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Giovedì 18 Novembre 2004 14:35

IL CASO DI MARIO (Prof. Maurizio Andolfi)

IL CASO DI MARIO

Sono, Mario, un uomo sposato e ritengo di non essere un maschilista. Guardandomi intorno riconosco che le donne sono state e sono protagoniste della propria emancipazione ma noto anche, nelle figure maschili, un diffuso smarrimento, come se non trovassero più il loro ruolo.

Mario, un uomo sposato e ritengo di non essere un maschilista. Guardandomi intorno riconosco che le donne sono state e sono protagoniste della propria emancipazione ma noto anche, nelle figure maschili, un diffuso smarrimento, come se non trovassero più il loro ruolo.

La situazione di Mario è assai emblematica nella nostra società moderna. Negli ultimi vent’anni, sicuramente, il ruolo della donna si è trasformato alla radice. La donna ha conquistato uno spazio sempre più autorevole e distinto in ambito lavorativo e comunque in generale nelle attività extradomestiche, ma, soprattutto, ha acquistato una maggiore coscienza di sé come persona autonoma e non più come "la dolce metà" del marito.
E’ fuor di dubbio che, nel momento in cui è venuta ad occupare spazi maggiori nel mondo esterno, è cambiato anche il suo ruolo all’interno della famiglia. Un prezzo assai alto pagato dalla donna è sicuramente l’impossibilità o la maggiore difficoltà ad avere più di due figli (sebbene la media nazionale sia decisamente inferiore di questo numero) e ad accudirli per il tempo che vorrebbe.

Non c’è dubbio che l’uomo, un po’ costretto dalla situazione, un po’ per sua scelta, sia cambiato, in particolare rispetto al diventare una figura significativa per i figli, anche piccoli, attraverso il gioco, la tenerezza e una sua maggiore presenza. Non altrettanta sicurezza e disinvoltura ha acquisito nei confronti delle mogli maggiormente emancipate e più autonome ed è questo che, probabilmente, ha prodotto questo diffuso senso di smarrimento negli uomini di cui Mario parla.

Se è vero che da molto tempo è obsoleta la metafora di chi "porta i pantaloni" in casa, ma non è ancora chiaro come si possano condividere le vicende familiari e i ruoli professionali in modo armonico. Se l’uomo oggi si sente il "sesso debole", si produrranno nelle famiglia le stesse incertezze che avevano i figli quando tale prerogativa era della parte femminile; con l’aggravante che la società non sembra sostenere con empatia uomini che si presentano, oggi, inspiegabilmente deboli. La soluzione non è facile e non è generalizzabile, ma la condivisione dovrebbe nascere dal sentimento reciproco di rispetto e di accettazione dei bisogni l’uno dell’altra.

 

Sulle famiglie ricostituite

Nella società odierna si assiste a un crescente numero di rotture familiari sia in una fase precocissima di costituzione della coppia (tra il primo e il terzo anno di matrimonio), che in una successiva (dopo il quindicesimo anno).

Questo fenomeno di disgregazione familiare si può spiegare da un punto di vista evolutivo. Purtroppo la nascita di un figlio non è sempre un elemento di unione coniugale, soprattutto laddove i due coniugi sono totalmente impreparati ad assumersi la responsabilità di una famiglia o immaturi sul piano della propria crescita personale.

Fenomeno altrettanto critico è "l’uscita di casa" dei figli o quantomeno la condizione di convivenza con figli adolescenti. In questa situazione evolutiva la coppia deve fare di nuovo i conti con se stessa e con la propria capacità di trasformarsi e ritrovare un interesse autentico di coppia senza più terzi da accudire.

Le famiglie ricostituite si fondano proprio sullo scioglimento del nucleo familiare originario, in particolar modo in queste due situazioni; prevalentemente si tratta di madri giovani con figli piccoli, che si legano a un nuovo compagno oppure di famiglie più complesse con la presenza in casa di adolescenti provenienti dal precedente matrimonio di uno o dell’altra o di entrambi.

Spesso vengono richiesti interventi di psicoterapia per i problemi insorti in un figlio; generalmente lo spunto può essere un disturbo psicosomatico, comportamentale o scolastico di un bambino piccolo nel primo caso, mentre nel secondo si può trattare di un problema più serio e strutturato in un adolescente (ad esempio, comportamento violento a casa o a scuola, uso di droga, dipendenze alimentari, ecc.).

Sarà compito del terapeuta aiutare le famiglie ricostituite a ritrovare il "bandolo della matassa", ovverosia comprendere e lavorare attivamente su tensioni familiari attuali, su quelle che possono invece scaturire da separazioni coniugali precedenti non sufficientemente concluse, sulle difficoltà che possono insorgere tra le famiglie d’origine o tra i figli dell’uno o dell’altro coniuge.

Se si affronta il problema familiare a monte sarà più facile risolvere le difficoltà presentate da un figlio.

Chi ha esperienze di lavoro terapeutico con famiglie ricostituite sa bene quanto i sintomi di un bambino o di un adolescente riflettano le difficoltà della coppia di nuova costituzione, spesso confuse o sovraccaricate dalle vicende coniugali precedenti e dal modo in cui ci si è riusciti a separare.

Maurizio Andolfi

TERESA E L'ARTE DEL DIALOGO

"Sono madre di famiglia e nonna, ciò che scrivo è condiviso anche da mio marito.

Abbiamo avuto tre figli, una femmina e due maschi.

Sono tutti sposati ed hanno dei bambini.

Non credo nelle situazioni ideali ma credo nelle situazioni vivibili e perciò abbastanza soddisfacenti.

Nel caso di queste tre coppie nutro delle perplessità, non mi sembra che sappiano comunicare, non credo che parlino mai "per sentimenti", indubbiamente non si riservano degli spazi per loro-coppia.

Sono pessimista? Realista?

Esiste l’arte del dialogo? La si può apprendere? "

Teresa G.

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Uno dei problemi più difficili per la generazione di adulti maturi (genitori o nonni) è quella di accettare che il costruirsi e l’evolversi delle nuove coppie (quelle dei figli) parta dai presupposti affettivi, organizzativi e sociali assai differenti.

Noi adulti maturi siamo cresciuti nell’ideale che parlare dei sentimenti sia un modo per conoscersi e per approfondire un rapporto di intimità. Oggi si parla molto di meno, ma si riescono a comunicare sentimenti e sensazioni attraverso canali indiretti: attraverso le cose, programmi concreti, internet, ecc. Molte persone hanno più facilità a farsi conoscere senza guardarsi negli occhi o tenersi per mano, come invece è accaduto per molti di noi delle generazioni precedenti.

Il dialogo non esisteva poi tanto neppure nelle famiglie cosiddette "più unite", che spesso, lo erano più per mostrare una bella facciata che nella realtà.

Il dialogo con i figli, poi, esisteva pochissimo ed era spesso sostituito da una serie di regole e di "consigli di vita" da dare ai figli, così da farli crescere sani e ben protetti.

Oggi tutto ciò è saltato e quindi il dialogo, se deve realizzarsi, deve partire da situazioni di ascolto reciproco, in cui non solo gli adulti chiedono ai figli e i figli devono parlare di sé con i genitori, ma, ad esempio, anche i genitori possono far conoscere ai figli le loro debolezze, idiosincrasie, ambivalenze, ecc., cose su cui si preferisce tenere il più ampio riserbo, anziché vedere tutto ciò come una forma di scambio affettivo.

Il dialogo è quindi senz’altro l’arte di incontrarsi in un territorio intermedio, dove si apprende gli uni dagli altri.

Prof. Maurizio Andolfi

 

L'intimità della coppia

Un cammino di conoscenza, accettazione di sé, accettazione dell’altro, dialogo profondo, intimo

Perché si realizzi una vera intimità di coppia è necessario che si superi l'antico detto "sei la mia metà" e si ragioni piuttosto in termini di "due interi" che si incontrano.

Abbiamo spesso lavorato con coppie dove la scarsa differenziazione dell'uno era complementare a quella del partner. Quindi il primo problema non è a livello di coppia, ma riguarda ogni singolo adulto e la sua modalità di essere se stesso all'interno del suo mondo di affetti e di relazioni sociali.

La vera palestra di realizzazione della propria individualità è la famiglia in cui si nasce e la capacità di separarsi bene e in modo relativamente completo dalle proprie famiglie di origine.

Se si rimane in condizioni di dipendenza, di intimidazione nei confronti dei propri genitori e non si acquisisce un Io adulto, è molto difficile poter stabilire rapporti di intimità a livello coniugale. Se invece si riesce a fare il salto e a portare con sé i propri valori familiari (tradizioni, miti, valori religiosi, ecc.) come una vera e propria dote è più facile che ci siano le premesse per un cammino autentico di conoscenza

Costruire e mantenere una relazione intima è difficile ed entusiasmante allo stesso tempo: è necessario però nutrire il rapporto e rinnovarlo continuamente per evitare che subentri l'abitudine e la routine.

I figli, se non usati male, sono una risorsa inesauribile di creatività e di gioco con cui alimentare la propria conoscenza di coppia.

Prof. Maurizio Andolfi

 

Il piacere come forza creativa

Raggiungere il piacere richiede che ciascun partner sia capace di liberarsi di ogni forma di compiacimento di se stesso (piacere narcisistico) per incontrare l’altro in un territorio adulto condiviso che potremmo chiamare il terzo pianeta. Condividere un’esperienza di intimità è un atto creativo che scaturisce dalla capacità di mettersi a nudo con se stesso e con l’altro, senza ricorrere al meccanismo assai comune della mutua protettività (il cosiddetto rischio calcolato che per altro perde ogni carattere di reale ricerca dell’altro).

Molti partner vivono insieme per anni senza conoscersi perché hanno sostituito allo scambio autentico una modalità di rispetto formale, basato sul non dirsi mai quello che si pensa dell’altro e quello che si sente nel rapporto: il tutto nascosto dietro una "facciata di coppia" ben funzionante e socialmente integrata, salvo poi a scoppiare improvvisamente in modo apparentemente imprevedibile. Questo forse è il motivo per cui spesso all’esterno si sente dire: era una gran bella coppia, proprio non riusciamo a capire cosa sia successo!

Due sono i meccanismi più comuni che impediscono la costruzione di un rapporto autentico basato sulla curiosità reciproca e sulla condivisione della creatività di ciascuno : da un lato la routine con tutto il suo corredo rassicurante e ripetitivo di riti di coppia: orari , visite programmate alle famiglie, impegni fissi ecc.; dall’altro l’aspettativa magica che la coppia sia un dispositivo perfetto capace di rispondere e di contenere tutti i problemi del mondo e le reciproche contraddizioni.

Se si riusciranno a fare errori e a condividerli si potrà anche sognare di essere una coppia meravigliosa perché la grandiosità di tale progetto sarà costantemente guidata e ridimensionata dal principio di realtà e dalla accettazione delle proprie debolezze, che una volta riconosciute diventeranno risorse creative e arricchenti.

Prof. Maurizio Andolfi

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