Lunedì, 21 Agosto 2017
Martedì 12 Luglio 2005 18:14

Un teatro senza tempo

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Un teatro senza tempo

 

· «A partire da una certa età – dice M. Proust – un po’ per amor proprio, un po’ per furberia, sono le cose che desideriamo di più quelle che fingiamo per non volere» · Questo precario equilibrio psicologico dell’età adulta può essere prevenuto se i genitori – nei primi anni di vita – aiutano il bambino a percepire d’essere ben accolto e benvoluto dall’ambiente, fornendogli quella che E. Erikson definisce la «fiducia di base».

 

Le domande che un portatore di disagio fa a se stesso prima ancora che al proprio terapeuta sono quasi sempre le stesse: perché proprio a me? Perché sto così? Perché proprio ora? Le risposte, purtroppo, sono raramente esaudenti e prendono l'avvio, in chi ha l'umiltà di saper ascoltare, dalla considerazione che ogni storia può contenere gli attributi di una sofferenza che si nasconde molto spesso dietro a nodi o maschere che hanno bisogno di essere frantumati per poter procedere ad una letture organica dei fatti e al loro riconoscimento. In termini tecnici, leggere la storia di una sofferenza equivale a fare un passo decisivo verso la diagnosi (etimologicamente: dià = attraverso e gnosis = conoscenza), ma non sempre l'interpretazione del terapeuta è condivisa dal paziente: i linguaggi sono segnati da stati d'animo diversi; i momenti storici sono diversi; gli stessi significati attribuiti alle parole sono diversi; diversa è, infine, la consapevolezza di un vissuto tanto precario. Qual è, allora, il possibile punto d'incontro? Può sembrare un paradosso, ma alla domanda che fa chi soffre, il terapeuta inizia a rispondere con la medesima domanda fatta a se stesso.

 

Quanti personaggi cercano l'autore?

La difficoltà che una diagnosi sia accolta da un paziente sta nel fatto che l'insieme dei significati risulti estraneo a chi ne è realmente interessato. Le ragioni, in sostanza, sono due: il fatto che, in opposizione all'ipocondria, frutto di fisime o di paure ingiustificate, si tenda ad allontanare le brutte certezze, ignorando o trascurando segnali concreti e degni di rispetto e quello che, fino ad un recente passato, i medici non abbiano saputo trattare con i pazienti e i loro famigliari, a causa della ermeticità con cui si esprimevano: una semantica riservata agli addetti ai lavori. Ma perché lo stato di salute che viene rappresentato attraverso quella sintesi idiomatica e tecnica, quasi sempre stenta ad essere recepito? La risposta è sconcertante: mentre è semplice riconoscersi nella sofferenza, è quasi impossibile identificarsi nelle cause che l'hanno scatenata. In pratica il portatore del disagio finisce per rifiutare una parte della propria storia e si difende dalle sofferenze che ne possono derivare, comportandosi come se fosse un corpo estraneo. Da qui l'esigenza di rivisitare alcuni passaggi dolorosi e riscrivere le proprie avventure come se si trattasse di confrontarsi con l'impegno di stendere un romanzo. L'invito a ricostruire le tappe più nascoste del proprio passato è nato con la psicoanalisi. Dopo di lei, pur non riconoscendole il crisma della scientificità, molte scuole hanno strutturato le proprie metodologie d'intervento, applicando, attraverso rielaborazioni personali e culturali, quello che Freud aveva intuito come indispensabile per avventurarsi nella esplorazione dell'inconscio. Il numero delle scuole e dei metodi costituirebbe una serie indefinita e sarebbe facile cadere nelle omissioni. Per citare qualche applicazione di particolare successo, potremmo parlare del Copione - punto di forza della fortunatissima Analisi Transazionale - o del Rebirthing, tecnica con la quale viene proposto al paziente di regredire con le proprie fantasie, fino alla ricerca dei nodi che hanno impedito l'armonico sviluppo delle sue potenzialità. In ogni caso il mondo dei ricordi resta la fonte più ricca di ispirazione di ogni romanzo. L'unico problema consiste nella capacità di attingervi. Il nostro passato è sempre pieno di fascino, ma la sua profondità è quasi sempre causa di vertigini. Andare alla sua riscoperta significa decidersi ad incontrare la parte più autentica del proprio sé; significa mettere in gioco la propria storia dando vita a quel teatro interiore, spesso arido e spento, nel quale tanti personaggi mortificati dagli insuccessi quotidiani aspettano l'occasione per riconciliarsi con la vita. E il terapeuta è lì, non come possessore di significati, ma come figura capace di tradurre e rendere guardabili quelle immagini che altrimenti potrebbero causare dei drammi. Tutti quei frammenti di storia, di esperienza unica e irripetibile, hanno bisogno di recuperare uno spazio ed uscire per andare a ricucire brandelli di vita che, privi di un ordine, avrebbero difficoltà ad essere interpretati. Nel teatro della sua mente ogni particolare è pronto per la rappresentazione più autentica di tutta la sua vita: le relazioni, le energie disperse, gli spazi condivisi, i contatti con i bisogni propri ed altrui. C'è proprio tutto, ma è come se non si sapesse da quale parte incominciare perché manca un ordine che dia la capacità di orientamento. Ma è proprio la messa a punto di questo ordine che non può essere fatta da altri che dal paziente perché, come ammonisce Winnicott, «è lui e solo lui a possedere le risposte».

 

La capacità relazionale

La modalità di intervento con i pazienti è sempre strutturata sul rapporto interpersonale. Sebbene le varie scuole propongano approcci e modelli frutto di continue evoluzioni di pensiero, la relazione d'aiuto resta una relazione affettiva e, come tale, sottoposta a quei continui sbalzi dati dall'alternarsi di simpatia-antipatia che nasce spontaneo dal legame. Ma, come accade in tutti gli scambi umani, niente è più simile dei sentimenti opposti. Sapersi mettere in posizione di ascolto nei confronti di chi chiede aiuto significa riconoscere e tollerare la sofferenza dell'altro. Perché questo avvenga è opportuno che in precedenza si sia fatto un percorso guidato per giungere alla conoscenza del proprio sé autentico e delle numerose sfaccettature delle proprie emozioni e al loro, quanto più possibile, tentativo di controllo.

Il passo tra questa relazione e quella elettiva è quanto mai breve e semplice. Non è solo per la modalità ristretta ed esclusiva con cui si sviluppa il legame tra terapeuta e paziente che è possibile intravedere delle analogie che peraltro potrebbero essere intuitive - con la coppia coniugale. Se mai una verità può essere gridata è che tra gli sposi la relazione d'aiuto è perenne ed oltrepassa di gran lunga quella terapeutica. Tra loro la confidenza e il bisogno di sedersi e confrontarsi rappresenta un'esigenza mai sazia; le emozioni sono il lievito delle scoperte che la loro storia propone di continuo; vivono una favola che in ogni momento è bipolare; coltivano una coscienza che non è mai chiamata a scusare ciò che riesce a creare la fantasia; non si arrendono al primo litigio perché sanno che ogni diniego può trasformarsi in un piacevole rinvio dal quale l'amore trae beneficio.

Le storie clic finiscono male (compresi i percorsi terapeutici) potrebbero sembrare un incidente di percorso. Al contrario, sappiamo che al giorno d'oggi, l’eccezione è diventata la norma. Le analisi che se ne traggono sono quasi scontate nella loro logica, un po' come dire che si arriva sempre con ritardo a stilare dei postulati su problemi che andavano sviscerati prima. Gli sposi che si invaghiscono di partners che non sono loro destinati, finiscono con il dover scegliere tra la fatica di maturare o l'abbandono al detestarsi. Anche gli sposi che coltivano la tendenza a pensare contro se stessi si riducono a giustificare gli errori dell'altro come si assolverebbe un avversario. E che dire di quelle coppie dove il rispetto suscitato si mescola costantemente con la compassione: non sarebbe preferibile essere dimenticati? Al culmine della crisi, quando qualche coppia trova la forza o il coraggio di chiedere aiuto, la prima cosa da tentare è quella di ripropone la prima, sbiadita scenografia e chiedere che fine ha fatto il copione, dove si sono nascosti gli attori. Ma il fascino dell'antico teatro non è più lo stesso. Le piccole complicità riguardano solo le apparenze o i dettagli perché i cuori, ora, non si scoprono mai. Sembra di assistere allo spietato fenomeno del burn-out, quella sindrome che aggredisce gli operatori dei più svariati settori del sostegno e che fa sperimentare la sgradevole incapacità di non riuscire a percorrere altra via che rifiutare tutti quei portatori di disagio, il cui alleviamento di sofferenza e promozione di benessere, avevano rappresentato, fino a poco fa, un grosso impegno di vita. Un fenomeno in cui si può giungere a colpevolizzare il paziente, investendolo di sentimenti negativi come il disprezzo e togliendogli quei residui di illusione che gli avevano permesso di incanalare i propri sforzi sulla via del recupero.

Lo studio delle relazioni interpersonali resta un grande mistero. Si sono aggiustate le tecniche finalizzate e si fanno proiezioni sistemiche sempre più complesse per cercare di aggirare le cause che provocano i rifiuti, ma nè gli aspetti personali che si legano alle caratteristiche di personalità dei singoli, né quelli interpersonali che fanno riferimento alle qualità, al grado di coesione e ai sentimenti di appartenenza, a quelli organizzativi che passano al setaccio le condizioni naturali nelle quali si evolvono le relazioni, risultano abbastanza forti da allontanare il rischio del rigetto. La diagnosi, nonostante il male abbia iniziato ormai a manifestarsi in maniera proteiforme, resta legata a pochi, ma ricorrenti passi falsi: scarsa chiarezza, assenza di momenti di condivisione, sottovalutazione dei problemi e ambiguità nei ruoli. Esiste una terapia da suggerire? La prevenzione e la fuga dalle occasioni, ma per metterla in pratica occorre una grande forza di volontà e una statura interiore che non si improvvisano, ma che sono sempre il frutto di sinergie educative - e che quindi vengono da lontano -, come l'armonia è il piacevole prodotto di tanti suoni melodiosi.

 

La «fiducia di base»

Il riscontro di atteggiamenti positivi che rendono capaci di affrontare le difficoltà e gli eventi stressanti che si presentano nel corso dell'esistenza, è possibile quando, fin dall'infanzia si viene educati ad utilizzare strategie adeguate. È una modalità privilegiata di intervento quella che pone il genitore di fronte al bambino perché richiede lo sforzo di leggere l'essenza dei problemi alla luce di comportamenti che, di continuo, si evolvono. La cronaca dei nostri insuccessi in questo campo, ci porta, purtroppo, ad ammettere di conoscere i nostri bambini assai più per quello che fanno che per quello che sono. L'immagine che i genitori hanno in mente del loro figlio «formato e indipendente» raramente corrisponde a quello che il bambino sente dentro di sé. C’è sempre una discrepanza tra la desiderabilità del genitore e l'enfasi emotiva che manifesta il figlio, tanto che a tutti, prima o poi, viene spontaneo domandarsi: «questo sarà il suo vero volto o la sua maschera?». Altrettanto doveroso e onesto è chiedersi se è sempre vero che quando non aderisce all'immaginario del genitore il bambino ha qualcosa dentro che deve essere corretto, Intrappolarlo nella ragnatela delle proprie proiezioni non rappresenta una garanzia per una crescita libera, ma piuttosto una spinta a nascondere le deprecate debolezze per manifestarle con condotte regolate da bugie e aggressività.

La fiducia di base, espressione introdotta da E.H. Erikson e poi ripresa dagli psicoterapeuti M. Balint e D.W. Winnicott, indica la fase, nei primi anni di vita, nella quale il bambino percepisce di essere così bene accolto e benvoluto dall’ambiente che lo circonda, da entrare in possesso degli strumenti che gli permetteranno di riconoscere il male e le varie forme di negatività. L'eventuale presenza di circostanze traumatiche in questo periodo, potrebbe compromettere questo quadro di potenzialità e divenire il presupposto per un precario equilibrio psicologico nell'adulto.

I personaggi del teatro prendono l'avvio da qui. Ognuno di loro ha una parte: ogni momento è inserito in una scena; ogni episodio è concatenato come nel più misterioso dei gialli. Ma soprattutto, in questo canovaccio, non sono previste le comparse. Con gli anni l'intrigo si farà sempre più complesso, quasi indecifrabile e allora ci sarà qualcuno che, per aver perduto qualche passaggio o per far luce su qualche nodo oscuro che non gli ha permesso di capire il senso della storia successiva, dovrà per forza tornare indietro a farsi guidare nella rilettura. Non è infrequente trovare anche le persone che snobbano gli strumenti con i quali si è soliti mettersi in discussione. Per loro, la ricerca di aiuto è un atto di debolezza. È anche vero che siamo così presi d'assalto dal concetto di furbizia trasmesso dalla nostra epoca che l'innocenza rischia di essere identificata per idiozia. Esistono anche persone che a tutti i costi vogliono il rimedio dall'esterno perché non hanno tempo da perdere o perché, tutto sommato, una pillola o un talismano ti scivolano addosso e, al massimo, ti chiedono un contributo economico che, ai tempi d'oggi, rappresenta la fatica minore. Questo bisogno di rivestirsi di novità - dalla scoperta delle discipline esotiche alla new age - , è forse l'ammissione più eclatante dell'angusto confine in cui si tenta di relegare la nostra volontà. Ma noi sappiamo bene che l’uomo che possiede un'idea chiara non ha bisogno di trastullarsi a rivestirla di simboli.

Un mio maestro, di cui conservo un ricordo vivissimo, cercò di ammonirmi una volta dicendomi che dovremmo fare di tutto perché le immagini del passato possano sopravvivere nella pace della memoria e non essere fonte di sofferenza. Alcuni giorni fa mi capitò tra le mani una sua poesia, dal titolo Favola Smarrita, che sento di poter porre all'attenzione degli altri.

 

«Occhi di sole brillano tra i rami

e un vento vespertino

di te s'imbionda, sui capelli a pena:

e l'ombra adolescente, a piedi scalzi,

su dal muretto spiga.

 

 La casa a picco nella valle, il fiume

hanno lo stesso lume come allora

d'alpe e di luna: vi abita, la notte,

un battito di ciglia e d'erbe brune.

 

Ma ricercarti è come

rintracciare una favola smarrita».

 

E a me sembra una favola stupenda che, di fronte alle prime impressioni, alla presunzione incallita, al bisogno insaziabile di traguardi da tagliare, si debbano fare anche i conti con gli ingredienti della memoria.

Giovanni Scalera

Psicologo – Siena

Da “Famiglia domani” 4/2000

Ultima modifica Mercoledì 14 Dicembre 2005 00:30

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