Venerdì, 15 Novembre 2019
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L'inefficienza del sistema scolastico

Ho curato, un anno fa, un volume sull’adolescenza (M. Andolfi, P. Forghieri Manicardi (a cura di) Adolescenti tra scuola e famiglia, Cortina ed., Milano, 2002) tra scuola e famiglia, all’interno di questo volume ho anche scritto un contributo dal titolo "S’io fossi foco…la scuola prigione della creatività". Sarebbe molto utile per i lettori di questa rubrica poter leggere questo testo, che è scritto con un linguaggio accessibile a tutti. Brevemente, in questo lavoro metto in luce le gravi carenze del nostro sistema scolastico e non mi riferisco tanto al materiale didattico, ai luoghi o alle forme di insegnamento, ma piuttosto al modo assolutamente inadeguato in cui lo studente, fin dalla scuola materna, fin dalla scuola elementare, fin dall’università viene sollecitato a pensare in modo critico e autonomo. In questo senso non mi riferisco tanto a riflettere sulle materie di studio quanto piuttosto alla possibilità di sollecitare la creatività, che è un patrimonio presente in ogni bambino e in ogni minore in età evolutiva.

La scuola andrebbe ripensata, chiedendosi in che cosa realmente consiste un processo educativo. Se uno studente è un recipiente passivo di contenuti che gli arrivano sempre dall’alto e dal di fuori, il massimo risultato può essere soltanto un’acquisizione più o meno organizzata o "appiccicata" di nozioni, se il processo educativo fosse realmente circolare e basato sulla relazione alunno-docente, ben diverso sarebbe il percorso.

Non va inoltre dimenticato il contesto del gruppo classe, che rappresenta l’elemento sostanziale su cui si forgia l’apprendimento e la crescita, sia quella mentale che quella sociale.

Per rifare la scuola non basta una riforma di questo o quel ministro, ma va piuttosto ridata voce ai bambini e agli adolescenti, una voce che esprima i loro bisogni, i loro pareri sul mondo dei grandi, le loro aspettative, nonché le loro passioni.

S’io fossi foco ... brucerei l’impianto burocratico del nostro sistema scolastico, che purtroppo non è soltanto presente nelle carte, ma anche e soprattutto nella testa dei nostri politici, degli insegnanti e spesso anche delle famiglie.

... brucerei l’impianto burocratico del nostro sistema scolastico, che purtroppo non è soltanto presente nelle carte, ma anche e soprattutto nella testa dei nostri politici, degli insegnanti e spesso anche delle famiglie.

Prof. Maurizio Andolfi

 

Autoritarismo

permissivismo inopportuno

genitori ... fraterni

Se è vero che la generazione dei cinquantenni porta su di sé i segni di un’educazione paterna di tipo autoritario o spesso decisamente abusiva, è altrettanto vero che la rinuncia a una funzione paterna autorevole nelle nuove generazioni sembra produrre anch’essa notevoli danni nei confronti dei figli.

Il passaggio da una figura paterna distante, che non era mai fisicamente disponibile e che ha rappresentato lo spauracchio serale per molti figli ("lo dico a papà stasera quando torna", frase frequentemente proferita dalle madri), al genitore amico dei figli o al "mammo" ci sembrano risposte piuttosto insoddisfacenti.

La scommessa del ruolo paterno è ancora legata a ricercare un’autorevolezza che non cade nei due estremi sopradetti; quello del "niente è permesso" e quello del "tutto è permesso".

E’ indubbio che una funzione siffatta richiede il massimo del consenso da parte di tutti i componenti della famiglia, in primis della madre, che deve credere in una competenza paterna giocata nel seguire un processo educativo e di crescita dei propri figli e che richiede la costruzione di un’area di condivisione totale nel territorio della prole.

Ma pur cambiando i ruoli intrafamiliari questa nuova dimensione paterna rimarrà asfittica, se non cambiano i dettami sociali sull’essere uomo e l’essere donna nella società moderna.

L’autorevolezza paterna, perché arrivi, richiede che venga sancita non solo in famiglia, ma a livello istituzionale.

Prof. Maurizio Andolfi

 

Famiglia e disturbi ...dell'anoressia, del comportamento e della personalità, dell'identità

In queste ultime decadi stiamo assistendo ad un aumento della patologia della dipendenza all’interno delle famiglie italiane. Da un lato, soprattutto per ciò che riguarda l’adolescenza maschile, abbiamo assistito ad un aumento di comportamenti violenti sia verso se stessi (vedi la tossicodipendenza, alcoolismo, ecc.), sia verso gli altri (si pensi in questo senso alla violenza negli stadi e ad altre forme trasgressive di gruppo), per ciò che concerne invece il genere femminile ci troviamo di fronte ad una vera e propria epidemia sociale di disordini alimentari, dall’anoressia mentale alla bulimia, a forme estreme di obesità. Che c’entra la dipendenza in tutte queste forme di malessere giovanile? Purtroppo quei legami di dipendenza nei confronti delle figure genitoriali, così essenziali per la crescita, sono stati recisi con grave danno per l’adolescente e sono stati sostituiti da una dipendenza compulsiva nei confronti di sostanze, di alcool o di cibo.

Bisognerebbe allora comprendere meglio i segnali inviati dai minori per modificare le fondamenta e le modalità relazionali tra la generazione degli adulti e quella dei figli. Guardare un disturbo anoressico o una tossicodipendenza esclusivamente come forma di patologia individuale non ci porta molto lontano e invece sarebbe assai più utile considerare comportamenti a rischio come segnali privilegiati per modificare ciò che non funziona all’interno della famiglia. Nella nostra pratica clinica abbiamo potuto osservare che un adolescente può interrompere un comportamento distruttivo se è in grado di trovare altre risorse, sia dentro di sé che nel contesto familiare e sociale.

Allora bisognerebbe rinsaldare quei legami di appartenenza tra le generazioni attraverso il dialogo, la presenza l’accettazione di opinioni diverse, il contatto fisico. Se l’adolescente riesce a riscoprire il valore e il calore dei suoi legami familiari può rassicurarsi sulla sua stessa identità e fare scelte più costruttive.

Prof. Maurizio Andolfi

Lo smarrimento maschile. Chi è mio padre? Il ruolo paterno svolto da un sconosciuto che abita in casa.

 

La famiglia come risorsa nell’approccio ai problemi dell’infanzia

La famiglia come realtà affettiva riceve una considerazione marginale nella società, è ritenuta spesso scomoda, talora pericolosa come una bomba a orologeria: tutti ne abbiamo una eppure non parliamo apertamente, perché nessuno è soddisfatto della famiglia che ha avuto, tant’è che nei discorsi sul bambino il richiamo alla parola "famiglia" va affievolendosi - anche perché non si sa più di che famiglia parlare. L’assenza di una cultura familiare comporta che le persone che si dedicano all’infanzia siano talmente concentrate sull’infanzia da percepirla come separata da tutto il resto e da non vedere, invece, che l’infanzia è relazionale e che il bambino cresce sulle relazioni.

Al bambino non servono soltanto nutrimento e protezione. La crescita abbisogna di quel nutrimento affettivo che determina la capacità di formare l’identità individuale. Ma chi favorisce la costruzione dell’identità del bambino? Oggi osserviamo i danni provocati da famiglie incapaci di favorire la costruzione dell’identità dei propri figli, danni tanto gravi che si parla spesso di adolescenza come se fosse una malattia e non la si considera più una fase del ciclo di sviluppo della persona ma quasi una forma di psicopatologia. In realtà l’adolescente "spara" i problemi che gli abbiamo dato noi, l’adolescente è il braccio armato della nostra impotenza nel farlo crescere.

Per fortuna, anche nelle famiglie più disintegrate o abusanti, il bambino mantiene una capacità di sviluppo che trova dentro i suoi geni, ovvero il sentimento di appartenere alla sua cultura familiare. Il problema, pertanto, non è quello di sottrarre i genitori al bambino, eliminando quelle figure negative o comunque immature con cui vive ma è, piuttosto, quello di trovare operatori, strutture pubbliche o private, che restituiscano alla famiglia il suo valore di risorsa.

Prof. Maurizio Andolfi

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