazioni del mercato del lavoro impongono infatti, all’interno del contesto familiare, nuove fratture fra il bisogno di stabilità affettiva e quelle esigenze di indipendenza ed autorealizzazione che nella famiglia tradizionale non trovavano pieno appagamento.

Ad una serie di condizionamenti di carattere socio-culturale si può infine attribuire un ruolo non trascurabile nelle trasformazioni demografiche (calo della natalità, riduzione della nuzialità, aumento della disgregazione familiare...) che oggi caratterizzano il sistema famiglia.

Dinanzi a queste sfide, ed alle molte altre che si apriranno, la famiglia dovrà porsi ancora una volta in maniera flessibile, studiando risposte “adattive” che le consentano di affrontare e risolvere problemi.

Maurizio Andolfi

Solitudine... in famiglia ... subita... ricercata per conoscersi meglio

Ci sono diversi modi di intendere e di
vivere la solitudine: essa può derivare da esperienze di emarginazione
familiare e sociale, o può essere ricercata e vissuta come momento di
riflessione e di crescita individuale. La solitudine, di per sé, non ha
quindi un’accezione positiva né negativa. Essere soli può però
costituire un peso qualora non derivi da una scelta personale. Sul
piano sociale, sono numerosi gli esempi di questa solitudine "subita",
che sempre più frequentemente si verifica anche all’interno della
famiglia.

Nella società attuale i bambini trascorrono spesso
troppo tempo da soli, privi della compagnia di fratellini e coetanei,
aspettando il rientro di genitori che, oberati dal troppo lavoro, a
volte non trovano neppure il tempo di parlare, di giocare con i propri
figli. Nel contempo gli anziani, pur vivendo in famiglia, possono
avvertire l’isolamento che deriva dal mancato riconoscimento della loro
funzione sociale, o da un bisogno di comunicazione che non sempre trova
soddisfazione negli altri membri della famiglia, producendo
emarginazione e frustrazione.

Ovviamente, sono i soggetti più deboli sul piano
socio-economico ad avvertire in maniera più incisiva il problema della
solitudine.

Se dunque è vero che questa tipologia di solitudine
va indagata perché ad essa si trovino delle risposte adeguate, è pur
vero che esistono altri modi di vivere la solitudine. L’isolamento può
essere infatti vissuto in maniera creativa, allorché è frutto di una
scelta che l’individuo persegue per ricavarsi uno spazio di riflessione
in cui ritrovare la propria soggettività al di fuori del caos
quotidiano. In questa accezione, la solitudine costituisce un momento
positivo, un fattore benefico di arricchimento che ci porta a
riappropriarci di una dimensione di tranquillità interiore che nel
mondo di oggi siamo indotti a trascurare con sempre maggiore facilità.

Prof. Maurizio Andolfi

Sabato 05 Febbraio 2005 18:53

Un’informazione che non informa

Un’informazione che non informa

Ricordo di aver sentito dire una volta, in un Convegno, che il modo migliore per eliminare il problema immigrazione è evitare che se ne parli. Effettivamente, nella contemporanea Società dell’Informazione, la crescente accessibilità dell’informazione aumenta smisuratamente il potere che deriva dal controllo delle sue fonti. Ne è prova evidente il fatto che l’effettivo verificarsi di un evento può essere persino messo in dubbio se di esso non si dà traccia sui media.

Questa riflessione porta a chiedersi perché un certo tipo di informazione, che pure esiste ed è ben nota ai professionisti del settore, poi non emerge al di fuori di questi contesti “chiusi”.

Una probabile ragione si può rintracciare nel predominio di una logica economica che induce gli operatori di questo settore a porsi come obiettivo più che la diffusione di un’informazione “formativa”, l’ampliamento delle vendite che, nel tentativo di accaparrarsi un numero sempre crescente di nuovi lettori, porta i media ad adeguarsi a livelli sempre più bassi, perseguendo logiche commerciali, di “spettacolarizzazione”.

I temi sociali sono i primi ad essere sacrificati da questa logica. Prendiamo, ad esempio, l’immigrazione: dai media italiani questo argomento è stato sempre trattato, e lo è tuttora, quasi esclusivamente come un problema di sicurezza, senza che alcuna attenzione venisse posta al problema dell’integrazione, alle modificazioni, sia positive sia negative, che l’inserimento di queste persone introdurrà nella nostra società, ai problemi degli immigrati... Un simile approccio, più attento agli aspetti sociali del fenomeno, potrebbe promuovere una cultura più aperta e disponibile all’accoglienza e far passare il concetto che l’immigrato è una persona portatrice di valori diversi e non soltanto una fonte di manodopera, un numero, un nemico.

Maurizio Andolfi

 

 

Giovedì 18 Novembre 2004 14:36

Claudio e Margherita (Prof. Maurizio Andolfi)

 
Claudio e Margherita 11.01.02
Siamo Claudio e Margherita, sposati da … tempo, dei nostri due figli Alberto è andato a vivere da solo, Elisabetta si è sposata ed ha la sua famiglia. Tutto questo è avvenuto da poco tempo ed ora abbiamo l’impressione che questa nuova realtà stia toccando l’equilibrio della nostra coppia. Come affrontare questo nuovo momento?
Siamo Claudio e Margherita, sposati da … tempo, dei nostri due figli Alberto è andato a vivere da solo, Elisabetta si è sposata ed ha la sua famiglia. Tutto questo è avvenuto da poco tempo ed ora abbiamo l’impressione che questa nuova realtà stia toccando l’equilibrio della nostra coppia. Come affrontare questo nuovo momento?

La situazione presentata da Claudio e Margherita è molto frequente e spesso viene chiamata "sindrome del nido vuoto", per indicare l’uscita dei figli dalla casa dei genitori.

Indubbiamente se una coppia deve modificare profondamente il proprio legame affettivo per dare uno spazio all’arrivo di un figlio, è altrettanto vero che a distanza di molti anni, quando i figli, adolescenti o giovani adulti, escono di casa, deve essere capace di ritrovare un’intimità a due e una rinnovata curiosità nel coltivare il rapporto con l’altro per molti anni "condizionate" dalle esigenze e dai bisogni di cura e di accudimento nei confronti dei figli.

Quindi, i figli rappresentano un indicatore assai potente delle capacità di mantenere un’intesa a livello profondo dei due coniugi. Non è infrequente che crisi e conflitti di coppia possano insorgere e svilupparsi in entrambe queste fasi evolutive.

In particolare è necessario che Claudio e Margherita accettino di perdere la continuità di un rapporto affettivo sia con Alberto che con Elisabetta. L’arte di un genitore è di saper essere presente con i figli al momento opportuno e di sapersi separare da questi quando è necessario.

Inoltre sia Alberto che Elisabetta si sentiranno più forti e avranno la sensazione di aver avuto il "permesso" dai propri genitori nel distaccarsi da casa e nell’iniziare il proprio percorso da adulti, sia sperimentandosi in una vita da soli che con l’arrivo di una nuova famiglia.

Una coppia ormai matura può gioire anche dei risultati educativi e affettivi conseguiti, liberando i propri figli da vincoli di dipendenza.

Nello steso tempo se conoscersi nella prima fase del matrimonio è una parte importante nella costruzione dell’intimità di una coppia, è ancor più vero che ritrovarsi da soli in due può rappresentare un momento assai importante di trasformazione, sia sul piano individuale che su quello duale. E’ un po’ come andare a raccogliere insieme i frutti di ciò che si è seminato.

Se poi dovessero emergere delle difficoltà o delle incomprensioni nel ritrovarsi in due, sarà molto utile utilizzare le risorse disponibili nel proprio contesto sociale: sistema di amici, colleghi di lavoro, attività parrocchiali o altri interessi che facilitino la ripresa di un entusiasmo non più proiettato nella vita dei figli, ma più centrato sulla propria.

Nel caso in cui queste difficoltà dovessero accentuarsi, perché non ricorrere ad una terapia familiare, così da trovare un terzo competente neutrale in grado di riindirizzare le energie e le risorse di una coppia?
 
 

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