Giovedì, 17 Agosto 2017
Giovedì 30 Agosto 2007 23:24

Fedeltà (Faustino Ferrari)

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L’inizio del libro dell’Apocalisse troviamo sette lettere indirizzate a sette Chiese. Uno dei temi costanti di queste lettere è la fedeltà, la perseveranza. Nella fedeltà ci sono già tutte le tracce, i segni del compimento...

Possiamo dare vari significati alla parola fedeltà. È un termine, infatti, che al pari di “fiducia”, deriva da fede. La fedeltà è la capacità ad avere fede nel corso del tempo. È la capacità di mantenere fede alla parola data. Abbiamo la fedeltà coniugale – l’impegno reciproco che gli sposi si scambiano nel giorno delle nozze e che si prolunga nel corso degli anni della loro vita matrimoniale. Abbiamo la fedeltà dell’amicizia, capace anche di grandi gesti di amore disinteressato. Abbiamo la fedeltà ai patti, il senso di lealtà nei confronti di un accordo stabilito, di un contratto stipulato. Ancora oggi presso alcuni popoli, un accordo stipulato con la stretta di mano vale più di qualsiasi atto registrato sulla carta. Abbiamo sentito parlare anche di fedeltà istituzionale. Il senso di lealtà nei confronti dello Stato e della sua costituzione. Abbiamo la fedeltà religiosa, legata alla formulazione pubblica o privata, di promesse e voti. Di osservare un certo tenore di vita, un voto, un’azione che si ripete nel tempo. Anche i voti religiosi vengono messi in relazione con il concetto di fedeltà.

C’è da registrare che oggi la fedeltà non viene più intesa in senso positivo. Viene ritenuto avere poco senso pensare ad impegni “per sempre”. La vita va vissuta per quello che è nell’immediato, cogliendo qualsiasi occasione si presenti al momento. Quindi, va lasciato perdere ogni elemento che in qualche modo possa ostacolare questo modo di porsi nei confronti della realtà circostante. La fedeltà, magari, viene pretesa negli altri – e se non c’è scoppiano i drammi, le gelosie e le tragedie. Ma, spesso, capita che si tenda a trasgredirla quando ci riguarda, in nome della nostra libertà. Libertà appunto che non deve avere nessun vincolo restrittivo, e quindi tantomeno quello dovuto alla fedeltà di una promessa, di un patto.

C’è sempre da chiedersi se abbia senso parlare di fede. Cosa molto frequente oggi, siamo in genere portati a non prendere posizioni nette, a smussare le nostre argomentazioni, ad attenuare il nostro orizzonte valoriale. Se qualcuno ci chiede se siamo credenti, possiamo rispondere esitanti e facendo una serie di distinguo. Oppure diciamo di credere, ed aggiungiamo sempre dei “ma” e dei “però”.

D’altra parte, la coscienza che abbiamo di noi stessi ci porta ad ammettere che la nostra fede è ben poca cosa, è meno di un pizzico di lievito o di un grano di sale. Lo sappiamo bene, in noi si annida sempre una parte che non è credente... Mi capita a volte di parlare con alcune persone, per lo più giovani, che giungono ad affermare di non credere, poiché la loro fede non è certa, sicura, assoluta. Ma ben presto mi rendo conto, o mi sembra di rendermi conto, che non sono di fronte a persone atee, non credenti. Sono invece di fronte a persone che non riescono ancora a comprendere in loro le dinamiche di una vita spirituale. Corrono spesso il rischio di essere travolte dalle immagini talmente alte che gli sono state trasmesse. Perché non gli è stato insegnato che la fede è fatica, è cammino, è pazienza, prima che certezza assoluta, granitica, indissolubile.

Vorrei quindi accostare il tema della fede da quella prospettiva particolare che è la fedeltà. Vale a dire, la fede vissuta nel corso del tempo. Essere fedeli a Dio non vuol dire essere posseduti da certezze, da principi, da teoremi. Vuol dire essere capaci di vivere la nostra scelta per la vita nel corso del tempo. Chi inizia ad inoltrarsi sulla strada della fede, sa bene che il terreno non si presenta piano e lineare. Tutt’altro. L’essere uomini e donne di fede si contraddistingue innanzi tutto per una scelta: quella di camminare comunque su questa strada. Siamo “fedeli” non semplicemente perché certi, ma perché continuiamo ad inoltrarci sulla via della vita.

Prendiamo ad esempio la fedeltà coniugale. Essere fedeli tra coniugi non vuol dire che non possano esserci difficoltà, contrasti, litigi, conflitti. Non vuol neanche dire non pensare o di non aver pensato a volte di lasciare il coniuge o di spaccargli qualcosa in testa. Fedeltà vuol dire rinnovare quella promessa che è stata fatta nel primo giorno. Vuol dire renderla attuale nell’oggi. Vuol dire ritrovare i motivi per continuare a vivere insieme.

Le promesse di fedeltà si fanno tenendo presente che la vita si svolgerà nella buona e nella cattiva sorte, nella ricchezza e nella povertà, nella salute e nella malattia. Perché è più facile essere fedeli quando tutto va bene, diventa più difficile o viene ritenuto quasi impossibile quando le cose incominciano ad andare male o a mettersi su di un diverso piano rispetto a quello prospettato.

Essere fedeli a Dio non vuol dire avere una fede senza alcuna difficoltà. «Mi dicevo: Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!» (Ger 20,9). Sono le parole del profeta Geremia. Sono parole che a volte sentiamo nostre, se non simili, di analoga espressione. Non penserò più a Dio. Eppure Geremia è un uomo che cerca di restare fedele al suo Dio. «Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (20,9). Una vita, la sua, dura, di prova - quasi quarant’anni senza vedere sorte migliore. Nel corso di tutta la sua vicenda umana Geremia ci offre lo spessore di una fede vissuta come fedeltà.

Certo, la nostra è fedeltà imperfetta. La fedeltà dell’uomo è comunque infedeltà. Perché, ci ricorda la bibbia, solo Dio è veramente fedele. Ma si tratta di due tipi di fedeltà diversi. Diversi perché Dio non può negare se stesso. Noi, sì, possiamo negare Dio. «Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!» (1Cor 1,9). «Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!» (1Ts 5,24). «Ma il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno» (2Ts 3,3). «Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso» (Eb 10,23). È riferendosi alla fedeltà di Dio che l’uomo può essere fedele.

La bibbia ci ricorda continuamente questa fedeltà da parte di Dio nei confronti degli uomini (nei racconti dei primi capitoli della Genesi) e nei confronti del suo popolo Israele. Al tempo stesso ci vengono presentate una serie di figure esemplari. Persone che nella loro vita hanno saputo incarnare una fede profonda e una vera fedeltà.

La fedeltà nel tempo. Ne abbiamo appena accennato poco sopra: è la figura del profeta Geremia. Nonostante tutte le sue vicissitudini personali (le minacce, le percosse, l’essere considerato pazzo dai parenti, la prigione, la condanna a morte, la distruzione dei suoi scritti, la solitudine e la conflittualità che suscita la sua profezia), nonostante la costanza con la quale non viene ascoltato dai suoi concittadini e nonostante tutto quello che gli capita, Geremia resta fedele alla sua vocazione e al suo Dio. Una vocazione maturata fin da giovane, quando ancora non aveva l’età per parlare con autorevolezza in pubblico e che vive fedelmente fino a quando, ormai anziano, le sue tracce scompaiono tra le sabbie del deserto, prigioniero dei suoi avversari.

La fedeltà nell’attesa. Abramo viene chiamato “nostro padre nella fede”. Egli vive la sua fedeltà a Dio lungo gli anni di una lunghissima attesa, la promessa di una terra, di un figlio, di una discendenza. Ma la terra non l’avrà, vi vivrà da straniero, acquistando da uno straniero un campo, verso la fine dei suoi giorni, per seppellirci la moglie Sara. Il figlio non arriva e quando arriva dapprima è un figlio avuto dalla schiava Agar. La discendenza numerosa come le stelle del cielo e la sabbia del mare non la vedrà mai con i suoi occhi. Carico di anni morirà nell’attesa del compimento delle promesse. La lettera agli Ebrei rilegge così la vicenda di Abramo e di sua moglie Sara:

«Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede anche Sara, sebbene fuori dell'età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare. Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra» (11,8-13).

La fedeltà della prova. È ancora Abramo il protagonista. È la vicenda della prova del figlio Isacco. Quando Dio gli chiede di rinunciare anche al figlio. In quel momento, l’unica delle promesse che si fosse realizzata. Ed Abramo accetta di affrontare questa esperienza. È fedele anche nella prova estrema.

La fedeltà nel silenzio. Dopo la prova del sacrificio del figlio, inizia per Abramo la fedeltà nel silenzio, che l’accompagna fino alla morte. Se prima di allora la bibbia ci narra di un continuo dialogo tra Dio ed Abramo, dopo la prova abbiamo il silenzio. Ma a riguardo di questa fedeltà, la vicenda più emblematica è quella del profeta Ezechiele. Dio gli chiede di essere un profeta nel silenzio. Ed Ezechiele resta nel silenzio, anche quando gli muore la moglie.

La fedeltà di fronte all’incomprensibile ed al male. È la vicenda di Giobbe. Un uomo fortunato, ricco che all’improvviso si ritrova malato, povero e deriso anche dalla moglie. Un uomo a cui è precipitato addosso tutto il mondo. Ha soltanto il conforto di alcuni amici. Conforto che dura poco perché ben presto questi “amici” gli si rivoltano contro e lo incalzano per strappargli l’ultima cosa che gli rimane: Dio. Con tutti i discorsi religiosi che i suoi amici fanno, il loro obiettivo è quello di fargli cambiare idea riguardo a Dio. Quello che gli è successo è soltanto per colpa sua. Giobbe dovrebbe semplicemente riconoscere il suo peccato. Ma Giobbe non ci sta. Tutto quello che gli è capitato, tutto il male che gli è piombato addosso, gli resta incomprensibile. Eppure egli resta fedele al suo Dio.

Dio è il Dio della vita. Da lui abbiamo ricevuto l’esistenza. Noi siamo suo dono. La nostra vita è il dono che Dio ci ha elargito. Se vogliamo continuare a restare in questa relazione vitale, se pensiamo che non possiamo esistere senza Dio, se vogliamo che la nostra vita si svolga all’ombra di Dio, noi siamo uomini e donne di fede. È questa relazione originale, unica, vitale, che vi fa diventare “fedeli”. Questa relazione viene prima dei dogmi, prima delle formulazioni, prima dei catechismi.

Sono portato a pensare la fede come bisogno di Dio che alberga in ciascuno di noi. Un bisogno elementare. Come lo è il respirare, il bere acqua, il mangiare pane, il prendere sonno. Mangiare, bere, dormire, respirare, credere... Azioni che fanno parte della nostra vita. Del nostro essere uomini e donne. Certo, la prima difficoltà che sorge per questo modo di pensare viene dal fatto che mentre ci è naturale mangiare o dormire, non ci è “naturale” credere. Essere fedeli a Dio credo che sia percepire nella nostra vita questa “naturalità” del credere. È “naturale” che in noi alberghi un credente ed un non credente. Dare voce al credente, nel corso del tempo, è il modo “naturale” di vivere la nostra fedeltà.

Poiché la nostra fede non è tale da far spostare le montagne o da sradicare i gelsi, dobbiamo un po' interrogarci sulle dimensioni di questa fede. Gesù nel vangelo dice: "Se voi aveste fede come un piccolo granello di senape...". Ed ancora: "Quando il Figlio dell'uomo tornerà troverà ancora fede sulla terra?". E' la domanda che Gesù rivolge ai suoi discepoli. Ed è una domanda che non possiamo lasciar correre facilmente. Essa è rivolta a ciascuno di noi. Ma, badiamo, non è questione di quantità, di grandezza o piccolezza. Almeno, seguendo i nostri criteri di grandezza e di piccolezza. Il tempo è il luogo migliore per esprimere la nostra fede, per viverla, per farla fruttificare. «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto» (Lc 16, 10). È nel tempo che ci è dato di far fruttificare la nostra piccola, piccolissima, insignificante fede.

«Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre. Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. (...) Hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona. Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso il mio Dio, insieme con il mio nome nuovo» (Ap. 3,7-12).

L’inizio del libro dell’Apocalisse troviamo sette lettere indirizzate a sette Chiese. Uno dei temi costanti di queste lettere è la fedeltà, la perseveranza. Nella fedeltà ci sono già tutte le tracce, i segni del compimento. Possiamo allora dire che la fedeltà diventa il modo di vivere la fede nella speranza. La fedeltà è il modo per vivere tutte e tre le virtù teologali. Il fedele è colui che è capace, nel corso del tempo, di riconoscere il dono ricevuto da Dio, di condividerlo con i fratelli, nell’attesa del suo compimento.

Faustino Ferrari

 

Ultima modifica Domenica 15 Gennaio 2017 21:12
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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